Editoriale - aprile 2007

Dopo la crisi, equilibri nuovi?

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Il 21 febbraio 2007, dopo appena 281 giorni di vita, il Governo Prodi si dimetteva. A causa del «tradimento» di due senatori della sinistra radicale, non è passata la relazione di politica estera, presentata al Senato dal Ministro Massimo D'Alema. Il Presidente Napolitano, a conclusione di rapide consultazioni, decideva di rinviare il Governo alle Camere, non essendovi - a suo parere - alternativa possibile. Il 28 febbraio il Senato rinnovò la fiducia al Governo Prodi con 162 «sì»: 158 furono di Senatori eletti, la cosiddetta «maggioranza politica», e 4 di Senatori a vita, che hanno contribuito a formare la «maggioranza numerica» (senza però risultare determinanti). Occorre tuttavia ribadire che la distinzione tra «maggioranza politica» e «maggioranza numerica» è priva di senso dal punto di vista costituzionale. Il 2 marzo anche la Camera dei Deputati rinnovava la fiducia a Prodi, ponendo formalmente fine alla crisi. Questa la cronaca.
Tuttavia, la rapidità con cui la crisi è stata risolta non deve trarre in inganno. Sarebbe sbagliato ritenerla un «incidente di percorso», superato il quale, tutto continua tranquillamente come prima. Si è trattato, invece, di una «crisi politica» vera e propria, molto grave, anche se, per alcuni aspetti, può risultare salutare. Per coglierne meglio il significato e le conseguenze, considereremo: 1) le cause «politiche» che l'hanno originata; 2) i contraccolpi che la crisi è destinata a produrre; 3) le prospettive nuove che essa apre.

1. Le cause «politiche» della crisi
Le dimissioni di Prodi - ha dichiarato il Presidente Napolitano rinviando il Governo alle Camere - si erano rese necessarie «non per obbligo costituzionale, ma per dovere di chiarezza politica dopo gli esiti delle votazioni del 1° e del 21 febbraio al Senato, e per le divergenze e tensioni manifestatesi già prima nella maggioranza di Governo». In altre parole, il Presidente della Repubblica ha voluto sottolineare la natura «politica» della crisi, evidenziandone le due cause principali: a) la mancanza di coesione interna della maggioranza su punti essenziali del programma, in particolare in politica estera; b) la risicata maggioranza numerica in Senato. Infatti, già il 1° febbraio, la relazione del Ministro della Difesa Arturo Parisi sull'allargamento della base USA a Vicenza non aveva ottenuto il placet della maggioranza. Il Governo allora non cadde, perché non si trattò di un vero e proprio voto di sfiducia; tuttavia lo «scivolone» fu premonitore. Un secondo grave segno di scollamento si ebbe il 17 febbraio con la marcia di Vicenza, alla quale presero parte esponenti della maggioranza, mettendosi apertamente contro la decisione già presa dal Governo di mantenere fede agli impegni internazionali. A questo punto, il terzo incidente, quello del 21 febbraio, non poteva che portare alla crisi.
Ciò spiega perché Prodi, tornato alle Camere per ottenere il rinnovo della fiducia, si sia presentato con una grinta diversa, fermamente deciso a togliere di mezzo il duplice scoglio politico contro il quale era naufragato il Governo. Per superare il primo scoglio - cioè, la mancanza di coesione della maggioranza -, egli chiese e ottenne come conditio sine qua non che tutti i partner del centro-sinistra accettassero il nuovo «Patto di Governo in 12 punti» con gli obiettivi prioritari e irrinunciabili del programma dell'Unione. Tra questi, vi erano tutti i temi che maggiormente avevano diviso i partiti della coalizione: il rispetto degli impegni internazionali, con particolare riferimento alla missione in Afghanistan (n. 1); la rapida attuazione del piano infrastrutturale, in particolare della TAV Torino-Lione (n. 3); la prosecuzione dell'azione di liberalizzazioni nell'ambito dei servizi e delle professioni (n. 5); il riordino del sistema previdenziale e delle pensioni (n. 8); il rilancio delle politiche di sostegno della famiglia, rimettendo al Parlamento la questione dei DICO (n. 9); il riconoscimento che, in caso di contrasto, spetta al presidente del Consiglio esprimere in maniera unitaria la posizione del Governo (n. 12).
Più difficile era superare il secondo scoglio, cioè la risicata maggioranza numerica in Senato. Su questo punto, Prodi, accogliendo l'invito del Presidente Napolitano, presentò alle Camere la proposta di una nuova strategia politica, rinunciando a quella «blindata» (rigidamente circoscritta alla maggioranza), a cui si era attenuto durante i primi nove mesi. In altre parole, prendendo atto della «autosufficienza» aleatoria di cui la coalizione dispone in Senato, Prodi decideva di «uscire dal bunker», proponendosi di verificare caso per caso la possibilità di allargare la maggioranza al contributo di altre forze parlamentari. Ciò significa in pratica che il Governo intende dare la precedenza a quei punti del programma sui quali è più facile ottenere un consenso più ampio: a cominciare dal rifinanziamento della missione in Afghanistan e dalla riforma della legge elettorale. Questi e altri punti delicati saranno il banco di prova della nuova strategia della «maggioranza a geometria variabile», come l'ha battezzata il Ministro Giuliano Amato.
Sul rifinanziamento della missione in Afghanistan la nuova strategia ha già funzionato alla Camera l'8 marzo, dove la defezione di tre dissenzienti della sinistra radicale è stata largamente compensata dal voto favorevole delle altre forze del Parlamento, eccetto la Lega Nord che si è astenuta. Lo stesso scenario probabilmente si ripeterà nella votazione al Senato, poiché i partiti della maggioranza si sono tutti dichiarati d'accordo sul «Patto di Governo in 12 punti»; anche qui, dunque, eventuali defezioni di senatori «ribelli» saranno riassorbite grazie alla «maggioranza a geometria variabile».
A sua volta, anche la riforma della legge elettorale, alla quale si sta già lavorando, dovrebbe farcela, dato che tutti (compresi coloro che l'hanno voluta nella precedente Legislatura) sono persuasi che essa sia da cambiare. È troppo evidente che fu varata per rendere difficile, se non impossibile, la vita al Governo che sarebbe venuto dopo Berlusconi. Infatti, da un lato, il premio nazionale di maggioranza, previsto per la Camera, spinge a formare coalizioni tanto ampie quanto disomogenee, sufficienti per vincere le elezioni, ma non per governare; d'altro lato, il fatto che al Senato i premi di maggioranza siano assegnati a livello regionale fa sì che si annullino a vicenda, impedendo a uno schieramento di affermarsi nettamente sull'altro. Quasi ciò non bastasse, la legge ha sottratto la scelta dei candidati agli elettori per affidarla alle segreterie dei partiti e ha fissato soglie di sbarramento così basse da favorire di fatto la proliferazione di partiti e partitini.
In conclusione, il discorso di Prodi alle Camere per il rinnovo della fiducia è apparso credibile, anche perché non è stato di pura ingegneria politica. Il premier ha potuto esibire, da un lato, il «Patto di Governo in 12 punti» accettato da tutti i partner, a conferma della ritrovata coesione della maggioranza, e dall'altro l'appoggio del sen. Marco Follini al centro-sinistra, a conferma che la nuova strategia «a maggioranza variabile» è possibile. Ciò non significa, ovviamente, che, dopo il rinnovo della fiducia, il cammino del Governo Prodi sia in discesa; anche perché una «crisi politica» grave, come quella recentemente risolta, non è mai scevra di pesanti contraccolpi sul funzionamento e sull'equilibrio del sistema.

2. I contraccolpi della crisi
È facile prevedere che i contraccolpi più pesanti della crisi di febbraio riguarderanno soprattutto: a) la nascita del Partito Democratico (PD); b) i rapporti con la sinistra radicale all'interno della coalizione; c) la nuova strategia di ampliamento della maggioranza.
   a) Dopo la crisi, il destino del PD rimane appeso a un filo. Al di là dei dubbi e delle forti resistenze che tuttora persistono sia nei DS, sia nella Margherita, alcuni commentatori ritengono che la crisi abbia messo in luce la necessità di accelerare la nascita del nuovo soggetto politico per rafforzare la leadership di Prodi e creare un migliore equilibrio tra i partner dell'Unione, garantendo così stabilità al Governo. Altri, al contrario, ritengono che affrettare la nascita del PD per ragioni soprattutto di convenienza politica mortificherebbe la spinta ideale del nuovo soggetto politico, togliendo spessore culturale ed entusiasmo all'operazione. Altri, infine - tra i quali ci poniamo anche noi -, spingendo lo sguardo più lontano, prevedono che la nuova strategia «a maggioranza variabile» finirà col favorire, più del PD, il progetto di «nuovo centro-sinistra», del sen. Follini, cioè - come egli stesso spiegò nella dichiarazione di voto al Senato - la creazione di un «campo largo», nel quale la cultura politica riformista e quella moderata «si parlino, si integrino, si rafforzino e si correggano a vicenda».
Infatti, è facile prevedere che un numero crescente di riformisti dell'uno e dell'altro polo e larga parte dell'elettorato - di fronte alla paralisi politica e ai dubbi che permangono sul PD (come sarà organizzato? con quale classe dirigente? quale collocazione avrà in Europa?) - vengano attratti dalla proposta di Follini di un centro-sinistra nuovo, non più condizionato dal blocco del vecchio riformismo ideologico. Tuttavia, affinché si realizzi questo progetto non basta un semplice cambio di Governo, ma devono cambiare gli attuali equilibri politici. E ciò potrà avvenire solo in seguito a nuove consultazioni popolari, da tenere - come insiste il Presidente Napolitano - solo dopo la riforma della legge elettorale.
   b) Un altro pesante contraccolpo si avrà certamente sui rapporti con la sinistra radicale all'interno della coalizione. La rinnovata fiducia al Governo Prodi non basta a esorcizzare il fantasma di una seconda crisi, che questa volta però sarebbe mortale. Infatti, i massimalisti «irriducibili» hanno già fatto sapere che, pur avendo rinnovato la fiducia al Governo (garantendogli una sorta di «appoggio esterno»), voteranno «no» su alcuni di quei 12 punti qualificanti, sui quali Prodi chiede invece l'assoluta lealtà e coesione della maggioranza; hanno già detto «no» alla missione in Afghanistan e sono intenzionati a reiterarlo sull'Alta Velocità e sulle pensioni.
Ora, la sinistra massimalista rappresenta il 9% dell'elettorato. È paradossale che una pattuglia di «ribelli» possa ricattare il Governo fino a bloccarlo su temi decisivi, intorno ai quali c'è il consenso della stragrande maggioranza non solo della coalizione, ma addirittura del Parlamento. Certo, non si possono negare i notevoli sforzi di adattamento compiuti dai partiti della sinistra radicale sia nell'elaborare il programma dell'Unione, sia nell'accettare il «Patto di Governo in 12 punti». Proprio per questo è detestabile che alcuni loro membri massimalisti e fanatici, con il loro comportamento, possano indurre l'opinione pubblica (come già sta avvenendo) a ritenere che la «sinistra radicale» sia inadatta ad assumere responsabilità di Governo. È ovvio che, continuando così, i partiti della «sinistra radicale» finiranno prima o poi con l'autoescludersi dalla maggioranza. Il Paese ha bisogno di andare avanti, di compiere urgenti riforme; non può permettersi il lusso di segnare il passo, subendo il ricatto continuo di una minoranza ideologica, anacronistica e intollerante, che pur di difendere gli interessi della propria minuscola parte, è disposta a riconsegnare Palazzo Chigi all'opposizione.
   c) Infine, è prevedibile che la crisi di febbraio avrà un forte impatto sull'ampliamento della maggioranza, fino a disegnare possibili maggioranze diverse, passando attraverso la riforma elettorale. La ragione è semplice. L'Italia non può fare a meno di riforme coraggiose. Qualora il blocco ideologico della sinistra radicale dovesse persistere, data la risicata maggioranza in Senato il Governo Prodi non potrebbe reggere a lungo. L'unica alternativa, pertanto, è quella della «maggioranza a geometria variabile». Non c'è altro modo per dare respiro alla presente Legislatura. Tuttavia, anche questa nuova strategia sarà costruttiva solo se non si riduce al mero calcolo numerico dei voti messi insieme, ma se è ispirata da una filosofia politica, capace di acquisire e oltrepassare, unificandole, le esigenze espresse dalle tradizionali correnti riformiste che hanno fatto la storia del nostro Paese.
Da questo punto di vista, assume un valore particolare quanto afferma il recente «Manifesto dei Democratici», sottoscritto dai DS e dalla Margherita in vista della nascita del PD: «Ci riconosciamo nei valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona che ispirano la Costituzione repubblicana e nell'impegno a farli vivere in Europa e nel mondo. Questi valori discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell'illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e nel confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del Novecento. Sono anche frutto di una lunga sequenza di conflitti, basati su appartenenze religiose o di classe, e di tragici errori. Oggi possiamo considerare alle nostre spalle quei conflitti e quegli errori. Oggi sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica. Per questo, oggi, noi, i democratici, possiamo proporre, assieme, un progetto forte e credibile per rinnovare l'Italia e costruire l'unità dell'Europa. [...] Per noi, i democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese».
È un testo che esprime molto bene l'anima del neopersonalismo solidale, di cui ha bisogno non solo il PD, se non vuol nascere morto, ma anche una «maggioranza a geometria variabile», che voglia avere dignità politica e non si riduca a sotterfugio. Ecco perché, dopo la crisi, occorre avere il coraggio di affrontare, senza falsi pudori, il discorso sui possibili equilibri nuovi.

3. La prospettiva di equilibri nuovi
Il passaggio del sen. Follini al centro-sinistra costituisce la vera novità politica della crisi di febbraio. È una scelta importante non tanto perché porta un voto in più al Senato, ma soprattutto perché introduce nella vita politica italiana un fattore dinamico, rendendo più pressante il bisogno, già largamente avvertito, di «costruire un ponte» - come egli ama dire - tra le diverse tradizioni riformiste di centro e di sinistra. Finora questo bisogno si era concretizzato nel percorso decennale dell'Ulivo, puntando alla nascita del PD. Oggi, con la proposta del sen. Follini di un «nuovo centro-sinistra», le strade percorribili sono due: da un lato, rimane valida la meta del PD, ma oltre a questa, e in certo senso in concorrenza con essa, prende corpo l'ipotesi di un altro progetto riformista.
Ovviamente i due modelli non si equivalgono. Anzitutto, perché il percorso verso il PD è collaudato da oltre dieci anni di confronti, di difficoltà e di verifiche elettorali, mentre la proposta di un «nuovo centro-sinistra» è allo stadio embrionale ed è ancora tutta da verificare. In secondo luogo, perché l'approdo di Follini al centro-sinistra non basta a dissipare l'ombra del sostegno da lui dato per l'arco di una intera Legislatura alle scelte di Berlusconi, ispirate a una concezione neo-liberista della società, che è agli antipodi della visione personalista e solidale dell'Unione. Il sen. Follini quindi dovrà dimostrare che l'incontro tra un centro riformista che apre a sinistra e una sinistra riformista che apre al centro, da lui propugnato, non nasconde alcuna nostalgia centrista, antistorica e senza futuro. Per dirlo con le sue stesse parole, egli per primo dovrà usare «molto ago e molto filo per rammendare quel tessuto di regole e di legami che in tanti, da tante parti, hanno tirato e strappato».
Detto questo, però, non si vede perché sia da escludere che il PD (che sta ormai per nascere) e il movimento di Follini possano un giorno incontrarsi e integrarsi. L'auspicio di due noti parlamentari dell'Ulivo è stato forse prematuro, ma merita di essere preso in considerazione: «Vorremmo chiedere a Marco Follini e al suo movimento dell' "Italia di mezzo" - hanno scritto A. Polito e N. Rossi - di partecipare alla costruzione del Partito Democratico. Sarebbe per noi, e per molti come noi, la prova ontologica del fatto che stiamo dando vita a un partito nuovo, e non solo a un nuovo ennesimo partito. Che non puntiamo solo alla somma dell'esistente, ma alla moltiplicazione di un potenziale molto più vasto, che esiste nel Paese reale ancor più che nel palazzo» (Corriere della Sera, 8 marzo 2007, 50). La risposta non si è fatta attendere e conferma la distanza che ancora c'è tra i due progetti: «Polito e Rossi - spiega Follini - scrivono centrosinistra senza trattino. Io il trattino lo scrivo ancora. Non per coltivare divisioni antistoriche. Ma perché fatico, ancora oggi, a vedere una nuova identità così forte da cancellare del tutto le identità del passato. La collaborazione tra il centro e la sinistra [...] per me resta più un dialogo tra affinità difficili che non una fusione a freddo» (ivi, 9 marzo 2007, 52). Oggi il passo non è possibile. Domani si vedrà.