Editoriale - luglio-agosto 2007

Elezioni e crisi della politica

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Il 27-28 maggio 2007, oltre 10 milioni di cittadini italiani sono stati chiamati alle urne per rinnovare le amministrazioni di 7 Province, di 29 capoluoghi e di 862 Comuni, di cui 147 con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Ovviamente si tratta solo di un campione (circa un quarto dell'elettorato) e di elezioni amministrative, cioè di un voto condizionato sempre da ragioni legate a luoghi e a persone; inoltre, un giudizio complessivo sulla tornata elettorale del 2007 deve tener conto anche del risultato nei Comuni con meno di 15.000 abitanti, e di quello dei ballottaggi del 10-11 giugno. I risultati del primo turno, già di per sé eloquenti, ci consegnano un messaggio politico che trova sostanziale conferma al secondo turno.
Di «crisi della politica» si parla da tempo; ma il discorso è tornato di particolare attualità durante l'ultima campagna elettorale e ora, dopo il risultato delle elezioni. L'ultimo sasso nello stagno è stata l'intervista di Massimo D'Alema al Corriere della Sera del 20 maggio 2007. Dopo un anno di Governo Prodi - ha detto il Ministro -, l'Italia finalmente riprende a camminare: «abbiamo un alto tasso di crescita, il più alto da molti anni a questa parte e anche il più vicino alla media europea, abbiamo un tasso di disoccupazione che è il più basso da 15 anni, e l'inflazione è ferma all'1,5%. [...] il profilo internazionale dell'Italia si è molto rafforzato». Eppure, nonostante la ripresa, i cittadini si allontanano sempre più dalla politica. Perché? Il Ministro giudica molto negativamente questa tendenza, e giunge a prevedere che essa «tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni '90 segnarono la fine della prima Repubblica». È una previsione pessimista, che ha avuto larga eco tra i commentatori politici e nella opinione pubblica. Come spiegare la crescente disaffezione verso la politica?
La ragione vera è che la politica è malata: ha perso non solo ispirazione ideale, ma anche partecipazione e rappresentatività. Lo conferma la forte crescita dell'astensionismo in entrambi i turni delle recenti elezioni. E si comprende. Come potrebbero i cittadini affezionarsi alla politica, quando il suo costo (fra i 3 e i 4 miliardi di euro all'anno) cresce a misura della sua inefficacia? Quando i parlamentari hanno mensilmente una indennità lorda di 11.703 euro, più altri 4.003 euro di rimborso spese per il soggiorno a Roma, più tutta una serie di servizi gratuiti (viaggi, telefono, collaboratori), e godono di un meccanismo di calcolo e di erogazione della pensione molto più vantaggioso di quello dei comuni cittadini (cfr <www.camera.it> e SALVI C. - VILLONE M., I costi della democrazia, Mondadori, Milano 2005)? E che dire - sul piano dell'etica professionale - dell'alto numero di politici inquisiti o collusi con la malavita, che rimangono tranquillamente al loro posto, oppure ricoprono incarichi incompatibili o sono chiaramente vincolati da conflitti di interesse? Se poi si aggiungono la burocrazia elefantiaca, la giustizia lenta e farraginosa, la riforma scolastica che non giunge mai in porto, la malasanità, l'insicurezza dei cittadini, la precarietà del lavoro e i suoi infortuni mortali, la messa in discussione di valori radicati nella coscienza della gente, ecc., come meravigliarsi se i cittadini si allontanano dalla politica?
Ecco perché è importante riflettere sul messaggio «politico» delle elezioni amministrative del 27 maggio. Vedremo, perciò: 1) i risultati più significativi; 2) la loro ricaduta politica; 3) il vero problema che essi mettono in luce.

1. I risultati più significativi
Commentando i risultati elettorali (cfr <www.interno.it>), è inevitabile che ciascuno tiri l'acqua al suo mulino. Anche chi ha perso troverà sempre qualche dato cui aggrapparsi per dire che in fondo, anche se le cose sono andate male, «la spallata però non c'è stata». È vero. Tuttavia, dalle urne vengono spesso indicazioni molto più eloquenti di una «spallata al Governo». È il nostro caso. Per rendersene conto, basterà cogliere alcune indicazioni più significative.
   a) La prima è certamente la crescita generalizzata del centro-destra e l'arretramento complessivo del centro-sinistra: sia nelle elezioni provinciali, dove la Casa delle Libertà (CdL) ha ottenuto il 57,72% contro il 38,28% dell'Unione (quasi 20 punti di differenza); sia nelle elezioni comunali, dove il centro-destra ha ottenuto il 50,59% e il centro-sinistra il 46,08% (quasi 5 punti di differenza). Se si confrontano questi risultati con quelli corrispondenti delle elezioni del 2002, la CdL è cresciuta del 4,7% (+6,9% rispetto alle politiche), mentre l'Unione ha perso il 7,1% (-11,4% rispetto alle politiche). Si tratta di uno scarto notevole, che acquista un rilievo ancora maggiore, se oltre all'aspetto quantitativo si considera quello qualitativo.
Infatti, con uno scarto grande di voti, la CdL ha strappato all'Unione alcune importanti città del Nord: a Verona ha ottenuto il 60,6% contro il 33,9% dell'Unione; ad Alessandria il 63% contro il 33,6%; a Gorizia il 50,6% contro il 20,2%; a Monza il 53,5% contro il 41,6%; ad Asti il 56,1% contro il 32,3%. Parimenti, là dove la CdL ha confermato la precedente maggioranza, il distacco dall'Unione si è accresciuto notevolmente. Nelle elezioni provinciali, la distanza ha raggiunto in alcuni casi i 40 punti: a Vicenza la CdL ha avuto il 59,9% contro il 17,1% dell'Unione; a Varese il 67,1% contro il 25,3%; a Como il 67,8% contro il 28,5%; a Vercelli il 66,7% contro il 28,4%.
Una sconfitta di tali proporzioni non è certo compensata dalla vittoria ottenuta dall'Unione a L'Aquila o nel ballottaggio ad Agrigento e a Taranto. Infatti, l'Unione è arretrata anche nelle città e nelle Province dove ha conservato la maggioranza. L'esempio più eloquente è quello di Genova - roccaforte del centro-sinistra - dove, nelle comunali, l'Unione ha vinto con il 51,2%, tallonata dalla CdL al 45,9%, mentre alla Provincia è stata costretta, per la prima volta, al ballottaggio con un vantaggio ridotto (49% contro il 46,3% della CdL), rimasto tale pure dopo la vittoria ottenuta al secondo turno (l'Unione 51,4%, la CdL 48,5%).
   b) Una seconda indicazione - la più allarmante - è l'aumento dell'astensionismo soprattutto al Nord. Rispetto alle precedenti elezioni amministrative del 2002, il calo dei votanti è stato di oltre il 2% alle comunali e di circa il 6% alle provinciali. Nell'insieme si calcola che al primo turno (27-28 maggio), rispetto al 2002, si sono recati alle urne circa 200.000 cittadini in meno.
Vale la pena di riportare alcuni dati. Nelle elezioni provinciali: alla Spezia ha votato il 59,6% degli aventi diritto contro il 69% del 2002, con una diminuzione del 9,4%; a Genova la percentuale dei votanti è stata del 60,3%, con un calo del 5,8% (66,1% alle ultime elezioni). Anche nei due capoluoghi di Provincia della Lombardia si segnala una forte flessione: a Varese ha votato il 54,1% (62,3% alle elezioni precedenti) con una diminuzione dell'8,2%; mentre a Como la partecipazione al voto è stata del 58,5% (contro il 62,4%) con una diminuzione del 3,9%. A Vicenza ha votato il 58,2% degli aventi diritto contro il 66% delle ultime elezioni provinciali (-7,8%). Ad Ancona il calo è stato dell'8,1%: ha votato infatti il 56,6% contro il 64,7% del 2002. A Vercelli ha votato il 64,1% contro il 67,4% dell'ultimo voto alle provinciali (-3,3%).
Non è andata meglio nelle elezioni comunali (cfr La Stampa, 29 maggio 2007). La flessione più significativa di votanti si registra al Nord: in Liguria ha votato il 63,8% degli aventi diritto contro il 68,9% del 2002, con un calo del 5,1%. Anche in Toscana si registra una diminuzione del 4,2%: l'affluenza alle urne è stata infatti del 69,9% contro il 74,1% delle precedenti comunali. In Veneto ha votato il 73,5%, percentuale inferiore del 2,3% rispetto alle ultime elezioni (75,8%). In Lombardia la partecipazione è stata del 71,5% contro il 74,1% delle precedenti votazioni, con una diminuzione del 2,6%. Al Sud, invece, l'affluenza alle urne è rimasta sostanzialmente stabile in Campania, dove ha votato il 79,4% contro l'80,5% delle passate elezioni, mentre ha registrato un calo del 2% in Calabria con una partecipazione del 73% contro il 75% del 2002.
Una analisi attenta di questa flessione - scrive R. Mannheimer sul Corriere della Sera (29 maggio 2007) - mette in luce che vi sono stati diversi tipi di astenuti: «C'è chi, a suo tempo, ha creduto in una possibile azione innovatrice di Berlusconi ed è rimasto insoddisfatto. C'è chi ha affidato le sue speranze a Prodi e si dichiara scontento dell'azione del Governo. C'è anche chi ha avuto fiducia prima nell'uno e poi nell'altro, ed è oggi doppiamente scoraggiato. La motivazione più frequentemente addotta per spiegare l'astensione è però comune: riguarda la percezione di incapacità dei governi (e dei governanti) di realizzare quanto promesso in campagna elettorale e l'impressione che i politici siano "lontani dalla gente"». In ogni caso, quale che sia la vera causa del forte astensionismo, si tratta ovviamente del sintomo di un malessere grave. Deve far riflettere tutti.
   c) Infine, dalle elezioni del 27 maggio è venuta una indicazione importante sul rapporto tra i partiti che compongono i due schieramenti, confermata dai ballottaggi del 10-11 giugno. Per coglierla occorre rifarsi ai dati delle elezioni provinciali, dove la presenza di liste civiche è trascurabile, a differenza di quanto avviene per le elezioni comunali. Stando dunque ai dati delle Province (cfr Corriere della Sera, 30 maggio 2007), nella CdL avanzano Forza Italia (FI) (+3,8%) e Lega Nord (+3,0%); mentre Alleanza Nazionale (AN) e Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC) rimangono più o meno sulle posizioni precedenti (rispettivamente +0,4% e -0,3%).
Nell'Unione la lista dell'Ulivo (Democratici di Sinistra [DS] + Democrazia è Libertà - La Margherita [DL]) arretra (-8,1%); e - dato significativo -, in tutte e 7 le Province in cui si è votato, l'Ulivo ha avuto meno voti di quanti ne aveva presi nel 2002, quando DS e DL si presentarono separati. L'esempio più chiaro è Genova: nelle provinciali l'Ulivo ottiene il 30,2%, mentre nel 2002 la Quercia da sola aveva il 30,8% e la Margherita il 9%; nelle comunali, l'Ulivo ottiene il 34,6%, mentre nel 2002 aveva avuto il 44,4% (35,1% DS e 9,2% DL). Persino ad Ancona (altra roccaforte del centro-sinistra) l'Ulivo prende il 30,1%, mentre nel 2002 aveva ottenuto il 41,2% (26,6% DS e 14,6% DL).
Infine, reggono o crescono di poco i partiti più piccoli dell'Unione: Verdi e Partito dei Comunisti Italiani (PDCI), Popolari Unione Democratici per l'Europa (UDEUR), Italia dei Valori (IDV). Il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) avanza a Vercelli (+ 0,2%), ma perde nelle altre 6 Province; in particolare, a Genova scende dal 7,9% al 5,8% e a Varese dal 6% al 3,6%. Qual è, dunque, la ricaduta politica di questi risultati?

2. La loro ricaduta politica
   a) Il primo effetto è che si aggrava il distacco politico del Nord dal resto del Paese, ridando fiato alla «questione settentrionale». Il segno più evidente della lacerazione è il successo della Lega Nord, fenomeno essenzialmente di protesta, che ricupera visibilità nei momenti di crisi. Alle provinciali (meno che in Liguria) il partito di Bossi ha avuto un forte incremento: quasi 6 punti percentuali; nelle comunali, soprattutto nei capoluoghi, ha superato l'8%, quasi raddoppiando il risultato del 2002. Non c'è dubbio che questo exploit leghista, sommandosi all'aumento delle astensioni, abbia contribuito a cambiare il volto politico del Nord, che in larga misura ha abbandonato l'Unione.
I commentatori politici attribuiscono l'insoddisfazione del Nord alla mancanza di un programma chiaro di Governo e alla sua incapacità di svolgere un'azione coerente ed efficace, a causa soprattutto della conflittualità interna e della maggioranza risicata al Senato. Inoltre - si fa notare - la rigorosa politica fiscale è stata avvertita da migliaia di imprese del Nord non solo pesante, ma come una punizione nei loro confronti; e l'opposizione ha avuto buon gioco a insistere sulla insicurezza dei cittadini e sul dilagare della criminalità, incolpandone la politica tollerante del Governo in materia di immigrazione.
   b) Oltre a riacutizzare la «questione settentrionale», i risultati elettorali del 27 maggio hanno prodotto un altro contraccolpo politico: hanno aggravato la perdita di credibilità del Governo Prodi. Il primo colpo alla sua credibilità era venuto sia dall'iter contorto della legge finanziaria (già di per sé impopolare), sia dalle liberalizzazioni che colpivano privilegi e interessi ritenuti intoccabili, sia soprattutto dallo spettacolo indecoroso dei continui litigi tra i partiti della maggioranza. Certo, una coraggiosa terapia d'urto era necessaria per uscire dalla situazione disastrosa in cui il precedente Governo aveva lasciato il Paese; ma, da un lato, è mancata una adeguata comunicazione che spiegasse alla gente il senso dei sacrifici richiesti e, dall'altro, non c'è stata una vera tensione unitaria tra le forze della maggioranza: «Come si fa a dare un'immagine di buon governo - lamenta lo stesso Prodi -, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c'è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito. [...] un governo non va lontano, e non raccoglie consensi, se i primi a non riconoscere le sue iniziative e i suoi meriti sono quelli che ne fanno parte» (Intervista a la Repubblica, 30 maggio 2007).
   c) Una terza ricaduta politica delle elezioni del 27 maggio riguarda l'imminente nascita del Partito Democratico (PD). Molti commentatori hanno visto nell'arretramento generale dell'Ulivo la sconfitta virtuale del futuro PD. Una opinione, questa, che sarebbe avvalorata dalla constatazione che i DS e La Margherita prendono più voti quando si presentano divisi, anziché in lista unitaria. Ciò è accaduto, per esempio, a L'Aquila (Comune strappato dall'Unione alla CdL), dove i due partiti si sono presentati separati, ottenendo risultati in controtendenza: i DS sono cresciuti dello 0,6% e La Margherita ha contenuto il calo allo 0,9%. Per cui, dopo le elezioni, molti si chiedono se potrà mai nascere vivo il PD in un clima tanto avverso di «crisi della politica».

3. Il vero problema
Il vero problema, dunque, è come superare la «crisi della politica». Per farlo, c'è bisogno di una coesione ideale che oggi non esiste in nessuno dei due schieramenti. Da questo punto di vista, il voto al Senato sul caso Visco-Speciale è emblematico: sia il centro-sinistra sia il centro-destra hanno ritrovato per un giorno la loro «coesione», ma solo apparente; infatti, essa non nasce da ragioni ideali, ma da ragioni di bassa «cucina» politica: da un lato, la paura di tornare tutti a casa se fosse caduto il Governo; dall'altro, la speranza di assestare la «spallata» decisiva alla maggioranza traballante.
Ora, per superare la crisi della politica, il punto risolutivo non è cambiare maggioranza: sia perché, se non si riforma l'iniqua legge elettorale vigente, si riprodurrebbe la medesima situazione di ingovernabilità; sia perché la CdL ha già dimostrato, per una intera Legislatura, di ispirarsi a una logica di governo inadeguata a promuovere la giustizia sociale. L'Unione invece, nonostante i gravi limiti e le contraddizioni interne che le hanno tolto credibilità, nel suo primo anno di governo ha mostrato di avere le potenzialità per far uscire il Paese dalla crisi. A una condizione, però: che si superi lo stallo presente, realizzando la necessaria coesione ideale e culturale tra i partner della maggioranza, «andando oltre» le logiche particolari dei singoli partiti. Senza questo salto di qualità, non solo il Governo Prodi si può già considerare finito (per la risicata maggioranza in Senato e per il bloccaggio ideologico della sinistra radicale), ma rischia di implodere lo stesso sistema democratico. Che fare?
La imminente nascita del PD avrebbe dovuto offrire la prova che il salto di qualità è possibile. Purtroppo, da come vanno le cose, tutto fa prevedere che il PD potrebbe nascere morto. Il chiarimento mancato sul collocamento in Europa, lo scontro sulla leadership, i litigi seguiti alla composizione del Comitato Promotore dei 45, il prevalere della vecchia logica spartitoria per garantire a ciascuno la propria quota di rappresentanza mostrano all'evidenza che sta per nascere non «un soggetto politico veramente nuovo», ma semplicemente «un nuovo partito», confermando la impossibilità pratica di realizzare quella unità culturale e ideale tra le diverse tradizioni riformiste, che sulla carta il Manifesto per il Partito Democratico dava invece già per scontata.
C'è dunque il pericolo - se dovesse fallire il PD ed eventualmente cadere il Governo Prodi -, più di altre volte, che prevalgano lobby e «poteri forti», magari sotto le mentite spoglie di un «Governo tecnico», per fare una nuova legge elettorale e giungere a elezioni anticipate. Ciò potrebbe causare l'implosione del sistema bipolare attuale, favorendo il rinascere di velleità di Centro e di aggregazioni «cattoliche».
Certo i cattolici, in quanto cittadini e credenti, non possono assistere passivi alla crisi della politica e della democrazia in Italia. Si preparino, quindi, a prendere una iniziativa nuova. Non guardando con nostalgia al passato, ma impegnandosi con tutti gli uomini di buona volontà a elaborare una cultura comune, un neo-personalismo solidale e laico, che, a partire dalla Costituzione, faccia tesoro delle diverse tradizioni politiche del Paese, aiutandole ad «andare oltre» e a fare unità nel rispetto delle diversità. Perché non orientare in questo senso eventi culturali cattolici, quali il Family day e la prossima Settimana Sociale?