Editoriale - luglio-agosto 2006

I cristiani e le nuove prospettive del Paese

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Il 23 ottobre 1981 il Consiglio Permanente della CEI pubblicava un importante documento: La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (nelle citazioni che ne faremo i numeri tra parentesi indicano i paragrafi). Mentre finiva un equilibrio durato decenni, i vescovi italiani indicavano profeticamente, alla luce del Concilio Vaticano II e del Convegno ecclesiale su «Evangelizzazione e promozione umana» (1976), le linee per una rinnovata presenza della Chiesa e in particolare dei laici cristiani nella difficile svolta del Paese, provato dal terrorismo delle Brigate Rosse e dall'assassinio di Aldo Moro, afflitto dalla degenerazione partitocratica e dallo sbandamento del mondo cattolico dopo la fine del collateralismo con la DC.
Purtroppo ebbe poco seguito. «La Chiesa - disse amareggiato Giuseppe Lazzati - ha preso alcuni atteggiamenti, soprattutto nel documento dell'ottobre dell'81 "La Chiesa nelle prospettive del Paese". A leggerlo è un bel documento, però io torno a dire: è nel cassetto. Chi l'ha letto? Chi si è preoccupato di tradurre quel documento in un minimo di azione, di attività, di promozione per cercare di realizzare il desiderio espresso in quel documento? E cioè che i cattolici - e lì si parla di laici cattolici - siano non solo degli spettatori, ma degli attori. [...] Di per sé quel documento io lo sottoscriverei [...]. Ma è nel cassetto» (A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola [19 novembre 1984], il Mulino, Bologna 2003, 98 s.). Fu, forse, l'ultimo pronunciamento profetico della stagione postconciliare in Italia, prima della «normalizzazione» avviata dal Convegno ecclesiale di Loreto (cfr SORGE B., «Tra profezia e normalizzazione - La Chiesa italiana da Roma 1976 a Verona 2006», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2006] 115-126).
Può essere utile oggi valorizzare quel testo, non solo perché conserva la sua carica profetica, ma anche perché la finalità che esso si proponeva è in evidente continuità con quanto si propone oggi la Chiesa italiana. La Traccia di riflessione diffusa in preparazione al Convegno di Verona (16-20 ottobre 2006) sottolinea giustamente che la testimonianza di Gesù risorto, speranza del mondo, è destinata a permeare tutti gli ambiti della esistenza umana: da quello della vita affettiva a quello del lavoro e del tempo libero, a quello delle fragilità e delle debolezze umane, a quello della formazione e delle relazioni sociali. Tuttavia, è importante - come già faceva il Documento del 1981 - richiamare l'attenzione sull'impegno sociale e politico dei cristiani (il quinto ambito del Convegno di Verona), perché la «carità politica» è il frutto maturo dell'autentica spiritualità cristiana.
Qual è il compito della comunità ecclesiale e dei cristiani di fronte alle prospettive del Paese oggi? Nonostante queste siano divenute più complesse, tuttavia le indicazioni del 1981 conservano una sorprendente attualità, per quanto riguarda in particolare tre sfide principali: 1) la crescita contraddittoria della democrazia italiana; 2) l'evoluzione del concetto di laicità; 3) la necessità di una visibilità dei cristiani, diversa da quella di ieri.

1. La crescita contraddittoria della democrazia italiana
Già 25 anni fa la Chiesa italiana metteva in evidenza le lacerazioni interne: «Il Paese non crescerà, se non insieme. Ha bisogno di ritrovare il senso autentico dello Stato, della casa comune, del progetto per il futuro» (n. 8). Profeticamente allora i vescovi presero le distanze dalla concezione liberista della società, alla luce del Vangelo e della dottrina sociale: «Il consumismo ha fiaccato tutti. Ha aperto spazi sempre più vasti a comportamenti morali ispirati solo al benessere, al tornaconto degli interessi economici o di parte. Lo smarrimento prodotto da simile costume di vita pesa particolarmente sui giovani, intacca il ruolo della famiglia e indebolisce il senso della corresponsabilità, tre dei cardini portanti di un sicuro tessuto sociale» (n. 11).
Oggi, le elezioni politiche del 2006 hanno confermato che la crescita democratica del Paese prosegue incerta e contraddittoria. Si è ulteriormente aggravata in Italia la violenta contrapposizione ideologica tra i due modi d'intendere la democrazia e lo Stato: quello neoliberista e quello solidaristico. Ciononostante la Chiesa italiana oggi ha preferito astenersi dall'esprimere un giudizio etico sulle due culture politiche a confronto sulla riforma costituzionale, sottoposta a referendum confermativo. Invece, sarebbe stato importante avvertire del pericolo che la perdita del senso dello Stato altera il rapporto tra diritti personali ed esigenze del bene comune, tra politica di Governo e partecipazione responsabile dei cittadini. Parimenti sarebbe stato necessario denunciare il rischio che la democrazia diventi sempre più «formale» e sempre meno «sostanziale», non più in grado di garantire a tutti, in misura uguale, il rispetto dei diritti fondamentali.
Sarebbe stato auspicabile sentirci ripetere parole come quelle del Documento del 1981: «Il Paese non può dare deleghe in bianco a nessuno: ha bisogno e ha il dovere di partecipare. Vuole essere consapevole delle proprie scelte e sta imparando a esercitare questo suo diritto, organizzandosi nel territorio» (n. 9). E come allora i vescovi non temettero di affermare che bisognava «ripartire dagli ultimi» (nn. 4 s.), sarebbe indispensabile chiarire che oggi occorre «ripartire dalla Costituzione», poiché la difesa della cultura solidale a cui si ispira la Carta repubblicana è il modo più efficace di tutelare i diritti degli «ultimi», le persone meno favorite. Nel momento in cui questa solidarietà è messa in discussione, appare doveroso - come ha fatto Giovanni Paolo II (cfr Centesimus annus, n. 46) - spiegare che la dottrina sociale della Chiesa giudica la concezione solidaristica più coerente con i valori cristiani.
Non si può tacere che il pericolo maggiore per la democrazia solidale, oltre alla caduta di ispirazione etica e di valori ideali, è il «populismo», che pretende di fare continuo ricorso al popolo e considera un perditempo i meccanismi di mediazione politica e di partecipazione responsabile. Il populismo distrugge la solidarietà, fino a prescindere dalle regole democratiche e a contestare l'esercizio di determinati poteri che, pur essendo riconosciuti dalla Costituzione, non sono stati attribuiti direttamente dal popolo, come nel caso della Magistratura o degli organi di garanzia. D'altra parte si comprende la difficoltà della Chiesa: come intervenire, senza offrire il fianco alla accusa di schierarsi con l'uno o l'altro partito?
Il problema è reale. La sua soluzione si può trovare soltanto grazie al ripensamento del concetto di laicità.

2. Una comprensione nuova della laicità
Già nel 1981 i vescovi italiani rivendicavano alla Chiesa il diritto-dovere di intervenire, secondo una concezione più matura di laicità: «Come vescovi, come cristiani, come Chiesa, non possiamo né condividere né tanto meno coltivare stati d'animo o prospettive fallimentari. Non siamo però alla finestra, né possiamo accettare di chiuderci nelle sagrestie o nel privato. Non per questo ci contrapponiamo al Paese con progetti alternativi o concorrenze o privilegi di sorta» (n. 12).
Nell'impegno della Chiesa di non voler restare alla finestra o chiusa in sagrestia è implicita la revisione del vecchio concetto di laicità. Questo ripensamento è imposto sia dalle profonde trasformazioni storiche, sia dalle acquisizioni teologiche e pastorali del Concilio Vaticano II. Ormai «laicità» non può più essere intesa nel vecchio significato illuministico di divisione e contrapposizione tra Stato e Chiesa, di riduzione della religione a mero fenomeno privato. Oggi «laicità» ha acquistato una portata nuova, è compresa come condizione essenziale della necessaria collaborazione tra Stato e Chiesa in vista del bene comune.
A questa nuova concezione di laicità si ispira l'Accordo di revisione del Concordato lateranense tra la Santa Sede e la Repubblica italiana (18 febbraio 1984), quando l'art. 1, dopo aver ribadito che Stato e Chiesa sono, «ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», sottolinea che le due parti si impegnano alla «reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese». Nella medesima ottica si muove l'art. I-52 del Trattato Costituzionale europeo (29 ottobre 2004), che parla di rapporti stabili di collaborazione tra le istituzioni dell'Unione e le Chiese, attraverso «un dialogo aperto, trasparente e regolare». A questa medesima concezione di laicità matura si è ispirato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quando nel discorso di insediamento (15 maggio 2006) ha espresso la «convinzione che debba laicamente riconoscersi la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso, e svilupparsi concretamente la collaborazione, in Italia, tra Stato e Chiesa cattolica in molteplici campi in nome del bene comune».
Questa comprensione matura di laicità consente alla Chiesa di rivendicare il diritto-dovere di intervenire, di non stare alla finestra quando sono in gioco valori fondamentali, ovviamente rimanendo sempre nel proprio campo specifico etico-religioso, senza sconfinare né condizionare l'autonomia dello Stato, senza contrapporsi al Paese con progetti alternativi.
Qui tocchiamo il cuore del problema: si aprono, infatti, nuove prospettive sia per la Chiesa sia per lo Stato. Per quanto concerne la Chiesa, il necessario ripensamento del concetto di laicità esige ormai una valorizzazione piena dei cristiani laici (uomini e donne) sia all'interno della vita ecclesiale sia nella vita sociale e politica del Paese. Non ha senso che sia la Gerarchia a gestire in proprio il confronto «politico» con i partiti o con il Governo. C'è il rischio concreto - come dimostrano casi recenti - di invadere involontariamente il campo altrui, finendo con l'appannare la profezia o la parresìa evangelica, facendo risorgere vecchi steccati e ridando fiato all'anticlericalismo. La questione, però, chiama in causa anche i fedeli laici: dove sono oggi i laici cristiani maturi? Certo, non mancano, eppure non fanno sentire efficacemente la loro voce. Riuscirà il Convegno di Verona ad affrontare (se non proprio a risolvere) il vecchio problema, che ci trasciniamo da decenni, della costituzione di un luogo nazionale d'incontro e di confronto tra le varie componenti ecclesiali, cosicché i fedeli laici siano messi in grado di realizzare nel Paese una forma nuova di presenza?
Tuttavia, una concezione più matura di laicità interpella pure lo Stato e le forze politiche. Infatti, solo una nuova comprensione della laicità consentirà di realizzare una democrazia moderna, dove le diverse istanze sociali e le diverse tradizioni culturali e politiche riescano a fare unità nella pluralità. Non basta superare il clericalismo e il confessionalismo religioso nei rapporti tra Stato e Chiesa, ma occorre anche superare l'integrismo ideologico nei rapporti tra soggetti politici diversi, che impedisce - non meno dell'integrismo religioso - l'incontro fra tradizioni politiche diverse. Lo capì, a suo tempo, Enrico Berlinguer che tanto si adoperò per rendere «laico» il PCI, superando il dogmatismo ideologico marxista. Solo così - spiegava il Segretario comunista -, «per dare risposta ai drammatici problemi cui l'umanità è oggi di fronte [...], è oggi possibile realizzare un confronto positivo e una convergenza fra differenti posizioni culturali e ideali e fra uomini e movimenti di diversa ispirazione filosofica e religiosa» (BERLINGUER E., «Prospettiva di trasformazione e specificità comunista in Italia», in Critica marxista, 2 [marzo-aprile] 1981, 13).
Dunque, la realizzazione di una democrazia compiuta passa anche attraverso il ripensamento condiviso del concetto di laicità.

3. Una visibilità diversa
Quale visibilità allora per la Chiesa e i laici cristiani? Il Documento del 1981 dava una prima risposta, ancora valida: «Non si tratta di serrare le fila per fare fronte al mondo». E spiegava: la prima cosa da fare, è che la comunità cristiana torni a essere una vera scuola di fede, sia alimentando la spiritualità dei fedeli «con l'assiduità nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (n. 16), sia illuminando con il Vangelo i problemi che la società oggi si pone, memori che «Se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza» (n. 13).
Accanto a questo impegno prioritario della comunità ecclesiale, occorre però pensare a una visibilità nuova dei laici cristiani nel Paese, dopo che le profonde trasformazioni sociali, politiche e culturali hanno prodotto una diaspora che ne diminuisce la incidenza pubblica. A questo proposito il Documento del 1981, senza misconoscere i frutti positivi che sono venuti al Paese dalla esperienza unitaria dei cattolici nella DC, faceva una apertura che allora apparve coraggiosa: «Oggi - ammetteva - più acutamente si avvertono gli inevitabili limiti e un certo logoramento di tale esperienza [l'unità dei cattolici nella DC] e non manca chi appella al pluralismo per orientare su strade diverse l'impegno dei cristiani. Noi sappiamo bene che non necessariamente dall'unica fede i cristiani debbono derivare identici programmi e operare identiche scelte politiche: la loro presenza nelle istituzioni potrebbe legittimamente esprimersi in forme pluralistiche» (nn. 36 s.). E, se è vero che per il cristiano non tutti i programmi sono indifferenti, tuttavia il pluralismo delle presenze «deve essere apprezzato e accolto quando è sano e fecondo», evitando però sia una inutile dispersione di energie, sia che si riproducano nella comunità cristiana le divisioni proprie del confronto politico (cfr n. 37).
Come fare? Di fronte alle contraddizioni della vita politica italiana e in seguito a una più matura comprensione della laicità, quale visibilità perseguire affinché non venga meno il contributo dei cristiani, di cui l'Italia ha bisogno, ed essi stessi, frammentati e indeboliti, non diventino politicamente insignificanti fino a scomparire, fagocitati da gruppi più forti?
Mantiene la sua attualità la sferzata del 1981: «Si dice che i cristiani sono forza minoritaria in Italia, e per alcuni versi è vero. Ma non lo è per gli aspetti più qualificanti della loro esistenza, perché la forza dello Spirito in chi ha ricevuto il Battesimo e ha conosciuto il Vangelo è sempre feconda e capace di rianimare chi si è arreso»; quindi occorre riprendere coraggio, occorre che i cristiani si sveglino e tornino «a ricordarsi della loro vocazione, a uscire dalle pigrizie e dall'anonimato, per essere nuovamente testimoni del Vangelo in una vera identità cristiana» (n. 24). Un'identità - aggiungono subito i vescovi - che, «a scanso di equivoci, non coincide con i programmi di azione culturale o sociale o politica che i cristiani, singoli o associati, perseguono. Si fonda invece sulla fede e sulla morale cristiana, con il loro preciso richiamo all'insegnamento in campo sociale; si vive nella comunione ecclesiale e si confronta fedelmente con la Parola di Dio letta nella Chiesa. È un'identità da incarnare, senza rivendicarla solo per sé, nel pluralismo delle situazioni, giorno per giorno, quando proprio la fede anima le competenze umane dell'analisi, del confronto, della mediazione e della progettazione» (n. 25).
In pratica si tratta di impegnarsi, insieme con tutti i cittadini «liberi e forti», a costruire la casa comune, a restituire alla politica un'anima etica, a recuperare il senso della legalità e dello Stato, partendo dal territorio, senza deleghe a nessuno, collaborando con tutte le energie vive della società civile. Si tratta di dare corpo all'idea di creare in Italia non un nuovo partito (la vecchia forma-partito è superata), quanto piuttosto un'area culturale e politica che dia spazio e riconosca identità e ruolo ai gruppi, ai movimenti, alle associazioni che operano nel territorio e consenta anche ai cristiani, come a tutti gli altri, di recare il proprio contributo di pensiero e di azione.
È notevole che già nel 1981 i vescovi abbiano tracciato un percorso possibile per realizzare una visibilità e un servizio nuovo dei laici cristiani al Paese: «C'è innanzi tutto da assicurare presenza. L'assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per i cristiani sono peccato di omissione. Si parte dalle realtà locali, dal territorio. E si è partecipi delle sorti della vita e dei problemi del Comune, delle circoscrizioni e del quartiere: la scuola, i servizi sanitari, l'assistenza, l'amministrazione civica, la cultura locale. Ci si apre poi alla struttura regionale, alla quale oggi sono riconosciute molte competenze di legislazione e di programmazione. Così la presenza si estenderà anche ai livelli nazionale, europeo e mondiale, e potrà avere efficacia. È sbagliato, infatti, contare solo sui tentativi di rifondazione o di riforma che vengono dai vertici della cultura ufficiale e della politica» (n. 33).
Difficilmente si poteva indicare meglio, in poche righe, il modo concreto di vivere la democrazia solidale nel rispetto della laicità, realizzando nello stesso tempo una visibilità diversa dei laici cristiani, più rispondente sia agli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa sia alle prospettive nuove del Paese.