Editoriale - dicembre 2007    

La Settimana Sociale e lo «spirito di Verona»

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

L'impulso profetico, impresso da Benedetto XVI alla Chiesa italiana in occasione del IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona (16-20 ottobre 2006), si può ben definire «spirito di Verona». Infatti, con quell'incontro - disse il Papa - si apriva per la comunità cristiana in Italia «una nuova tappa del cammino di attuazione del Vaticano II», di cui egli stesso indicò le linee maestre: primato della fede e testimonianza della carità. Lo «spirito di Verona», quindi, nasce come superamento e sintesi delle due tappe precedenti: quella della «scelta religiosa» di Paolo VI e quella della «Chiesa forza sociale» di Giovanni Paolo II. Parlare dunque di «spirito di Verona» significa, come ha spiegato Benedetto XVI, riaffermare che il «ruolo-guida» della Chiesa non consiste nel ricercare un qualche dominio esteriore con mezzi umani, ma sta nella «forza trainante» di una coerente testimonianza cristiana non solo nei diversi ambiti della vita quotidiana, ma anche a livello culturale e sociopolitico (cfr SORGE B., «Dopo Verona: dalla "presenza" alla "testimonianza"», in Aggiornamenti Sociali, 12 [2006] 805-810). A sua volta la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), con la Nota pastorale del 29 giugno 2007, ha indicato le tre conclusioni principali del IV Convegno ecclesiale, che traducono in pratica fedelmente lo «spirito di Verona»: il «grande "sì" della fede», la «carità culturale», la «carità sociale e politica» (cfr SORGE B., «Chiesa italiana: una "nuova tappa"?», in Aggiornamenti Sociali, 9-10 [2007] 569-574).
C'era quindi molta attesa per i lavori della 45a Settimana Sociale (18-21 ottobre 2007). A un anno esatto dal Convegno di Verona, 1.400 convegnisti, provenienti da 160 diocesi e appartenenti a istituzioni, associazioni e movimenti ecclesiali diversi, si sono confrontati a Pistoia e Pisa sul tema: Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano.
Le «scelte» e lo «spirito di Verona» ne sarebbero usciti confermati? La domanda era d'obbligo. Ovviamente, per una risposta motivata e più articolata bisognerà attendere il documento conclusivo che il Comitato scientifico e organizzatore sta elaborando. Per ora ci dobbiamo accontentare di una prima valutazione «a caldo» della Settimana Sociale, segnalandone 1) gli spunti più importanti, 2) le sfide principali, 3) la loro consonanza con lo «spirito di Verona».

1. Gli spunti più importanti
Chiarire il concetto di bene comune è stata giudicata come la questione centrale del nostro tempo. Infatti, nella società pluralistica e frammentata di oggi, imparare a vivere uniti nel rispetto delle diversità è condizione imprescindibile per costruire la pace e una convivenza civile giusta e fraterna. Nel mondo globalizzato si tratta ormai di acquisire una più adeguata comprensione del concetto di bene comune a livello nazionale e internazionale, come evidenzia Benedetto XVI nel suo messaggio alla Settimana Sociale: «Ancor più oggi in tempo di globalizzazione, il bene comune va pertanto considerato e promosso anche nel contesto delle relazioni internazionali e appare chiaro che, proprio per il fondamento sociale dell'esistenza umana, il bene di ciascuna persona risulta naturalmente interconnesso con il bene dell'intera umanità».
Le difficoltà derivano dal fatto che il concetto di bene comune è composito: accanto a una dimensione etica, comporta sempre una dimensione storica. Ciò significa che, mutando il contesto storico, occorre ripensare la stessa categoria di bene comune. Ecco perché, per celebrare la ricorrenza centenaria delle Settimane Sociali, è stato scelto un tema centrale come il bene comune. Infatti, la stessa definizione che il Concilio ne ha dato - «l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Gaudium et spes, n. 26) - nei quarant'anni successivi è stata messa in discussione dal prevalere della cultura individualistica neoliberale. Oggi - denuncia il Documento preparatorio della 45a Settimana Sociale - è invalso un «modo comune, ma scorretto, di intendere il bene comune come garanzia e condizione del bene privato e quindi come tale perseguibile individualmente»; occorre, perciò, «liberarsi dall'equivoco di intendere il bene comune "solo" come mezzo per il bene proprio, con ciò legittimando una concorrenza generalizzata e ineluttabile, che confermerebbe la comprensione dell'uomo che è homo homini lupus»; tale concezione individualistica del bene comune induce a considerare i diritti come ricerca di garanzie a tutela dei propri beni, misconosce la corrispondente esigenza di osservare i doveri sociali e mina alla radice il concetto stesso di persona (cfr ivi, n. 20).
Si capisce dunque perché il Compendio della dottrina sociale della Chiesa abbia sentito il bisogno di puntualizzare la definizione del Concilio, insistendo sulla necessità che l'individuo sia considerato non come un essere isolato e a-sé-stante, ma come soggetto-in-relazione. Nella persona umana - spiega il Compendio - singolarità e relazionalità sono inseparabili: «Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro» (n. 164).
Movendo da questa puntualizzazione della dottrina sociale della Chiesa in tema di bene comune, la Settimana Sociale ne ha tratto un primo spunto importante: la «democrazia rappresentativa» - ha ribadito il prof. Stefano Zamagni -, che tanti buoni frutti ha recato fin qui, oggi non è più sufficiente. Tra le cause principali della emergenza democratica vanno annoverati l'individualismo e il relativismo etico che hanno corroso i pilastri portanti del sistema, soprattutto il concetto di persona e di bene comune. La crisi della democrazia rappresentativa, poi, è stata accelerata dalla globalizzazione; questa, infatti, ha allentato ulteriormente i legami tra cittadini e istituzioni all'interno dei singoli Stati nazionali, le cui decisioni dipendono sempre più da nuovi centri di potere soprannazionali e da altri organismi interstatali. Perciò, fin dagli anni '70, si è cominciata ad avvertire la necessità di passare dalla «democrazia rappresentativa» a una «democrazia deliberativa» (cfr LEWANSKI R., «La democrazia deliberativa. Nuovi orizzonti per la politica», in questo fascicolo, alle pagine 743-754), aperta cioè a forme nuove di partecipazione democratica più coscienti e diffuse. Ovviamente non si tratta di abolire le istituzioni rappresentative, ma di rafforzarle e rinnovarle profondamente, così da consentire un coinvolgimento più attivo e responsabile dei cittadini nella elaborazione e nella gestione della cosa pubblica. È il modo più efficace di colmare la pericolosa distanza tra società civile e Stato, che sfocia nell'«antipolitica» dei nostri giorni, vero cancro della vita democratica.
Un altro spunto importante della Settimana Sociale è venuto dall'analisi del prof. Pierpaolo Donati, che ha indicato come rifondare il bene comune su un nuovo rapporto tra la società civile e lo Stato, attraverso la valorizzazione del Terzo Settore. Lo Stato non può sostituirsi alla responsabilità e alla creatività delle persone e dei mondi vitali della società, ma neppure può essere ridotto a un ruolo marginale o superfluo: spetta infatti a esso il compito di coordinare il bene particolare dei singoli e delle aggregazioni sociali con il bene comune dell'intera collettività. In conclusione, nell'era della globalizzazione, il bene comune va costruito a partire dal basso, dalle persone e dai raggruppamenti sociali, ma deve trovare la sua piena attuazione nella cooperazione a livello istituzionale, realizzando un processo di ri-costituzionalizzazione del sistema democratico.
Questo necessario processo di ri-costituzionalizzazione va fondato sulle nuove relazioni che occorre tutelare tra persona, società e Stato: la nuova «democrazia deliberativa», appunto. Il passaggio risulta particolarmente difficile, perché oggi la questione sociale è divenuta «questione antropologica»: cioè si è ampliata a tal punto - rileva Benedetto XVI nel suo messaggio - da abbracciare anche i cosiddetti «temi eticamente sensibili», in primis «il rispetto della vita umana e l'attenzione da prestare alle esigenze della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna». Occorre dunque - avverte il Papa - ricercare il consenso su valori e principi che non sono confessionali, ma sono «valori umani comuni da difendere e tutelare, come la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato», se si vuol costruire una democrazia matura a misura d'uomo; altrimenti si finisce con il compromettere lo sviluppo autentico e completo della persona e della società, come accade - e qui il Papa mette il dito in una delle piaghe sociali oggi più allarmanti - quando «la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia». Perciò, Benedetto XVI ripete con forza l'invito da lui già rivolto a Verona ai cattolici italiani: «Sappiano cogliere con consapevolezza la grande opportunità che offrono queste sfide e reagiscano non con un rinunciatario ripiegamento su se stessi, ma, al contrario con un rinnovato dinamismo».
I lavori della Settimana Sociale non si proponevano di formulare nuove elaborazioni teoriche e dottrinali del bene comune, ma piuttosto di orientare efficacemente l'impegno socio-politico dei cattolici italiani. Il taglio prescelto spiega perché anche il Papa, nel suo messaggio, abbia riproposto la chiara distinzione dell'enciclica Deus caritas est, in vista del contributo concreto della Chiesa e dei cattolici alla ri-costituzionalizzazione dello Stato democratico in Italia: «In questo, il compito della Chiesa è mediato, in quanto le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali». Nello stesso tempo, però, accanto al contributo «mediato», specifico della Gerarchia, è compito dei fedeli laici operare «immediatamente» per un giusto ordine nella società: «Come cittadini dello Stato - ribadisce il Papa - tocca ad essi partecipare in prima persona alla vita pubblica e, nel rispetto delle legittime autonomie, cooperare a configurare rettamente la vita sociale, insieme con tutti gli altri cittadini, secondo le competenze di ognuno e sotto la propria autonoma responsabilità».
Perciò, le nuove dimensioni del bene comune - che, oltre ai beni economici e ai servizi sociali, abbracciano anche le relazioni interpersonali e i beni relazionali, indispensabili al progresso civile e morale della società - legittimano ulteriormente il diritto-dovere della Chiesa di intervenire: «La Chiesa, dunque - conclude il messaggio del Papa -, se da una parte riconosce di non essere un agente politico, dall'altra non può esimersi dall'interessarsi del bene dell'intera comunità civile, in cui vive e opera, e a essa offre il suo peculiare contributo formando nelle classi politiche e imprenditoriali un genuino spirito di verità e di onestà, volto alla ricerca del bene comune e non del profitto personale».

2. Le sfide principali
Se, dunque, questi sono gli spunti più interessanti emersi, quali sfide ne derivano per la Chiesa in generale e per i fedeli laici in particolare? La sfida più urgente, su cui la Settimana Sociale si è interrogata, è la necessità di un grande sforzo educativo. Non a caso il presidente della CEI, card. A. Bagnasco, ne ha parlato fin dall'inizio dei lavori: c'è bisogno - ha detto - di «una forte proposta educativa in grado di introdurre alla vita e alla realtà intera, capace di giudizio, di proposte alte, di impegno concreto e continuo, cordialmente aperta al bene di tutti e di ciascuno a prezzo di interessi individuali o particolari, a prezzo del proprio personale sacrificio». Occorre, cioè, una vera e propria «svolta educativa». Siamo tutti impreparati dinanzi alle situazioni inedite in cui ci troviamo a operare e a scegliere. Come vi faremo fronte, se non coltiviamo momenti e spazi di incontro e di riflessione in cui soprattutto i fedeli laici siano formati alla cittadinanza attiva, al dialogo e alla corresponsabilità?
L'altra sfida, che ha segnato i lavori della Settimana Sociale, è la necessità di ripensare la nozione di laicità, non più come opposizione tra ambiti separati, ma come collaborazione tra ambiti distinti, nello sforzo di realizzare al meglio il bene comune possibile in una data situazione. Questa sfida interpella tutti, credenti e non credenti, posto che il passaggio dalla «democrazia rappresentativa» alla «democrazia deliberativa» deve andare di pari passo con la ricerca di un ethos comune, che consenta di fare unità nel rispetto delle diversità.
Tuttavia, la sfida della laicità fa problema soprattutto ai cattolici, chiamati a ispirare le loro scelte a valori etici «non negoziabili». Seguendo dall'esterno il dibattito della Settimana Sociale, si è avuta l'impressione che l'atteggiamento prevalente nella Gerarchia e in larghi strati del mondo cattolico sia quello di garantire in partenza una base minima di valori «non negoziabili», ai quali ispirare poi la ri-costituzionalizzazione democratica di cui l'Italia ha bisogno; d'altro lato, soprattutto i cattolici direttamente impegnati in campo sociale, sono coscienti che la natura stessa dell'arte politica non consente di tradurre i valori assoluti immediatamente in leggi, senza osservare una necessaria gradualità, imposta dall'evolvere delle situazioni, del costume morale e del consenso della gente. «Il fedele laico - rileva il Compendio della dottrina sociale della Chiesa - è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. [...] la fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l'uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli» (n. 568). Ciò non toglie ovviamente che i cattolici, mentre si sforzano di ispirare il loro impegno ai valori assoluti nel pieno rispetto delle regole democratiche e della laicità della politica, nello stesso tempo testimonieranno sempre con la parola e con l'esempio, in privato e in pubblico, la concezione cristiana della vita, fiduciosi nella capacità profetica del Vangelo di conquistare il consenso libero delle coscienze e delle intelligenze.

3. Sintonia con lo «spirito di Verona»
Questi, dunque, gli spunti e le sfide. Anche a Pisa, però, si sono manifestate sensibilità diverse: da una parte, i fautori della «presenza», dall'altra quelli della «mediazione», per usare la terminologia in voga nell'immediato postconcilio. Della prima tendenza hanno risentito, per esempio, la ricostruzione storica delle Settimane Sociali e del rapporto Stato-Chiesa in Italia (prof. Andrea Riccardi) e la impostazione dei temi delicati di biopolitica (prof. Francesco D'Agostino); la seconda tendenza, invece, ha orientato il discorso sulla crisi della democrazia rappresentativa (prof. Stefano Zamagni), quello sullo Stato sociale e sul Terzo Settore (prof. Pierpaolo Donati) e quello sull'educazione (prof. Luigi Alici).
In ogni caso, lo «spirito di Verona» ha orientato i lavori della 45a Settimana Sociale e ha dimostrato di essere più forte di queste vecchie e sterili contrapposizioni. Esso impone di assumere il metodo che il Concilio Vaticano II ha lasciato in eredità alla Chiesa del terzo millennio: «Tutti i cristiani sono fortemente chiamati a "vivere secondo la verità nella carità" (Efesini 4, 15)» (Gaudium et spes, n. 78). Verità, dunque, ma nella carità. Ciò vale anche per il dialogo culturale e per l'impegno politico: non movendo dall'affermazione dei valori assoluti per escludere come nemici quanti non li condividono, ma partendo dai problemi e dagli interrogativi comuni, per cercare insieme con paziente gradualità il consenso per realizzare il maggior bene possibile in una situazione determinata.
Una conferma autorevole è venuta da mons. Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa, nell'omelia alla concelebrazione finale. A conclusione della Settimana Sociale egli ha riproposto - in sostanza - le medesime scelte del IV Convegno ecclesiale: il primato di Dio e della preghiera (il «grande "sì" della fede», di Verona); la necessità di formare un laicato maturo (la «carità culturale», di Verona); il discorso sulla cittadinanza e sulla laicità (la «carità sociale e politica», di Verona). Evidentemente non si è trattato di una coincidenza fortuita.
Perciò, reagendo allo scetticismo con cui tanti hanno seguito (o del tutto ignorato) i lavori della 45a Settimana Sociale, ci sia consentito concludere con il monito di mons. Plotti, forte ma fiducioso: «Non ci deve essere posto nelle nostre Chiese per coloro che, come li ha definiti Giovanni XXIII all'inizio del Concilio, sono profeti di sventura. Dobbiamo respirare un clima di speranza, non per illuderci, ma per non deludere chi attende dalla Chiesa una parola di sostegno, di serenità e di collaborazione».