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Il 14 novembre 2007 si compiono cento anni dalla nascita di p. Pedro Arrupe, Superiore generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983, morto il 5 febbraio 1991, all'età di ottantatré anni. Aveva trascorso immobilizzato gli ultimi dieci anni di vita, colpito da un ictus il 7 agosto 1981. «Il padre Arrupe - come ho già scritto - è uno di quei testimoni profetici che lo Spirito suscita nella Chiesa nelle svolte più difficili della sua storia. Egli ha avuto la missione di guidare la Compagnia di Gesù nella prima fase del post-Concilio, anni travagliati ma gravidi di futuro. La sua sorte fu quella del profeta: essere non solo annunciatore dei tempi nuovi dello Spirito, ma anche "segno di contraddizione"» (cfr SORGE B., «Padre Arrupe, testimone profetico dei tempi nuovi», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2001] 285). Ormai di lui conosciamo tutto: gli studi di medicina prima di farsi gesuita; la formazione in Belgio, Paesi Bassi e USA durante l'espulsione dei gesuiti dalla Spagna negli anni '30; la missione in Giappone, dove il 6 agosto 1945 visse la drammatica esperienza della bomba atomica su Hiroshima; l'elezione, il 22 maggio 1965, a 28° Superiore generale della Compagnia di Gesù. Ormai - grazie a un'opera monumentale, uscita per il centenario della nascita (LA BELLA G. [ed.], Pedro Arrupe. Un uomo per gli altri, il Mulino, Bologna 2007) -, tutti gli aspetti della personalità di p. Arrupe, anche i più nascosti e discussi, sono stati scandagliati: la sua profonda spiritualità; l'innato ottimismo che più di una volta gli creò qualche difficoltà; le qualità di grande comunicatore che lo portarono a un rapporto con i mass media del tutto inusuale per un Padre generale; il dono di suscitare entusiasmo; l'impegno di rinnovare la Compagnia portato avanti tra grandi resistenze fino al limite della rottura; i rapporti tesi con la Santa Sede; le dimissioni da Superiore generale; la lunga purificazione finale. Che altro si può aggiungere per celebrarne il centenario della nascita? Ho pensato che, sfogliando l'album dei miei ricordi personali, potrei tentare di ricostruire - sotto forma di testimonianza - i due momenti più difficili del suo generalato: le incomprensioni con la Santa Sede e le sue dimissioni. Certo, sono capitoli già ampiamente esplorati, eppure non ancora chiariti fino in fondo. Di essi posso testimoniare in prima persona, dati i rapporti che ho avuto con p. Arrupe a partire dal 1968 (quando mi nominò rettore della comunità de La Civiltà Cattolica), divenuti più frequenti dal 1973 (quando mi affidò pure la direzione della Rivista) e interrotti solo dalla sua infermità. 1. Le tensioni con la Santa Sede I rapporti tra la Santa Sede e p. Arrupe, nei primi cinque anni di generalato, quando era papa Paolo VI, furono improntati a stima e fiducia reciproca. Il deterioramento iniziò quando la crisi del post-Concilio scosse pure la Compagnia, coinvolgendo «riviste, cattedre, persone, in settori ognor più larghi di codesta Compagnia», come scrisse a p. Arrupe il Segretario di Stato, card. Jean Villot, il 15 febbraio 1973. In occasione delle udienze quindicinali che avevo regolarmente con lui per la Rivista, seppi delle «apprensioni» destate nel Santo Padre da notizie negative che giungevano in Vaticano da diverse parti, circa comportamenti disciplinari «inaccettabili» e indirizzi dottrinali «pericolosi» che si andavano diffondendo tra i gesuiti. Soprattutto era frequente l'accusa che p. Arrupe non fosse uomo di governo e tollerasse gli abusi. Potei vedere il carteggio tra il card. Villot e p. Arrupe e i verbali degli incontri riservati che, nell'imminenza della 32a Congregazione Generale (il supremo organo legislativo dei gesuiti), ebbero luogo in Vaticano tra il card. Villot, mons. Benelli, mons. Casaroli e lo stesso p. Arrupe. Tuttavia, gli sforzi di chiarimento non servirono ad allentare la tensione. Finché la questione del «IV voto» fece da detonatore e la situazione divenne esplosiva. Di che si trattava? Come è noto, ai tre voti di povertà, castità e obbedienza, i gesuiti aggiungono il voto di obbedienza al Papa circa missiones. In forza di tale voto, i gesuiti si mettono a disposizione del Papa per qualsiasi «missione» egli ritenga necessaria o utile per il bene della Chiesa. Questo IV voto, secondo le Costituzioni dell'Ordine, non è concesso a tutti, ma solo a un numero più ristretto di gesuiti sacerdoti debitamente preparati e provati. Ora, in vista della 32a Congregazione Generale (1974-1975), giungevano a Roma, da ogni parte del mondo, numerose richieste di rivedere le Costituzioni su questo punto e di concedere il IV voto indiscriminatamente a tutti i membri dell'Ordine, anche non sacerdoti. Quanto veniva così messo in questione era la natura sacerdotale dell'intero corpo apostolico della Compagnia. Paolo VI, che era al corrente di questo dibattito, aveva espresso più volte il suo parere negativo, a voce e per scritto (cfr Lettera autografa al Padre Arrupe, 15 settembre 1973, in Acta Romana, XVI [1973-1976] 11-15). Il 3 dicembre 1974, nell'allocuzione tenuta per l'apertura della Congregazione Generale, evitò di ritornare sulla scottante questione. Tuttavia, il giorno stesso, incaricò il card. Villot di ribadire per scritto la sua posizione contraria a ogni estensione del IV voto, inviando una lettera a p. Arrupe, «affinché potesse tenerla presente nello svolgimento dei lavori». Se i Padri Congregati ne avessero avuto notizia, probabilmente i lavori in assemblea si sarebbero orientati diversamente. Invece la lettera fu distribuita solo il 16 settembre (tredici giorni dopo), quando ormai l'Assemblea aveva già incluso la questione del IV voto tra i temi da affrontare in aula. Perciò, grande fu lo stupore di Paolo VI quando, il 22 gennaio 1975, la Congregazione Generale, dopo un ampio dibattito durato varie sessioni, si dichiarò a grandissima maggioranza favorevole all'estensione del IV voto. Personalmente, continuo a ritenere «inspiegabile» il ritardo con cui la lettera del card. Villot fu consegnata ai Padri Congregati. Non penso che questa mia posizione contrasti con la tesi di p. A. Álvarez Bolado, come invece egli insinua nel suo saggio: «La 32a Congregazione Generale» (cfr LA BELLA G. [ed.], Pedro Arrupe. Un uomo per gli altri, cit., 281, nota 44). Ritengo anch'io infatti che p. Arrupe non rese nota subito la lettera del card. Villot per non condizionare la libertà della Congregazione Generale, la quale - secondo le Costituzioni - è sovrana nelle sue decisioni. Tuttavia, lo stesso Segretario di Stato fu dell'avviso - come mi disse personalmente - che, non dando a conoscere subito ai Padri Congregati quella lettera, i responsabili della Compagnia avevano commesso un «errore». Infatti, la volontà del Sommo Pontefice - specificava - andava tenuta presente da tutti fin dall'inizio della Congregazione, trattandosi di un intervento fatto nella sua veste di «supremo garante della Formula Instituti [la «Carta» fondamentale dell'Ordine] come Pastore universale della Chiesa» e quindi superiore al diritto proprio della Compagnia. Ciò spiega il tono duro e accorato con cui Paolo VI si rivolse alla Congregazione Generale il giorno dopo, interpretandone la scelta come mancata adesione alle sue direttive. In realtà, non si trattò di un atto di disubbidienza, ma di un lamentevole equivoco. Certo, una volta conosciuta la lettera del card. Villot, i Padri Congregati, in ossequio alla volontà del Papa, avrebbero potuto rinunciare alla votazione finale, limitandosi a trasmettere al Papa i verbali della discussione (io stesso feci in aula un intervento in questo senso); invece, la maggioranza dei Padri preferì applicare fino in fondo il metodo ignaziano della repraesentatio. Questa prevede, di fronte alla manifestazione della volontà del Superiore, che gli si facciano presenti eventuali difficoltà o ragioni per aiutarlo nel discernimento. I Padri fecero perciò presenti al Papa non solo le ragioni pro e contro emerse nel dibattito, ma anche l'esito della votazione (dieci voti favorevoli in più della maggioranza dei due terzi, necessaria per cambiare un punto fondamentale delle Costituzioni), dichiarandosi però pronti ad accettare quanto egli avrebbe deciso. L'«errore» fu di non rendersi conto che questa decisione, pur essendo in sé legittima, avrebbe potuto essere interpretata negativamente. Come di fatto avvenne. L'incidente con Paolo VI fu certamente il più grave e difficile del generalato e della vita di p. Arrupe, ma servì a metterne meglio in luce la grandezza d'animo e l'amore per la Chiesa e per il Papa. Dopo una notte passata in preghiera, p. Arrupe fece distribuire ai Padri Congregati una pagina scritta da lui, che rimane tra le più alte del suo generalato. La Congregazione Generale - vi si legge - «riconosce di aver sbagliato, non avendo capito ciò che invece si doveva capire». Perciò - prosegue - «ci troviamo al punto più profondo dell'afflizione e dell'umiliazione, sentendo di aver perduta la fiducia di colui al quale abbiamo votato fedeltà, la quale è il principio e il fondamento del nostro Istituto. Siamo davvero al fondo, perché ciò che più amiamo e che è la ragione della nostra stessa esistenza - cioè il servizio della Chiesa sotto il Romano Pontefice - è sembrato vacillare, vacillando la sua fiducia». Ho ancora davanti agli occhi l'immagine di p. Arrupe che attraversa l'aula per raggiungere il suo posto, leggermente curvo quasi sotto il peso della croce, e ne sento ancora il tono umiliato e afflitto della voce. Tutti ne fummo emotivamente coinvolti. Tuttavia, alla fine, ripreso vigore e con l'animo forte del profeta, esortò a non scoraggiarsi e a evitare due pericoli: «Quello di voler difendere i nostri errori con spiegazioni che, almeno in parte, potrebbero essere giuste, e quello di perderci d'animo di fronte alle umiliazioni». Papa Montini si mostrò grande con la Congregazione Generale. Il 7 marzo 1975, ultimo giorno dei lavori, volle ricevere il Padre generale per rinnovare i sentimenti di affetto e di stima per la Compagnia. Nel messaggio consegnato a p. Arrupe, Paolo VI tenne a ripetere, ancora una volta, che era stato mosso a intervenire con durezza a motivo del «grande affetto» che egli nutriva per i gesuiti e confidò che gli aveva procurato molto conforto il fatto che i membri della Congregazione Generale avessero capito il significato dei suoi interventi e accolto con buono spirito le sue indicazioni (cfr Acta Romana, XVI [1973-1976] 452). Si chiuse così questa triste pagina nella storia della Compagnia. Il miglior commento rimane ancora quello dello stesso p. Arrupe nel testamento spirituale, reso noto il 3 settembre 1983, all'inizio della 33a Congregazione Generale, che avrebbe accolto le sue dimissioni, prima di eleggere il successore: «Durante questi 18 anni non ho desiderato null'altro che servire il Signore e la Chiesa con tutto il cuore. Dal primo all'ultimo momento. Ringrazio il Signore dei grandi progressi che ho visto realizzarsi nella Compagnia. Vi sono stati certamente anche dei difetti - e anzitutto i miei -, ma è un fatto che ci sono stati dei progressi notevoli: nella conversione personale, nell'apostolato, nell'attenzione ai poveri, ai rifugiati. È opportuno fare una speciale menzione dell'atteggiamento di lealtà e di obbedienza verso la Chiesa e verso il Santo Padre [...]. Ne siano rese grazie a Dio». 2. Le dimissioni Il secondo capitolo che vorrei brevemente ricostruire è quello delle dimissioni. Nell'estate del 1980, la notizia «ufficiale» dell'alt di Giovanni Paolo II a p. Arrupe, che aveva già «compiuto i primi passi in vista della sua rinuncia all'incarico di Superiore generale della Compagnia, a ragione dell'età avanzata», mi raggiunse a L'Avana, dove ero stato inviato dal Padre generale per tenere un corso di aggiornamento e gli Esercizi spirituali ai gesuiti cubani. Quando rientrai a Roma, p. Arrupe mi volle vedere, per conoscere le impressioni del viaggio a Cuba. Ebbi così con lui un lungo colloquio e colsi l'occasione per cercare di saperne di più sulla vicenda delle dimissioni. La ragione dell'età avanzata, da lui portata, mi apparve del tutto insufficiente e chiaramente «diplomatica». Infatti, p. Arrupe aveva 73 anni ma stava benissimo, era in piena forma e svolgeva un'attività intensa. Come avrebbe potuto la stragrande maggioranza dei Provinciali (78 su 83) ritenere che il solo approssimarsi dei 75 anni fosse davvero quella «grave ragione di coscienza», richiesta dalla 31a Congregazione Generale, perché il Superiore generale desse inizio alla procedura delle dimissioni? Ovviamente la causa doveva essere un'altra e di ben altro peso. Quale? Mi persuasi che all'origine della grave decisione di p. Arrupe - primo Padre generale a dimettersi in 450 anni di storia dell'Ordine - vi fossero in realtà i rapporti difficili con Giovanni Paolo II. Il solo pensiero che si potessero ripetere con lui le incomprensioni già avute con Paolo VI lo prostrava spiritualmente e lo bloccava. Così almeno mi parve, uscendo dal colloquio. Questa mia convinzione si rafforzò in seguito, quando p. Arrupe volle incontrare i gesuiti delle case romane nella sede de La Civiltà Cattolica per spiegare l'intera vicenda. Conservo gelosamente la cassetta con la registrazione di quell'incontro. Ebbene, dalla viva voce di p. Arrupe venimmo a sapere che il Papa, ricevendolo finalmente - dopo molte insistenze e solo per dieci minuti - il 18 aprile 1980, si mostrò subito contrario alle dimissioni e gli disse di soprassedere per il momento. Qualche giorno dopo, il primo maggio, il Papa gli inviò una lettera chiedendogli esplicitamente di sospendere la procedura già avviata. Il Padre Generale obbedì prontamente, ma - come risulta dalla registrazione - capì subito che con quell'atto di obbedienza si apriva per lui un periodo «buio». Come poteva essere diversamente, quando sapeva che in Vaticano aveva incontrato un certo favore la proposta di un gruppo di gesuiti spagnoli che volevano rendersi indipendenti dal resto della Compagnia? Come si sarebbe dovuto comportare, sapendo che il Papa già pensava a «commissariare» l'Ordine? Non è un segreto che in proposito anch'io sono stato interpellato dal card. Agostino Casaroli, Segretario di Stato (cfr LA BELLA G. [ed.], Pedro Arrupe. Un uomo per gli altri, cit., 941). Posso solo affermare che - per quanto allora ne seppi - non si pensò mai seriamente a un commissario non gesuita (come alcuni invece andavano dicendo); fin dall'inizio, si puntarono gli occhi su p. Paolo Dezza, nonostante la sua età avanzata. Di quel periodo «buio», durante il quale però p. Arrupe non perse mai l'abituale serenità, mi è caro ricordare un episodio di cui fui testimone oculare. Avvenne agli inizi del 1981, quando fu diffusa dalla stampa la sua lettera Sull'«analisi marxista», datata 8 dicembre 1980. Essa era indirizzata ai Provinciali della Compagnia di Gesù in America Latina e, per conoscenza, a tutti i Superiori maggiori dell'Ordine. Si trattava di un argomento allora particolarmente delicato, perché sotteso alla controversia sulla teologia della liberazione. Ciò spiega l'ansietà del Padre Generale nella situazione difficile in cui si trovava: come avrebbe reagito la Santa Sede? A La Civiltà Cattolica decidemmo di pubblicare il testo integrale della lettera. In contemporanea, esso sarebbe apparso pure sull'altra rivista dei gesuiti italiani, Aggiornamenti Sociali, diretta allora da p. Gianpaolo Salvini (cfr La Civiltà Cattolica, 1981 II 49-59; Aggiornamenti Sociali, 3 [1981] 205-216). Attendevamo quindi con una certa apprensione il via libera del Vaticano, che sarebbe dovuto venire nell'udienza quindicinale con il Segretario di Stato. Pensai frattanto che fosse mio dovere sottoporre a p. Arrupe il commento al suo testo, non firmato, che io stesso avevo preparato. Ne stavamo parlando, quando mi girarono una telefonata urgente di mons. G. Benelli, con la quale il Sostituto della Segreteria di Stato mi anticipava l'imprimatur vaticano. P. Arrupe ebbe un soprassalto di gioia, che non ho più dimenticato. In quel periodo buio, così incerto per il futuro suo e della Compagnia, l'approvazione della sua lettera sul marxismo da parte della Santa Sede ebbe per lui l'effetto di un improvviso raggio di luce nella notte. Tuttavia la situazione non si sbloccò. Anzi l'oscurità divenne più fitta, quando il 13 maggio 1981 Giovanni Paolo II cadde ferito in Piazza San Pietro. Come sarebbe andata a finire l'intera vicenda delle dimissioni? Tre mesi più tardi, il 7 agosto, un ictus immobilizzò p. Arrupe per sempre. «Le sue dimissioni, respinte dal Papa - qualcuno, ispirato, commentò -, sono state accolte da un'Istanza Superiore». Il resto è noto. Dal policlinico Gemelli Giovanni Paolo II, ancora convalescente, manifestò una bontà e una paternità straordinarie. Dopo un primo telegramma benedicente, inviato subito l'8 agosto, il Papa incaricò il Segretario di Stato, card. Casaroli, di recarsi di persona a visitare il Padre Generale, il 29 agosto, recandogli una lettera autografa molto sentita, il cui originale era stato scritto in polacco. Ascoltandola, p. Arrupe pianse. Ormai, però, urgeva una decisione. Così, il 6 ottobre 1981, il Segretario di Stato tornò da p. Arrupe con un'altra lettera autografa del Santo Padre. Dopo le espressioni iniziali sinceramente affettuose, il Papa concludeva: «La presente malattia mi ha fatto più vivamente cogliere il desiderio che Lei dall'anno passato mi aveva manifestato di presentare la rinuncia del Suo ufficio alla Congregazione Generale [...]. A tal fine, nomino mio delegato per la Compagnia di Gesù il p. Paolo Dezza». Il 31 dicembre 1981 Giovanni Paolo II si recò al capezzale dell'infermo. Fu l'ultimo incontro con p. Arrupe ancora cosciente: «Santo Padre - disse con un filo di voce - le rinnovo la mia obbedienza e l'obbedienza di tutta la Compagnia di Gesù». In queste parole c'è tutto p. Arrupe. Nel centenario della nascita me lo ricordo così. |