Editoriale - marzo 2007

Il «neopersonalismo solidale»

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace del 2007, La persona umana, cuore della pace [PU] (in L'Osservatore Romano, 13 dicembre 2006), giunge a quarant'anni dalla Populorum progressio [PP] (1967) di Paolo VI e a vent'anni dalla Sollicitudo rei socialis [SRS] (1987) di Giovanni Paolo II. Sono tre documenti diversi, di tre papi diversi, pubblicati in tempi diversi, che ripropongono, approfondiscono e aggiornano la medesima tesi: 1) non c'è pace senza sviluppo; 2) non c'è sviluppo senza dialogo; 3) pace, sviluppo e dialogo richiedono oggi la elaborazione di un «neopersonalismo solidale».

1. Non c'è pace senza sviluppo
«Lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (PP, n. 87). È la frase forse più citata dell'enciclica di Paolo VI, insieme all'altra sulla «collera dei poveri» (cfr ivi, n. 49). Ancora oggi, come potrebbe esserci pace nel mondo finché, dei circa 6,5 miliardi di abitanti, 900 milioni vivono nell'abbondanza, mentre 3 miliardi «sopravvivono» con meno di due dollari al giorno e 1,3 miliardi con meno di un dollaro? «Quando popolazioni intere - denunciava già Paolo VI -, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana» (PP, n. 30). Oggi è sempre più attuale l'appello di Paolo VI a un'azione comune per lo sviluppo integrale, lanciato quarant'anni fa: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo» (PP, n. 14).
Vent'anni dopo, nel 1987, Giovanni Paolo II rinnovava l'appello, osservando però che il contesto sociale si era ulteriormente aggravato e agli indici economici e sociali bisognava aggiungerne altri più preoccupanti sul piano culturale. Nello stesso tempo, però, papa Wojtyla rilevava con speranza l'emergere di una «piena consapevolezza, in moltissimi uomini e donne, della dignità propria e di ciascun essere umano», che si esprimeva «con la preoccupazione dappertutto più viva per il rispetto dei diritti umani e col più deciso rigetto delle loro violazioni» (SRS, n. 26). E concludeva: «nel mondo diviso e sconvolto da ogni tipo di conflitti, si fa strada la convinzione di una radicale interdipendenza e, per conseguenza, la necessità di una solidarietà che la assuma e traduca sul piano morale. [...] Il bene, al quale siamo tutti chiamati, e la felicità, a cui aspiriamo, non si possono conseguire senza lo sforzo e l'impegno di tutti, nessuno escluso, e con la conseguente rinuncia al proprio egoismo» (ivi). Si delineava già un ampliamento del concetto di bene comune, come reazione al prevalere di una visione individualistica dell'uomo e della società.
Pertanto il papa insisteva sull'impegno di superare l'individualismo imperante: «L'obbligo di impegnarsi per lo sviluppo dei popoli non è un dovere soltanto individuale, né tanto meno individualistico» (SRS, n. 32); occorre passare da una concezione di persona intesa come individuo, alla concezione di persona intesa in senso integrale e solidale. È la solidarietà la «via alla pace e insieme allo sviluppo. Infatti, la pace del mondo è inconcepibile se non si giunge, da parte dei responsabili, a riconoscere che l'interdipendenza esige [...] la trasformazione della reciproca diffidenza in collaborazione» (ivi, n. 39); la solidarietà, dunque, «non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (ivi, n. 38).
Nel messaggio del 1° gennaio 2007, Benedetto XVI riprende il discorso alla radice: parla quindi di una «trascendente "grammatica"», inscritta nella coscienza dell'uomo, cioè «l'insieme di regole dell'agire individuale e del reciproco rapportarsi delle persone secondo giustizia e solidarietà». Si tratta - spiega - di regole non imposte dall'esterno, ma intrinseche all'essere umano; proprio per questo, esse sono «un grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto per un'autentica pace» (n. 3). La solidarietà è dimensione intrinseca della persona. Occorre passare - questo è il messaggio - dall'«individuo» alla «persona».
È l'invito a elaborare un «neopersonalismo solidale» come cultura comune e condivisa, essendo essa la sola capace di assicurare la pace e lo sviluppo integrale, e di rimuovere all'origine le cause strutturali dell'ingiustizia e della povertà: «da una parte, le disuguaglianze nell'accesso a beni essenziali, come il cibo, l'acqua, la casa, la salute; dall'altra, le persistenti disuguaglianze tra uomo e donna nell'esercizio dei diritti umani fondamentali» (PU, n. 6). Una crescita che si limitasse all'aspetto tecnico-economico e trascurasse la dimensione morale-religiosa dell'esistenza - conclude il papa - «non sarebbe uno sviluppo umano integrale e finirebbe, in quanto unilaterale, per incentivare le capacità distruttive dell'uomo» (ivi, n. 9). In altre parole, non ci può essere pace senza sviluppo integrale. Tuttavia, pace e sviluppo integrale vanno fondati su un pensiero personalista e solidale rinnovato, che risponda alle nuove esigenze del bene comune e porti i popoli a incontrarsi tra loro.

2. Non c'è sviluppo senza dialogo
Il male del nostro mondo - diagnosticava Paolo VI - «risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (PP, n. 66). Per guarire, l'umanità ha bisogno di solidarietà, che si traduca in fraterno dialogo tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. «Tale dialogo tra coloro che forniscono i mezzi e coloro cui sono destinati consentirà di commisurare gli apporti, [...] in funzione dei bisogni reali e delle possibilità di impiego degli altri. I Paesi in via di sviluppo non correranno più in tal modo il rischio di vedersi sopraffatti da debiti, il cui soddisfacimento finisce con l'assorbire il meglio dei loro guadagni» (ivi, n. 54). Quel dialogo tra i popoli e le civiltà, che quarant'anni fa era un auspicio, oggi, in un mondo multietnico, multiculturale e multireligioso che si va unificando, è divenuto una necessità. Ma come attuarlo, se non a partire da un approccio personalista e solidale tra le diverse culture e civiltà?
L'intesa politica tra i Governi e le istituzioni internazionali è certamente indispensabile; ma - come mostra la storia degli ultimi decenni - non basta da sola a superare i conflitti culturali e le controversie ideologiche che ineluttabilmente si accompagnano alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno. Il dialogo interculturale e interreligioso è lo strumento insostituibile per superare chiusure e fondamentalismi ideologici o religiosi e trasformare le «differenze» da ostacolo in occasione di collaborazione e di mutuo arricchimento. Ma ciò, ancora una volta, potrà avvenire solo sulla base di un personalismo solidale nuovo.
È questo il senso del messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2007 di Benedetto XVI, che riprende e aggiorna quanto già avevano detto Paolo VI e Giovanni Paolo II: «Chi gode di maggiore potere politico, tecnologico, economico, non può avvalersene per violare i diritti degli altri meno fortunati. È infatti sul rispetto dei diritti di tutti che si fonda la pace» (PU, n. 4). «È comprensibile che le visioni dell'uomo varino nelle diverse culture. Ciò che invece non si può ammettere è che vengano coltivate concezioni antropologiche che rechino in se stesse il germe della contrapposizione e della violenza» (ivi, n. 10).
La via da seguire, dunque, è consentire a tutti e a ciascuno di divenire artefici del proprio destino, sulla base di un «neopersonalismo solidale» condiviso. Si tratta di ripensare la categoria tradizionale di «bene comune», adeguandola all'esigenza di vivere uniti nel rispetto delle diverse identità: «Spogli d'ogni superbia nazionalistica come d'ogni parvenza di razzismo, gli esperti [provenienti dai Paesi sviluppati] devono imparare a lavorare in stretta collaborazione con tutti. [...] La civiltà nella quale si sono formati contiene indubbiamente elementi d'umanesimo universale, ma non è né unica né esclusiva, e non può essere importata senza adattamenti»; essi devono «scoprire, assieme alla sua storia, le caratteristiche e le ricchezze culturali del Paese che li accoglie. Si stabilirà così un avvicinamento che risulterà fecondo per ambedue le civiltà» (PP, n. 72).
In effetti, l'idea di fondare lo sviluppo su una concezione antropologica universalistica, personalista e solidale, oggi è condivisa anche da esponenti di culture diverse. Per fare un esempio significativo, l'indiano Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, nel suo ultimo volume Identità e violenza (Laterza, Roma-Bari 2006) attribuisce gli eventi violenti e le atrocità degli ultimi anni al fatto che il mondo è visto come una federazione di civiltà o di religioni. Questa «suddivisione» - egli dice - produce «un approccio "solitarista" all'identità umana», che porta allo scontro di civiltà o di religioni, alimenta la violenza e finisce col mettere in discussione la nostra comune appartenenza al genere umano. E conclude: se si vuole realizzare lo sviluppo (e la pace), occorre passare da un «approccio solitarista», individualistico, a un approccio personalista in senso integrale, facendo attenzione più alla qualità della vita che alla quantità dei beni prodotti. Occorre ripensare il modo d'intendere la convivenza nel nostro mondo, a partire dal dato dell'unica appartenenza al genere umano, nel rispetto delle diverse identità. Passare, cioè, dall'«individuo» alla «persona».
In altre parole: pace, sviluppo e dialogo sono strettamente collegati tra loro e contribuiscono a dare una dimensione più ampia al concetto di bene comune, al di là della mera uguaglianza universale dei diritti umani e del loro rispetto. Non c'è dubbio che la convivenza civile oggi si fonda su valori «laici» e riconosciuti come tali. Ciò non toglie, però, che l'ispirazione di questi valori fondamentali si radichi nella visione biblica dell'uomo: il primato della persona e della sua dignità si fonda sul fatto che l'uomo è immagine e somiglianza di Dio; l'uguaglianza di tutti al di là delle distinzioni di razza, sesso, religione e cultura, si fonda sul fatto che gli uomini sono tutti figli dell'unico Padre; né si può dimenticare che il principio di sussidiarietà, uno degli elementi cardine di tutte le Costituzioni moderne, è stato enunciato per la prima volta nel 1931 da Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno. Ciò dovrebbe fare riflettere quanti respingono la possibilità stessa di un ethos trascendente, valido per tutti, e accusano la Chiesa di voler imporre un'etica confessionale. In realtà, l'etica della fede e l'etica della ragione sono sì distinte, ma non alternative. Il loro incontro è possibile. A condizione che si ripensi il concetto stesso di «laicità»: non come opposizione tra fede e ragione, tra Chiesa e Stato, ma come collaborazione - nella chiara distinzione degli ambiti - in vista del bene comune personale e sociale. È questa la nuova esigenza del bene comune oggi: fare unità nel rispetto delle diverse identità, come richiedono i processi di globalizzazione e di mondializzazione in atto.

3. Il neopersonalismo solidale
Su questa strada della pace, dello sviluppo e del dialogo l'ostacolo maggiore è, paradossalmente, la cultura dominante. Questa, infatti, si fonda su una concezione «debole» della persona, intesa in senso individualistico. Induce, perciò, all'egoismo e pone la ricerca del proprio interesse prima di quello comune; riduce i rapporti sociali al puro rispetto formale delle regole; identifica il benessere e la qualità della vita umana con il consumismo; esclude Dio dall'orizzonte dell'uomo e vuole costruire la città terrena come se Dio non ci fosse; considera e tollera la religione come fenomeno privato o di culto, ma privo di rilevanza sociale; nega che esistano verità e norme trascendenti, valide sempre e per tutti.
Tutto ciò non solo mina alla radice il concetto di persona, ma - come mostra la storia anche recente - mette in pericolo il raggiungimento del bene comune e la vita stessa dell'uomo: «Senza dubbio l'uomo può organizzare la Terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l'uomo. L'umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano. [...] l'uomo non realizza se stesso che trascendendosi» (PP, n. 42). Ribadisce Benedetto XVI nel suo messaggio: «una visione "debole" della persona, che lasci spazio a ogni anche eccentrica concezione, solo apparentemente favorisce la pace. In realtà impedisce il dialogo autentico e apre la strada all'intervento di imposizioni autoritarie, finendo così per lasciare la persona stessa indifesa e, conseguentemente, facile preda dell'oppressione e della violenza» (PU, n. 11).
Da qui la necessità di ripartire dalla proposta di un «neopersonalismo solidale». «L'esercizio della solidarietà all'interno di ogni società - spiega Giovanni Paolo II - è valido, quando i suoi componenti si riconoscono tra di loro come persone» (SRS, n. 39). Si impone, dunque, un progetto comune di convivenza, da costruire in una reciprocità personale e sociale, in un mutuo rapporto di solidarietà e di responsabilità. Ciò sarà possibile a partire da un'antropologia che, fondata su una concezione trascendente della persona, apre nello stesso tempo l'individuo alla relazione con l'altro e con Dio. Acquistano un senso pieno le parole del Concilio Vaticano II: «principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, in quanto di sua natura ha assolutamente bisogno della vita sociale. Poiché dunque la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli» (Gaudium et spes, n. 25).
Ovviamente nessuno da solo potrà mai modificare la cultura dominante. Tuttavia, ciascuno vi può e vi deve contribuire, impegnandosi a difendere la dignità della persona umana nei suoi diritti inalienabili, personali e sociali. Persona e socialità si sviluppano insieme. È urgente averne coscienza, per reagire alla deriva individualistica, alla sua visione riduttiva della persona e della società, che tarpa le ali e finisce col corrodere se stessi, la vita sociale e quella politica.
«Il riconoscimento dell'essenziale uguaglianza tra le persone umane, che scaturisce dalla loro comune trascendente dignità» (PU, n. 6), di cui parla il messaggio di Benedetto XVI, è il principio universalmente condiviso, partendo dal quale è possibile elaborare il «neopersonalismo solidale», di cui ha bisogno l'umanità del XXI secolo. Esso servirà, anche in Italia, a superare l'impasse in cui oggi si trova la vita sociale e politica, favorendo il superamento delle residue contrapposizioni ideologiche, poiché nasce come sintesi tra le esigenze sociali (proprie della tradizione socialista), l'attenzione alle dimensioni sociale, etica e religiosa (proprie della tradizione cattolico-democratica) e la laicità (propria della tradizione liberal-democratica). Sessant'anni fa i Padri costituenti riuscirono a superare profonde divisioni ideologiche in nome del bene comune del Paese. Perché non vi dovremmo riuscire oggi noi che siamo più consapevoli di che cosa siano libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona? Sulla base di un «neopersonalismo solidale», la politica potrà superare la sua grave crisi e tornare a essere servizio e ricerca del bene di tutti.

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Il prossimo ottobre avrà luogo la 45ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, nella ricorrenza del centenario della prima, che si tenne nel settembre del 1907. Il tema è «Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano». Quale occasione migliore di ripensare il concetto fondamentale di «bene comune», che da sempre ha costituito il fulcro della dottrina sociale della Chiesa? Ci è sembrato utile, perciò, insistere sull'evoluzione dell'insegnamento degli ultimi pontefici su questo punto centrale del pensiero sociale cristiano.
I cattolici, che nel Novecento seppero dare un apporto notevole allo sviluppo della democrazia con il «personalismo comunitario», oggi sono chiamati a recare il loro contributo alla comunità politica frammentata dall'individualismo, ma spinta dai processi di globalizzazione economica e culturale a vivere fraternamente unita nel rispetto delle diversità. Come fare? Rimane il valore profetico delle parole di Paolo VI: «Tra le civiltà, come tra le persone, un dialogo sincero è di fatto creatore di fraternità. L'impresa dello sviluppo ravvicinerà i popoli, nelle realizzazioni portate avanti con uno sforzo comune, se tutti, a cominciare dai governi e dai loro rappresentanti e fino al più umile esperto, saranno animati da uno spirito di amore fraterno e mossi dal desiderio sincero di costruire una civiltà fondata sulla solidarietà mondiale» (PP, n. 73). È la sfida del «neopersonalismo solidale».