Forum - settembre-ottobre 2007

Il Partito Democratico: un partito di centro?

Lino Prenna
Coordinatore nazionale dell'associazione Agire Politicamente *

 
Dopo il contributo del prof. Enrico De Mita nelle pagine immediatamente precedenti, il dibattito sulla nascita del Partito Democratico e sul ruolo al suo interno dei cattolici democratici si arricchisce dell'intervento di Lino Prenna, coordinatore nazionale dell'associazione Agire Politicamente. Nelle pagine che seguono egli intende soprattutto rispondere alle perplessità sollevate su Aggiornamenti Sociali dal prof. Alberto Monticone (7-8 [2007], 495-499).

In un articolo pubblicato sul precedente numero di questa Rivista, il prof. Alberto Monticone1, con felice e provocatoria formulazione, sostiene che il Partito Democratico (PD) è «un partito di sinistra che guarda al centro». Starebbe qui il suo percorso involutivo e miope rispetto a quanto con lungimiranza Alcide De Gasperi pensava della Democrazia Cristiana: «un partito di centro che guarda a sinistra». Pertanto, Monticone si chiede se un partito di sinistra aperto al centro corrisponda davvero «alle aspirazioni di quanti, minoranza nel Paese, credono comunque che allo sviluppo civile e democratico possa contribuire una politica di ispirazione cristiana»2. In altre parole, si tratta di sapere se il PD sia la via più adatta per rendere politicamente rilevante il contributo dei cattolici alla riforma e alla crescita della nostra fragile democrazia.

1. Quercia e Margherita, competitive al centro
L'interrogativo sollevato da Monticone merita attenzione e, possibilmente - accanto alla sua rispettabile e meditata posizione, densa di negative perplessità -, qualche risposta, poiché riguarda la natura del nuovo partito e la sua collocazione nell'arco delle forze politiche. Naturalmente non è una questione di dislocazione geometrica, ma di progettazione culturale. E, prima di tutti, devono rispondere i due partiti che, nell'aprile scorso, nelle loro sedi congressuali, hanno deciso di dar vita al nuovo soggetto unitario. Ora, appare evidente che già da alcuni anni la Quercia e la Margherita siano competitive al centro e che si contendano lo stesso bacino elettorale, convinte che la stagione politica postdemocristiana e postcomunista proceda sotto il segno del moderatismo.
Alcuni anni fa, fu lo stesso D'Alema a dire che il suo è un partito socialdemocratico che va verso il centro. Dunque, i Democratici di Sinistra sono i primi responsabili, del resto consapevoli, di questo scivolamento al centro, che ha stemperato, metaforicamente e realmente, il rosso acceso della loro grande tradizione culturale, lasciando all'altra sinistra - quella che approssimativamente viene chiamata radicale e antagonista e che Prodi, inopportunamente, ha chiamato popolare - la gestione completa della «questione operaia», che solo l'illusoria miopia di una visione neoliberista, che ha, questa sì, contaminato il miglior patrimonio politico del nostro Paese, può ritenere risolta. Per questo inaridimento delle radici tradizionali, alcuni rami della Quercia (Mussi, Angius, ecc.) si sono staccati per piantarsi in terreno di più sicuro radicamento. Inoltre, il riposizionamento della Quercia in una moderna ma solida sinistra democratica, quasi una riappropriazione della tradizione troppo frettolosamente abbandonata, è reso urgente dalla costituzione in atto della «cosa rossa», che ambisce a unire e a rappresentare tutta la sinistra.
Una risposta dovrebbe darla anche la Margherita. Purtroppo, come molti hanno notato, anche se i dirigenti non ne avvertono la responsabilità, il partito non è riuscito a darsi un progetto politico, di rielaborazione alta e unitaria delle culture di provenienza. È prevalsa, in una gestione pragmatica delle cose, la visione liberale, forse liberista, della democrazia, del resto enunciata nel logo «Democrazia è Libertà», e sono ricorrenti le tentazioni centriste e le ipotesi di alleanze con i «centrini» vari, da Casini a Mastella. Inoltre, la deriva clericale, accentuata dalla segreteria del partito con alcune candidature alle ultime elezioni politiche suggerite dalla presidenza della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e resa visibile dalla nascita della corrente «teodem», ha messo in difficoltà l'area popolare, la componente «laica» e prodiana del partito stesso, che, comunque, sono maggioranza.
Sicché, paradossalmente, la convivenza della Quercia e della Margherita nel PD è minacciata non dalle loro diversità ma dalla loro omologazione al centro, dalla tendenza a occupare, nella casa dei riformisti, le stesse stanze. Così, starebbe per nascere un partito di centro che, con la «cosa rossa», costituirebbe una nuova coalizione di centro-sinistra.
Il PD non può essere un partito di centro, né il «partito dei moderati», come qualcuno lo va definendo, quasi con la preoccupazione di rassicurare i vertici ecclesiastici, la cosiddetta classe media e quella parte del mondo cattolico ancora ferma all'anticomunismo. Comunque, i cattolici democratici non sarebbero interessati a una simile formazione. È vero, la politica e il nostro stesso Paese hanno bisogno di moderazione. Ma - come altre volte abbiamo detto - moderato deve essere il metodo, mentre forti ed estreme vanno sostenute le ragioni fondative della politica. La mitezza di cui avvertiamo nostalgia riguarda i modi dell'agire politico e richiama tutti ad abbassare i toni del confronto, riportando la politica all'esercizio virtuoso della mediazione: è la mediazione la virtù della moderazione, che tempera gli interessi particolari nella ricerca dell'interesse generale, che la tradizione cattolico-democratica chiama «bene comune».

2. Un'opportunità per i cattolici democratici
Nella parte conclusiva del suo articolo, Monticone individua e spiega «due ragioni per le quali il PD, quale si va configurando in questa fase preparatoria, non si presenta come una forza politica atta ad offrire ai cattolici un luogo opportuno per il loro impegno politico. La prima è di natura culturale, la seconda di natura politica»3.
La ragione culturale sta nel fatto che il nuovo partito non appare fondato su un'antropologia nella quale possa ritrovarsi l'umanesimo integrale del personalismo comunitario. È vero, non è ancora visibile il fondamento antropologico nel quale intende incardinare il suo progetto politico. Ma il percorso costituente è appena iniziato e al cantiere aperto della nuova formazione non c'è il divieto di accesso. Il cattolicesimo democratico, nelle due maggiori declinazioni, quella popolare e quella cristiano-sociale, ha dichiarato di voler collaborare, in posizione non subalterna ma protagonista, alla costruzione della casa dei riformisti.
Nel discorso di apertura della «Tre giorni» di Chianciano, a fine settembre 2006, l'on. Pierluigi Castagnetti poneva la questione con chiara semplicità: «vogliamo che la tradizione culturale del cattolicesimo democratico sia assunta esplicitamente - alla pari di quella socialdemocratica e di quella liberaldemocratica - come cultura di riferimento del nuovo partito». Castagnetti stesso, nel ricordare che il cattolicesimo democratico non è un catalogo di valori né la memoria di cose passate, affermava che è «un modo di concepire la democrazia e di illuminarla, di arricchirla dell'originale tradizione umanistica e personalista cristiana»4. Dunque, il PD potrà costruire il suo progetto politico anche sulla visione integrale del personalismo di ispirazione cristiana se i cattolici democratici vi entreranno per fare della loro cultura un tratto costitutivo dell'identità plurale della nuova formazione.
Negli stessi giorni del convegno di Chianciano, i Cristiano Sociali, riunitisi ad Assisi, si proponevano - nelle parole della relazione introduttiva e delle conclusioni del coordinatore nazionale on. Mimmo Lucà - come «protagonisti nella costruzione del nuovo soggetto unitario». «Io non credo - sosteneva Lucà - che la prospettiva del partito dell'Ulivo deprimerà il protagonismo dei cattolici democratici. È anzi la condizione che può favorire una forte ripresa sia sul versante della laicità cristiana sia su quello dell'incidenza politica»5.
Dunque, il PD è un'opportunità che i cattolici democratici devono saper cogliere per sviluppare la fondamentale attitudine dialogica della loro cultura, che lo statuto di laicità, al quale legano il loro agire politico, regola e garantisce. Come ha rilevato più volte l'on. Dario Franceschini, per i cattolici democratici crescono le possibilità ma anche le responsabilità6: è la responsabilità di sottrarre la propria identità all'irrilevanza e confrontarla con le altre culture di provenienza e fare delle altrui diversità un'occasione d'incontro in una sintesi culturale che esalti le identità originarie nell'identità comune. Del resto, è la diversità la condizione di ogni aggregazione, che rende associa individualità diverse, sottraendole al perimetro del loro profilo identitario.
La seconda ragione di «inopportunità del PD per i cattolici democratici»7, individuata da Monticone nel già citato articolo, sta proprio nel pericolo di diaspora interna che essi corrono; essi - vi si sostiene - si troverebbero di fronte a un dilemma di non facile soluzione: operare come singoli quale lievito nella pasta o formare una corrente nel partito? Mi permetto di proporre una terza possibilità: quella di comporre unitariamente, nel nuovo partito, le varie declinazioni del cattolicesimo democratico, con un'identità culturale dotata di rilevanza politica. È questa, del resto, l'ipotesi sostenuta dall'associazione Agire Politicamente sin dalla nascita dell'Ulivo. Nel documento preparatorio della 3ª Assemblea congressuale dell'associazione (7 dicembre 2002) scrivevamo tra l'altro: «si tratta di prendere atto dell'impossibilità e dell'inopportunità di riportare il cattolicesimo politico ad un'organizzazione unitaria e, nello stesso tempo, di ritenere possibile e opportuno organizzare in modo unitario le tante espressioni del cattolicesimo democratico, cioè del filone progressista del cattolicesimo politico». All'organizzazione unitaria del cattolicesimo democratico ha lavorato, in questi anni, pur con i suoi limiti, Agire Politicamente, proponendo anche, in fedeltà alle sue ragioni fondative, la costituzione di un coordinamento di cattolici democratici: una proposta della quale la nascita del PD sollecita un'urgente attuazione.

NOTE
   * Agire Politicamente, fondata nel 1998, è un'associazione che si costituisce come «coordinamento di cattolici democratici finalizzato a promuovere una cittadinanza attiva dei cristiani e a coordinare l'impegno di quanti, nell'esercizio della carità culturale e politica, intendono ispirarsi alla tradizione ideale e storica del cattolicesimo democratico». Essa «si propone di mantenere viva in Italia la migliore tradizione del movimento cattolico e del suo forte impegno per la giustizia sociale, per l'eguaglianza e per l'affermazione dei valori fondamentali della persona». Per maggiori informazioni cfr il sito dell'associazione www. cattolicidemocratici.it.
   Note e neretti sono a cura della Redazione.
   1 MONTICONE A., «Partito Democratico: un partito di sinistra che guarda al centro», in Aggiornamenti Sociali, 7-8 (2007) 495-499.
   2 Ivi, 499.
   3 Ivi.
   4 CASTAGNETTI P., Verso il Partito Democratico, discorso all'apertura dei lavori dell'assemblea di Chianciano (29 settembre 2006), in <www.pierluigicastagnetti.it/2006/09/i-cattolici-democratici-e-il-nuovo-partito>.
   5 Cfr «Partito dell'Ulivo. Cantiere aperto. Un nuovo soggetto per una buona politica», Atti del 4° Convegno Nazionale di Studi (Assisi, 30 settembre - 1° ottobre 2006), in Cristiano Sociali News, 2 (2007).
   6 Cfr, ad esempio, SARDO C., «Per i cattolici il PD è la grande occasione», Intervista a Dario Franceschini, in Il Mattino, 30 giugno 2007.
   7 MONTICONE A., «Partito Democratico: un partito di sinistra che guarda al centro», cit., 499.