| |
Con questo contributo e con quello successivo del prof. Campanini si conclude il Forum sulla «forma partito» in un contesto bipolare, proposto su questa Rivista dal febbraio 2007. Un esponente del centro-destra, il prof. Del Debbio, illustra la sua posizione rispetto alla centralità della comunicazione per un rinnovamento dei partiti.
Se la comunicazione rappresenta un angolo visuale privilegiato attraverso il quale guardare alle evoluzioni della politica in senso generale, questo non è meno vero per quanto riguarda quell'aspetto specifico della politica che sono i partiti. Nel dibattito avviato su questa rivista con gli articoli dell'on. Pierluigi Castagnetti e del sen. Giorgio Tonini1 vorrei provare a offrire un contributo, partendo da questo punto: ho l'impressione, infatti, che qualsiasi argomento si tratti, oggi, in relazione alla politica, il tema della comunicazione non possa essere considerato come un qualcosa di esterno con il quale trovare, in qualche modo e in qualche misura, un rapporto. La comunicazione definisce il nostro tempo non in un senso accessorio, ma in un senso sostanziale. Come a dire che la comunicazione non è tipica del nostro tempo, ma è il nostro tempo che è reso tipico dalla comunicazione. Anche nei succitati interventi, alla fine, dopo aver analizzato il tema dei partiti sostanzialmente nei suoi aspetti costituzionali, e comunque regolamentativi, la comunicazione viene affrontata a latere, come un problema, quasi come un impiccio più che come l'orizzonte attuale nel quale collocare anche il tema dei partiti. Non è da oggi che in Italia accade questo fenomeno. Esso risale almeno al 1994 e in particolare è legato alla creazione di Forza Italia e alla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi. Da quel momento in poi la stragrande maggioranza del dibattito sul rapporto fra comunicazione e politica - parzialmente in sede scientifica, ma quasi totalmente in sede politica - è stato affrontato come se fosse una questione ad personam. In altri termini, è stato analizzato in lungo e in largo il fenomeno di Forza Italia e del suo leader come se costituisse il problema fondamentale, come se il tema della comunicazione fosse, appunto perché legato a questo fenomeno, un fatto negativo, di degenerazione della politica e non l'orizzonte naturale entro il quale collocare il ragionamento sulla politica. Con la conseguenza abbastanza strana che l'utilizzo normale della comunicazione da parte di tutti gli organi politici e, in misura maggiore o minore, di tutti i leader politici si accompagnava, sincronicamente, a una condanna dell'abuso della comunicazione e delle sue tecniche, in particolare quelle pubblicitarie, a causa dell'abuso che ne aveva fatto il «degeneratore», Silvio Berlusconi2. A mio avviso questo dibattito, oltre che essere venato di un moralismo inutile e retrogrado, non porta a nulla. Occorre cambiare schema di ragionamento e questo cambio può essere utile anche per il dibattito intorno alla «forma partito». 1. Il rapporto attuale tra politica e comunicazione Cerchiamo dunque di delineare in modo molto sintetico la situazione del rapporto tra politica e comunicazione così come oggi appare, con particolare riferimento ai temi del leader, del programma e del partito. a) La comunicazione detta l'agenda della politica Nella pratica, anche se con qualche reticenza a dichiararlo, non c'è oggi partito politico che non faccia della comunicazione uno dei suoi momenti fondamentali. Questo non vale solo per gli aspetti direttamente comunicativi, e cioè l'attività di comunicazione svolta, con vari strumenti e a vari livelli, dai singoli politici e dai singoli partiti. Basterebbe guardare l'organizzazione degli incontri, dei congressi, dei seminari, delle direzioni politiche per rendersi conto di quanto l'aspetto spettacolare sia parte integrante della manifestazione, anzi di quanto le manifestazioni stesse siano pensate a partire da preoccupazioni di tipo comunicativo, forse ancor prima che di tipo contenutistico. Ma questo non è l'unico aspetto per il quale oggi non esiste politica senza comunicazione. C'è un aspetto più profondo, direi più radicale, che consiste nell'organizzare l'agenda politica stessa in funzione della comunicazione: quindi la comunicazione giunge fino negli aspetti più direttamente programmatici e si insinua nell'elenco delle priorità dell'azione politica3. Per rimanere al caso italiano, basterebbe analizzare, negli ultimi due anni, l'atteggiamento del centro-sinistra sul tema delle tasse in relazione all'atteggiamento del centro-destra per verificare una specie di rincorsa continua in connessione al mutato clima politico generale. Durante la campagna elettorale e nei primi mesi di governo si potrebbe facilmente riscontrare una certa determinazione nell'affermare l'impossibilità di una diminuzione delle tasse nel breve periodo. Tuttavia, di fronte al mutamento di umore dell'elettorato, anche di sinistra, e alla perdita di consenso del Governo anche fra coloro che avevano votato centro-sinistra, i leader si sono affrettati a comunicare la volontà di ridurre il carico fiscale in tempi assai brevi. Questo fatto denota che siamo in presenza di una inversione radicale: la comunicazione di un contenuto di primaria importanza avviene non più secondo modalità e tempi propri dell'elaborazione dei programmi politici, ma secondo ritmi e modalità della comunicazione stessa: repentina nei tempi, radicale nei contenuti. Questo fenomeno si verifica spesso in politica: il politico enuncia più volte un programma, ma è anche altrettanto svelto a ritrattarlo nel caso in cui si alzi un muro di dissenso di fronte a lui. Ciò che caratterizza, così, la nostra stagione politica è la stretta combinazione tra contesto, contenuto, comunicazione, che pare sempre più spesso un'unità organica e difficilmente districabile. Questo - lo si può affermare con un certo grado di certezza - coinvolge praticamente tutti gli attori politici nell'Italia di oggi. b) Media logic e dibattito politico Oggi chiunque scenda nell'arena politica lo fa utilizzando un linguaggio particolarmente semplificato. Il processo di semplificazione è legato, come è noto, alla comunicazione stessa, soprattutto quella che avviene attraverso i media e in particolare la televisione. Su questo punto, con particolare riferimento alla scarsità dei tempi televisivi e all'ossessione per la chiarezza, secondo la definizione di David L. Altheide e Robert P. Snow si tratta di adattarsi alla media logic4, che consente con ragionevole grado di certezza di attirare l'attenzione da parte del pubblico: l'abbondanza dei messaggi comunicati richiede obbligatoriamente un linguaggio molto semplice, molto diretto e anche molto breve. Anche in questo caso parecchio si è scritto e parecchio si è dibattuto sull'imbarbarimento che ciò comporta nell'agone politico. La semplificazione - si è spesso detto - non aiuta a spiegare i problemi in tutta la loro profondità. Fare questo - si è ancora sostenuto - richiede tempo e non sempre un linguaggio facile, e quindi non si può pretendere di dover spiegare tutto secondo quei parametri. A mio avviso, in realtà è avvenuto il contrario: la semplificazione imposta dal linguaggio televisivo ha portato a una certa semplificazione anche del discorso politico, che è stato tratto fuori dalle paludi bizantine di un dibattito fumoso, poco significante e molto lontano dai cosiddetti «problemi reali della gente». I dibattiti tra i leader delle due coalizioni durante le campagne elettorali sono figli di questa nuova era del rapporto tra politica e comunicazione5. La semplificazione inoltre può essere anche un espediente comodo per il politico durante la campagna elettorale. Questi può promettere cose chiare e ben definite esponendole in modo molto semplice e inequivocabile. L'elettore percepisce così con immediatezza il contenuto programmatico che il politico vuole trasmettere. Naturalmente questo in seguito può trasformarsi in un'arma a doppio taglio, perché l'elettore potrà verificare, con la stessa semplicità con cui ha percepito il messaggio, se la promessa elettorale è stata mantenuta o no. Dunque, la semplificazione in realtà pone il politico di fronte alle proprie responsabilità in modo forse maggiore che una modalità comunicativa più fumosa e incerta o - diciamolo pure - più prudente. c) L'uso del linguaggio pubblicitario Si assiste da anni a un vero e proprio avvicinamento dei messaggi dei leader dei partiti al linguaggio pubblicitario, con le relative strategie comunicative. Il messaggio politico deve essere il più persuasivo possibile per indurre al voto, così come fa la pubblicità commerciale per convincere all'acquisto del prodotto pubblicizzato. Si è sostenuto che questo avrebbe allontanato la politica dai problemi reali dei cittadini, creando un mondo artificiale, doppio nei confronti del mondo reale. Anche in questo caso credo che sia avvenuto il contrario. La comunicazione, anche quando utilizza strumenti onirici, immaginifici, fantasmagorici, nel caso in cui sia legata a un «prodotto» reale (ed è così nella stragrande maggioranza dei casi), deve, prima o poi, più o meno, fare i conti con la realtà. Infatti, come la pubblicità commerciale promuove un prodotto che poi i consumatori utilizzeranno verificandone le qualità annunciate e promesse, così in politica gli elettori verificheranno ben presto l'attendibilità dei messaggi a forte carica emotiva loro indirizzati durante le campagne elettorali. 2. Il ruolo dei partiti nell'era della comunicazione politica Come sostenevo all'inizio, si tratta di una questione che deve essere affrontata in tutta la sua radicalità. Infatti, al di sotto della diversità dei giudizi nei confronti della comunicazione da parte del centro-destra e del centro-sinistra - diversità spesso condizionata dal dibattito sul fenomeno Forza Italia-Silvio Berlusconi -, c'è nei fatti un comportamento tutto sommato omogeneo da parte dei membri e dei leader delle due coalizioni. Tra le funzioni fondamentali dei partiti politici occidentali, vi è quella detta di gate keeping, cioè la funzione di far passare i cittadini attraverso la porta del «palazzo» perché essi possano rappresentare, al suo interno, i loro interessi e i loro bisogni. A questa funzione fondamentale durante tutta la storia della politica occidentale si aggiunge quella di elaborare proposte politiche tali da poter formulare una sintesi, per ciascun partito prima e per ogni coalizione poi, della molteplicità delle domande che pongono i potenziali elettori, vale a dire i cittadini di riferimento di ogni partito politico. C'è poi una funzione derivata da quest'ultima, quella di aggiornare costantemente questa proposta politica in relazione alle variazioni di contesto politico, sociale, culturale o economico6. a) Il partito faro Come ci insegnano le scienze dei media, una maggiore quantità di informazione non significa, automaticamente, maggiore consapevolezza e capacità di discernimento da parte dei destinatari. Questo avviene naturalmente anche in ambito politico: l'intensificazione della comunicazione politica non vuol dire una intensificazione della capacità critica dei cittadini e ancora meno comporta una maggiore conoscenza delle questioni politiche. A chi, se non ai partiti, può essere demandato il compito di rappresentare per i cittadini un faro orientatore nell'agone politico che, in certi periodi, si trasforma in una vera e propria Babele? In questo senso sui partiti dell'era della comunicazione ricade una grande responsabilità nei confronti dei cittadini e degli elettori: quella di fornire orientamento nel mare magnum della comunicazione politica. Ovviamente il senso di disorientamento non interessa solo il mondo della politica. Nel tempo della globalizzazione esso può verificarsi in molte altre circostanze, basti pensare al mondo economico-finanziario. In questi casi, gli attori della sfera economica e soprattutto di quella finanziaria, consci di questo disorientamento, hanno predisposto figure di riferimento molto personalizzate, per esempio i consulenti finanziari, che accompagnano il consumatore nell'intricato mondo della finanza nazionale e internazionale. Certamente il partito può attuare questo compito attraverso la comunicazione (può, cioè, costituirsi come un punto di riferimento attraverso gli strumenti della comunicazione), ma il problema è che tende a farlo solo nei periodi elettorali, lasciando scoperto tutto il resto del tempo e lasciando gli elettori e i cittadini soli in rapporto con la comunicazione in generale, senza una comunicazione predisposta per loro. Usando termini cari al filosofo Ernst Bloch7, potremmo dire che alla «corrente calda» della comunicazione del periodo elettorale, caratterizzata da un dispendio notevole di mezzi e da un utilizzo quotidiano da parte dei leader, segue poi, dal punto di vista comunicativo, una sorta di «corrente fredda» caratterizzata da una presenza inferiore, talora quasi azzerata, della comunicazione da parte dei partiti e anche dei leader, ad eccezione di quella classica della dialettica Governo-opposizione. È un vuoto che i partiti debbono colmare e pare di poter inscrivere questo tra i loro doveri nei confronti dei cittadini, e in particolare di quelli che hanno votato per loro. b) Il partito recettore/informatore Un partito non può svolgere completamente il ruolo di faro orientatore se non facendosi prima partito recettore/informatore. A che cosa ricorrono oggi i partiti per avere il polso della situazione e capire dove si stanno orientando i cittadini in termini di consenso e di dissenso? Certamente i sondaggi e le indagini demoscopiche approfondite sono all'ordine del giorno, ormai, nella vita quotidiana di tutti i partiti. Anche quelli che godono di un maggiore radicamento territoriale privilegiano la ricerca demoscopica, magari focalizzata sulla propria base elettorale, rispetto ad altre forme di indagine. Sicuramente le analisi demoscopiche sono strumenti importanti che hanno favorito e favoriscono una maggiore adesione dei partiti alla realtà sociale, economica e culturale del Paese. Sono strumenti che vanno raffinandosi e permettono, anche prima e indipendentemente dal loro uso mediatico, di crearsi una consapevolezza delle linee di tendenza del Paese. Ma questo non basta. Il sondaggio commissionato dal partito non esaurisce, a mio parere, i suoi doveri nei confronti dei cittadini in generale e dei propri aderenti in particolare. Si potrebbero ipotizzare forme di coinvolgimento diretto della base politica in sedi fisiche e non solo attraverso strumenti di tipo tecnologico. Si potrebbero pensare punti di ricezione dei bisogni e degli interessi e luoghi di discussione, delle specie di agorà interne al partito, almeno a livello provinciale, dove alla funzione ricettiva si unisse periodicamente quella informativa da parte del partito stesso. La funzione informativa potrebbe sostanzialmente mirare a un triplice obiettivo: fornire informazioni sullo scenario (ad esempio lo stato reale dell'economia); fornire informazioni sui programmi del partito, che si trovi al Governo come all'opposizione; nel caso in cui il partito si trovi all'opposizione, fornire informazioni sulle proposte e sui provvedimenti del Governo in carica. È convinzione ormai condivisa da molti che un'informazione sui provvedimenti del Governo precisa, sintetica e che ricorra a un linguaggio semplice interessi molto ai cittadini e che essa, anche oggi, possa essere trasmessa con maggiore efficacia attraverso lo strumento della comunicazione diretta (un oratore reale di fronte a un pubblico reale) che non attraverso una comunicazione di tipo mediatico. La funzione di gate keeping, della quale abbiamo parlato poco sopra, potrebbe essere svolta in queste sedi con ragionevole certezza di risultati di partecipazione piuttosto interessanti. c) Il partito cassa di risonanza La comunicazione in sedi ristrette, ad esempio le sedi dei partiti, non diminuisce l'importanza delle manifestazioni pubbliche, nelle quali i partiti si trasformano in cassa di risonanza non solo dei propri programmi, delle proprie idee, delle proprie opinioni, ma anche della insoddisfazione e dei bisogni/interessi dei cittadini. Se avvenissero all'interno di questo lavoro di coinvolgimento della base, le manifestazioni pubbliche da parte dei partiti potrebbero avere un'importanza e una funzione di partecipazione piuttosto rilevanti. Potrebbero, in altre parole, provvedere ad alimentare periodicamente quella «corrente calda» che altrimenti è destinata a raffreddarsi piuttosto velocemente e a provocare una reazione di disaffezione nei confronti del partito stesso e, di conseguenza, nei confronti della politica globalmente intesa. Se tale corrente non è continuamente alimentata, il partito, che si anima durante la campagna elettorale e che raggiunge livelli di comunicazione notevoli, da un punto di vista sia quantitativo sia - ormai - qualitativo, può trovare in questa comunicazione elettorale la peggiore nemica della fidelizzazione dei suoi elettori. E comunque, indipendentemente da queste considerazioni attinenti alle dinamiche della comunicazione stessa, mi pare che si possa scorgere in questa attività di alimentazione della «corrente calda» un dovere da parte di partiti, al pari di quelli sopra descritti. d) Ri-territorializzazione dell'immaginario politico Nel passato i partiti godevano di un radicamento territoriale piuttosto esteso: basti pensare alle cellule dell'allora Partito Comunista o alle sezioni degli altri partiti. Con la progressiva «mediatizzazione» della comunicazione politica questo radicamento territoriale è divenuto man mano sempre più esiguo. Potremmo dire che si è preferito volgersi verso un radicamento della comunicazione politica all'interno dell'immaginario della gente piuttosto che verso il radicamento territoriale. Non c'è dubbio che il radicamento all'interno delle coscienze sia più forte di un radicamento territoriale, talora piuttosto burocratizzato, legato a equilibri di forza all'interno dei partiti fino alla famosa degenerazione della «lunga stagione delle tessere». Mi pare che sia arrivato il tempo, dopo gli ondeggiamenti del pendolo della politica tra territorio da una parte e immaginario dall'altra, di ritrovare un equilibrio tra le due componenti; dicendo «ri-territorializzazione dell'immaginario» non mi riferisco a passi indietro da compiere nella tendenza a privilegiare la comunicazione. La comunicazione è ormai un dato di fatto dal quale non si torna indietro, almeno al momento attuale. Ma occorre che corrisponda al tipo di comunicazione attualmente prevalente una comunicazione territorialmente basata, di cui abbiamo tentato di dare alcuni esempi sopra. In altri termini, un cittadino che potesse ritrovare sul suo territorio un luogo dove verificare direttamente e personalmente ciò che viene comunicato e crearsi, così, degli strumenti di «coscienza critica», forse potrebbe essere più motivato e percepire la politica nel suo complesso come più vicina a lui e, contemporaneamente, più lontana nei suoi aspetti degenerativi e, in definitiva, più negativi. 3. La leadership e la comunicazione Chiunque può comunicare, naturalmente con risultati qualitativi e quantitativi diversi. Per quanto riguarda la politica tutto questo è importante perché il risultato in termini di consenso è legato alla comunicazione. Ovviamente la leadership silega in modo molto stretto alla comunicazione e, anzi, si salda ad essa in modo tale da non poterne essere facilmente distinguibile. Il processo di personalizzazione della battaglia politica lo sta dimostrando in modo chiaro. Scrive il sociologo Luciano Cavalli: «I partiti vecchia maniera volentieri condannano la personalizzazione della leadership di governo. La esorcizzano. Spesso affermando che è un fenomeno non propriamente democratico, e "di destra". Perché insidia il loro dominio assoluto, realizzato nel "regime dei partiti". Nonostante gli anatemi, però, la tendenza verso la personalizzazione avanza, in Italia e nel resto dell'Occidente [...]. Si manifesta in due modi. Come concentrazione del potere nel ruolo del capo dell'esecutivo (che può coincidere con quello di capo dello Stato). E come fiducia di massa, espressa nella scelta e nel sostegno a chi ricopre quel ruolo»8. Questo secondo aspetto indicato da Cavalli è quello che attiene in maniera forte al rapporto leader-comunicazione. La fiducia di massa in un leader e nella sua capacità di fare sintesi dei bisogni, degli interessi e dei desideri di una parte dei cittadini è frutto della capacità del leader stesso, a livello di elaborazione prima, e di comunicazione poi. La leadership «si esplica oltre il confine dell'ordinario e del quotidiano, delle situazioni statiche e delle soluzioni tradizionali, per le quali può valere il concetto di management e non di leadership. È provocata da situazioni nuove che richiedono risposte nuove ed è esaltata dalla crisi. Può certamente avvalersi di strumenti istituzionali, cioè di poteri inerenti a un ufficio: ma si dimostra specificamente nell'uso creativo di quei poteri e di altre risorse personali e sociali, quali sono tipicamente l'ascendente personale da un lato e dall'altro le strutture e gli strumenti della comunicazione sociale»9. Dunque la comunicazione è il luogo di creazione e sviluppo della leadership e questo si spiega anche se si vanno a indagare le ragioni per le quali si è avviato il processo della personalizzazione, che non sembra arrestabile almeno in un prossimo futuro. «Le scienze dell'uomo e della società - scrive ancora Cavalli - hanno messo in evidenza cause vicine, lontane e profonde di questo fenomeno. Antropologiche: la storia testimonia di un antico bisogno di personalizzazione. Sociologiche: la crisi delle classi sociali e delle comunità locali che erano alla base del soggetto collettivo partito. Culturali: la crisi delle ideologie connesse alle strutture sociologiche di cui si è appena detto. In sintesi: la "individualizzazione" di massa. Ma la personalizzazione corrisponde in primo luogo a esigenze politiche del nostro tempo, caratterizzato da rapidi e insidiosi processi di mutamento in un contesto globalizzato»10. Questo processo ha dunque origini profonde nelle mutate condizioni della nostra società e nel crescente ruolo primario della comunicazione nella stessa. Si ha talora l'impressione che, invece di tentare di capire i mutamenti del contesto, ci si attardi a riproporre volontaristicamente - e quindi con scarse possibilità di riuscita - un contesto che non c'è più, un contesto dove la realtà del partito classico poteva prosperare perché basato su ideologie forti e su una comunicazione affidata al «territorio» più che ai mezzi di comunicazione sociale. Quando ho parlato di «ri-territorializzazione dell'immaginario» ho voluto riferirmi alla possibilità - questa vera, secondo me - di un ri-aggancio della comunicazione ai partiti attraverso realtà territoriali trasformate in relazione al tempo che viviamo, per renderle effettivamente efficienti nei loro compiti di gate keeping, di rappresentanza. In questo contesto anche la figura del leader, da una parte potrebbe assumere maggiore valore perché si avvicinerebbe ancora di più ai singoli nei rispettivi territori, dall'altra farebbe sentire i cittadini ancora più vicini e soprattutto più rappresentati dalla figura carismatica di riferimento. 4. A mo' di conclusione Se - come ho tentato di indicare - la comunicazione ha un ruolo centrale e difficilmente eliminabile nel nostro tempo, addirittura tanto da definirlo, allora difficilmente la politica può sfuggire al dovere di comunicare. Perché dico «il dovere»? Perché la politica deve passare attraverso gli strumenti del proprio tempo, altrimenti rifugge dal contesto per rifugiarsi in ambienti inesistenti ma nostalgicamente forti. Dunque più che fuggire la comunicazione, e più ancora che criticarla radicalmente per i suoi effetti degenerativi, occorre praticarla nel modo più rispondente al mantenimento della funzione di gate keeping dei partiti. Ho identificato questo percorso nella ri-territorializzazione del partito: questo significherebbe un ulteriore aggancio della comunicazione al territorio e dunque ai cittadini che vi abitano nella loro quotidianità. Ho individuato in questo processo anche un luogo dove la stessa figura del leader potrebbe utilmente usare questo circolo virtuoso tra comunicazione e territorio ai fini di una ulteriore legittimazione di se stesso e anche a favore dello sviluppo del sentimento di partecipazione attiva dei cittadini alla vicenda politica. Non si tratta di poco: è l'indicazione di un tragitto che richiede molto impegno e molta convinzione e che potrebbe completare il rapporto tra politica e comunicazione o, almeno, avviarsi a farlo. NOTE 1 Cfr CASTAGNETTI P., «Quale "forma partito" per l'alternanza? La sfida della democrazia interna», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2007) 415-424; TONINI G., «La leadership democratica in un partito pluralista», in Aggiornamenti Sociali, 6 (2007) 95-105. 2 Sul rapporto tra politica e media, con particolare riferimento al fenomeno di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, appare interessante «Il Grande Comunicatore. Dieci anni di Berlusconi sulla ribalta politica», numero speciale della rivista Comunicazione Politica, 1 (2004). 3 Cfr AA.VV., «L'informazione al potere? Politica, giornalismo e società dello spettacolo», in Ideazione, 5 (2003) 23-66. 4 Cfr ALTHEIDE D. L. - SNOW R. P., Media Logic, Sage, Beverly Hills-London, 1979. Per le critiche all'adattamento alla media logic si possono utilmente vedere SARTORI G., Homo videns, Laterza, Roma-Bari 1997 (dove l'A. si scaglia contro la banalizzazione dell'arena politica dovuta al fatto che si riduce tutto alla logica dell'homo videns); BAUDRILLARD J., Il delitto perfetto, Cortina, Milano 1996 (in cui dove l'A. teorizza una vera e propria «uccisione» della realtà da parte della televisione). 5 Cfr MAZZOLENI G., La comunicazione politica, il Mulino, Bologna 1998. 6 Cfr DELLA PORTA D., I partiti politici, il Mulino, Bologna 2001, 15-17. 7 Cfr BLOCH E., Il principio speranza, Garzanti, Milano 1994. 8 CAVALLI L., «Leader versus coalizione di partiti», in Ideazione, 4 (2004) 34. 9 CAVALLI L., «Leadership», in Enciclopedia delle Scienze Sociali, UTET, Torino 1981, vol. IV, 201. 10 CAVALLI L., «Leader versus coalizione di partiti», cit.
|