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La pubblicazione da parte del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) della Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto (in L'Osservatore Romano, 30 marzo 2007) è stata la scintilla che ha fatto divampare l'incendio. Il clima era già surriscaldato dall'8 febbraio, quando il Governo Prodi aveva approvato il disegno di legge sui «Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi» (DICO). Il confronto tra «cattolici» e «laici», da allora, si è fatto ogni giorno più incandescente. In realtà, la Nota non sostiene le posizioni eccessive che le sono state attribuite, ma è un contributo per aiutare soprattutto i cattolici a compiere scelte coerenti e responsabili in una materia tanto delicata e complessa. Ci sforzeremo di mostrarlo, chiarendo: 1) che cosa dice la Nota; 2) alcuni punti critici del disegno di legge sui DICO; 3) il comportamento dei politici cattolici.
1. La Nota della CEI La Nota della CEI riprende l'insegnamento precedente del Magistero sul valore «non negoziabile» della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. La Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 novembre 2002, aveva emanato una Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (in Il Regno-Documenti, 3 [2003] 71-75, commentata da più autori in Aggiornamenti Sociali, 5 [2003] 395-407). In essa si parlava già di principi etici «non negoziabili» (n. 3) e, tra le «esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili», dopo il diritto alla vita dal suo concepimento fino al suo termine naturale, si citava la tutela della famiglia fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso. Seguiva poi la lista di altri principi etici non negoziabili (n. 4). Il documento del 2002 concludeva che, di fronte «a ogni legge che risulti un attentato alla vita umana», «per ogni cattolico, vige l'impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare a esse il suo appoggio con il proprio voto» (ivi). In un successivo documento del 3 giugno 2003, la Congregazione per la Dottrina della Fede applica questa norma generale al caso specifico della legge sulle unioni omosessuali: «Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto a un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale» (n. 10) (Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, in Il Regno-Documenti, 15 [2003] 486). Questi orientamenti della Chiesa hanno valore universale e non riguardavano direttamente l'Italia: risalgono infatti a quattro anni fa, prima che si discutesse di DICO. La Nota della CEI li riprende e li applica al dibattito sulla regolamentazione delle coppie di fatto oggi vivo in Italia, citando anche la recente esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis di Benedetto XVI: «i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). Questa coincidenza tra l'insegnamento dei vescovi e quello del Papa verifica alla lettera quanto afferma il Concilio Vaticano II: «I vescovi, quando insegnano in comunione col Romano Pontefice, devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità; e i fedeli devono accettare il giudizio del loro vescovo, dato a nome di Cristo in materia di fede e di morale, e aderirvi con religioso rispetto» (Lumen gentium, n. 25). Per una felice concomitanza, nel giorno della pubblicazione della Nota della CEI, Benedetto XVI, ricordando sant'Ireneo di Lione nell'udienza del mercoledì, richiamava l'attenzione sulla ragione principale per la quale i fedeli sono tenuti ad aderire all'insegnamento dei vescovi in materia di fede e di morale. Nel 200 d. C. - dice il Papa - sant'Ireneo trasmetteva il medesimo annuncio evangelico che aveva ricevuto direttamente da Policarpo, vescovo di Smirne; il quale, a sua volta, l'aveva ricevuto direttamente dall'apostolo Giovanni di cui era discepolo. «Il vero Evangelo - conclude il Papa - è quello impartito dai vescovi, che lo hanno ricevuto in una catena ininterrotta dagli Apostoli. [...] Non si tratta infatti di una trasmissione affidata all'abilità di uomini più o meno dotti, ma allo Spirito di Dio, che garantisce la fedeltà della trasmissione della fede» (L'Osservatore Romano, 29 marzo 2007). È questa la vera ragione per cui i cattolici accettano con religioso rispetto il giudizio dei vescovi in cose di fede e di morale: «Sarebbe quindi incoerente - conclude la Nota della CEI - quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto». Nello stesso tempo, non può sfuggire però l'accento che la Nota pone sulla responsabilità della coscienza. In apertura, i vescovi dicono che scrivono per «illuminare la coscienza» dei fedeli; tocca poi ai laici decidere quali scelte compiere: «Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell'uomo e della società nell'impegno quotidiano, personale e sociale». Parimenti, alla fine del documento, dopo aver sottolineato che «Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l'insegnamento del Magistero», la Nota ribadisce: «Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni». In altre parole: tocca alla coscienza dei fedeli laici - non ai vescovi - decidere come comportarsi, quali scelte fare. Del resto, su questo punto l'insegnamento del Concilio è esplicito: in campo sociale e politico i fedeli laici non sono esecutori passivi delle disposizioni della Gerarchia, ma agiscono in modo responsabile e autonomo. Tradurre i principi non negoziabili e l'insegnamento sociale della Chiesa in scelte politiche concrete, è compito della competenza professionale del politico, il quale, in coerenza con la propria coscienza rettamente formata, deciderà in piena e autonoma responsabilità quali mediazioni di natura tecnico-legislativa fare, nel rispetto della laicità della politica e delle regole democratiche. «Dai sacerdoti - conferma la Gaudium et spes -, i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino, però, che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, a ogni nuovo problema, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e prestando rispettosa attenzione alla dottrina del Magistero» (n. 43). Dunque, per quanto riguarda la questione dei DICO, i cattolici impegnati in politica, da un lato aderiranno con religioso rispetto all'insegnamento del Papa e dei vescovi sul valore non negoziabile della famiglia fondata sul matrimonio; d'altro lato, esamineranno responsabilmente il disegno di legge quale verrà presentato in Parlamento. Una volta compiuta l'analisi del testo dal punto di vista tecnico, politico e giuridico, spetterà poi alla loro coscienza formata e alla loro competenza professionale giudicare se il disegno di legge legalizzi o meno una nuova forma di famiglia, alternativa a quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna o introduca elementi tali da danneggiarla e metterla in pericolo serio. 2. Alcuni punti critici del disegno di legge sui DICO
Occorre dire, anzitutto, che il disegno di legge sui DICO affronta un fenomeno di crescente rilevanza. Infatti, secondo i dati ISTAT più recenti (2004-2005), negli ultimi dieci anni le coppie di fatto in Italia sono raddoppiate, e oggi superano il mezzo milione (cfr ISTAT, Rilevazione sui matrimoni, 2007, http://demo.istat.it). Si tratta di un fenomeno legato a cause diverse, dalle profonde trasformazioni del costume alla crisi culturale e dei valori etici dei nostri giorni. È certo, però, che il rifiuto del matrimonio (religioso o civile) non è dovuto necessariamente alla volontà trasgressiva dei conviventi, ma spesso a impedimenti obiettivi, difficilmente superabili, di natura economica o psicologica. Anche per questo, le coppie di fatto vanno rispettate. In ogni caso, il problema non si può eludere. Ora, il disegno di legge del Governo si propone non di legalizzare una nuova forma di famiglia, diversa da quella fondata sul matrimonio (oltre tutto, ciò sarebbe incostituzionale), ma di disciplinare un fenomeno in rapida espansione, tutelando i diritti delle persone che convivono di fatto. A questo punto si accende il dibattito, che giustamente preoccupa la Chiesa: deve lo Stato riconoscere alle coppie di fatto diritti che richiamano quelli della famiglia fondata sul matrimonio? Le risposte divergono: a) alcuni, negando l'unicità della famiglia, ritengono di sì; b) altri - ribadita l'unicità della famiglia fondata sul matrimonio, sancita dall'art. 29 Cost. - ritengono che ciononostante, in virtù dell'art. 2 Cost., lo Stato è tenuto a riconoscere i diritti non delle coppie di fatto, ma degli individui, sia singoli, sia stabilmente conviventi; c) altri infine ritengono che, per tutelare i diritti individuali dei conviventi di fatto, si debba ricorrere al diritto civile, evitando di creare figure giuridiche alternative alla famiglia fondata sul matrimonio. Verso questa posizione propende anche la CEI: «Siamo consapevoli - dice la Nota - che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell'ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare». Che cosa pensare? In termini tecnico-giuridici il problema che si pone al legislatore è comporre quanto stabilisce l'art. 29 Cost., che ignora le coppie di fatto e dà rilevanza pubblica solo ai «diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», con quanto stabilisce l'art. 2 Cost., in base al quale lo Stato deve riconoscere e garantire i diritti inviolabili della persona (all'assistenza, alla previdenza, alla casa, ecc.), «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». Con i DICO - sostengono i presentatori del disegno di legge - il Governo si propone, appunto, non di legalizzare una nuova forma di famiglia ma, armonizzando l'art. 29 con l'art. 2, di tutelare i diritti individuali di chi vive in coppie di fatto, senza negare l'unicità della famiglia fondata sul matrimonio. L'intento è riuscito? Certo, il disegno di legge presentato non crea formalmente nessuna nuova famiglia di serie B (oltre tutto - ribadiamo - ciò sarebbe contro l'art. 29 Cost.); tant'è vero che l'ipotesi della «registrazione» delle coppie di fatto è stata scartata, per evitare una possibile equiparazione dei DICO al matrimonio contratto davanti a pubblico ufficiale; si prevede, invece, la semplice annotazione sulla scheda anagrafica. Ciò non toglie, tuttavia, che l'approvazione dei DICO implichi in qualche modo l'esistenza di convivenze diverse dal matrimonio. Infatti, con il progetto dei DICO - riferito a qualsiasi caso di persone stabilmente conviventi (anche non in unioni di fatto) -, si dà una soluzione unica per situazioni molto diverse tra loro: coppie di fatto eterosessuali, unioni omosessuali, famiglie elettive... Di conseguenza, sarà inevitabile che il riconoscimento dei diritti di due conviventi entri, in qualche modo, «in concorrenza» con il riconoscimento dei diritti della famiglia fondata sul matrimonio, se non altro perché le «convivenze» si potranno sciogliere più facilmente (senza i tempi lunghi previsti per la separazione e per il divorzio) e garantiranno ai conviventi più o meno le stesse prestazioni e tutele previste per il matrimonio civile. Bisogna ammettere, dunque, che una certa «concorrenza» vi sarà. Infatti, per tutelare i diritti, è necessario che la «soggettualità» della convivenza consti in qualche modo: o annotata in un apposito registro o risultante dalla scheda anagrafica personale o certificata da un atto notarile (restando nell'ambito del diritto privato). Ecco perché, al fine di evitare ogni possibile forma di «concorrenza», alcuni (tra cui anche la Nota della CEI) preferirebbero che i diritti individuali dei conviventi fossero tutelati ricorrendo soltanto ad alcuni ritocchi del codice civile già esistente. Ovviamente il giudizio tecnico su quale di queste soluzioni scegliere spetta ai politici, non ai vescovi; sarà compito dei parlamentari armonizzare l'art. 2 con l'art. 29 della Carta repubblicana, dopo che la Corte Suprema, pur ribadendo la distinzione essenziale tra «famiglia fondata sul matrimonio» e altre «formazioni sociali», ha ammesso che «un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare, anche a sommaria indagine, costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.)» (Sentenza n. 237/1986). Stando così le cose, non si può impedire che lo Stato riconosca i diritti individuali (e sancisca i relativi doveri) dei cittadini che convivono in unioni di fatto. Il problema è trovare la strada migliore. Ma questa dovrà deciderla il Parlamento. Perciò, anche i parlamentari cattolici - in quanto rappresentanti dell'intera Nazione (art. 67 Cost.) - sono tenuti a partecipare a questa ricerca, studiandosi di perseguire il maggior bene possibile nella concreta situazione di oggi.
3. Il comportamento dei politici cattolici
Alla luce delle riflessioni precedenti, quale sarà il comportamento dei parlamentari cattolici, stretti tra il dovere della coerenza cristiana e quello della responsabilità politica? Anzitutto, bisognerà vedere come il disegno di legge approderà in Parlamento. Infatti, la Commissione Giustizia del Senato non intende proporre quello governativo, ma un altro (o la sintesi) dei numerosi giacenti. Se il disegno di legge, quale sarà presentato in Parlamento, dovesse prevedere la legalizzazione di una diversa forma di famiglia, evidentemente i politici cattolici dovranno respingerlo: sarebbe inaccettabile sul piano di principio e pericoloso sul piano sociale ed educativo (oltre che incostituzionale). «Sarebbe quindi incoerente - dice giustamente la Nota - quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto». Qualora, invece, si trattasse del mero riconoscimento dei diritti degli individui che vivono in coppia di fatto, i cattolici, nel religioso rispetto per l'insegnamento dei vescovi, dovranno operare autonomamente secondo coscienza; usando la propria specifica competenza, vigileranno anche affinché con il pretesto della tutela dei diritti individuali non si equiparino surrettiziamente le coppie di fatto alla famiglia fondata sul matrimonio. Accadrà, quindi, che alcuni cattolici voteranno contro, altri saranno favorevoli, altri si impegneranno a emendare e perfezionare la legge in discussione. A nessuno sarà lecito giudicare della maggiore o minore coerenza cristiana di un politico cattolico in base alle scelte diverse che potrà legittimamente compiere, seguendo la propria coscienza formata e la propria competenza professionale. Una cosa però è certa: tutti i politici cattolici dovranno impegnarsi positivamente a promuovere e sostenere la famiglia fondata sul matrimonio, «vera cellula della società». Ciò è richiesto non solo dalla dottrina sociale della Chiesa, ma esplicitamente anche dall'art. 31 Cost. Si tratta, cioè, di attuare politiche sociali adeguate, che rimuovano le cause (a cominciare dalla difficoltà di trovare lavoro o di acquistare una casa) che oggi spingono tanti giovani, incerti sul loro futuro, a preferire una unione precaria e instabile alla famiglia fondata sul matrimonio; di sostenere e aiutare la maternità, attraverso l'accesso agli asili-nido e altre agevolazioni di natura giuridica ed economica, a cominciare dalla tutela del posto di lavoro per le donne madri. Comportandosi così, i politici cattolici dimostreranno che la Chiesa non è oscurantista o retrograda, ma è una risorsa per tutti. Che la Chiesa lo sia effettivamente è la tesi suggestiva di Rodney Stark, uno dei maggiori sociologi delle religioni. Al termine di una sua ponderosa ricerca, egli riporta la dichiarazione di un grande intellettuale cinese. Questi, dopo aver indagato le ragioni storiche, politiche, economiche e culturali che hanno consentito finora il primato dell'Occidente sul resto del mondo, afferma: non sono state le armi più potenti, non è stato il sistema politico migliore, non è stato il sistema economico più dinamico; la vera causa della crescita straordinaria dell'Occidente sta nelle basi morali cristiane della sua vita sociale e culturale: «non abbiamo alcun dubbio in proposito». «Neanch'io», chiude lapidariamente Rodney Stark (STARK R., La vittoria della Ragione, Lindau, Torino 2006, 346). |