Editoriale - gennaio 2007

Una città a misura d'uomo

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Cresce in alcune nostre città il grado di violenza. Certo, in Italia non siamo ancora alla situazione che nell'autunno del 2005 fece esplodere a Parigi la rivolta nel dipartimento della Seine-Saint-Denis, propagatasi poi in circa 200 città francesi. Tuttavia, non è meno allarmante quanto accade nelle nostre grandi periferie urbane: da Scampia a Napoli e dallo Zen a Palermo, a Padova, dove via Anelli oggi è isolata da un muro alto tre metri. Che cosa sta succedendo?
Se lo è chiesto la Caritas italiana che, in collaborazione con la Facoltà di Sociologia dell'Università Cattolica di Milano, ha svolto una ricerca sui quartieri degradati di dieci grandi città del nostro Paese. Di questi, cinque sono periferie in senso geografico, site cioè ai margini della città: Begato a Genova, Scampia a Napoli, San Paolo a Bari, Librino a Catania, lo Zen a Palermo; cinque, invece, pur non essendo geograficamente lontani dal centro urbano, sono visti come un corpo estraneo alla città, a motivo del loro degrado esistenziale: il quartiere Barriera di Milano a Torino, la zona Forlanini a Milano, il Navile a Bologna, l'Isolotto a Firenze, l'Esquilino a Roma (cfr «Dire Dio nelle città malate», a cura di A. Valle, in Jesus, novembre 2006, 59-71).
Il quadro è preoccupante. La configurazione tradizionale della città va scomparendo. È profondamente mutato il tipo di convivenza umana che aveva caratterizzato fino ad anni recenti gli agglomerati urbani. Il tessuto sociale è lacerato. È nato un modo nuovo di concepire l'«abitare», in seguito allo smembramento del territorio e soprattutto a causa della massiccia presenza di immigrati e della crescente divaricazione tra ricchi e poveri. Interi quartieri sono ridotti ormai a veri e propri «dormitori». Diventa sempre più difficile vivere in città, da cui si evade appena e come si può. Cresce il numero di coloro che vivono nella paura, non si sentono sicuri neppure in casa ed evitano di uscire in certe ore. Tutto ciò alimenta il rancore e la rabbia dei cittadini verso le istituzioni e verso lo Stato, da cui si sentono abbandonati, mentre la malavita e le bande criminali (ora anche di minorenni) scorrazzano liberamente, imponendo la legge selvaggia del branco. Quali ne sono le cause? Che cosa fare?
Il card. Martini, concludendo il suo servizio pastorale a Milano, il 28 giugno 2002 ha voluto dedicare il discorso d'addio al tema: Paure e speranze di una città (che citeremo da Aggiornamenti Sociali, 9-10 [2002] 688-696). Le sue riflessioni sono ancora attuali e illustrano tre questioni nevralgiche della difficile situazione dei centri urbani: 1) le radici della crisi; 2) come costruire una città a misura d'uomo; 3) il contributo dei cristiani. È utile, perciò, rileggere oggi quel discorso, che rivela una analisi più che mai viva e attuale.

1. Le radici della crisi
La città nasce per aiutare l'uomo a realizzarsi nella sua duplice dimensione, personale e sociale. Essa - ricorda il card. Martini - «è stata creata e sussiste per tenere al riparo la pienezza di umanità da due pericoli contrari e dissolutivi: quello del nomadismo, cioè della desituazione che disperde l'uomo, togliendogli un centro di identità; e quello della chiusura nel clan che lo identifica ma lo isterilisce dentro le pareti del noto» (ivi, 689). L'apertura all'altro non mortifica l'identità, ma la arricchisce.
Da dove viene, allora, la crisi? L'emergenza nelle nostre città è dovuta a una serie di cause concomitanti che intaccano il binomio originario identità-apertura all'altro, dal quale la città nasce e in virtù del quale si sviluppa.
Una prima serie di cause è di natura sociale. Alla disoccupazione, alla precarietà e ad altri fattori negativi si aggiunge la crescita incontrollata della immigrazione, che crea nuove sacche di povertà e di esclusione, soprattutto nei quartieri popolari. Di conseguenza l'apertura all'altro, anziché arricchire l'identità della città, «rischia oggi di spersonalizzarla e ogni soggetto che vi entra si sente isolato; e, d'altro canto, l'identità si rifugia, quasi per paura, nei tanti gruppi amicali paralleli che rivendicano proprie regole particolari. Così l'apertura, disarticolandosi, non arricchisce più l'identità e l'identità, parcellizzandosi, non dà senso a tutta la città» (ivi, 689 s.).
Una seconda serie di cause è di natura culturale: l'ethos comune, su cui si fonda il senso di appartenenza dei cittadini, oggi si è incrinato in seguito al moltiplicarsi sul territorio di diverse identità culturali, etniche e religiose. Ciò ha frammentato il tessuto culturale della città, rendendo difficili o impossibili le relazioni interpersonali: «E così può nascere uno spirito di fuga dalla città, verso zone limitrofe protette, verso zone franche, per avere i vantaggi della città come luogo di scambi fruttuosi e l'eliminazione degli svantaggi di un contatto relazionale ingombrante» (ivi, 690). La tentazione è di limitarsi a governare la città sul piano tecnico, senza preoccuparsi della frammentazione culturale: «Ma se si perdono le radici culturali di questa identità e si cerca solo di mantenerne vivi i vantaggi tecnici, si finisce col perdere l'anima della identità e, alla lunga, anche i suoi vantaggi» (ivi).
Una terza serie di cause è di natura politica. La città è il primo volto dello Stato che il cittadino vede e incontra. Essa, infatti, è oggi «sempre più un mini-Stato dove si agitano tutti i problemi dell'umano. È perciò palestra di costruzione politica generale ed esaltazione della politica come attività etica architettonica» (ivi). Come potrebbero i cittadini impegnarsi se lo Stato e le istituzioni pubbliche non rispondono alle attese e se i responsabili non si preoccupano di spiegare a quale progetto serviranno i sacrifici che vengono loro richiesti? La poca trasparenza e la sensazione (alimentata dagli scandali) che la classe dirigente si preoccupi maggiormente dell'interesse proprio e di gruppi particolari minano alla radice il senso civico della legalità e del bene comune. «Ma così - esclama il card. Martini - la città muore e soprattutto muore il suo compito di custode della pienezza dell'umano, per cui essa era nata» (ivi). Come dare un'anima alle nostre città?

2. Costruire una città a misura d'uomo
Servirebbe poco rendere i centri urbani più belli e attraenti dal punto di vista architettonico se poi fossero spiritualmente e culturalmente vuoti. Il futuro della città dipende molto più dal costume e dalla cultura dei cittadini che dalla bellezza dei suoi edifici e dal buon funzionamento delle istituzioni. È illusorio pretendere di rigenerare le periferie degradate solo varando un piano regolatore di ristrutturazione urbana. È importante, invece, coglierne le prospettive e le potenzialità di sviluppo, «vedendo la città come opportunità e non solo come difficoltà» (ivi, 692). Paradossalmente, «proprio in forza della sua complessità localizzata, la città permette tutta una serie di relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo, e quindi esposte al ravvicinato controllo etico, e consente all'uomo di affinare tutte le sue capacità» (ivi, 690).
Da dove cominciare? È necessario che la città ricuperi e rafforzi anzitutto la propria identità, per essere capace di accogliere e integrare il nuovo e il diverso. L'apertura all'altro deve essere non «solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto a una testimonianza fattiva» (ivi, 691). Dunque, per costruire una città a misura d'uomo, la crisi va affrontata nella sua triplice radice: sociale, culturale, politica.
   a) Sul piano sociale, bisogna cominciare dalla accoglienza e dalla integrazione di coloro che ineluttabilmente continueranno a entrare in città in cerca di pane: infatti, «la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c'è il pane» (ivi). La paura che i cittadini istintivamente provano di fronte allo «straniero» e al «diverso» dipende - dice il card. Martini -, più che dalle sfide insite nel fenomeno immigratorio, dal fatto che la città ha perso la sicurezza della propria identità e del suo ruolo umanizzante. Occorre, perciò, ricuperare la certezza della propria identità, consapevoli che la paura dell'altro «si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno a occupare attivamente il proprio territorio e a occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione» (ivi, 692).
Questo ricupero di identità si otterrà creando in città reti di relazioni e legami di solidarietà sempre più diffusi: dalle parentele alle amicizie, ai gruppi sociali, a quelli culturali, politici ed ecclesiali. Può sembrare, a prima vista, che chi così si prende cura del bene di tutti sia più esposto alle ritorsioni di «avversari» con cui dialoga e si confronta, ma, in realtà, commenta il card. Martini, chi fomenta le relazioni interpersonali e di gruppo «si cinge come di una corazza delle adesioni e delle solidarietà che non lo lasciano inerme»; e ciò spiega anche «la predilezione congenita della dottrina sociale della Chiesa per i valori sociali più che per quelli individualistico-libertari, cioè per i valori che permettono le relazioni, non per quelli che concedono all'individuo una libertà il più possibile estesa, ma senza responsabilità» (ivi, 693).
In una parola, la città ha bisogno di gesti concreti di solidarietà che la ricompattino, non di sacche di privilegio o di degrado sociale che la disgreghino. «All'attenzione verso gli ultimi - conclude allora l'Arcivescovo - la nostra società non si sente più oggi forse costretta, interessatamente, come nel passato, dalla paura della rabbia dei poveri, che ormai, ridotti di numero e di potenza, stentano a far sentire la loro stessa voce e a trovare una rappresentanza politica. Ma la nostra chiusura produce un male forse ancor peggiore, perché più sottile, che non la rabbia del povero: l'indebolimento dello spirito di solidarietà» (ivi).
Il cristiano, dal canto suo, non potrà mai rinunciare a dare voce alle esigenze della solidarietà e della socialità; perciò, dovrà impegnarsi non solo a difesa dell'uno o dell'altro diritto, ma affinché il modello globale di società che si vuol costruire sia solidale e tuteli i diritti di tutti: «non può bastare ai cattolici, attenti al mistero della gratuità e dunque alle ragioni dei più deboli, di chi non ha niente da offrire né come merce di scambio, né come sostegno politico, di sentirsi rassicurati da alcune proposte parziali, indipendentemente dal disegno di costruzione globale della città di tutti. Non bastano alcune difese di diritti specifici e di valori particolari, se non sono collocate nel quadro di un miglioramento complessivo dello Stato e di promozione di tutti i valori, di tutti i cittadini» (MARTINI C. M., «Alla fine del millennio: Servi inutili, liberi, umili e grati» [1997], in Parola alla Chiesa Parola alla Città, Edizioni Dehoniane, Bologna 2002, 1598). Il piano sociale, dunque, tocca quello culturale.
   b) Sul piano culturale, il problema è come fare unità nella città, rispettando le diversità. Si tratta, cioè, di ristabilire un ethos condiviso, intorno al quale realizzare l'unità nella pluralità, necessaria al bene comune. Come riuscirvi? Esistono «regole proprie di crescita attraverso le quali non si può non passare, pena la perdita dell'evidenza di tale bene: sono le regole del consenso dei cittadini, stabilite dalle modalità democratiche, e quelle della costruzione del consenso. Non sono pure tecniche o pure metodologie, ma sostanza stessa dell'atto libero di decisione. Esse passano per il convincimento e la pazienza, per la stessa graduazione dei valori, perfino per dure rinunce nel nome di una superiore concordia civile e sempre in vista di un bene più alto» (MARTINI C. M., Paure e speranze di una città, cit., 693). È fondamentale, perciò, diffondere nelle nostre città la cultura delle regole, soprattutto attraverso l'esempio, «mostrando che una vita umile e paziente, rispettosa delle leggi ed estranea alle prepotenze, non è atteggiamento imbelle, ma è umana e forte. Ma finché la nostra società stimerà di più i "furbi", che hanno successo, un'acqua limacciosa continuerà ad alimentare il mulino della illegalità e anche, sì, della microcriminalità diffusa» (ivi, 695). Conclude il Cardinale: «Compito culturale urgente allora - che accomuna la città con le sue decisioni politiche e la Chiesa con la sua funzione formativa - è quello di innescare un movimento di restituzione di stima sociale e di prestigio al comportamento onesto e altruistico, anche se austero e povero» (ivi).
   c) Infine sul piano politico, la città, dove le differenze tra i cittadini appaiono più evidenti, «stimola la politica al suo ruolo principe di promozione dei diversi, in modo particolare dei più umili fino a che possano raggiungere una uguaglianza sostanziale. Se compito della città è la promozione di tutti gli uomini, questo si realizza non con una equidistanza astratta, ma con scelte preferenziali storiche costose. Solo queste costruiscono un costume utile alla promozione della moltitudine, e non si limitano a lasciare a gesti di sensibilità individuale, peraltro sempre meritori, la creazione d'una città amabile» (ivi, 695 s.).
La rinascita politica, quindi, deve partire dal territorio, dalle cento città. La forma-partito ideologica, strutturata secondo la logica del «centralismo democratico» per cui tutto si decide al vertice, deve fare posto a una nuova forma-partito che partendo dal basso stimoli la partecipazione della società civile. La città, dovendo affrontare le emergenze umane a livello locale, contribuirà così a rinnovare la politica anche a livello nazionale: «La possibilità di vedere, nella città, il volto amico del potere dovrebbe contribuire a promuovere una politica custode di quell'amicizia che in sede civile prende il nome di concordia e che si prende cura non solo di realizzare il programma stabilito con i propri amici, ma del terreno comune che sussiste tra questi progetti e quelli dell'altro, del cosiddetto "nemico". Nessuna nostalgia per un trascorso, deleterio consociativismo, che era frutto di baratti di potere. Si pensa piuttosto a una proficua mediazione tra valori, che ha da essere costante se si vuole che non si coltivi nella città il germe della astiosa rivincita o della conflittualità perenne» (ivi, 694). Questo modo corretto di fare politica nella città non può non influire sul modo di fare politica ai livelli più alti.

3. Il contributo dei cristiani
Quale contributo devono dare i cristiani a questo necessario rinnovamento della città e della politica? Il tema della presenza dei cristiani nella città è sempre stato caro al card. Martini. Nel suo addio alla città, auspica che i cristiani «possano, dentro le varie forze, rappresentare il collante d'una società che sta faticosamente cercando una sua stabilizzazione civile, in quanto essi sono portatori dell'ethos storico più congenito al nostro popolo e più identificante. Noi amiamo immaginare che i cristiani si facciano accogliere negli schieramenti di orizzonti valoriali differenziati sia per ciò che rappresentano di storia, sia [...] in forza di una loro sensibilità comunionale e della connessa capacità di fungere da elementi che preservano una cittadinanza ancor fragile e conflittuale dalle cadute nell'irrigidimento contrapposto» (ivi, 694 s.).
Nell'impegno politico in senso proprio, quanto in quello caritativo o solidaristico, il cristiano è chiamato ad animare, ai vari livelli, le istituzioni della vita in comune e a costruire la città dell'uomo immettendovi, alla luce della fede, la cultura del servizio e della solidarietà. Perciò, per interpretare nella città «l'alto compito storico di creare un tessuto comune di valori su cui possa legittimamente trascorrere la trama di differenze non più devastanti» (ivi, 695), i cristiani dovranno impegnarsi non soltanto a testimoniare, ma anche a tradurre e a mediare i valori di fede in termini antropologici e laici, «facendoli sbocciare dentro i luoghi delle diverse appartenenze politiche, dimostrando che ci si può occupare a pieno titolo, da cattolici, dei problemi di tutti, non solo con una attenzione confessionale» (ivi). In altri termini, per passare dalla fede alla politica è necessaria una mediazione antropologica ed etica, evitando un duplice scoglio: da un lato, l'integrismo di chi vorrebbe tradurre i valori cristiani immediatamente in politica e, dall'altro, la Realpolitik di chi è disposto a ogni tipo di compromesso pur di ottenere alcuni vantaggi immediati.
Concludendo: vivere uniti nel rispetto delle diversità è la sfida principale di oggi, quando la famiglia umana si va unificando e globalizzando. Di fronte alla difficile situazione delle nostre città, il card. Martini esorta a non abbandonarle, ma - come disse ai giovani - a «essere il fermento e i promotori di nuove "agorà", dove si possa dialogare anche tra coloro che la pensano diversamente in una ricerca appassionata e comune» (Sinodo dei giovani, 23 marzo 2002).