Lessico oggi - novembre 2006

Postumano

Christian Albini
di «Aggiornamenti Sociali»

 

La capacità della tecnologia di intervenire sulla realtà modificandola e migliorandola aumenta sempre di più. Anche la realtà biologica, così come è stata conosciuta e pensata fino a oggi, viene considerata un dato provvisorio che può subire trasformazioni. Da questa prospettiva non è esente la dimensione biologica dell'essere umano: le caratteristiche innate dell'organismo possono essere trasformate stabilmente con l'ausilio di tecnologie che sono fondamentalmente di due tipi. 1) Anzitutto le tecnologie di tipo cibernetico, basate cioè sulla capacità di scambiare informazioni all'interno di sistemi complessi (in questo caso un organismo vivente) o fra tali sistemi e l'ambiente esterno, consentendo il controllo o la regolazione delle sue condizioni e attività. Esse utilizzano materiali che diventano parte integrante del corpo, potenziandone le funzioni biologiche o addirittura sostituendole. 2) In tempi più recenti si sono aggiunte le biotecnologie, che sono in grado di modificare l'assetto genetico ricombinando segmenti di DNA.
Queste diverse modalità di intervento sull'organismo umano si rispecchiano in due versanti che il termine «postumano» articola. Esso allude al superamento e al declino dell'«umano», considerato soprattutto nella sua dimensione biologica, da una parte come conseguenza della creazione di cyborg (contrazione di «organismo cibernetico») - sfumano così le distinzioni tra umano e macchina, tra naturale e artificiale -; dall'altra, ritenendolo niente più di un semplice materiale organico manipolabile a piacimento dall'ingegneria genetica.

Significati incerti
La prospettiva postumanista delinea vasti orizzonti, seducenti e inquietanti: eliminazione delle malattie e della vecchiaia, eugenetica, innesti nel sistema nervoso di tecnologie per la trasmissione delle informazioni finalizzati al dialogo mente-macchina, organi artificiali, nanotecnologie (robot di dimensioni microscopiche) che riparano il corpo umano dall'interno, trasferimento del pensiero su supporti virtuali, ecc. Si va dal potenziamento dell'organismo all'ipotesi della sua totale sostituzione, almeno con le caratteristiche in cui è attualmente conosciuto.
L'origine del vocabolo è connessa con transhuman (abbreviazione di «transitional human») coniato nel 1966 dal futurologo Fereidoun M. Esfandiary. Il transumanismo è un movimento di pensiero tecno-ottimistico (che cioè giudica positivamente la massimizzazione dell'impiego delle tecnologie) secondo il quale la specie umana sarebbe il primo gradino di un'evoluzione postdarwiniana guidata dall'umanità stessa e non più dalla selezione naturale.
Postumano, senza le implicazioni ideologiche proprie di transumano, è un termine sorto nell'ambito del dibattito filosofico sulla postmodernità, il cui primo utilizzo accademico si deve nel 1977 a Ihab Hassan, studioso di letteratura di origine egiziana, per indicare il superamento di una concezione di umanità che ritiene il dato biologico una costante. È quindi un concetto, come tutti quelli introdotti dal prefisso «post», in cui si intrecciano una pluralità di significati e di questioni, conseguenza della difficoltà di «nominare» i fenomeni in un tempo di profondi mutamenti. Il vocabolario ereditato dal passato è ormai insufficiente, ma non disponiamo ancora di nuove parole su cui fare affidamento. È preferibile allora mettere a fuoco la storia di pensiero da cui nasce questo concetto per precisarne la portata e le implicazioni. Per quel che riguarda, invece, gli aspetti più strettamente tecnologici, rinviamo ad altre voci di questo lessico.

I presupposti filosofici
Le radici del postumano sono situate nel pensiero moderno con il quale è venuta meno la convinzione della presenza nell'uomo e nel cosmo di un ordine originario e stabile, una «legge di natura» da rispettare. Dopo il Medio Evo l'uomo ha perso il suo rango e la sua unicità: non è più considerato creatura e immagine di Dio. Il venir meno della «sacralità» dell'uomo ha aperto uno spiraglio alla sua manipolabilità.
Alcune idee forti di matrice moderna si intrecciano nella prospettiva postumanista. In primo luogo, la fiducia nel progresso come futuro di cui l'umanità assume la guida e nel ruolo salvifico della scienza. Strettamente collegata a quest'ultima è la centralità assunta dalla tecnica che modifica l'immagine della realtà: il mondo, compresa la persona umana, viene considerato completamente modificabile in quanto soggetto alla potenza della tecnica, senza che si riconosca una qualche essenza immutabile. Qui è evidente la decisiva influenza dell'antropologia di Cartesio che non concepisce l'uomo come un tutt'uno, ma separa la sostanza pensante (l'anima) dalla sostanza estesa (il corpo). In base a tale distinzione, quest'ultimo è ridotto a un'appendice meccanica tramite cui la mente interagisce con il mondo ed è consegnato alla sfera degli oggetti: può essere studiato liberamente e si può intervenire su di esso a seconda delle esigenze della scienza. L'uomo moderno è spesso visto come homo faber che modifica la natura in base a un progetto razionale per assoggettarla agli imperativi dell'utile e della produttività.
In tempi più recenti queste tendenze si sono combinate con la sensibilità postmoderna la quale ha accentuato alcuni aspetti divenuti centrali nel postumano. In particolare, pensatori di ispirazione strutturalista, come Michel Foucault, hanno cercato di dissolvere il concetto di uomo interpretandolo non più come una realtà unitaria e autonoma con caratteristiche proprie, ma come una rappresentazione frutto di costruzioni linguistiche. Ne deriva una relativizzazione dell'umanità, privata di una sua realtà di riferimento e quindi superabile in favore di altri concetti e altre rappresentazioni. Determinante è inoltre l'enfasi che la cultura contemporanea pone sull'individuo: il fallimento delle aspettative di realizzazione di una società perfetta ha alimentato un desiderio di realizzazione individuale. Se il progresso non riesce a migliorare il mondo nel suo complesso, può almeno essere uno strumento per migliorare se stessi e ottenere dei vantaggi; la scienza non salva l'umanità, però può essere lo strumento con cui perseguire utilitaristicamente la propria personale salvezza. Il termine postumano indica in questo senso l'idea dell'individuo che grazie alla tecnologia diventa artefice di se stesso e del proprio destino senza sottostare a vincoli morali o religiosi (nella linea dell'antropologia esistenzialista secondo cui l'uomo è «progetto di sé»).
Negli anni Novanta, infine, l'affermazione del concetto di realtà virtuale e le sue possibili applicazioni hanno rilanciato il postumano incoraggiando una visione della persona slegata dalla materialità del corpo di carne. Il soggetto non si identifica con quest'ultimo - afferma lo studioso delle nuove tecnologie informatiche Pierre Lévy -, ma con il suo «spazio antropologico», cioè con la sua capacità di comunicare e di interagire con altri, qualunque sia il mezzo utilizzato.
Il risultato di questi processi culturali si può leggere nei termini di un passaggio dall'homo faber all'homo creator descritto dal filosofo tedesco Günther Anders: l'uomo non è più solo dominatore della natura, ma creatore, appunto, della natura e della stessa vita, dotato di un potere senza precedenti. Allo stesso tempo, la sua capacità di determinare le ragioni e gli scopi del proprio agire diminuisce. Essendosi affermata una visione dell'uomo instabile e individualistica, nella quale il corpo è considerato terreno di intervento, l'homo creator diventa, paradossalmente e inconsapevolmente, oggetto della tecnica: materia prima su cui condurre sperimentazioni, consumatore di prodotti, spettatore se non vittima dei rischi (ambientali, virali, nucleari) generati dal suo stesso agire. Non è più un «qualcuno», ma un «qualcosa», perché non ci sono criteri universalmente condivisi in base ai quali valutare se la sua dignità viene rispettata o meno.

Antropologia e questioni etiche
La decifrazione del genoma umano e i nuovi orizzonti delle biotecnologie hanno un po' rubato la ribalta, negli ultimi 15 anni, all'interazione tra corpo e macchina, nonché alla loro ibridazione. Queste ultime, però, sono ormai una realtà destinata a svilupparsi sempre più. Di recente, per esempio, è stato reso possibile il controllo tramite il pensiero di apparecchiature elettroniche inserite in arti artificiali grazie all'innesto di microchip nel cervello.
Queste sono comunque prospettive che sollecitano uno sforzo di riflessione etica. La facoltà di modificare la natura che la tecnologia oggi attribuisce all'umanità è un fatto nuovo per genere e dimensioni, per cui i criteri di giudizio tradizionali non garantiscono di individuare con certezza quel che è bene fare. Siamo in presenza di eventualità impreviste e imprevedibili da parte dell'etica del passato. La «bioetica» è un tentativo di rispondere a una sfida del genere e la questione del postumano si prospetta come una sua importante ramificazione: quali alterazioni del dato genetico si possono ritenere lecite? Si parla inoltre, sull'altro versante, di «tecnoetica», intesa come riflessione sull'uso della tecnologia quale elemento centrale del perfezionamento dell'uomo (quali e quanti interventi tecnologici sulla persona sono ammissibili?), e di «roboetica», cioè la riflessione sul corretto rapporto uomo-macchina.
Limitandoci ad alcune considerazioni di fondo, richiamiamo come il problema non stia nella tecnologia in quanto tale, cibernetica o genetica, e nemmeno nella modificazione della biologia umana. L'uomo, da sempre, è costretto dalla struttura che gli è propria a intervenire sul mondo che lo circonda: come ha rilevato il pensatore tedesco Arnold Gehlen, la sua carente dotazione biologica lo rende inadatto a vivere, diversamente dagli animali, in un determinato ecosistema per cui deve fare uso della sua capacità di modificare l'ambiente naturale attraverso l'agire tecnico. Perciò, l'alterazione dei limiti dell'umano non è una novità in quanto non è altro che l'estensione della nostra tendenza innata a trasformare la natura di cui il corpo, ormai desacralizzato, è considerato una componente al pari delle altre; essa non è di per sé un male, dal momento che ha consentito nel corso dei secoli uno straordinario innalzamento della qualità della vita. La tecnica non basta però a se stessa: ci insegna come fare un'infinità di cose, ma non spiega quali fare o perché farle. La capacità di intervenire sulla nostra natura è aumentata sproporzionatamente rispetto a quella di motivare tale interventi e di prevederne gli effetti.
Diventa indispensabile, allora, approfondire l'interrogativo antropologico, perché l'autentico criterio discriminante tra scelte giuste e sbagliate è la visione dell'uomo a cui facciamo riferimento. L'unico argine al dominio totale della tecnica è un recupero dell'idea di persona, per cui ciascun soggetto è riconosciuto come unico e irripetibile, portatore di una dignità e di valori da tutelare. L'umano, quindi, prima del postumano. In che senso, però? Nella mentalità corrente, viene messa sempre più in questione la convinzione che ci sia un'essenza di uomo permanente, inscritta nella natura, a cui adeguarsi. Più che chiedersi «che cos'è l'uomo?», forse bisognerebbe chiedersi «chi è l'uomo?». Il corpo non andrebbe inteso come un organismo, un oggetto modificabile a piacere (a seconda delle proprie convinzioni), ma piuttosto come dimensione costitutiva di una identità unitaria che cambia e i cui aspetti fondamentali sono però ineliminabili, perché sono quelli che ci fanno esistere come persone e come società. Il postumano richiede di riflettere sul ruolo della corporeità nella definizione dell'identità per stabilire se gli eventuali interventi tecnologici rispettano o pregiudicano le nostre possibilità di esistenza e di convivenza.

Per saperne di più
BONCINELLI E., L'anima della tecnica, Rizzoli, Milano 2006.
CAROBENE A., «Nanotecnologie», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2004) 735-738.
CASALONE C., «Cyborg», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2002) 165-168.
MARCHESINI R., Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
PIANA G., «Si può ancora parlare di "natura"? - Considerazioni antropologico-etiche», in Aggiornamenti Sociali, 9-10 (2006) 679-689.
SANNA I. (ed.), La sfida del postumano. Verso nuovi modelli di esistenza?, Studium, Roma 2005.
FRABETTI F., Postumano, in www.culturalstudies.it/dizionario/lemmi/postumano_b.html.
http://ethicbots.na.infn.it (sito del progetto europeo di roboetica EthicBots).
www.estropico.com/id252.htm, intervista al presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti.