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Il problema del superamento della vecchia forma partito, apertosi con la caduta delle ideologie, richiede nell'attuale assetto bipolare una risposta tanto urgente quanto ineluttabile. Con questo intervento del senatore Giorgio Tonini prosegue il Forum sull'argomento, inaugurato dalla nostra Rivista con il contributo dell'on. Pierluigi Castagnetti su «Aggiornamenti Sociali», 2 (2007) 95-105.
Con la proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati1 e con il saggio pubblicato su questa rivista2, Pierluigi Castagnetti ha avuto il merito di riprendere la riflessione e rilanciare la discussione su un tema cruciale per il futuro della democrazia italiana: la definizione di regole che garantiscano il carattere democratico della vita interna dei partiti, e quindi l'attuazione dell'art. 49 della Costituzione, che afferma il diritto di tutti i cittadini di «associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Condividendo questo suo intento, l'obiettivo del presente contributo è di proporre alcune riflessioni sulla riforma del sistema dei partiti, tema cruciale per il rinnovamento e il rafforzamento della democrazia in Italia.
1. I partiti prima dello Stato
La questione dello statuto giuridico dei partiti, come è noto, è ampiamente disputata e sostanzialmente irrisolta fin dagli albori della Repubblica. Si trattava allora di riconoscere ai partiti un ruolo diverso da quello svolto nell'Italia liberale - morta, per così dire, nel dare alla luce il suffragio universale maschile e con esso i partiti di massa - senza tuttavia ripetere, sia pure in versione pluralistica, il primato di fatto del partito (o dei partiti) sullo Stato, affermato dal regime fascista. Alla prima preoccupazione, quella di non tornare allo schema liberale, era assai sensibile Giuseppe Dossetti, il quale già nel corso dei lavori dell'Assemblea Costituente, dichiarava il suo orientamento favorevole a una disciplina legislativa dell'ordinamento dei partiti, osservando che «oggi la democrazia si orienta verso un indirizzo diverso dalla struttura formalistica della democrazia parlamentare di cinquant'anni fa, indirizzo che è necessario interpretare e convogliare perché dalla possibilità di disciplina e di consolidamento di questa nuova realtà democratica dipenderà la possibilità di sussistenza della democrazia»3. Dossetti presentava dunque, in seno alla prima Sottocommissione, un ordine del giorno che proponeva di recepire nella Costituzione il principio per il quale, spiegava, «i partiti diventano rilevanti per il diritto». L'ordine del giorno veniva approvato e poi tradotto nel pur laconico art. 49. Ma due anni e mezzo dopo, nel concludere i lavori del terzo Congresso della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi riconosceva che «i nostri bravi costituenti non hanno avuto il coraggio, e lo comprendo, di affrontare questo duro problema»4. De Gasperi si riferiva in particolare alla disciplina del rapporto tra partiti e istituzioni, che egli vedeva piuttosto in chiave di garanzia contro l'invadenza dei partiti stessi. «Cosa fanno i partiti?», si chiedeva De Gasperi. «Hanno una grande importanza perché attraverso il sistema elettorale presentano le liste dei candidati e hanno così in mano la scelta dei dirigenti. Ora bisogna guardarsi bene dal ripetere l'esperimento del fascismo, già superato con la creazione del Gran Consiglio del Fascismo, il quale si compose del direttorio e di altri elementi direttivi che svuotarono il Parlamento e quindi lo sostituirono»5. Senza una chiara definizione e delimitazione del ruolo costituzionale dei partiti, avvertiva De Gasperi, «andremo a finire che quando un partito decide nella Direzione di uscire dal Governo i deputati e il Parlamento è come se non esistessero»6. Allo stesso modo, come evitare - si chiede il grande statista trentino - che il potere indefinito, dunque illimitato e incontrollato, dei partiti, degeneri al punto da soffocare l'autonomia della società civile, ad esempio selezionando le persone alle quali affidare incarichi esecutivi esclusivamente in base a criteri di fedeltà di parte e non sulla base del riconoscimento della professionalità e del merito? E così ammonisce: «Badate, dopo un periodo in cui la tessera era tutto e la competenza poco, il Paese oggi ha diritto di sapere che secondo il nostro sistema non è la tessera politica quella che decide, quando si tratta di posti di competenza; e i nostri devono sapere che alla tessera, intesa come concezione di vita, bisogna aggiungere competenza. Fortunati noi se le troveremo associate»7. Era passato appena un anno dalle storiche elezioni del 18 aprile 1948 e De Gasperi già intravedeva i due gravi processi degenerativi di quella che Pietro Scoppola ha definito «la Repubblica dei partiti»8: il primato delle forze politiche sulle istituzioni e l'invadenza dei partiti, ai limiti della colonizzazione, nei riguardi della società civile. Probabilmente, scrive Scoppola, «la democrazia italiana non poteva nascere (o riprendere un cammino appena iniziato) nel secondo dopoguerra che come "democrazia dei partiti"; ma questo tipo di democrazia ha dimostrato la sua insufficienza, la sua incapacità di rispondere ai problemi del paese»9. De Gasperi, in modo più o meno solitario, cercò una «terza via», o una «negazione della negazione», tra lo schema liberale e quello fascista, ma non gli riuscì di trovarla. E questo insuccesso fu uno dei principali crucci dei suoi ultimi anni. Non senza motivo. La patologica espansione del «potere di nomina» esercitato dai partiti, fino a prevaricare sulle attribuzioni istituzionali del Parlamento e del Governo e a mortificare l'autonomia della società civile, si è anzi accompagnata (e non poteva essere altrimenti, in un contesto pluripartitico) a un sempre più debole «potere di indirizzo», con conseguenze via via più gravi, in termini di scadente rendimento del sistema politico, quanto a qualità ed efficacia dell'azione di governo10. Non è questa la sede per indagare se e quanto questo modello di «Governo di partito» sia stato in Italia inevitabile e, secondo alcuni, perfino utile: necessario anzi - in un contesto segnato, in misura sconosciuta a qualunque altro Paese occidentale, dalla frattura ideologica comunismo-anticomunismo - a garantire mezzo secolo di sostanziale stabilità democratica, in una fase di turbolenta transizione da una condizione di arretratezza, aggravata dalle immani distruzioni prodotte dalla guerra, a una di spettacolare sviluppo e di benessere diffuso. Resta il fatto che la democrazia italiana è nata così, e questa genesi ha segnato in profondità (e perlopiù negativamente) i caratteri del nostro sistema politico. In Italia, i partiti sono nati prima dello Stato. E a lungo la cittadinanza si è risolta nell'appartenenza ideologico-partitica. Con tutto ciò che questi dati genetici hanno comportato: in termini di deriva oligarchica della politica, con relativa reazione populistica, di debolezza dello Stato e di corruzione degli apparati pubblici, nonché di deficit diffuso di etica pubblica, come di cultura della cittadinanza.
2. La lunga transizione incompiuta
Con il crollo dell'Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, la fine del PCI e la nascita del PDS, si sono poste in Italia le condizioni storico-politiche per un superamento dell'anomalia del nostro sistema politico e per una sua evoluzione nel senso dell'alternanza democratica o, per dirla con Sergio Fabbrini, per un suo ingresso nel novero dei sistemi «competitivi»11. L'alternanza fu da molti (tra i quali chi scrive) considerata una condizione necessaria, se non sufficiente, per il superamento del «governo di partito» e per una riaffermazione del primato delle istituzioni sui partiti e della cittadinanza sull'appartenenza. Come scriveva Salvatore Vassallo, «non si tratta di pensare ad una improbabile (e comunque inefficace) democrazia senza i partiti, ma di costringere i partiti nuovi (di quello che forse potremmo definire il secondo sistema partitico italiano) in regole istituzionali che li vincolino ad un comportamento più responsabile»12. Grazie alla stagione delle riforme, indotta dai referendum del 1991 e del 199313, e che hanno introdotto nel nostro Paese l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e poi di Regione, il premio di maggioranza di coalizione in questi stessi livelli di governo e poi, soprattutto, la legge elettorale uninominale maggioritaria con recupero proporzionale per entrambi i rami del Parlamento, l'Italia è in effetti arrivata a sperimentare la competizione tra coalizioni alternative e l'alternanza di Governo. Ma a distanza di più di quindici anni dall'inizio di questa lunga transizione, il sistema politico italiano appare tutt'altro che stabilizzato. Non solo non si è riusciti ad adattare la Costituzione al bipolarismo, rafforzando il Primo Ministro nel Governo e il Governo in Parlamento, superando il bicameralismo perfetto in favore di una specializzazione «federalistica» del Senato e di una restrizione alla Camera del circuito fiduciario Parlamento-Governo, definendo uno Statuto dell'opposizione e un sistema di garanzie nel maggioritario. Ma si sono perfino rimesse in questione le leggi elettorali per il Parlamento, con la «controriforma» imposta dalla maggioranza di centro-destra alla fine della scorsa legislatura, che ha cancellato i collegi uninominali maggioritari e ha introdotto un modello simile a quello dei Comuni (proporzionale con premio di maggioranza), ma senza l'equivalente funzionale dell'elezione diretta del sindaco, con lunghe liste bloccate e con l'ulteriore complicazione che il premio è nazionale alla Camera e regionale al Senato. In Parlamento e tra le forze politiche si è così tornati a parlare di riforme elettorali e costituzionali, mentre si raccolgono le firme per un referendum che punta ad abrogare almeno gli aspetti peggiori della normativa vigente. La transizione italiana è insomma assai lontana dalla sua conclusione14. Soprattutto, sono totalmente mancati, in questi anni, quei «partiti nuovi», quel «nuovo sistema partitico», frutto delle nuove regole, auspicato all'indomani dei referendum elettorali. Dopo quasi quindici anni di transizione incompiuta, l'Italia si presenta come il Paese europeo (e occidentale in genere) col sistema partitico più frammentato e destrutturato. La competizione bipolare ha portato all'Italia il dono prezioso dell'alternanza, ma non è ancora riuscita né a restituire forza ed efficacia alle istituzioni, né a ristabilire il primato della cittadinanza sull'appartenenza. Le due coalizioni nelle quali si è articolato il bipolarismo italiano sembrano anzi aver ereditato le due caratteristiche del «Governo di partito» della cosiddetta Prima Repubblica: la forza del «potere di nomina» e la debolezza del «potere di indirizzo». Alla prepotenza oligarchica nei riguardi della società, fa riscontro la paralizzante frammentazione delle coalizioni, incapaci di garantire energia, determinazione, efficacia all'azione di Governo. Ma giunti a questo punto, viene da dire che è proprio la destrutturazione spinta del sistema partitico - connotata dalla presenza di uno sciame di piccoli e piccolissimi partiti, attorno a due forze che nel resto d'Europa sarebbero definite appena poco più che piccole, come Rifondazione Comunista e la Lega Nord, e a quattro partiti medi, sempre per gli standard europei, come AN, DL-Margherita, i DS e Forza Italia, più grande quest'ultima, ma ancora troppo «effimera» - il principale, il più macroscopico fattore di divario negativo della democrazia italiana rispetto agli altri sistemi europei e occidentali. Lavorare alla costruzione del nuovo sistema partitico italiano è dunque probabilmente la principale delle priorità, attorno alla quale reimpostare il più generale impegno per il completamento della transizione italiana, anche attraverso le necessarie riforme elettorali e costituzionali. 3. Quali partiti nella democrazia dell'alternanza Per costruire un nuovo sistema partitico italiano, occorre impegnarsi a dar vita a due grandi partiti di stampo europeo (uno di centro-sinistra, l'altro di centro-destra), quindi «a vocazione maggioritaria», plurali nella loro ispirazione e nei loro riferimenti culturali, capaci di selezionare la leadership, la guida del partito (e dunque la candidatura alla premiership, alla guida del Governo) in modo democratico e competitivo. Con la pur contrastata decisione di DS e DL-Margherita di confluire, in un processo che ci si augura aperto ad altre forze politiche e della società civile, nella Costituente del Partito Democratico, le principali forze del centro-sinistra hanno imboccato decisamente questa strada15. Anche la decisione di chiamare il nuovo partito «Partito Democratico» appare tanto più condivisibile, quanto più si rifletta sulla centralità della questione democratica - della qualità e della forza della democrazia -, per il futuro del nostro Paese, ancora alle prese con i nodi irrisolti, intravisti con lucida preoccupazione da Alcide De Gasperi. Non solo: chiamando Partito Democratico il partito nuovo, il centro-sinistra si mostra consapevole di come la «difficile» democrazia italiana partecipi, in forma aggravata, di difficoltà con le quali si deve confrontare la democrazia in Europa e nel mondo. Come si legge nel Manifesto per il partito democratico, elaborato dai dodici «saggi» nominati da Romano Prodi16 e assunto dai Congressi DS e DL-Margherita17, «i problemi italiani si collocano in uno scenario più ampio. La democrazia ha vinto i totalitarismi del secolo scorso, ma deve oggi far fronte a sfide di prima grandezza. È spesso prigioniera degli interessi consolidati, più che interprete delle speranze dei deboli. I partiti faticano un po' ovunque a promuovere la partecipazione e a selezionare una classe dirigente credibile, capace di guardare lontano. Lo sviluppo tecnologico, l'intensificarsi degli scambi e delle comunicazioni rendono la nostra vita più dinamica e più ricca, ci rendono più aperti, ci fanno vivere meglio e più a lungo, accrescono la varietà delle conoscenze a cui possiamo accedere, consentono a un numero crescente di persone, soprattutto tra i giovani, di sentirsi e di essere cittadini del mondo. E cittadini più informati, educati al dialogo con persone di altre culture, costituiscono una preziosa risorsa contro i rischi ricorrenti di chiusure e intolleranze. La democrazia rimane però per lo più relegata nei confini nazionali ed è quindi debole di fronte a fenomeni di dimensione globale come il drammatico deterioramento dell'ambiente e del clima, il terrorismo e i conflitti internazionali, dinamiche demografiche squilibrate, flussi migratori difficilmente controllabili, grandi disuguaglianze tra diverse aree del mondo, abusive ingerenze di interessi economici che minano la sovranità di Paesi deboli e ne ostacolano lo sviluppo economico e civile. Il XX secolo, insieme a tante straordinarie conquiste, ci ha consegnato un modello di sviluppo che condanna milioni di persone e intere aree del pianeta alla povertà e che, se non subirà modifiche radicali, renderà la terra invivibile. Un modello di sviluppo che compromette la libertà delle nuove generazioni e su cui dunque la politica deve intervenire». Considerazioni come queste, del resto non nuove, circa il carattere globale delle sfide dinanzi alle quali si trova la democrazia contemporanea, definiscono una prima, indispensabile caratteristica, allo stesso tempo identitaria e programmatica, di un partito che voglia definirsi nuovo: il suo pensarsi in chiave sopranazionale. Come scrive Robert Dahl, «non possiamo immaginare una società democratica realizzabile senza un sistema politico su vasta scala»18. Visto dall'Italia, un sistema politico su vasta scala è un sistema politico europeo: solo un demos (popolo) europeo può mettere in campo, sullo scenario mondiale, quel livello minimo di kratia (forza, potere), al di sotto del quale la democrazia si risolve in una illusione. Costruire il demos europeo e la kratia europea è allora la prima, grande «utopia» identitaria del partito nuovo, del Partito Democratico. Un «ideale regolativo» che non può essere risolto con la semplice collocazione del Partito Democratico dentro una delle attuali famiglie politiche europee. Come si legge nel già citato Manifesto, il Partito Democratico deve nutrire l'ambizione di «rinnovare la politica europea, dando vita, con il PSE e le altre componenti riformiste, a un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale». Robert Dahl sostiene anche che, «nei limiti del fattibile, i cittadini di un Paese democratico avanzato dovrebbero avere le risorse politiche necessarie allo scopo di partecipare alla vita politica su un piano di parità»19. Ciò significa, secondo il politologo americano, che «un Paese democratico avanzato dovrebbe deliberatamente regolare le proprie strutture sociali, economiche e politiche in modo da raggiungere l'uguaglianza politica»20, o quanto meno, «dato che è più facile trovare modi per ridurre le disuguaglianze, piuttosto che modi per raggiungere l'uguaglianza perfetta (qualunque essa sia), un Paese democratico avanzato si concentrerà sulla riduzione delle cause modificabili delle più vistose disuguaglianze politiche»21. Il partito nuovo che serve al centro-sinistra, il Partito Democratico, non può essere quindi un partito «moderato», se con questo termine si intende non un partito che coltivi la sapiente virtù della moderazione, bensì un partito che si adatta alla società così com'è, cercando di rappresentarla, ma rinunciando all'idea di trasformarla, di «riformarla». Il Partito Democratico, proprio in quanto «democratico» è invece un partito «riformista», perché non può esserci vera democrazia senza uguaglianza, o almeno senza lotta alle disuguaglianze22. Ma non può esserci lotta alle disuguaglianze che affliggono il demos, senza che il demos disponga della kratia, ovvero del potere. Una politica impotente non può essere una politica democratica, perché democrazia significa riconoscere al popolo, nelle forme e nei limiti di un ordinamento liberale, il potere, non l'impotenza23. Questo è un problema particolarmente acuto in Italia. Nonostante il passaggio dalla democrazia bloccata a quella competitiva e dell'alternanza bipolare, il nostro sistema politico, soprattutto a livello nazionale, meno a quello locale, continua a occuparsi assai più della «governabilità», che non del «governo», assai più delle condizioni che rendono possibile il governo, che non dei contenuti del governo stesso. Un partito che voglia rafforzare la democrazia in Italia è dunque un partito che non solo si occupa del potere, ma costruisce il canale che porta il potere alla politica e il potere politico al popolo. 4. La leadership democratica, risorsa imprescindibile Un partito per la democrazia è così un partito funzionale alla costruzione di una leadership democratica. Scriveva Salvatore Vassallo già nel 1994: «una forte personalizzazione della leadership politica e della competizione per l'esercizio del ruolo direttivo nel governo è un potente incentivo affinché gli elettori siano attratti dalle alternative praticabili e dalle proposte di governo con un respiro nazionale»24. Nell'area culturale cattolico-democratica, la personalizzazione della leadership25 - anche a causa del modello negativo rappresentato recentemente dal berlusconismo, esempio di leadership populista e poco democratica - continua a incontrare una radicata diffidenza, nonostante la prassi politica sia fondata in gran parte sulla selezione democratica, sia a livello nazionale sia a livello locale26. Gli echi di questa radicata diffidenza si avvertono anche nel saggio di Pierluigi Castagnetti, che non manca tuttavia di riconoscere, quanto meno per realismo politico, l'ineludibilità della questione. «Se è giusto riconoscere la prerogativa del leader di rappresentare all'esterno la linea del partito, occorre che gli organi dello stesso, chiamati a definire e a condividere tale linea, siano di natura elettiva e non derivata. Se i sistemi elettorali (siano essi maggioritari o "proporzionali blindati") conferiscono ai partiti uno smisurato e ingiustificato potere, non solo di designare i candidati, ma addirittura di preordinare la loro elezione nelle assemblee elettive, la selezione di tali "candidati-predestinati" deve essere affidata a organi collegiali territorialmente competenti o a procedure partecipative quali le primarie, perché nessuno di essi si senta "debitore" della propria designazione se non a un principio di selezione democratica. Poiché il ruolo del leader finisce fatalmente per trasformarsi in quello di "produttore" dell'immagine del partito, occorre moltiplicare le occasioni e le sedi di approfondimento e dibattito interno - sia di carattere culturale che politico -, in modo che sia possibile "ritrovarsi a memoria" nelle posizioni espresse nell'ultima intervista del leader, anche se esse non sono state concordate con gli organi del partito»27. Si tratta di preoccupazioni e di proposte tutte condivisibili. A esse ne andrebbe tuttavia aggiunta (e anzi premessa) un'altra: la leadership deve essere selezionata attraverso procedure democratiche competitive (e non di ratifica plebiscitaria), aperte alla partecipazione di una platea vasta, tendenzialmente ed idealmente coincidente con quella degli elettori del partito nuovo, del Partito democratico. Solo in questo modo la leadership è effettivamente democratica, proprio in quanto è «contendibile», ovvero può essere sfidata, a scadenze prefissate, da altre proposte di leadership28. Solo in questo modo, il leader è espresso dal partito e non il partito dal leader. Solo in questo modo, soprattutto, la leadership può effettivamente diventare il canale di raccolta delle energie politiche e prima ancora civili, intellettuali, morali che possono conferire capacità incisiva all'azione di governo e dunque kratia al demos. E ancora: solo in questo modo la leadership può essere messa in grado di esercitare la sua funzione anti-oligarchica29 e ristabilire il primato della cittadinanza sull'appartenenza e delle istituzioni sui partiti. Come si legge nel Manifesto per il Partito democratico, «ci impegniamo a costruire un partito che, sin dalla sua fase fondativa, sia aperto alla partecipazione di una larga platea di cittadini, e affidi al loro voto, diretto e segreto, la scelta della leadership. Un partito capace di parlare al Paese con una voce autorevole, che proponga il suo leader alla guida del Governo della nazione, un partito che affidi al metodo delle primarie la scelta delle candidature alle massime cariche di governo nelle regioni e negli enti locali». Questo è un punto cruciale: non solo la leadership deve essere espressa in modo democratico, competitivo e contendibile, ma essa deve identificarsi con la candidatura alla premiership, ovvero alla guida del Governo, sia esso nazionale, regionale o locale. Naturalmente, questo obiettivo non può essere definito in via teorica: esso potrà essere solo il frutto della lotta politica. Ma è assolutamente cruciale che sia declinato con chiarezza tra gli obiettivi strategici del partito nuovo, pena l'inutilità, ai fini della riforma della democrazia italiana, di tanto lavoro. Il vero contrappeso alla leadership democratica, insieme e in linea con le citate proposte di Castagnetti, risiede nella natura pluralista del partito nuovo. Un pluralismo che è innanzi tutto culturale, frutto dell'incontro di radici diverse, nessuna delle quali può imporre la propria visione alle altre, perché tutte sono consapevoli della propria non autosufficienza, dinanzi agli inediti problemi del nostro tempo, e tutte convergono nella ricerca comune di un pensiero nuovo. Ma anche un pluralismo organizzativo, fortemente decentrato sul piano territoriale, che si configuri in un partito «federale», in «un partito su varie linee di appartenenza», come ebbe a definirlo una volta Nino Andreatta30. Un partito che disponga di una vasta rete di finanziatori, in modo da evitare di dipendere da grandi interessi concentrati, sia di tipo economico-finanziario, sia di tipo sociale organizzato, sia di tipo mediatico31. In questo quadro, la presentazione di un progetto di legge per la disciplina della democrazia interna ai partiti politici che dia attuazione all'art. 49 della Costituzione, come quello proposto alla Camera da Castagnetti, è un'iniziativa giusta e importante. NOTE 1 Cfr «Atti Parlamentari», Camera dei Deputati, XV Legislatura, Proposta di legge 27 novembre 2006, n. 1986, Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione in materia di democrazia interna dei partiti, d'iniziativa dei deputati CASTAGNETTI e altri, <www.camera.it>. 2 Cfr CASTAGNETTI P., «Quale "forma partito" per l'alternanza? La sfida della democrazia interna», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2007) 95-105. 3 ASSEMBLEA COSTITUENTE, Commissione per la Costituzione, I Sottocommissione, seduta del 20 novembre 1946. La seduta si concludeva con l'approvazione di un ordine del giorno, presentato dallo stesso Dossetti, che recitava: «La prima Sottocommissione ritiene necessario che la Costituzione affermi il principio del riconoscimento giuridico dei partiti politici e delle attribuzioni ad essi di compiti costituzionali. Rinvia ad un esame comune con la seconda Sottocommissione la determinazione delle condizioni e delle modalità». 4 Discorso conclusivo al III Congresso nazionale della DC, Venezia, 5 giugno 1949, in DE GASPERI A., Discorsi politici, Edizioni Cinque Lune, Roma 1969, 246. 5 Ivi. 6 Ivi, 247. 7 Ivi, 256 s. 8 SCOPPOLA P., La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico (1945-1996), il Mulino, Bologna 1997. 9 Ivi, 9. 10 Cfr VASSALLO S., Il governo di partito in Italia (1943-1993), il Mulino, Bologna 1994. 11 Cfr FABBRINI S., Quale democrazia. L'Italia e gli altri, Laterza, Roma-Bari 1999. 12 VASSALLO S., Il governo di partito in Italia, cit., 286. 13 Sarebbe peraltro ingiusto non ricordare il grande lavoro di semina culturale e politica, in favore di una riforma del sistema politico italiano, compiuto nei diversi schieramenti politici da personalità di grande rilievo intellettuale e morale. In particolare, nell'area cattolico-democratica fu essenziale l'opera di Roberto Ruffilli, che per essa pagò con la vita. Si veda al riguardo RUFFILLI R. - CAPOTOSTI P. A. (edd.), Il cittadino come arbitro. La DC e le riforme istituzionali, il Mulino, Bologna 1988. 14 Cfr CECCANTI S. - VASSALLO S. (edd.), Come chiudere la transizione. Cambiamento, apprendimento e adattamento nel sistema politico italiano, il Mulino, Bologna 2004, e PERFETTI L. R., «Riscrivere la legge elettorale. Nuove prospettive e vecchi vizi», in Aggiornamenti Sociali, 5 (2007) 335-345. 15 Per approfondire la genesi del Partito Democratico, cfr SALVATI M., Il Partito democratico. Alle origini di un'idea politica, il Mulino, Bologna 2003. 16 I dodici «saggi» che hanno elaborato il testo sono Rita Borsellino, Liliana Cavani, Donata Gottardi, Roberto Gualtieri, Sergio Mattarella, Ermete Realacci, Virginio Rognoni, Michele Salvati, Pietro Scoppola, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo, Luciano Violante. 17 Nel deliberato conclusivo, approvato da entrambi i Congressi, si legge che i due partiti «assumono il Manifesto come orizzonte ideale e punto di riferimento in relazione ai contenuti politici, culturali e programmatici che dovranno ispirare l'iniziativa del Partito democratico nella sua fase costituente. Il testo definitivo del Manifesto sarà approvato dall'Assemblea Costituente eletta a conclusione di un ampio e approfondito confronto nella società italiana». Il testo del Manifesto è disponibile in <www.congresso.margheritaonline.it/notizie/scheda.php?id_notizie=200&sezione=6>. 18 DAHL R., La democrazia e i suoi critici, Editori Riuniti, Roma 1990 (ed. or. 1989), 487. Un contributo fondamentale in questa direzione è FABBRINI S., Democracy and Federalism in the European Union and the United States. Exploring Post-National Governance, Routledge, Londra e New York 2005. 19 DAHL R., La democrazia e i suoi critici, cit., 487. 20 Ivi, 488. 21 Ivi, 489. 22 Per una moderna concezione dell'uguaglianza, cfr GORRIERI E., Parti uguali fra disuguali. Povertà, disuguaglianza e politiche redistributive nell'Italia di oggi, il Mulino, Bologna 2002. 23 Cfr DUVERGER M., La nostalgie de l'impuissance, Albin Michel, Parigi 1988. 24 VASSALLO S., Il governo di partito in Italia, cit., 286. 25 Sull'importanza e perfino la «maestà» della leadership, cfr MARITAIN J., L'uomo e lo Stato, Vita e Pensiero, Milano 1975 (ed or. 1953), 150-167. 26 Cfr CECCANTI S. - TONINI G., «Il premierato: matrici ideali e problematiche», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2004) 118-124. 27 CASTAGNETTI P., «Quale "forma partito" per l'alternanza?», cit., 105. 28 Cfr VASSALLO S., La forma organizzativa. Un nuovo partito, e un partito nuovo, relazione al Seminario dell'Ulivo, Orvieto, 6-7 ottobre 2006, disponibile in <www.ulivo.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=98527>. 29 Cfr OPPO A., «Partiti politici», in BOBBIO N. - MATTEUCCI N. - PASQUINO G. (edd.), Dizionario di politica, TEA, Torino 1983, 801: «quando il livello di partecipazione è elevato e il coinvolgimento politico dei cittadini intenso, la delega ed il controllo su di essa saranno ravvicinati e specifici, così come i partiti saranno portati a trasmettere una domanda politica che tenga conto delle esigenze e dei bisogni più generali dei propri aderenti e simpatizzanti. Al contrario, un basso livello di partecipazione e una situazione di non mobilitazione rendono meno controllabile la delega, favoriscono una cristallizzazione delle strutture politiche permettendo che queste funzionino come filtro di domande particolaristiche e settoriali». 30 ANDREATTA N., «La politica e l'organizzazione», in FREDDI G. (ed.), La riorganizzazione di un partito democratico cristiano: il caso tedesco, Arel, Roma 1983, 128. 31 Su questo punto si vedano le interessanti considerazioni sui «politici tenuti prigionieri» dai ricchi finanziatori o dai gruppi di interesse o dai media in OBAMA B., L'audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo, Rizzoli, Milano 2007, 111 ss.
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