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Quella della politica italiana è oggi una crisi «confusa». Non era mai accaduto che maggioranza e opposizione si disgregassero entrambe contemporaneamente; non era mai accaduto che i leader dei due poli perdessero nello stesso tempo la loro credibilità, contestati ciascuno dai propri alleati; non si era mai visto uno scontro tanto aspro tra il presidente del Consiglio e quello della Camera, pur appartenendo entrambi alla medesima coalizione. Per cercare di capire qualcosa di questa situazione politica aggrovigliata, risponderemo a due domande: 1) Come è nata questa crisi? 2) Quali scenari nuovi apre? 1. Reazioni a catena Negli ultimi mesi del 2007 la situazione politica si è avvitata su se stessa ogni giorno di più. Il primo evento a incrinare l'equilibrio già instabile del quadro politico è stato la nascita del Partito Democratico (PD), avvenuta con le elezioni primarie del 14 ottobre 2007. Di per sé, essa costituisce un avvenimento politico eccezionale, non solo per l'alto numero di cittadini che sono andati a votare, ma anche perché è la prima volta in Italia che un soggetto politico nuovo nasce per aggregazione e non a seguito di una scissione. I votanti sono stati 3.554.169 e Walter Veltroni è stato eletto alla segreteria nazionale con il 75,82% dei consensi (2.694.721 voti). Il neo-segretario ha cominciato bene, nonostante i mugugni e le critiche in occasione dell'assegnazione degli incarichi di partito. Rimangono però le difficoltà della vigilia a pesare come ombre sul futuro del PD. Si riuscirà a dissiparle durante la fase costituente? La prima ombra sta nell'aver fissato, in modo inderogabile, la data di nascita al 14 ottobre 2007, limitando di molto il tempo che si sarebbe dovuto impiegare per coinvolgere la base sociale in forma più diretta e responsabile. Inoltre, il modo in cui sono state scelte le candidature alla leadership del PD e il fatto di aver garantito in anticipo a ciascuno dei partner la propria quota di rappresentanza nel nuovo partito hanno dato l'impressione di una «fusione a freddo», compiuta secondo la vecchia logica partitocratica. Un'altra ombra è rimasta in seguito alla defezione dei liberal-democratici di Dini, presenti nell'Unione come componente della Margherita, i quali hanno deciso all'ultimo momento di non confluire nel nuovo soggetto politico. L'ombra più pesante, però, è il nodo non ancora risolto della collocazione europea del PD. Infatti, gli ex DS continuano a aderire al Partito Socialista Europeo (PSE), mentre gli ex della Margherita si riconoscono nella ALDE (il partito europeo di Area Liberal-Democratica). Certo, il nodo verrà necessariamente al pettine in occasione delle elezioni europee del 2009; intanto, però, rimane la stridente contraddizione per cui i parlamentari europei del PD, pur appartenendo in Italia a un unico e identico partito, continuano a fare parte di schieramenti diversi in Europa. Se era prevedibile che la nascita del PD avrebbe interessato in qualche modo gli equilibri esistenti, nessuno però poteva immaginare la reazione a catena che essa di fatto ha innescato, fino a mettere in discussione lo stesso quadro politico nel suo insieme. Ciò è parso chiaro in occasione dell'approvazione al Senato della Finanziaria 2008 (15 novembre 2007), che ha segnato il fallimento dell'ennesima «spallata» tentata da Berlusconi contro il Governo di centro-sinistra. Il Cavaliere, questa volta, aveva scommesso e giurato che finalmente avrebbe mandato Prodi a casa. La bruciante sconfitta si è rivelata subito un boomerang, che ha fatto implodere la Casa delle Libertà (CdL). Umberto Bossi (Lega Nord), Pier Ferdinando Casini (UDC) e Gianfranco Fini (AN), storici alleati di Berlusconi, ne hanno contestato apertamente la leadership e la strategia politica, manifestando nello stesso tempo la decisione di aprire il dialogo con Veltroni sulle riforme istituzionali. Berlusconi ha reagito prontamente e, prendendo in contropiede gli ex alleati, con gesto imprevedibile, mentre festeggiava in piazza a Milano la raccolta delle firme per chiedere elezioni anticipate, ha decretato su due piedi la fine della CdL, lo scioglimento di FI (la «confluenza», come poi si è corretto) in un nuovo soggetto politico: il «Popolo della Libertà» (PdL). La rottura con gli ex alleati è stata certamente profonda e violenta, ma, abituati come siamo agli ondeggiamenti e ai ripensamenti del Cavaliere e dei suoi, è difficile dire se sarà definitiva. Tuttavia, ancora più inconcepibile appare l'uscita di Berlusconi che, nel tentativo di ricuperare i consensi e la leadership ormai offuscata, non ha temuto di paragonare il suo «populismo» al «popolarismo» sturziano. Il 25 novembre, in collegamento telefonico con l'assemblea regionale lombarda di Forza Italia, dopo aver accusato gli ex alleati di averlo condizionato quando era al Governo, di avergli fatto perdere le elezioni e di aver ridotto la CdL a «una specie di ectoplasma», il Cavaliere attribuiva al suo nuovo progetto (il PdL) «un ruolo storico [...] pari a quello del padre dei popolari italiani. Non solo per il nome. "Sto facendo un po' quello che faceva don Sturzo quando lanciò il suo partito più di ottant'anni fa", [...] evocando - commenta la cronista - l'appello ai liberi e ai forti che nel novembre [sic!] 1918 don Luigi Sturzo lanciò proprio da via dell'Umiltà, prima casa dei popolari italiani e oggi sede di Forza Italia» (Il Giornale, 26 novembre 2007, 5). Ora, come si fa ad accostare il «populismo berlusconiano» al «popolarismo sturziano»? L'uno è esattamente la negazione dell'altro. Infatti, il «populismo berlusconiano» - come tutti ricordano - consiste: nel ritenere che un leader (lui stesso) sia autorizzato a parlare a nome di tutti solo perché ha ricevuto più voti degli altri; nel preferire il rapporto diretto con «il popolo», senza sottostare alle regole e alle mediazioni istituzionali della democrazia rappresentativa; nel concepire il «governare» come un «comandare», confondendo la «maggioranza parlamentare» con la rappresentanza del «popolo italiano» nella sua totalità, ignorando che le forze minoritarie di opposizione, i sindacati e le altre forze sociali sono, esse pure, forme legittime di rappresentanza democratica da rispettare; nel considerare il «bilanciamento dei poteri» (strumento fondamentale per il retto funzionamento del sistema democratico) più un freno che una garanzia; nel ridurre il Parlamento a mera cassa di risonanza di decisioni prese dall'Esecutivo o al di fuori delle aule (magari in qualche luogo di villeggiatura). Proseguendo nel tentativo di spiazzare ulteriormente gli ex alleati, Berlusconi ha messo a segno un ulteriore colpo mediatico: il 30 novembre ha incontrato Veltroni, dopo che questi aveva già ricevuto Fini e Casini. Nessuno poteva immaginare che Berlusconi avrebbe mutato strategia in modo così radicale, passando, da un giorno all'altro, dal muro contro muro al confronto sulle riforme istituzionali. Era la prima volta che maggioranza e opposizione si parlavano, dopo anni di totale incomunicabilità. Certo, le distanze rimangono: Veltroni chiede che si mettano in agenda anche altre riforme, oltre a quella elettorale; Berlusconi invece chiede che, varata la riforma elettorale (ed evitato così il referendum), si vada subito alle urne, rinviando le altre riforme a dopo le elezioni. Intanto, però, anche questo incontro ha contribuito a rendere più tesi i rapporti tra i partiti e ha indebolito ulteriormente la stabilità del loro equilibrio, già in difficoltà. Finché a compromettere (definitivamente?) il quadro politico è venuto l'inatteso attacco al premier del presidente della Camera, Fausto Bertinotti: il Governo Prodi - ha detto - non si è dimostrato all'altezza, non è stato - come avrebbe dovuto essere - «nuovo, riformatore, capace di rappresentare una drastica alternativa a Berlusconi e di stabilire un rapporto profondo con la società e con i movimenti [...]: e questo ha creato un forte disagio a sinistra» (la Repubblica, 4 dicembre 2007). Queste parole sono chiaramente l'eco della reazione negativa della base elettorale di Rifondazione Comunista (di cui Bertinotti è stato segretario per 12 anni), che ha ingoiato ma non digerito alcune scelte della maggioranza, soprattutto l'approvazione del «pacchetto Welfare». La perdita di consensi da parte di Rifondazione Comunista, rivelata dagli ultimi sondaggi, conferma l'esistenza nel partito di quel «forte disagio», che ha fatto dimenticare a Bertinotti il suo ruolo istituzionale. 2. Nuovi scenari possibili Alla luce di questi avvenimenti, è un primo dato certo che la maggioranza politica, di fatto, non c'è più. Lo scontro frontale tra i partner del centro-sinistra mostra con tutta evidenza - se ancora ce ne fosse bisogno - l'inconciliabilità ideologica che esiste tra i gruppi della sinistra estrema e le altre forze dell'Unione. Del resto, la sinistra radicale aveva già dichiarato apertamente che avrebbe votato il «pacchetto Welfare» solo per senso di responsabilità, anche perché - aggiungiamo noi - una crisi di Governo avrebbe fatto scattare inesorabilmente il famigerato «scalone» della riforma pensionistica di Berlusconi. Solo per questo la resa dei conti è stata rinviata a gennaio. Perciò, al punto in cui siamo, la questione non è tanto la sopravvivenza del Governo Prodi, quanto la tenuta dell'intero quadro politico. Il suo futuro dipende, ormai, dalla riforma della legge elettorale. Non c'è dubbio che l'introduzione in Italia del sistema maggioritario uninominale sia stata una conquista, suggellata con un ampio consenso popolare dal referendum del 1993. Fu una scelta fortemente voluta dai cittadini che reclamavano la possibilità di scegliere direttamente il Governo e che speravano così di avere finalmente un quadro politico semplificato e stabile. Invece, la frammentazione, anziché diminuire, è aumentata; e il Paese è andato incontro non all'auspicata stabilità, ma a una sorta di ingovernabilità strutturale, poiché forze politiche disomogenee e tra loro conflittuali sono state obbligate a convivere in un'unica coalizione, con la conseguenza di dare ai partiti minori un potere di veto e di ricatto, del tutto sproporzionato al loro reale peso politico. Dopo due Legislature di questo bipolarismo «ingessato», dobbiamo dire che in Italia il sistema bipolare non funziona a livello nazionale, sebbene esso vada bene nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni. Del resto, non è un caso che il sistema maggioritario uninominale, introdotto con il famoso «Mattarellum», sia stato accolto fin dall'inizio con qualche riserva, lasciando che il 25% dei seggi (155 alla Camera e 77 al Senato) venisse ancora assegnato con il sistema proporzionale. Né si può dimenticare il fallimento del duplice tentativo referendario di abrogare la quota proporzionale. Non stupisce, quindi, che in Italia la cultura politica maggioritaria e quella proporzionale ancora, più o meno, si equivalgano e che le coalizioni succedutesi al Governo abbiano finito col gestire il maggioritario con mentalità proporzionale. Ad aggravare ulteriormente la situazione è venuta, da ultimo, la perversa riforma elettorale del Governo Berlusconi, che ha tolto ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti e ha accresciuto la frammentazione politico-parlamentare, cosicché chi vince non riesce poi a governare. La crisi «confusa» di oggi pone quindi la politica italiana di fronte a un bivio: o confermare il sistema elettorale maggioritario, apportandovi le necessarie modifiche per dare vita a un bipolarismo che funzioni, semplificando il quadro politico e garantendo stabilità al Paese; oppure tornare a un sistema proporzionale debitamente corretto, lasciando che siano i partiti e non gli elettori a decidere le coalizioni, ma approntando alcune garanzie (a cominciare da uno sbarramento consistente), così da garantire un certo bipolarismo, non più «ingessato», per non ricadere nella precedente endemica instabilità politica, di cui troppo in fretta ci siamo dimenticati. Da quanto se ne sa, Veltroni e Berlusconi andrebbero in questa direzione: un ritorno non al proporzionale puro, ma a un proporzionale emendato alla maniera tedesca, senza rinunciare a un bipolarismo guidato dai due partiti più forti. In realtà, la scelta del modello tedesco (maggioritario ma temperato) oggi piace a molti, soprattutto a quanti sognano un terzo polo di Centro, come «ago della bilancia» del nuovo quadro politico. L'idea piace a Veltroni, che così potrebbe prendere le distanze dalla sinistra radicale; piace a Berlusconi, che sogna due grandi partiti, nella speranza di continuare a essere il leader di uno dei due; potrebbe piacere a Casini che, pur giurando di non volere rifare la DC, pensa a una «cosa bianca» non molto diversa dalla «balena bianca» di ieri. Non dispiacerebbe neppure a Bertinotti, che così potrebbe lanciare la «cosa rossa», varata il 9 dicembre 2007 con il nome di «Sinistra Arcobaleno»: che dietro il siluro contro Prodi non si nasconda il disegno di giungere a un Governo istituzionale per riformare a proprio favore la legge elettorale e andare poi a elezioni anticipate? Infine, l'idea piace pure a Savino Pezzotta, che pensa non a un partito, ma a una «cosa nuova», a un'area popolare e riformista che consenta l'incontro tra cattolici democratici e liberal-democratici, in modo che non venga meno al Paese il contributo del popolarismo sturziano. «Officina 2007» (questo il nome della creatura di Pezzotta) se non altro ha il merito di riproporre la questione del contributo dei cattolici al superamento della pericolosa crisi confusa in cui oggi versa il Paese. Ma quello delle scelte politiche dei cattolici è un discorso complesso, che bisognerà affrontare a parte. Questi dunque sono gli scenari possibili. Dalla «verifica», non più procrastinabile all'interno dell'Unione (e già prevista per gennaio), e dall'evoluzione del dialogo tra maggioranza e opposizione sulle riforme istituzionali, dipende ormai il futuro quadro politico. Rimane ancora aperto l'interrogativo su chi sarà a condurre in porto la riforma elettorale: il Governo Prodi oppure un Governo tecnico o istituzionale? Quale che sia l'esito della «verifica» rimane fermo un punto: il presidente Napolitano ha detto e ripetuto che non scioglierà le Camere se prima non si cambia la legge elettorale ereditata dal Governo Berlusconi. Ma l'anno nuovo porterà davvero una politica nuova? |