Editoriale - settembre-ottobre 2007

Chiesa italiana: una «nuova tappa»?

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

La pubblicazione, il 29 giugno 2007, della Nota pastorale dell'Episcopato italiano con le conclusioni del IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona - «"Rigenerati per una speranza viva" (1 Pt 1, 3): Testimoni del grande "sì" di Dio all'uomo» -, offre l'occasione di riflettere sul cammino della Chiesa italiana. È una riflessione che faremo - come raccomanda Benedetto XVI - non con l'atteggiamento «di chi se ne interessa per una semplice curiosità, magari andando in cerca del sensazionale e dello scandalistico a ogni costo», ma con «l'atteggiamento pieno d'amore e aperto al mistero di chi sa - per fede - di poter rintracciare nella storia della Chiesa i segni dell'amore di Dio e le grandi opere della salvezza da lui compiute» (Udienza del mercoledì, 13 giugno 2007).
Mons. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), presentando la Nota dei vescovi, dice che va letta «in coerenza e continuità con gli orientamenti pastorali per il decennio [2000-2010] Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia»; i quali ovviamente vanno aggiornati, dopo i mutamenti degli ultimi anni e dopo che un papa teologo ha preso il posto di un papa pastore. Infatti, il passaggio del testimone da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI non può non avere un grande influsso soprattutto sulla Chiesa italiana, di cui il Vescovo di Roma è Primate. Lo rilevava il Papa stesso nel suo discorso di Verona (19 ottobre 2006), sottolineando che il IV Convegno ecclesiale nazionale, celebrandosi all'inizio del pontificato, apriva una «nuova tappa del cammino di attuazione del Vaticano II».
Dunque, la recente Nota pastorale dell'Episcopato è importante per comprendere gli orientamenti «aggiornati» della CEI per i prossimi anni. Perciò, 1) dopo un breve cenno alle tappe precedenti, 2) presenteremo le «scelte di Verona», destinate ad aprire una «nuova tappa» nel cammino postconciliare della Chiesa italiana.

1. Quarant'anni di cammino
Questo percorso, pur nella sostanziale continuità, non è stato sempre lineare. Paolo VI (1963-1978) comprese che la fine della «cristianità», iniziata in Occidente con il processo di secolarizzazione, era un fenomeno culturale irreversibile e avrebbe ridotto i cattolici in minoranza anche nei Paesi di antica evangelizzazione come il nostro. Fu lui per primo, perciò, a insistere sulla necessità di ricominciare dal primato di Dio e della fede, dal rinnovamento della comunità cristiana e da una nuova evangelizzazione. Per questo, vincendo la tradizionale diffidenza di parte della Chiesa, Papa Montini non esitò - sulle orme del Concilio - a incrementare il dialogo con la modernità, riconoscendo alla cultura laica il merito di aver generato la democrazia e di aver affermato e difeso la libertà e i diritti umani. Nello stesso tempo, però, combatté con forza la concezione laicista delle libertà individuali, convinto che, diffondendosi, la concezione neoliberista della vita avrebbe soffocato le esigenze dell'etica, della solidarietà e della giustizia. Perciò Paolo VI stimolò la Chiesa italiana ad affrontare in modo nuovo il rapporto tra fede e storia, tra Chiesa e Stato, tra cattolici e politica. La «scelta religiosa» fu il frutto maturo di quella «cultura della mediazione», che egli indicò come il metodo più appropriato alla nuova evangelizzazione. Sennonché la contestazione ideologica, il dissenso ecclesiale e la crisi dell'associazionismo cattolico misero a dura prova dall'interno la comunione ecclesiale e riacutizzarono lo scontro tra le due anime mai sopite del «mondo cattolico»: cioè, tra quanti mettono l'accento sulla formazione spirituale e culturale e quanti invece, senza negare il primato della vita interiore, insistono più sull'impegno storico, sociale e politico. Paolo VI soffrì molto per le lacerazioni causate dal «dissenso» (disobbedienza delle comunità di base, ingresso di noti politici cattolici come indipendenti nelle file del Partito Comunista, «cattolici del no» nel referendum sul divorzio, «scelta socialista» delle ACLI): fu questa - egli disse - la «corona di spine» del suo pontificato. L'ultima grande delusione gli venne dal tentativo fallito di salvare la vita ad Aldo Moro. Poco dopo, questo grande Papa moriva con nel cuore l'angoscia che il postconcilio gli fosse sfuggito di mano.
Karol Wojtyla (1978-2005) porta sul soglio pontificio una sensibilità culturale diversa: non si rassegna alla crisi del mondo cattolico e al dilagare della secolarizzazione in una nazione come l'Italia, sede del successore di Pietro. Perciò, dalla «mediazione» sposta l'accento sulla «presenza»; si dà da fare per restituire visibilità alla Chiesa con il suo pontificato itinerante, mobilitando dappertutto grandi masse di fedeli; non condivide la visione ottimistica della modernità del suo predecessore (e del Concilio): alla crisi di valori della cultura postmoderna oppone lo «splendore della verità»; di fronte alle nuove sfide della bioetica e della manipolazione genetica, all'iniqua distribuzione delle risorse mondiali e a una globalizzazione senza solidarietà, rivendica l'esistenza di principi e di valori etici assoluti, che a nessuno è lecito trasgredire; reagisce quindi all'erronea interpretazione in senso spiritualistico che alcuni avevano dato della «scelta religiosa» di Paolo VI ed esorta la Chiesa italiana a farsi presente come «forza sociale», a far valere le proprie ragioni di fronte allo Stato, mentre richiama i cattolici ad agire uniti nella vita civile e politica.
Totalmente dedito alla sua grandiosa opera di promozione della fede a livello mondiale, Papa Wojtyla delega di fatto il governo pastorale della Chiesa italiana al Presidente della CEI e Vicario per la diocesi di Roma. Il card. Ruini, da un lato, punta a una solida organizzazione centralizzata della Chiesa italiana, e, dall'altro, tenta di rianimare una presenza tendenzialmente unitaria sul piano culturale, mirando a una diversa forma di leadership cattolica nel Paese, dopo la fine di quella politica. Al card. Ruini va il merito di aver condotto la Chiesa italiana a prendere coscienza delle gravi sfide che la «questione antropologica» pone all'evangelizzazione e alla società; tuttavia la concentrazione del potere per così lungo tempo (circa un ventennio) nelle mani di una sola persona ha prodotto inevitabilmente un'attenuazione dello spirito collegiale e dell'autonomia delle Chiese locali, non ha favorito la crescita di un laicato maturo e responsabile, ha finito col dare un crescente sapore politico agli interventi pubblici della Gerarchia, offrendo al laicismo nostrano l'occasione di riattizzare un clima di scontro tra Stato e Chiesa che si pensava superato per sempre dopo l'abbattimento degli «storici steccati», come li definì De Gasperi.
Così, paradossalmente, il grande pontificato di Giovanni Paolo II lasciava dietro di sé un clima perturbato nella Chiesa italiana, con il quale ha dovuto subito confrontarsi il nuovo Presidente della CEI, mons. Angelo Bagnasco. Ecco perché, nella difficile situazione presente, le conclusioni del Convegno di Verona assumono un rilievo particolare. Infatti sarebbe grave se, di fronte alle difficoltà, la Chiesa si ripiegasse su di sé, si chiudesse a riccio sulla difensiva. Perciò lascia perplessi il fatto che il Documento Preparatorio della prossima Settimana Sociale suggerisca ai cattolici di costruire «reti di sicurezza» per tutelarsi contro l'emarginazione pubblica di cui sarebbero oggetto in Italia (cfr n. 32).
Qualora ciò dovesse accadere, sarebbe difficile spiegare al Paese che la battaglia in favore della famiglia, della vita e di altri valori fondamentali della persona e della società non è una difesa di interessi confessionali, ma una battaglia laica e di civiltà, collegata all'impegno comune per altri grandi temi di etica pubblica, come la pace, la convivenza civile, la lotta alla corruzione, la legalità, la lotta contro la fame e le nuove povertà. Sono campagne che vanno combattute insieme, tutti uniti, credenti e non credenti, alla ricerca di possibili soluzioni comuni, in un clima non di scontro o di contrapposizione, ma di dialogo e di collaborazione.
Ovviamente, la Chiesa e i cristiani, mentre dialogano e camminano insieme con l'umanità, non potranno mai rinunciare alla testimonianza pubblica della fede e all'annuncio coraggioso e integrale del Vangelo. La difficoltà sta appunto qui: come armonizzare un dialogo a tutto campo con la testimonianza evangelica. Non basta, a tal fine, che la Chiesa italiana «aggiorni» i metodi pastorali; si richiede che essa «rinnovi» profondamente il modo di intendere la sua presenza e la sua missione nel Paese che è cambiato: senza rimpianti per la «cristianità» perduta, ma nello stesso tempo senza rassegnarsi alla prospettiva che il cristianesimo divenga socialmente insignificante.
Ebbene, le «scelte di Verona» rispondono proprio a questa sfida: non sono affatto l'invito a serrare le fila per difendersi dal mondo. Sono piuttosto una chiamata a uscire allo scoperto sia attraverso la testimonianza di una fede matura, sia attraverso un'illuminata opera di inculturazione, mediando la luce che il Vangelo getta sull'antropologia in scelte temporali laiche, valide, comprensibili e condivisibili sul piano razionale da tutti gli uomini di buona volontà, credenti e non credenti. Di una «nuova tappa» come questa hanno bisogno sia la Chiesa, sia il Paese. Le scelte di Verona - se interpretiamo bene - vanno in questa direzione.

2. Le «scelte di Verona»
La Nota pastorale della CEI ne indica tre: a) il primato di Dio; b) la testimonianza della carità; c) la formazione di un laicato maturo.
   a) La prima scelta è quella che Benedetto XVI definisce: il grande «sì» della fede, su cui - ormai è chiaro - poggia il suo programma pastorale. Spiega la Nota della CEI: «Il "sì" che continuamente e fedelmente Dio pronuncia sull'uomo trova compimento nel "sì" con cui il credente risponde ogni giorno con la fede nella parola di verità, con la speranza della definitiva sconfitta del male e della morte, con l'amore nei confronti della vita, di ogni persona, del mondo plasmato dalle mani di Dio» (n. 10). Proprio per questo - continua la Nota citando il Papa -, i cristiani, pur consapevoli della fragilità della natura umana e delle contraddizioni della nostra epoca, riconoscono e accolgono volentieri tutti i valori autentici della cultura del nostro tempo: la conoscenza scientifica, lo sviluppo tecnologico, i diritti dell'uomo, la libertà religiosa, la democrazia. In una parola, il «sì» della fede non immiserisce il discorso religioso, non lo riduce a mera catechesi moralistica, ma lo apre a orizzonti più ampi: «L'incontro con il Risorto e la fede in lui ci rendono persone nuove, risorti con lui e rigenerati secondo il progetto di Dio sul mondo e su ogni persona. [...] Non sono le nostre opere a sostenerci, ma l'amore con cui Dio ci ha rigenerati in Cristo e con cui, attraverso lo Spirito, continua a darci vita» (n. 5).
Dunque la prima scelta della Chiesa italiana oggi, secondo il Convegno di Verona (e l'orientamento di Benedetto XVI), deve essere quella di portare i cristiani all'incontro con il Risorto, perché partecipino della sua vita nuova. E il Risorto si incontra, in forma privilegiata, nella Parola di Dio, nell'Eucaristia, nella Chiesa, nei poveri. Questo grande «sì» della fede - insiste Benedetto XVI - è il punto decisivo e primordiale di ogni servizio della Chiesa al mondo, perché trasforma i cristiani in seminatori di germi di «vita risorta», in ideatori dinamici e creativi di progetti che anticipano nella storia il senso della nuova umanità destinata alla risurrezione (cfr n. 7). Una spiritualità profonda, strutturata anche culturalmente, è dunque l'impronta specifica del pontificato di Benedetto XVI. Di conseguenza, la tappa del cammino ecclesiale aperta a Verona è da considerare «nuova» non tanto in senso cronologico e storico, quanto in senso teologico, spirituale e culturale.
   b) A sua volta, il grande «sì» della fede - «specchio dell'unità inscindibile tra una fede amica dell'intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito» (n. 11) - va tradotto in testimonianza della carità, nella vita di tutti i giorni. È la seconda scelta pastorale di Verona. È significativo che la Nota della CEI, dopo aver ripreso il discorso sui cinque ambiti dell'esistenza in cui testimoniare il «sì» della fede attraverso la carità (cfr n.12), fra le testimonianze di amore più importanti include anche il «Progetto culturale orientato in senso cristiano», scorgendo in esso lo strumento per eccellenza di un nuovo incontro tra la fede e la ragione, attraverso il quale «i credenti possano mostrare a tutti che "la vita cristiana è possibile oggi, è ragionevole, è realizzabile"» (n. 13).
Non si può non concordare sul giudizio che il servizio culturale costituisce una forma di carità di alto profilo. Rimane, però, non del tutto chiaro «come» esso si debba prestare: iniziando dall'affermazione dei valori e principi «non negoziabili» e affrontando il dialogo «senza complessi di inferiorità con le dinamiche culturali del nostro tempo» (ivi) in senso strumentale, per avere il sopravvento su chi pensa e crede diversamente? Oppure movendo dalla condivisione disinteressata dei problemi (materiali, morali e culturali) della gente, per proseguire insieme gradualmente verso la verità tutta intera, confidando nell'aiuto dello Spirito Santo che apre gli occhi della mente e del cuore? È importante che si chiarisca questo rapporto tra dialogo e testimonianza. Non è solo questione di metodo, se è vero - come scrive Benedetto XVI nell'enciclica Deus caritas est - che la carità «non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L'amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. [...] Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa» (n. 31 c).
La tappa di Verona, dunque, sarà veramente «nuova», nella misura in cui i cristiani impareranno a vivere il grande «sì» della fede attraverso la testimonianza disinteressata dell'amore. Essi sono chiamati a offrire il servizio della carità - anche della carità culturale e sociale - non in modo strumentale, in vista di una nuova forma di leadership cattolica nel Paese, ma con disinteresse in vista della formazione di un ethos ampiamente condiviso, per il bene indistintamente di tutti. Detto in altre parole: non basta enunciare i valori assoluti e i principi «non negoziabili», se poi non ci si impegna a ricercare insieme il bene comune possibile, costruendo l'unità nel rispetto delle diversità. I principi sono sempre in sé «non negoziabili», ma la loro traduzione storica è soggetta alle condizioni di tempo e di luogo, al consenso e alla gradualità propria della vita politica e culturale. Perciò, anche nella difficile situazione italiana vale quanto aggiunge l'enciclica Deus caritas est: «Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa che Dio è amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient'altro viene fatto fuorché amare» (ivi).
   c) «Per questo - conclude la Nota della CEI - diventa essenziale "accelerare l'ora dei laici", rilanciandone l'impegno ecclesiale e secolare, senza il quale il fermento del Vangelo non può giungere nei contesti della vita quotidiana, né penetrare quegli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione» (n. 26).
È la terza scelta di Verona. Essa, tra l'altro, risponde alla necessità di dare un profilo più pastorale e meno politico agli interventi della Gerarchia in Italia. Mons. Bagnasco, parlando alla 57ª Assemblea Generale della CEI, ha esortato a evitare «il rischio di una contrapposizione forzosa e strumentale tra laici e cattolici. Questa contrapposizione in realtà non trova riscontro nel sentire della stragrande maggioranza del nostro popolo, né può desumersi dalla legittima diversità di posizioni su alcune pur rilevanti tematiche, che deve potersi esprimere con serenità e chiarezza, in un clima di rispettoso dialogo». C'è bisogno, perciò, di una presenza laicale più matura, affinché a parlare non sia solo e sempre la CEI, come è accaduto negli ultimi tempi.
Purtroppo, nella Chiesa italiana, una mentalità clericale dura a morire non ha favorito la piena assimilazione degli insegnamenti del Concilio sul laicato e sulla laicità. Perciò è urgente impegnarsi in una nuova stagione formativa che - si legge nella Nota -, da un lato, aiuti a realizzare «l'unità della persona» e, dall'altro, alimenti «il senso dell'appartenenza e della comunione ecclesiale», rivalutando gli spazi di corresponsabilità spettanti ai laici. In questo contesto, per la prima volta, la CEI ha preso in considerazione la richiesta, sulla quale avevano insistito invano i tre precedenti Convegni ecclesiali: «Occorre - conclude la Nota - creare nelle comunità cristiane luoghi in cui i laici possano prendere la parola, comunicare la loro esperienza di vita, le loro domande, le loro scoperte, i loro pensieri sull'essere cristiani nel mondo» (n. 26). Si tratta ancora di uno stimolo, non di un impegno formale. Tuttavia è importante che la richiesta sia stata finalmente recepita. Per tradurla in pratica, anziché pensare a strutture nuove, perché non riconvertire ed estendere alla base ecclesiale quelle del «Progetto culturale orientato in senso cristiano», già esistenti ma finora operanti solo a livello di vertice?
La Settimana Sociale di Pistoia e di Pisa (18-21 ottobre 2007) sarà la prima vera occasione per verificare se le cose dette a Verona sulla «nuova tappa» della Chiesa italiana sono un proposito serio oppure una delle solite buone intenzioni che lasciano il tempo che trovano.