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Prosegue il dibattito sul rinnovamento della forma partito e sul ruolo dei cattolici democratici nell'attuale quadro politico italiano. In dialogo con gli interventi già apparsi su Aggiornamenti Sociali (on. Castagnetti, 2 [2007] 95-105; sen. Tonini, 6 [2007], 415-424; prof. Monticone, 7-8 [2007] 495-499) e con altri recenti interventi di autorevoli personalità, il prof. Enrico De Mita esprime forti perplessità sugli esiti sia del possibile referendum sulla legge elettorale sia del processo costituente del Partito Democratico, ritenuti strumenti non adatti a risolvere le incertezze del quadro politico italiano. Segue, su questo stesso numero, l'intervento di Lino Prenna, coordinatore nazionale dell'associazione Agire Politicamente.
È difficile cogliere le prospettive del sistema politico italiano. Non ci sono indicazioni largamente condivise, ma solo tentativi sporadici non riconducibili a disegni di un qualche respiro. Gli studiosi di politica dicono che ci vorranno dieci anni perché le cose si compongano secondo una logica determinata. Intanto si registrano dei fatti che potrebbero incidere in qualche modo sul futuro assetto del sistema politico: a) il referendum sulla legge elettorale, per il quale sembrano essere state raccolte le firme necessarie1. È un'iniziativa di dubbia legittimità costituzionale in quanto la legge elettorale che risulterebbe dall'abrogazione di parte di quella attualmente vigente sembra alterare la vita dei partiti con riferimento all'art. 49 Cost. Evidentemente è un punto che la Corte Costituzionale dovrà valutare attentamente; b) la fondazione del Partito Democratico (PD) e gli effetti che questa potrà avere sulla presenza dei cattolici democratici nella vita politica; c) la sopravvivenza del Governo, che sembra appesa a un filo; d) le inquietudini che regnano nella Casa delle Libertà, dove la proposta di un partito unico incontra forti resistenze. 1. Referendum elettorale e nascita del PD La difficoltà del Parlamento a esprimere una legge elettorale - per tacere delle riforme della Costituzione - ha causato la promozione di un referendum abrogativo della legge oggi in vigore che, con un'abile manipolazione, trasforma il premio di maggioranza alla coalizione vincente in premio al partito più votato. L'intento è di combattere l'esistenza dei piccoli partiti, per lo più strumenti politicamente insignificanti di singoli personaggi, obbligandoli a fondersi con quelli che per dimensione possono ambire al premio di maggioranza. È uno strumento perfido per incidere sulla formazione dei partiti, tanto più che esso è stato presentato dai promotori in nome di una critica generica alla vita politica. Nel merito è stato osservato che l'incorporazione dei partiti piccoli da parte di quelli grandi sarebbe solo provvisoria, perché la formazione dei gruppi parlamentari risponde a regole proprie e pertanto non ci sarebbe la certezza che essi corrispondano ai partiti che hanno partecipato alle elezioni. L'obiettivo di fondo dei promotori del referendum è il rafforzamento del bipolarismo e ancora di più del bipartitismo: l'eliminazione, quindi, non solo dei piccoli partiti, ma di tutti quelli non riconducibili ai due poli. Occorre a questo punto considerare la seconda vicenda che sta interessando la vita politica italiana: la formazione del PD, che dovrebbe nascere dopo lo scioglimento del partito dei DS (Democratici di Sinistra) e di quello della Margherita, muovendo nella direzione del bipolarismo, ma certamente non in quella del bipartitismo. Tuttavia, mentre sul piano teorico la proposta del bipolarismo e del bipartitismo risponde a schemi astratti, la politica fatta dai politici si deve muovere sul piano della concretezza, a partire dal fatto che la cultura politica, che segna la possibilità e i limiti dell'azione concreta, è storicamente determinata. A mio avviso, la proposta di un partito democratico che vuol nascere dallo scioglimento di partiti esistenti non ha fatto i debiti conti con la realtà del Paese: basta fare riferimento alle liti sulle candidature e alla preoccupazione - dei DS quanto della Margherita - di calcolare le proprie forze all'interno del futuro PD. La verità è che il bipolarismo e ancor più il bipartitismo sono un dogma elaborato dai politologi che si vuole imporre a una realtà definita fin dagli anni '60 «anomala» rispetto a quella degli altri Paesi. Tuttavia si deve constatare che in Italia mancano i presupposti per un'operazione per la quale si richiedono l'omogeneità culturale interna dei poli e il riconoscimento della reciproca legittimazione. Ne risulta la formazione di un ibrido che riguarda non solo le basi culturali del sistema, ma anche la coesione dei singoli poli. Si guardi che cosa sta succedendo dentro la maggioranza, dove la sinistra radicale non trova di meglio che contrastare l'azione del Governo a scopo di propaganda, ma anche che cosa sta succedendo all'interno dell'opposizione, dove le prospettive sono almeno quattro. I partiti hanno seguito, senza esserne convinti, la logica bipolare; referendum, elezioni dirette, elezioni primarie hanno prodotto un risultato paradossale: o i partiti puntano sul leader eletto direttamente o si mettono di traverso sulla sua strada. Siamo alla ricerca quindi di una nuova configurazione dei partiti per renderli compatibili con la logica bipolare e non farli annegare nel populismo. Illustri studiosi hanno ammonito i partiti a non lasciarsi mettere in crisi dal populismo, visti i suoi deleteri effetti in termini di cultura politica. Al successo del populismo di Berlusconi - al quale somiglia sempre di più quello di Veltroni, con conseguente resistenza da parte delle componenti del futuro PD, non solo della Margherita, ma degli stessi DS - ha corrisposto un disastro nelle élite politiche. Non si governa un Paese senza fare i conti con i libri che si leggono, con la cultura politica insomma. Elementi di populismo e insufficiente cultura politica sono presenti anche nell'Unione, quando intende fondarsi sulla logica delle primarie, che contengono germi di plebiscitarismo pericolosi per le sorti della democrazia rappresentativa. Con le primarie si tende ad affidare la scelta dei candidati alla piazza, anche quando questa è riconducibile in buona parte al piattume dei mass media. In questa logica non nascono programmi politici ma, nel migliore dei casi, ci sarebbero di volta in volta singole proposte rilevanti per l'amministrazione pubblica. Il rischio di questa impostazione è un Paese senza coordinate culturali e senza criteri di raccordo fra economia, istituzioni e sistema delle libertà. La conferma si ha nella contorta azione del Governo in carica: le indicazioni operative non provengono da una valutazione costante dei problemi, ma da risposte contingenti, contraddittorie e di corto respiro. Basta vedere ciò che accade nell'attuale politica fiscale. 2. Il dibattito sulla forma partito Il profilo più significativo della crisi in atto del sistema politico è che i politici si sono messi a discutere di riforma dei partiti con gli schemi della politologia e parlano genericamente di «partiti nuovi». Il limite degli interventi di Castagnetti2 e di Tonini3 su questa Rivista è far discendere, senza collegamento logico, l'esigenza di indefiniti partiti nuovi, grosso modo riconducibili allo schema bipolare, da ragionamenti dottrinali di pregio, dai quali non scaturiscono indicazioni specifiche, ma solo generiche, in ordine al modello di partito nuovo. Sono d'accordo con Castagnetti che la vita interna dei partiti deve essere governata da leggi perché sia democratica (secondo lo spirito dell'art. 49 Cost.), ma da ciò non discende il modello di partito perfetto: esistono tanti partiti quanti ne esprime la libertà di associazione. C'è pertanto nelle tesi di Castagnetti e di Tonini un pregiudizio sul tipo di partito e soprattutto sulla quantità dei partiti. Questi sono espressione della libertà di associazione e le leggi elettorali possono ben stabilire dei quorum per la loro rappresentanza negli organi elettivi, ma da ciò non discende che i partiti debbano essere solo due. Il problema è che non si possono ottenere le leggi elettorali con referendum abrogativi in nome dell'antipolitica: il referendum sulla vigente legge elettorale si regge anch'esso sulla logica del bipartitismo. Ora è avvenuto che nel centro-sinistra si sta predisponendo, su sollecitazione di politologi e pubblicisti variamente sparsi, la formazione di un indefinito PD, un partito unico del centro-sinistra sulla base di un postulato: il bipolarismo funziona solo col bipartitismo. Ma, a parte le incertezze che regnano nel partito unico della destra, la proposta del centro-sinistra non risolve il problema perché lascia indisturbata la sinistra radicale. Che senso ha una proposta che lascia scoperto il partito unico sia verso l'elettorato di centro sia verso quello di sinistra, quando oggi il Governo si regge su un arco di forze che vanno dal centro all'estrema sinistra? Se la ricerca del partito unico deve avvenire nella logica del bipolarismo, allora deve trattarsi di un partito del tutto nuovo e non una mezza fusione nella quale si cerca, soprattutto da parte dei DS, di conservare consistenza e immagine del proprio passato. Le vicende sono di questi giorni: quella delle candidature è del tutto sintomatica. Il dibattito di questa estate, tutto incentrato sui candidati anziché sui contenuti e - io direi soprattutto - sui principi, dimostra che si sta varando una specie di contenitore che può essere riempito di qualsiasi contenuto. Né hanno molto senso la proposta di unificazione del riformismo espresso dalla tradizione italiana o retoriche ottimistiche o sofismi di vario genere. Si prospetta un partito senza sostanza e senza identità, come efficacemente ha detto Giuseppe De Rita4: il termine «democratico» è il più generico che esista, se non come allusione; né basta proclamare l'unione delle culture, quella ex comunista e quella cattolica; manca un programma, visto che il «manifesto fondativo» è di una genericità deprimente; non si formulano ipotesi di reti organizzative (quale forma partito); manca un blocco sociale di riferimento, cioè un approccio alla composizione sociale italiana; non si precisano le regole di funzionamento. Il solo punto di riferimento certo è il Governo in carica, che però è in bilico. E se si pensa che l'idea del partito unico era di Prodi e che questi non si candida a guidarlo, si capisce che si rischia di andare allo sbando. Non a caso è stato osservato che proprio il nuovo soggetto politico è causa di instabilità del Governo. E se il Parlamento non dovesse fare in tempo a varare una nuova legge elettorale, allora la celebrazione del referendum sarebbe in grado di rimescolare tutte le carte del sistema politico italiano. 3. Le critiche del mondo cattolico Critiche alla fondazione del nuovo partito sono venute da più parti del mondo cattolico. Alcune di carattere culturale. Ricordando la tradizione del cattolicesimo italiano e il suo spessore politico maggiore e diverso da quello di altri Paesi europei, Pietro Scoppola ha rilevato che non è possibile immaginare per il nostro Paese un approdo tardivo al modello europeo di una presenza cattolica rilevante e significativa in un partito socialdemocratico: «molti elettori [...] non ritengono di dover rinunciare alle proprie convinzioni per una indistinta prospettiva socialdemocratica»5. Assai più articolato l'intervento critico di Alberto Monticone su questa Rivista6, che ha posto il problema dell'omogeneità culturale fra i soggetti fondatori e della fragilità del disegno politico, che rende difficile la collocazione al suo interno di quei cattolici per i quali il personalismo comunitario è il cardine del soggetto politico. Molto incisivo nel suo realismo l'intervento di p. Michele Simone su La Civiltà Cattolica, quando rileva che i DS, pur dichiarando di voler costruire un partito nuovo, rimangono legati alla sicurezza della loro «casa madre», mentre «i cattolici che votavano fino a oggi per la Margherita lo facevano con crescente difficoltà, non trovando in essa sempre l'attuazione dei loro principi ispiratori. Di qui la crescente tentazione dell'astensione. [...] se la discesa in campo elettorale di questo nuovo partito saranno le elezioni europee, l'occasione non è delle migliori a causa della legge strettamente proporzionale che favorirebbe invece la presenza di Margherita e DS ancora divisi»7. Ma la critica più incisiva alle insufficienze del PD è stata quella di Savino Pezzotta che, in una lettera aperta a Franco Mangialardi, segretario dell'Area Popolare Democratica - il quale richiama l'esigenza di un movimento cattolico come «forza culturale e sociale» -, ha spiegato le ragioni che lo hanno indotto ad allontanarsi dalla prospettiva del PD: «Ho sognato un "partito mosaico", le cui diverse tesserine, accostandosi e senza perdere il proprio ruolo, potessero dare vita ad una nuova figura di partito. Ho pensato ad un partito in cui le culture politiche che hanno contribuito, anche in dialettica alternativa, alla costruzione della democrazia italiana potessero convivere in forma organizzata e con chiara divisione di compiti e poteri, senza annullarsi ma [cercando di] arricchirsi e alimentarsi vicendevolmente. Mi sarebbe piaciuto un partito plurale e municipale. Non è stato così»8. Pezzotta critica l'adozione delle primarie, nate in America ma in un altro contesto istituzionale. Si dichiara pertanto fuori da un processo che fa svaporare la presenza dei popolari e del cattolicesimo democratico italiano ed esprime l'esigenza di cercare nuove forme di presenza dei cattolici che evitino la fine di una cultura politica. In Italia c'è l'utilità di una presenza dei cattolici nel dibattito politico e nelle proposte operative. «Da qui l'idea di un movimento - non di un partito - di cattolici che si batta per un riformismo temperato e innovatore e che sia attento alle ragioni delle persone e in particolare di quelle più deboli. L'idea è quella di verificare la possibilità di costruire una rete d'amicizie con tutti coloro che pensano che gli ideali possono ancora avere una funzione e un valore e possono suscitare passione civile». 4. Di fronte all'incertezza Come si vede, nel panorama politico italiano domina una profonda incertezza. Né la maggioranza di Governo né l'opposizione sono solide e coese, il che è significativo delle difficoltà di un sistema che vorrebbe essere bipolare. La dichiarazione di Veltroni di volere un PD «a vocazione maggioritaria»9 e dunque autosufficiente, capace di mettere in discussione l'alleanza con le sinistre, mina la stabilità del Governo. Il discorso di Veltroni ci ricorda quello sulle alleanze omogenee alla DC pronunciato da Fanfani nel 1958. Anche allora si discusse, come oggi, se dovessero venir prima, fra i partiti, i programmi o le alleanze. Se si terrà il referendum sulla legge elettorale, condotto all'insegna dell'antipolitica, allora il quadro politico diventerà avventuroso. Sullo sfondo di questa vicenda c'è un populismo strisciante e un Paese fortemente spaccato sulle regole fondamentali della convivenza civile. Di qua l'importanza di un movimento politico promosso da cattolici. Rispetto alle insufficienze della politica la funzione dei cattolici democratici potrebbe essere quella di cerniera. In che senso? Non di ricerca di una nuova democrazia cristiana, ma di un umanesimo realista che, attento al bene comune, utilizzi un patrimonio culturale che non può essere riassunto nel solo moderatismo, ma che significhi difesa di quelle «cose» dell'uomo che non sono riconducibili direttamente ed esclusivamente alla sua dimensione economicistica. NOTE Titoli dei paragrafi, neretti e note a cura della Redazione. 1 Secondo il Comitato promotore, tra il 24 aprile e il 24 luglio sono state raccolte oltre 820.000 firme a sostegno delle tre proposte di referendum abrogativo di parti dell'attuale legge elettorale in merito alla determinazione del premio di maggioranza alla Camera e al Senato, e alla possibilità di candidature multiple (cfr www.referendumelettorale.org). In base alla vigente legislazione in materia di referendum abrogativi, a partire dal 1° ottobre le richieste saranno esaminate dall'Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di Cassazione, il quale è chiamato a pronunciarsi sulla loro legittimità (cioè conformità alla legge). Le richieste ritenute legittime in questa sede saranno ulteriormente sottoposte a un giudizio di ammissibilità da parte della Corte Costituzionale. 2 CASTAGNETTI P., «Quale "forma partito" per l'alternanza? La sfida della democrazia interna», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2007) 95-105. 3 TONINI G., «La leadership democratica in un partito pluralista», in Aggiornamenti Sociali, 6 (2007) 415-424. 4 Cfr DE RITA G., «Partito Democratico. Ecco i miei dubbi», in Corriere della Sera, 4 febbraio 2007. 5 SCOPPOLA P., «Partito democratico e questione cattolica», in la Repubblica, 17 luglio 2006. 6 Cfr MONTICONE A., «Partito Democratico: un partito di sinistra che guarda al centro», in Aggiornamenti Sociali, 7-8 (2007) 495-499. 7 SIMONE M., «Dalla Margherita al Partito Democratico», in La Civiltà Cattolica, II (2007) 494. 8 Il testo completo della Lettera aperta di S. Pezzotta a F. Mangialardi è disponibile su http://agorapopolare.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1580563. 9 VELTRONI W., «Un partito maggioritario», in la Repubblica, 24 agosto 2007. L'articolo è tratto dalla prefazione a ID., La nuova stagione, Rizzoli, Milano 2007.
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