Editoriale - dicembre 2006

Dopo Verona: dalla «presenza» alla «testimonianza»

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Il discorso di Benedetto XVI al IV Convegno ecclesiale nazionale (Verona, 16-20 ottobre 2006) - pubblicato in L'Osservatore Romano, 20 ottobre 2006, 6-7 - merita una lettura attenta per l'importante messaggio che contiene. «Questo IV Convegno nazionale - dice il Papa - è una nuova tappa del cammino di attuazione del Vaticano II, che la Chiesa italiana ha intrapreso»; chiude, cioè, una stagione ecclesiale e ne apre un'altra.
Di conseguenza, Papa Ratzinger invita a rivisitare il cammino postconciliare della Chiesa italiana alla luce della «ermeneutica della riforma», a lui particolarmente cara (cfr «Alla Curia Romana per il Natale», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2006] 163-169). Si tratta, cioè, di «rinnovare nella continuità». Nello stesso modo che al Convegno di Loreto (1985) Giovanni Paolo II guidò la Chiesa italiana dalla «scelta religiosa» di Paolo VI all'affermazione della sua «presenza» come «forza sociale», così Benedetto XVI al Convegno di Verona chiede ora alla Chiesa italiana di passare a una nuova tappa: la «testimonianza».
L'intenzione del Papa traspare fin dall'inizio del discorso, quando cita esplicitamente le parole di Papa Wojtyla a Loreto. Nel 1985, dopo aver ribadito che «la Chiesa è chiamata a operare [...] affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un'efficacia trainante», Giovanni Paolo II concludeva riconoscendo la necessità della «presenza» in Italia di una Chiesa intesa come «forza sociale», favorendo tra i cattolici italiani «la tendenza verso un impegno [anche sul piano politico] che, nella libera maturazione delle coscienze cristiane, non poteva non manifestarsi unitario» (cfr Discorso di Loreto, nn. 7-8). A Verona, Papa Ratzinger usa quasi le stesse parole, ma con una inflessione diversa: la Chiesa italiana - dice - operi «affinché la fede in Gesù Cristo continui a offrire, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo, il senso e l'orientamento dell'esistenza e abbia così "un ruolo-guida e un'efficacia trainante" nel cammino della Nazione verso il suo futuro» [i corsivi sono nostri]. Benedetto XVI, cioè, ribadisce il ruolo-guida e trainante della Chiesa, ma lo fonda sulla fede che dà senso e orientamento all'esistenza, senza insistere sulla «presenza» ecclesiale come «forza sociale», né sull'unità politica dei cattolici.
Tenendo presente questa premessa, si comprendono meglio le successive riflessioni del Papa. Senza voler comunque interferire nei lavori del Convegno e nelle sue conclusioni, Benedetto XVI ritiene che, nella «nuova tappa» dopo Verona, la Chiesa italiana dovrà «rinnovare nella continuità» gli impegni già presi nel suo cammino postconciliare, in particolare: 1) la costruzione di una nuova civiltà; 2) la valorizzazione del laicato; 3) la testimonianza della carità.

1. La costruzione di una nuova civiltà
Dopo il Concilio Vaticano II, Paolo VI fu il primo a insistere sulla necessità di nuova civiltà dell'amore, in cui la giustizia fosse integrata e sublimata dalla carità: «se al di là delle norme giuridiche manca un senso più profondo del rispetto e del servizio altrui, anche l'uguaglianza davanti alla legge potrà servire di alibi a evidenti discriminazioni, a sfruttamenti continuati, a disprezzi effettivi» (Octogesima adveniens [1971], n. 23). Ciò - proseguiva Papa Montini - è confermato dalle contraddizioni spesso drammatiche del mondo moderno: «I rapporti di forza, infatti, non hanno mai garantito la giustizia in modo durevole e vero [...]. L'uso della forza provoca l'intervento di forze contrarie, donde un clima di lotte che sfociano in situazioni estreme di violenza e in abusi» (ivi, n. 43). Deve essere prioritario perciò l'impegno per una civiltà dell'amore.
Giovanni Paolo II sviluppa l'insegnamento di Paolo VI: «Una domanda interpella la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell'amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà - che più giustamente si dovrebbe chiamare "inciviltà" - dell'individualismo, dell'utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema»; e conclude: «La Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell'uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della Civiltà dell'amore» (Angelus, 13 febbraio 1994).
Papa Woityla aveva già affrontato il tema nell'enciclica Dives in misericordia (1980): «L'esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all'annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l'amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni» (n. 12). La giustizia - concludeva - dice «compensazione», ma solo l'amore e il perdono fanno sì che la compensazione sia «degna dell'uomo» (cfr ivi, n. 149).
Benedetto XVI, nell'enciclica Deus caritas est (2005), va oltre. Papa Wojtyla aveva insistito sul fatto che Dio agisce sempre per amore; Papa Ratzinger sposta l'accento dall'«agire» all'«essere» stesso di Dio: Dio agisce sempre per amore, perché è amore. Così, dopo aver distinto l'agàpe dall'eros (cioè l'amore primo, totalmente gratuito e disinteressato, dall'amore secondo, che non esclude la propria soddisfazione), mostra che in Dio l'amore è un'unica realtà, eros e agàpe si integrano: allo stesso modo, amore dell'uomo e amore di Dio, filantropia e carità, ragione e fede, giustizia e perdono sono destinati a incontrarsi e a integrarsi nella civiltà dell'amore.
Nel discorso di Verona, Benedetto XVI in un certo senso completa questa argomentazione. Dopo aver ricordato che «all'inizio dell'essere cristiano - e quindi all'origine della nostra testimonianza di credenti - non c'è una decisione etica o una grande idea, ma l'incontro con la Persona di Gesù Cristo», insiste sull'incontro tra fede e ragione come via maestra per costruire una nuova civiltà nell'epoca della scienza e della tecnica: «la fecondità di questo incontro - dice - si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell'attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie». È la stessa riflessione sullo sviluppo delle scienze a riportarci - conclude il Papa - «verso il Logos creatore». Diviene così possibile «allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell'intrinseca unità che le tiene insieme». Di più, la fede, incontrandosi con la ragione, permette di cogliere nella logica della creazione, al di là del senso matematico, anche l'esistenza di un senso morale.
Dunque la fede cristiana, purificando la ragione, può dare slancio nuovo alla cultura del nostro tempo ed esercitare una «efficacia trainante» nella costruzione di una nuova civiltà. Si tratta di un «ruolo-guida» specifico, di natura etico-religiosa, che non va confuso né con una presenza economica, politica o sociale della Chiesa, né con l'unità partitica dei cattolici.

2. La valorizzazione del laicato
In ogni caso, la «efficacia trainante» della Chiesa nella costruzione della nuova civiltà dovrà passare necessariamente attraverso la piena valorizzazione del laicato. Lo ha sottolineato - aprendo i lavori - il card. D. Tettamanzi, presidente del Comitato preparatorio del Convegno. È necessario - ha detto - che, nella comunione ecclesiale e nel rispetto della diversità delle funzioni, si faccia spazio a una vera «corresponsabilità» dei laici. Infatti, se è vero che «è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (Lumen gentium, n. 31), tocca soprattutto a essi impegnarsi per la soluzione dei problemi del nostro tempo, affrontandoli alla luce del Vangelo e del Magistero. I fedeli laici non ricevono questa missione per delega della Gerarchia, ma, «inseriti nel Corpo Mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della Cresima, sono deputati dal Signore stesso all'apostolato» (Apostolicam actuositatem, n. 3).
Questa dottrina è confermata largamente dai fatti. La situazione odierna chiede ai fedeli laici una maturità maggiore e una coerenza esemplare tra fede e impegno storico, ogni giorno più difficile. Infatti, nella chiara distinzione tra il piano religioso e quello delle realtà temporali, dovranno essere i fedeli laici a decidere che cosa fare, senza chiedere ogni volta ai Pastori come risolvere i problemi anche gravi che nascessero (cfr Gaudium et spes, n. 43). Il Concilio, cioè, riconosce ai laici (singoli o aggregati) il compito insostituibile di testimoniare i valori cristiani nella vita personale e nel loro impegno civile, mediandoli in termini «laici» accettabili da tutti e procurando, nella misura del possibile, che anche la legislazione vi si ispiri, nel rispetto della laicità, del pluralismo e delle regole democratiche. I fedeli laici, dunque, non sono «esecutori passivi» delle direttive della Gerarchia, ma veri «collaboratori responsabili» dell'unica missione evangelizzatrice. Per questo, ovviamente, è importante che essi siano formati in modo adeguato.
A Verona, Benedetto XVI ha definito l'educazione della persona una «questione fondamentale e decisiva» e ha dedicato un intero paragrafo del suo discorso alla necessità della formazione per «risvegliare il coraggio delle decisioni definitive [...] indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita». Ci saremmo attesi che il Convegno, prendendo spunto dalle parole del Pontefice, desse maggior risalto al tema «decisivo» della formazione dei laici da parte della comunità cristiana. Non basta riaffermare il «ruolo-guida» e la «efficacia trainante» della fede attraverso la purificazione della ragione, se poi nella prassi non si valorizza come si deve la collaborazione responsabile del laicato. È l'ora dei laici.
Ciò spiega perché, anche a Verona - come nei precedenti Convegni -, sia stata riproposta dalla base ecclesiale la domanda di creare nella comunità spazi di formazione e di discernimento tra le diverse componenti ecclesiali, per affrontare insieme i gravi problemi che interpellano la Chiesa e il Paese. La sensazione, però, è che questa richiesta non sia stata accolta neppure dal Convegno di Verona, come invece aveva fatto sperare la prolusione del card. Tettamanzi. È deludente che dell'intenso paragrafo del Papa sulla educazione ci si sia limitati, per lo più, a evidenziare l'accenno (peraltro giusto) a superare i pregiudizi sulla «scuola cattolica». E la formazione di un laicato maturo?

3. La testimonianza della carità
Dopo Verona, infine, la «nuova tappa» del cammino postconciliare della Chiesa italiana dovrà essere caratterizzata dalla «efficacia trainante» della testimonianza della carità. La radice di ogni autentica testimonianza cristiana - ricorda il Papa nel suo discorso - è la nostra adesione a Cristo:
«È ciò che rileva san Paolo nella Lettera ai Galati: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (2, 20). [...] Diventiamo così "uno in Cristo" (Galati 3, 28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. "Io, ma non più io": è questa la formula dell'esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della "novità" cristiana chiamata a trasformare il mondo».
La testimonianza di Cristo risorto, vivente in noi e nella Chiesa, è particolarmente necessaria nell'Italia di oggi, perché anche il nostro Paese - prosegue il Papa - è segnato dalla «nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo, anzi estraneo».
Ciononostante, siamo in presenza, in Italia, di un risveglio di religiosità e «le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti». Anzi - osserva il Papa -, è diffusa nel Paese la sensazione che staccarsi dalle radici cristiane sia un rischio, e ciò è avvertito perfino da «molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede». Certo, cogliere il significato di questa «sensazione diffusa» può aprire strade nuove al dialogo e alla evangelizzazione, come ha fatto il card. Martini a Milano, istituendo la «Cattedra dei non credenti». Ciò, però, non deve impedire di prendere apertamente le distanze dai cosiddetti «atei devoti», fautori di una «religione civile», che puntano piuttosto a strumentalizzare la fede cristiana a fini politici.
Dopo Verona, quindi, la Chiesa italiana sarà chiamata a mostrare la sua «efficacia trainante» col «rendere visibile il grande "sì" della fede», non cedendo alla sovraesposizione mediatica o alla collusione con il potere, ma dando la priorità a multiformi testimonianze di carità negli ambiti quotidiani nei quali si articola l'esperienza umana. È necessario - sottolinea il Papa - che «tutte queste testimonianze di carità conservino sempre alto e luminoso il loro profilo specifico».
Ovviamente la prima testimonianza di «alto profilo» sarà sempre la carità verso i bisognosi, gli ammalati, gli emarginati; è la testimonianza, per dire così, classica e tradizionale, che «trova la sua espressione più alta in una serie meravigliosa di "Santi della carità"». Se Dio è amore, sarà sempre vero che l'amore rende visibile il Dio invisibile: dove c'è amore lì c'è Dio.
In secondo luogo, come testimonianza alta di carità, Benedetto XVI cita l'assunzione di responsabilità civili e politiche da parte dei fedeli laici: «Cristo infatti è venuto per salvare l'uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità». A questo proposito, Benedetto XVI ribadisce quanto aveva già scritto nell'enciclica Deus caritas est (nn. 28-29) sulla distinzione e autonomia reciproca tra Stato e Chiesa: «La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l'aiuta a essere meglio se stessa», e irrobustisce «le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato». Ritorna perciò il compito insostituibile di un laicato maturo, attento al dialogo: «Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. [...] I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i diritti dell'uomo, la libertà religiosa, la democrazia», senza che ciò significhi un semplice adattarsi alle culture, poiché l'opera di evangelizzazione «è sempre anche una purificazione».
Ecco perché anche l'assunzione di responsabilità civili e politiche è carità di «alto profilo»: si tratta, infatti, di «un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo». Certo, dice il Papa, è richiesto un forte impegno per contrastare «le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, alcune terribili epidemie»; ma «occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell'essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell'ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale».

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Riassumendo: nella «nuova tappa» del cammino postconciliare, aperta a Verona, la Chiesa italiana sarà chiamata a mostrare la «efficacia trainante» della fede tramite l'impegno per una nuova civiltà, grazie alla valorizzazione del laicato e attraverso la testimonianza della carità. Cominciano a configurarsi più chiaramente le linee del nuovo pontificato.