Forum - luglio-agosto 2007

Partito Democratico:
un partito di sinistra che guarda al centro

Alberto Monticone
Presidente di Italia popolare;
senatore della Repubblica
nelle due precedenti legislature

 
Dopo l'intervento del sen. Giorgio Tonini (Aggiornamenti Sociali, 6 [2007] 415-424), prosegue il Forum sul problema del superamento della vecchia forma partito, inaugurato dalla nostra Rivista con il contributo dell'on. Pierluigi Castagnetti (Aggiornamenti Sociali, 2 [2007] 95-105). L'intervento del prof. Alberto Monticone è in controtendenza. Il Partito Democratico - sostiene -, così come si va configurando, non sembra atto a offrire ai cattolici un luogo opportuno per il loro impegno politico. Il dibattito rimane aperto.

I due maggiori partiti del centro-sinistra - Democratici di Sinistra e Democrazia è Libertà - La Margherita - hanno deciso nei loro Congressi di fine aprile di dare vita a un nuovo soggetto politico unitario, il Partito Democratico (PD), ponendo quindi fine alla loro storia. Alcuni dei protagonisti di questa svolta hanno mostrato una forte carica ideale, al servizio della democrazia nel nostro Paese, lasciandosi alle spalle un passato nel quale avevano speso con generosità il loro impegno e scommettendo senza rete sull'avvenire. Avventurarsi per vie nuove con fede nei propri destini è certamente un fatto molto apprezzabile, soprattutto in questa circostanza dai contorni ancora incerti e dai progetti piuttosto vaghi.
Tuttavia parte dei convenuti alle assise DS di Firenze e a quelle della Margherita di Roma1, al di là di qualche nota di entusiasmo collettivo, non sembra abbiano condiviso il senso della scelta e il coraggio di mettersi in discussione. Si ha la chiara impressione che a muoverli verso la costituzione del partito, autodefinitosi dei riformisti, siano state, oltre alla fiducia in alcuni leader, prevalentemente preoccupazioni di conservazione e di consolidamento delle loro posizioni, congiunte con la volontà di sorreggere l'attuale Governo.
Restano così in ombra due problemi fondamentali della politica italiana di questo nostro tempo veloce: la questione sociale nei suoi molteplici aspetti e il profondo divario tra la classe politica (anche quella «riformista») e i cittadini. Il PD infatti appare una questione tutta interna alla politica politicante, che parla tra sé e fa parlare di sé giornali e televisioni, compiaciuta di echi che la cittadinanza per lo più percepisce senza comprenderne il suono vero. L'opinione popolare è indotta a tradurre in termini semplicistici il dibattito dei politici, visto come un gioco tra personaggi di una scena illuminata da riflettori, cui si assiste da una platea al buio, chiamata se mai ad applaudire al calare del sipario. Fassino e Rutelli, D'Alema e Parisi, Veltroni e Franceschini, Bersani e Letta da un lato; Berlusconi e Fini, Casini e Maroni, Bossi e Gasparri dall'altro rischiano di essere considerati gli attori di una commedia, nella quale il pubblico al più è chiamato a valutare chi recita meglio la sua parte, senza poter cogliere il valore delle persone e delle idee che esse rappresentano.
Tanto la tesi del rafforzamento del bipolarismo, quanto quella di ricorrere alle primarie per designare i capi, non fanno che aggravare la condizione di marginalità dei cittadini, eventualmente chiamati a scegliere tra «cartaginesi» e «romani» e a indicare i generali più graditi, non quelli più capaci.

1. Un deficit di cultura condivisa
Il punto più discutibile della decisione di fondere due partiti è l'interpretazione che della operazione danno gli stessi fautori. Infatti si ingenera l'impressione che con il PD finiscano gli storici steccati della seconda metà del Novecento, cioè la contrapposizione tra DC e PCI, e che parte consistente dei loro eredi si ritrovi in un unitario progetto sociale e in un condiviso criterio di laicità.
In verità il progetto non ha ancora contorni precisi e la laicità nelle intenzioni di concreta applicazione non è apparsa convergente nei due Congressi. Ma la cosa che più colpisce nelle dichiarazioni relative alla storia passata, dalla quale ci si vuole distinguere (non più ex di quella o di quell'altra parte), è che i due partiti cofondatori parlano come se avessero tipologia simile di precedenti storici: il che evidentemente non è. Infatti mentre la tradizione comunista e socialista è ben presente nei DS, ci si può chiedere quale tradizione caratterizzi la Margherita. La sua storia non solo è stata molto breve - cinque anni -, ma soprattutto non ha avuto una cultura di base, né si è realizzata quella contaminazione tra le culture di provenienza, che gli artefici di quel partito avevano preconizzato.
Ci si domanda allora quale cultura la Margherita porti alla costituente del PD, dato che quella democratica e riformista non è esclusiva degli aderenti a «Democrazia è Libertà»: si può presumere che dalla Margherita vengano più culture, cioè più anime, che ancora distintamente dovranno confrontarsi con quella ben più omogenea dei DS, aperta ad altre componenti ma politicamente organica. Questa marcata diversità tra la Margherita e i DS ha già influito sul modo con il quale nei Congressi e nei commenti ad essi seguiti si è fatta memoria della storia precedente.
Naturalmente chi è impegnato nella costruzione del PD rilegge il recente passato alla luce della sua personale esperienza e in funzione dei propri obiettivi per il futuro. Così capita che si sia affacciata una strana interpretazione delle vicende dei cattolici democratici tra la fine della DC e la nascita della Margherita, quasi che una parte di essi, liberi da nostalgie del partito cattolico e corretti interpreti della laicità, abbiano preparato il PD con il superamento della questione cattolica. Altri invece, sempre secondo tale tesi, quelli cioè che nel gennaio 1994 confluirono nel Partito Popolare Italiano, non avrebbero saputo svincolarsi dalla confusione tra scelte di fede e scelte politiche. Anche Romano Prodi, in una lettera aperta a la Repubblica, pubblicata il 22 aprile scorso, sembra condividere tale interpretazione, poiché mentre rivendica la lunga attesa - quindici anni a suo dire - nella faticosa e contrastata preparazione della decisione di questi giorni, lascia intendere che i popolari sarebbero rimasti fautori del partito cattolico attardandosi nel confondere l'appartenenza religiosa con quella politica.
Ora, se egli ha pienamente ragione nell'asserire che la scelta di militare in un partito non può essere compiuta senza le necessarie mediazioni, a partire dalla fede, non è nel giusto quando rivendica solo per taluni la capacità delle distinzioni e di conseguenti serie opzioni politiche, mentre altri cattolici democratici negli ultimi 15 anni avrebbero erroneamente mantenuto viva la questione cattolica e inseguito il sogno di un partito cattolico. Forse egli, nella brevità della sintesi, dimentica ciò che avvenne negli ultimi mesi della DC, dal convegno di Lavarone del settembre 1992 al congresso del luglio 1993 e alla formale costituzione del PPI nel gennaio 1994, sino alla campagna elettorale di quella primavera. Al «traghettamento» compiuto da Martinazzoli, pur con inevitabili lacune, presero parte numerosi popolari di primo piano, che nel 2002 sarebbero stati tra i fautori della Margherita, ma anche non pochi di coloro che prima si riunirono nei Democratici dell'Asinello2. Ma in primo luogo il passaggio dalla DC al PPI avvenne con la partecipazione di persone e di gruppi, che sino ad allora erano rimasti estranei o ai margini del vecchio partito, i quali, condividendo con qualificati esponenti di questo lo stile di laicità cristiana e la ricerca di una sua coerente e moderna realizzazione, attraversarono quegli anni di travaglio e di speranze resistendo alle lusinghe della destra anche a costo di scissioni e credettero nell'Ulivo del '95-'96 come ad uno straordinario metodo e strumento di partecipazione plurale e popolare, nel quale le identità riscoperte alla base fossero ragione e forza di convergenza in un progetto comune, senza forzose contaminazioni.
Indubbiamente un gruppo di autorevoli esponenti del cattolicesimo democratico cercò di affrettare un passo successivo, in certo senso anticipando il PD, ma non si può affermare che altri rimasti nel PPI tradissero la laicità del popolarismo, se declinarono diversamente in modo libero e serio l'ispirazione cristiana. Non furono i popolari a rilanciare una questione cattolica, pur sapendosi minoranza tra gli stessi elettori cattolici. Altro discorso va ovviamente fatto circa le questioni eticamente sensibili, che si sono affacciate alla politica (e molto spesso all'economia) nella società italiana come in tutto il mondo. Su di esse la problematicità investe tutti, qualunque sia la fede o la cultura di appartenenza: sono sfide dell'umanità, alle quali si risponde innanzi tutto con gli strumenti della cultura, in vista, per i credenti, dell'uomo integrale. La necessaria mediazione è di natura culturale e personale, non immediatamente politica: un nuovo partito, o partito nuovo, non risolve le questioni eticamente sensibili, se non passa prima, all'origine, attraverso il chiarimento sul piano culturale, chiarimento che sinora nella fase di avvio del PD non pare vi sia stato.
Ha ragione Savino Pezzotta quando pone l'interrogativo se una politica di ispirazione cristiana sia possibile da parte di singoli individui o non anche in forma aggregata3. Proprio la mediazione culturale difficilmente può essere piena e significativa in politica, se è relegata nell'ambito personale, soprattutto quando concerne temi connessi con la visione dell'uomo e della sua natura, cioè quando implica una determinata antropologia. In altre parole il primato della coscienza personale, giustamente considerato essenziale da chi cerca di essere cristiano libero e democratico, non può ridurre le scelte politiche a mere, singolari scelte di coscienza.

2. Quale collocazione politica?
Il PD, oltre a questi nodi culturali, avrà anche da definire la propria collocazione politica: è vero quanto ha affermato l'on. Fassino, e cioè che il solo inizio della costruzione della nuova forza politica ha già prodotto echi positivi di tendenza alla semplificazione del panorama politico italiano, sia nel centro-destra che nel centro-sinistra, con passi verso l'aggregazione e la riduzione del numero dei partiti; ma proprio la fragilità del disegno culturale ed etico-politico e la prevalenza di obiettivi di ampliamento e consolidamento di un'area, fanno apparire il PD, voluto dai dirigenti dei due partiti promotori, una forza di sinistra che guarda al centro. Di sinistra per il coerente richiamo alle radici interne e internazionali della sua parte maggioritaria, con lo sguardo rivolto al centro per le sue preoccupazioni di stabilità e di governabilità del sistema e per la presenza di una cospicua componente di varia provenienza democratica non di sinistra.
Sembra pertanto che la strada imboccata molti decenni or sono con lungimiranza da De Gasperi con la DC, partito di centro che guardava a sinistra, si sia esattamente rovesciata. Si dirà che lo statista trentino operò in un contesto molto diverso da quello attuale, ma appunto per questo si deve valutare se un partito di sinistra aperto al centro corrisponda davvero, pur tenendo conto delle circostanze radicalmente mutate, alle aspirazioni di quanti, minoranza nel Paese, credono comunque che allo sviluppo civile e democratico possa contribuire una politica di ispirazione cristiana, non circoscritta nella coscienza personale né componente identitaria in una struttura partitica che intende essere realmente unitaria.
Qualunque sia l'esito di tale valutazione e la conseguente scelta politica, esse sono degne di considerazione, di rispetto e di stima anche quando non condivisibili. Proprio per questo non è da giudicare nostalgicamente radicato nella questione cattolica chi non ritiene il PD la via più adatta a rendere presenti ed efficaci scelte politiche democratiche e riformiste corrispondenti a sensibilità e ispirazione cristiana. Si possono semmai scorgere due ragioni per le quali il PD, quale si va configurando in questa fase preparatoria, non si presenta come una forza politica atta ad offrire ai cattolici un luogo opportuno per il loro impegno politico. La prima è di natura culturale, la seconda di natura politica.
Il partito politico, nel quale confluiranno culture molto diverse fra di loro, non sembra avere a suo fondamento una unitaria visione dell'uomo, un'antropologia che possa essere condivisa da coloro che fanno del personalismo comunitario e della sollecitudine per l'umanesimo integrale, propri dell'ispirazione cristiana della politica, i cardini del proprio progetto politico. Si potrebbe obiettare che una forte componente del costituendo PD è portatrice di cultura cattolico-democratica secondo il criterio della necessaria e giusta laicità, in grado dunque di cooperare con altre culture riformiste. È vero che una simile cooperazione è pienamente possibile, ma nella reciproca autonomia, mentre in una struttura partitica, non caratterizzata da un sentire comune su fattori fondamentali e nella quale vige il principio democratico di maggioranza, diviene necessaria una continua rischiosa mediazione su scelte concrete che discendono da divergenti visioni dell'uomo.
E qui allora interviene la seconda motivazione di inopportunità del PD per i cattolici democratici: in politica è necessario operare in gruppo per incarnare i propri ideali, per rendere efficace la propria azione e per offrire un fattivo servizio alla comunità e al bene comune. Naturalmente i cattolici democratici, che stanno contribuendo alla formazione del PD, ritengono di poter portare una presenza della cultura di ispirazione cristiana nel nuovo soggetto: in ciò sono certamente coerenti con i loro ideali e apprezzabili per il loro impegno. Ma hanno di fronte un dilemma di non facile soluzione: operare come singoli quale lievito nella pasta (criterio altamente cristiano ma non politico) ovvero formare una corrente nel partito (ben diversa da quelle democristiane che avevano comunque una piattaforma culturale comune). Nel primo caso si corre il rischio del dissolvimento politico del cattolicesimo democratico, nel secondo verrebbero fortemente indebolite le ragioni stesse di formare il PD.

NOTE
   1 Il 4° Congresso dei Democratici di Sinistra si è svolto dal 19 al 21 aprile 2007 a Firenze; il Congresso federale DL-La Margherita si è tenuto a Roma dal 20 al 22 aprile 2007. [N.d.R.]
   2 Il movimento «I Democratici» si costituisce nel febbraio 1999, con la fusione di «Italia dei Valori», «Centocittà» (movimento dei sindaci ulivisti), i «Comitati Prodi», «La Rete» di Leoluca Orlando e l'«Unione Democratica» di Antonio Maccanico. Romano Prodi ne sarà il Presidente per due mesi, fino alla nomina alla Presidenza della Commissione europea; gli succederà Arturo Parisi. Alle elezioni politiche del 2001 «I Democratici» presentano una lista unica con il «Partito Popolare Italiano», «Rinnovamento Italiano» e l'UDEUR, con il nome «La Margherita». Nel 2002 la lista, tranne l'UDEUR, diviene a tutti gli effetti un partito. [N.d.R.]
   3 Cfr PEZZOTTA S., I cattolici e la politica, La Scuola, Brescia 2007, 11 ss. [N.d.R.]