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Il 18 gennaio 1994 la DC cessava di esistere e nasceva il nuovo Partito Popolare Italiano (PPI). Seguì una lunga stagione di divisioni e di riaggregazioni tra gli ex democristiani, cosicché oggi sono almeno cinque i raggruppamenti che si richiamano all'ispirazione cristiana. Tre nel centro-sinistra: i Popolari, confluiti in «Democrazia è Libertà - La Margherita» (DL); i «Popolari - Unione Democratici per l'Europa» (UDEUR); i «Cristiano-Sociali», confluiti nei DS. Due nel centro-destra: l'«Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro» (UDC); la «Democrazia Cristiana per le Autonomie» (DC). Dopo tanti anni, non si è ancora abituati al pluralismo politico dei cattolici. Certo, esso è un fatto normale altrove, ma in Italia la situazione è diversa: esiste infatti una tradizione ultracentenaria di cultura politica cattolico-democratica, di grande spessore, che non si può cancellare. Da qui la preoccupazione diffusa che i suoi eredi, divisi e indeboliti, finiscano per essere politicamente insignificanti, se non per scomparire. Ritorna, perciò, sempre più frequente (da destra e da sinistra) la questione se non si debba cercare qualche nuova forma di collegamento: perché non rimettere insieme quanti condividono la medesima vocazione politica e le medesime radici ideali? Tuttavia - al di là di sporadici casi di convergenza trasversale su temi come quelli riguardanti la vita, la famiglia e la tutela di valori fondamentali -, i tentativi di «ricomposizione» finora sono falliti. La situazione è talmente cambiata che non è più proponibile rifondare qualcosa di simile alla vecchia DC, né creare un terzo polo. La soluzione, dunque, va cercata in un'altra direzione: nel trovare cioè un modo nuovo di presenza dei cattolici nel sistema bipolare attuale, affinché non venga meno il loro servizio politico in un'Italia secolarizzata e multiculturale, nel rispetto della laicità e del pluralismo. Questa incertezza di fondo è all'origine delle perplessità che i cattolici (a destra e a sinistra) nutrono di fronte alla proposta di un partito unico. Oggi il dibattito è vivo soprattutto nel centro-sinistra, sul progetto del Partito Democratico (PD). Vedremo, perciò: 1) a che punto è l'attuazione del PD; 2) quali i nodi da sciogliere; 3) a quali condizioni si potrà superare l'esitazione dei cattolici.
1. A che punto è l'attuazione del Partito Democratico
Il cammino verso il PD non comincia oggi, ma è iniziato una decina di anni fa. La sua storia coincide con le fasi diverse che hanno caratterizzato l'evoluzione dell'Ulivo: da «coalizione elettorale» a «federazione», a «progetto unitario». Giova, perciò, richiamare brevemente questo percorso (cfr SORGE B., «Che cosa c'è dietro la crisi dell'Ulivo?», in Aggiornamenti Sociali, 9-10 [2005] 597-602). a) La prima fase va dalla nascita dell'Ulivo (1995) alla nascita della Margherita (2002). Fin dal primo momento, l'obiettivo finale fu quello di unire i riformisti (social-democratici, cattolico-democratici, liberal-democratici e ambientalisti) in un soggetto politico nuovo. Il limite della prima fase fu che l'Ulivo nacque come «coalizione elettorale», pensata cioè soprattutto per vincere le consultazioni politiche del 1996. Effettivamente quelle elezioni furono vinte dall'Ulivo, che governò per l'intera Legislatura; tuttavia la mancanza di una cultura politica omogenea che tenesse uniti tra loro i partner espose la «coalizione» a molte disavventure, tra cui la caduta del I Governo Prodi nel 1998. b) Dopo la sconfitta subita nelle elezioni politiche del 2001, si aprì una seconda fase nella vita dell'Ulivo con la nascita, l'anno seguente, di «Democrazia è Libertà - La Margherita» (DL), in cui confluirono tre partiti del centro-sinistra: Popolari, Democratici e Rinnovamento Italiano. Fu il primo tentativo serio di trasformare l'Ulivo da «coalizione elettorale» in soggetto politico unitario, nella direzione del PD. Più decisiva, nella medesima direzione, risultò la proposta fatta successivamente da Prodi a tutti i partner del centro-sinistra di presentarsi uniti alle elezioni europee del giugno 2004 con una lista unica: «Uniti nell'Ulivo per l'Europa». Aderirono quattro partiti: Democratici di Sinistra (DS), Margherita, Socialisti Democratici Italiani (SDI) e Repubblicani Europei; rimasero fuori gli altri: Verdi, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, UDEUR. La lista unitaria dell'Ulivo ottenne un buon successo nelle elezioni europee del 2004: oltre 10 milioni di voti (il 31,1% dei suffragi). Perciò Prodi ritenne giunto il momento di compiere un ulteriore passo verso il Partito unico, e propose ai quattro partner della lista «Uniti nell'Ulivo» di stringere tra loro un patto federativo, aperto a chiunque altro volesse farne parte. I quattro accettarono. Così, il 26 febbraio 2005, al teatro Brancaccio di Roma, nacque la «Federazione dell'Ulivo» (FED) tra l'esultanza comune. L'euforia, però, durò poco. Non appena Prodi - uscito ancora più forte dalla vittoria nelle elezioni regionali del 3-4 aprile 2005 - propose ai partiti della FED di presentarsi con una lista unica alle elezioni politiche del 2006, inspiegabilmente la Margherita si tirò indietro e nell'Assemblea Federale del 19 maggio 2005 decise di presentare una propria lista autonoma. Si scatenò così la crisi più grave della storia ulivista. Solo in extremis si evitò la scissione, che avrebbe segnato la fine di una esperienza decennale con conseguenze nefaste sia sulla tenuta interna dell'Unione (così si chiamò il centro-sinistra dalle elezioni regionali del 2005), sia sugli stessi equilibri politici generali. È da sperare che quella brutta crisi serva da lezione per non ripeterne oggi gli errori. Il maggiore dei quali - a nostro avviso - fu l'aver forzato il passaggio dall'Ulivo-«coalizione» all'Ulivo-«federazione», nell'illusione che fosse decisivo il «sì» delle segreterie dei partiti, senza coinvolgere adeguatamente la base e i mondi vitali della società civile. c) La terza fase è quella attuale: del «progetto unitario». Essa si è aperta praticamente con le elezioni primarie del 16 ottobre 2005, nelle quali Prodi ottenne 3.183.000 preferenze (il 74% dei voti) e l'investitura a candidato premier dell'Unione. Il successo delle primarie e la preoccupazione per l'imminente approvazione della pasticciata legge elettorale proporzionale spinsero la Margherita a rivedere le proprie posizioni. Così, l'Assemblea Federale del 27-28 ottobre 2005 chiuse definitivamente la crisi aperta il 19 maggio e rilanciò il progetto della lista unitaria, con lo sguardo rivolto al futuro partito unico dei riformisti. Nel frattempo, i Socialisti Democratici Italiani avevano rotto il patto federativo, e il 17 novembre 2005 confluivano con i Radicali in un nuovo soggetto politico fortemente laicista: la Rosa nel Pugno. Di conseguenza, oggi l'Ulivo è ridotto al patto federativo tra i due maggiori partiti dell'Unione (DS e Margherita), con la partecipazione dei Repubblicani Europei e di altre forze minori. Nelle ultime elezioni politiche (9-10 aprile 2006), l'Ulivo (DS+Margherita) presentò una lista unitaria in tutte le circoscrizioni nella competizione per la Camera dei Deputati, mentre per l'altra Camera i partiti si presentarono ciascuno con il proprio simbolo, a causa del diverso sistema di assegnazione del premio di maggioranza (circoscrizione per circoscrizione) previsto per il Senato. L'Unione uscì vittoriosa dalle urne e l'Ulivo si confermò la lista più votata: quasi 12 milioni di voti (il 31,3% dei suffragi). Tuttavia la lista unica dell'Ulivo ottenne alla Camera più voti di quanti ne raccolsero al Senato, sommate insieme, le due liste separate dei DS (17,5%) e della Margherita (10,7%). Questo fatto conferì nuovo vigore all'idea del PD, tanto che si decise di formare i gruppi unitari dell'Ulivo in Parlamento: 218 deputati e 101 senatori. Sennonché a un certo punto qualcosa non ha più funzionato e la costruzione del PD sembra essersi arenata. Dubbi e remore affiorano indiscriminatamente nei DS e nella Margherita. Perché? Quali nodi restano ancora da sciogliere? 2. Quali i nodi da sciogliere
C'è il pericolo che il PD nasca senza entusiasmo, solo per dare un supporto politico a Prodi, che non ha un partito alle spalle, e per assicurare stabilità al Governo, creando un migliore equilibrio tra i partner dell'Unione. Certo queste ragioni «politiche» sono importanti, ma se il PD nasce per decisione dall'alto e privo di slancio ideale, si rischia di ripetere l'esperienza negativa dell'Ulivo-«coalizione elettorale». Per evitarlo, occorre sciogliere i nodi concernenti a) l'identità culturale, b) la forma-partito, c) la classe dirigente del nuovo soggetto politico. a) L'identità culturale. - Un soggetto politico non può nascere ed essere vitale senza una chiara identità culturale. Occorre cioè partire non dal contenitore, ma dai contenuti: con quali valori? Con quale progetto di società? Con quale classe dirigente? Con quali collegamenti internazionali? Il PD, dunque, non può nascere dalla somma di partiti diversi, non può fondarsi su una sorta di sincretismo ideologico, né sull'egemonia di una cultura politica sulle altre; riformisti di tradizioni diverse devono giungere a riconoscersi in una nuova cultura politica unitaria e in un programma comune, andando oltre se stessi, ma senza rinnegare le proprie radici. Per raggiungere questo obiettivo, c'è una sola strada: dare vita a un soggetto politico veramente nuovo, che recepisca quanto di valido e di comune si trova nelle diverse tradizioni, superandole, per misurarsi uniti con le nuove sfide interne ed esterne. «A vino nuovo, otri nuovi», non solo in Italia, ma anche in Europa e nei collegamenti internazionali. b) La forma-partito. - Per dare una configurazione adeguata al PD come soggetto politico veramente nuovo (post-ideologico) bisogna abbandonare la vecchia forma-partito, che portava con sé molti limiti alla democrazia interna e alla effettiva partecipazione della base. Tutti oggi ne sono consapevoli e per questo si insiste sulla necessità di aprire il nuovo partito alla società civile e ai mondi vitali. Ci vuole, cioè, una svolta netta che superi la gestione verticistica, imposta dai vecchi canoni del «centralismo democratico» e dalla logica delle tessere e delle clientele; bisognerà perciò, fin dall'inizio, istituire nel PD efficaci procedure di controllo, che impediscano pratiche non trasparenti o poco limpide. In altre parole, il PD va pensato come un grande partito plurale, come un'«area», popolare e democratica, da costruire dal basso a partire dal territorio, con l'apporto responsabile dei mondi vitali della società civile. Andranno rafforzate, perciò, le procedure partecipative, sia attraverso «elezioni primarie», sia istituendo organi collegiali territoriali, in modo che il percorso dall'alto e quello dal basso coincidano in un unico processo politico e organizzativo. c) La classe dirigente. - Infine, affinché un soggetto politico si possa dire veramente nuovo, c'è bisogno di rinnovare la sua classe dirigente. Ora, nella vita politica italiana sussistono vere e proprie «baronie», sopravvissute alla Prima Repubblica, che sono un ostacolo serio alla democrazia interna dei partiti e al loro rinnovamento. La situazione si è ulteriormente aggravata con la pasticciata riforma elettorale del 2005 che, abolendo il voto di preferenza, ha tolto ai cittadini la facoltà di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Perciò, il rinnovo della classe dirigente è oggi più problematico di prima. Non si potrà certo parlare di «nuova classe dirigente» se la gestione del PD dovesse essere affidata solamente a politici eletti il 9-10 aprile 2006, a immagine e somiglianza delle vecchie segreterie dei partiti che hanno confezionato le liste.
3. A quali condizioni si potrà superare l'esitazione dei cattolici
A questi nodi ancora da sciogliere vanno aggiunti, infine, i dubbi che molti cattolici nutrono circa il «modo» e i «tempi» della realizzazione del PD. Se non si supereranno, sarà molto difficile uscire dall'impasse in cui oggi il «progetto unitario» ristagna. Riguardo al modo di attuazione, la maggiore perplessità è la prospettiva che l'appartenenza al PD impedisca ai cattolici democratici di svolgere il ruolo storico di interpreti della dimensione etica e religiosa della cultura popolare italiana, che tanto ha contribuito alla nascita e alla crescita della Repubblica. Alcuni valori - quali la difesa della persona e della famiglia con i loro diritti (a cominciare da quello alla vita), la dimensione solidale delle libertà individuali, la democrazia compiuta, il ruolo sussidiario delle autonomie locali, la subordinazione dell'economia di mercato all'uomo e al lavoro, la pace fondata sulla giustizia e sul rifiuto della guerra - per molti sono «condivisibili», ma per i cattolici democratici sono la «ragion d'essere» del loro impegno politico. Ebbene - si chiedono -, la cultura cattolico-democratica sopravviverà dopo la nascita del partito unico riformista? La loro esitazione nasce anche dal fatto che su questo punto si confrontano sensibilità diverse. Alcuni, movendo dal principio che i cristiani sono chiamati ad agire da lievito e fermento, concludono che i cattolici democratici si dovranno «impastare» con tutti gli altri, rinunciando ad avere una propria identità e visibilità. Infatti - dicono - l'ispirazione cristiana, essendo trascendente, non è alternativa alle altre culture politiche, ma trova affinità elettive anche in quelle più diverse e lontane; è sufficiente, perciò, che i cattolici impegnati in politica esprimano un collegamento meramente «storico» alle loro radici ideali, mentre si impegnano laicamente con tutti gli altri a costruire la casa comune e a restituire un'anima etica alla politica. Non bisogna temere - concludono - di «fecondarsi a vicenda» (meno felicemente si parla di «contaminarsi»), per produrre una nuova cultura politica, super partes, unica e condivisa da tutti i riformisti. Altri invece ritengono che un mero richiamo «storico» alle radici cristiane non basti - nella dinamica della vita politica concreta - a evitare l'emarginazione della cultura cattolico-democratica e la caduta in un pragmatismo privo di ispirazione etica e ideale. Non se la sentono, perciò, di aderire al PD e preferiscono piuttosto dare vita non a un anacronistico «partito di cattolici», né a un impossibile terzo polo, bensì a una nuova aggregazione, formalmente (non solo «storicamente») ispirata ai valori del cattolicesimo democratico, che, oltre a operare sul piano culturale o pre-politico, sia in grado cioè di influire politicamente sulle scelte da compiere, nel rispetto della laicità e del pluralismo. I tentativi in questa direzione sono già numerosi: da quelli di qualche anno fa, come «Area Popolare Democratica» e «Agire politicamente», fino all'ultima proposta dei «Popolari per un'Italia civica». Che cosa se ne deve pensare? Se ai dubbi sul modo di realizzare il PD si aggiungono pure quelli sui tempi di attuazione, la preoccupazione principale deve essere quella di evitare la fretta che è sempre cattiva consigliera. Infatti, la condivisione unitaria della cultura e degli obiettivi del nuovo soggetto politico può essere frutto solo del dialogo e del confronto tra le diverse componenti partitiche e i movimenti dell'area riformista. Si richiede, perciò, una fase di riflessione al vertice e alla base. Per quanto riguarda i cattolici, il discernimento è più complesso e andrebbe affrontato a un duplice livello. Il primo livello - di natura, non politica, ma culturale e morale - appartiene di per sé alla comunità cristiana, nella quale ci dovrebbe essere uno spazio aperto, dove i laici socialmente e politicamente impegnati (di ogni tendenza) si potessero confrontare tra loro e con i pastori per formarsi spiritualmente e culturalmente. È quanto andiamo chiedendo da anni, ma finora invano. Il secondo livello - di natura essenzialmente politica - appartiene invece alla responsabilità dei fedeli laici, debitamente formati, ai quali spetta di decidere autonomamente se, come e dove militare od organizzarsi politicamente. Tuttavia, anche nell'ipotesi che i cattolici impegnati in politica potessero di fatto contare sul sostegno spirituale e culturale della comunità cristiana, le perplessità sul PD rimarrebbero, finché non si elimina il rischio obiettivo che la componente politica quantitativamente più forte prenda il sopravvento sulle altre. Per evitare l'egemonia di una sola forza e garantire la sopravvivenza delle diverse culture politiche nell'unità di partito e di programma, l'unico modo è realizzare il PD come «area», cioè come forma-partito «leggera» e «plurale», integrata da una componente movimentista, il cui «progetto unitario» sia elaborato dai partiti riformisti insieme con i movimenti, le associazioni e i gruppi, nel rispetto dell'identità di ciascuno. Ciò non può avvenire senza l'avvio di una «fase costituente», organizzata sul territorio, che non va confusa con il rafforzamento degli attuali circoli dell'Ulivo. Senza il coraggio di una scelta veramente nuova e aperta, sarà difficile sbloccare la situazione. In particolare, molti cattolici democratici si sentirebbero spinti e autorizzati a dar vita a una forma di aggregazione, originale e nuova, al di fuori degli attuali partiti e della prospettiva del partito unico. Con il pericolo che ne approfittino i nostalgici del passato, di destra e di sinistra.
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