Editoriale - maggio 2006

Ignazio di Loyola e l'uomo d'oggi

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

 

Volendo contribuire alla celebrazione giubilare del 2006, indetta dalla Compagnia di Gesù per commemorare i 450 anni dalla morte di Ignazio di Loyola e i 500 anni dalla nascita di Francesco Saverio e Pietro Favre, suoi primi compagni, può essere utile evidenziare la originalità della spiritualità ignaziana e la sua attualità per l'uomo d'oggi.

1. Originalità della spiritualità ignaziana
Ignazio di Loyola (1491-1556) si trovò a vivere la «transizione» epocale, iniziata con la scoperta dell'America (1492), simile per importanza e difficoltà al passaggio che noi stiamo vivendo dal secondo al terzo millennio. Infatti, nel secolo XVI ebbe inizio il lungo processo di laicizzazione della cultura e della società che, attraverso l'illuminismo, il razionalismo, il liberismo, il positivismo e le grandi ideologie del XIX e XX secolo, avrebbe condotto al «secolarismo» dei nostri giorni. Certo, questo processo contribuì anche alla acquisizione di nuovi valori e a una migliore comprensione dei valori tradizionali; ma in pari tempo produsse una lacerazione profonda tra vita spirituale e vita materiale, tra l'uomo e Dio: la ragione prese le distanze dalla fede, rivendicando, in termini radicali e dirompenti, la propria pur legittima autonomia; la politica ruppe ogni legame con l'etica; la cultura sia umanistica sia scientifica negò ogni orizzonte trascendente; la Riforma portò la divisione all'interno stesso della Chiesa.
In quella difficile transizione, gli Esercizi Spirituali [ES] costituirono una vera scuola di discernimento spirituale e diffusero una spiritualità nuova - la «mistica della strada» - che avrebbe aiutato la Chiesa e i cristiani nel passaggio alla modernità: in un contesto di frammentazione e di lacerazioni, Ignazio insiste sul discernimento e sulla sintesi; non disdegna i nuovi apporti della cultura né l'uso dei nuovi strumenti scientifici, ma poggia sulla consapevolezza che «i mezzi che congiungono lo strumento [umano] con Dio e lo dispongono a lasciarsi guidare dalla sua mano divina sono più efficaci di quelli che lo dispongono verso gli uomini» (Costituzioni della Compagnia di Gesù [Cost.], n. 813).
È questo il cuore della mistica ignaziana. Girolamo Nadal, gesuita della prima generazione, la definì con una espressione rimasta famosa: «Essere contemplativi nell'azione». Essa, cioè, porta a trovare Dio in tutte le cose: sia nei compiti apostolici di evangelizzazione, sia nelle attività miranti ad animare cristianamente le realtà temporali: il lavoro, lo studio, la politica, le arti; introduce alla «conoscenza interiore del Signore» (ES, n. 104), non attraverso un complicato percorso intellettuale, ma a partire dalla vita concreta di ogni giorno.
L'originalità della spiritualità ignaziana deriva - come racconta lo stesso Fondatore nella Autobiografia - da due forti esperienze mistiche. La prima fu la «illuminazione del Cardoner» (un corso d'acqua poco fuori Manresa, in Catalogna). Ignazio ne parla come di una grande luce, ricevuta nell'intelletto: «Il rimanere con l'intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo, o che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima. Tanto che se fa conto di tutte le cose apprese e di tutte le grazie ricevute da Dio, e le mette insieme, non gli sembra di aver imparato tanto, lungo tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue anni compiuti, come in quella sola volta» (Autobiografia, n. 30). Nella seconda esperienza mistica - conosciuta come la «visione di La Storta» (località alle porte di Roma) - Cristo gli apparve con la croce sulle spalle, e accanto a lui il Padre che gli diceva: «Voglio che tu prenda costui per tuo servitore». Gesù allora si rivolse a Ignazio: «Voglio che tu ci serva» (cfr ivi, n. 96). Sta qui il germe della spiritualità ignaziana e della Compagnia di Gesù. La Formula dell'Istituto, approvata dal Papa Paolo III con la Regimini militantis Ecclesiae del 27 settembre 1540 e confermata da Giulio III con la Exposcit debitum del 21 luglio 1550 (da cui citiamo), non fa che esplicitare la intuizione di La Storta: «Chiunque, nella nostra Compagnia che desideriamo insignita del nome di Gesù, vuole militare per Iddio sotto il vessillo della croce e servire soltanto il Signore e la Chiesa sua sposa, a disposizione del Romano Pontefice, Vicario di Cristo in terra [...], si persuada profondamente di far parte di una compagnia istituita allo scopo precipuo di occuparsi specialmente della difesa e propagazione della fede, e del progresso delle anime nella vita e nella dottrina cristiana». La spiritualità ignaziana si presenta, quindi, con un duplice aspetto: a) come «mistica dell'unione» (essere messo con Cristo) e, nello stesso tempo, b) come «mistica del servizio» (consacrare la vita al servizio divino).
   a) La «mistica dell'unione»
Come tutte le forme autentiche di spiritualità, anche quella di Ignazio si fonda sul primato assoluto di Dio: visto, però, a partire dall'uomo. Sta qui la sua originalità. Ignazio, cioè, insegna non a fuggire dal mondo, ma a immergersi in esso rispettandone la laicità; a usare gli strumenti umani necessari, ma senza riporvi la fiducia: «Poiché la Compagnia, che non è stata istituita con mezzi umani, non può conservarsi né svilupparsi con essi, bensì con la mano onnipotente di Cristo Dio e Signore nostro, in Lui solo è necessario riporre la speranza» (Cost., n. 812).
«All'inizio del suo itinerario spirituale - commenta il padre Peter-Hans Kolvenbach, Superiore Generale della Compagnia di Gesù -, Ignazio era piuttosto incline a fuggire le cose create. [...] Come un pedagogo, il Signore gli fece prendere le distanze da una fuga radicale dal mondo per vivere con Dio solo (cfr Cost. n. 288), e gli fece capire che non esiste una via autentica verso Dio se non attraverso la realtà ambigua e mutevole della vita quotidiana. Nello stesso tempo, non ci può essere impegno fruttuoso nel mondo senza una vita unita a Dio al seguito di Cristo nella sua missione tra noi». Perciò - conclude il Padre Generale -, «La spiritualità d'Ignazio non consiste nel cercare Dio al di fuori delle cose create, o nell'essere semplicemente aiutati da tutte le realtà create, ma nel trovare Dio in esse, riconoscendo pienamente la loro esistenza autonoma nella loro condizione di dipendenza in quanto oggetti creati. È quello che Ignazio ha imparato al seguito del Signore incarnato e che condivide con noi negli Esercizi Spirituali» (Allocuzione alla Riunione dei Superiori Maggiori, Loyola, 25 novembre 2005).
Sta qui la peculiarità di Ignazio: «cercare in ogni cosa Dio nostro Signore, rigettando da sé, per quanto è possibile, l'amore di tutte le creature, per riporlo nel loro Creatore, amando lui in tutte e tutte in lui» (Cost., n. 288). Pertanto, la regola fondamentale della sua spiritualità è «l'intima legge della carità e dell'amore, che lo Spirito Santo scrive e imprime nei cuori» (ivi, n. 134); le norme esteriori e la disciplina sono importanti, ma, se viene meno la legge interiore della carità, l'osservanza è ipocrisia. Ecco perché, per Ignazio, «nessuna Costituzione, Dichiarazione o regolamento del tenore di vita può obbligare [i gesuiti] sotto pena di peccato [...]. In tal modo, al posto del timore dell'offesa subentrerà l'amore e il desiderio d'ogni perfezione e del conseguimento di una più grande gloria e lode di Cristo nostro Creatore e Signore» (ivi, n. 602).
Come raggiungere questo traguardo? Lo insegnano gli Esercizi Spirituali nella «Contemplazione per giungere ad amare», dove la «mistica dell'unione» diviene «mistica del servizio»: «l'amore si deve porre più nelle opere che nelle parole. [...] l'amore consiste nella comunicazione reciproca, cioè nel dare e comunicare l'amante all'amato quello che ha, o di quello che ha o può, e così a sua volta l'amato all'amante; di maniera che se l'uno ha scienza la dia a chi non l'ha, e così se onori, se ricchezze l'uno all'altro» (ES, nn. 230 s.). Al centro della spiritualità ignaziana non vi sono né la persona di Ignazio, né il libro degli Esercizi; c'è solo Cristo, il suo amore. È una mistica essenzialmente cristocentrica. E solo in questa luce acquistano significato l'obbedienza ignaziana e il voto speciale che lega la Compagnia al Successore di Pietro, in virtù del quale il Papa può inviare in missione i gesuiti in qualsiasi parte del mondo: tutti «devono avere davanti agli occhi Dio, Creatore e Signore nostro, per il quale si obbedisce, sforzandosi di procedere con spirito d'amore e non con turbamento di timore» (Cost., n. 547).
   b) La «mistica del servizio»
Tuttavia, il cristocentrismo ignaziano non consiste - come in altre spiritualità - nell'imitare l'uno o l'altro aspetto della vita del Salvatore: il nascondimento di Nazareth o la povertà o la misericordia o la missionarietà. La mistica ignaziana punta alla piena identificazione con Cristo, a divenire «conformi all'immagine del Figlio suo» (Rm 8, 29), per lavorare con Lui al servizio degli altri, alla maggior gloria del Padre. Ignazio lascia che sia Cristo stesso a proclamarlo nella meditazione del Regno: «chi vorrà venire con me [mistica dell'unione]... deve lavorare con me [mistica del servizio]» (ES, n. 93). Ecco perché ogni gesuita, identificandosi con Cristo, è «pellegrino», servitore della missione di «un Cristo in movimento, che va per villaggi e sinagoghe a predicare il Regno, recandosi dove gli uomini abitano e lavorano» (34a CONGREGAZIONE GENERALE [1995], Decreto 1, n. 7).
È stato sempre così, fin dall'inizio. Quando Paolo III nel 1540 firmò il documento di approvazione della Compagnia di Gesù, i primi dieci compagni - come tramandano le memorie dell'Ordine - erano già tutti «per strada». Due erano in viaggio verso le nuove frontiere geografiche e culturali: infatti, Francesco Saverio e Simone Rodrigues erano in procinto di salpare dal Portogallo per le missioni; due erano in cammino verso le nuove frontiere della difesa della fede: Pietro Favre verso la Germania, dove era esplosa la Riforma protestante, mentre Giovanni Codure era inviato in Irlanda a sostenere i cattolici in difficoltà; altri quattro erano occupati sulle nuove frontiere dell'apostolato spirituale: Nicola Bobadilla predicava le missioni al popolo nel vicereame di Napoli; Giacomo Laínez, Claudio Jay e Pascasio Broët erano impegnati a dare gli Esercizi Spirituali e in altre opere di apostolato nel Nord Italia; infine, a Roma, due operavano sulle nuove frontiere sociali: infatti, Ignazio (nonostante fosse preso dalla stesura delle Costituzioni) si dedicava con Alfonso Salmerón a curare i poveri e a lenire le piaghe della società del tempo, fondando opere in soccorso degli orfani e delle ragazze in difficoltà, e assistendo gli ammalati negli ospedali e i bisognosi negli ospizi della città.
Così, fin dal giorno della loro approvazione, i gesuiti sono uomini in movimento e di frontiera, la cui casa è il mondo. Vivono in comunità, non però come i monaci, ma da «pellegrini»: stanno insieme ma per disperdersi (communitas ad dispersionem), per andare in ogni luogo dove l'uomo vive e cresce, soffre e muore, dove si progetta e si costruisce la società, dove si studia e si lavora, dove la fede e l'unità della Chiesa sono minacciate. Sarebbe stato sempre così, come ha sottolineato Paolo VI: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti» (Allocuzione ai Padri Congregati [3 dicembre 1974]).
La 32a Congregazione Generale (1974-1975), traducendo la «mistica della strada» in termini attuali, afferma: «la missione della Compagnia di Gesù oggi è il servizio della fede, di cui la promozione della giustizia costituisce un'esigenza assoluta in quanto fa parte di quella riconciliazione tra gli uomini, richiesta dalla loro riconciliazione con Dio» (Decreto 4, n. 2). Riconosce, cioè, che la spiritualità ignaziana porta necessariamente all'impegno per la giustizia, in forza del Vangelo a cui si ispira.
Lo stesso Ignazio ebbe chiaro, fin dall'inizio, questo nesso intrinseco che unisce l'annuncio del Vangelo all'impegno per la giustizia. Nella Formula dell'Istituto, dopo aver spiegato che la missione dei gesuiti è aiutare gli uomini ad aprirsi a Dio e a vivere integralmente il Vangelo, pone sullo stesso piano il «servizio della fede» (Verbi Dei ministerium) e il «servizio della carità» (caritatis opera), cioè l'annuncio del Vangelo e l'impegno per la giustizia. Suggerisce poi alcuni esempi di questo «servizio della carità» (la riconciliazione tra i dissidenti, il servizio agli ammalati negli ospedali, l'aiuto ai carcerati), aggiungendo che altre iniziative di carità e di giustizia si dovranno prendere, come richiederanno i tempi, le circostanze, la gloria di Dio e il bene comune.

2. Una spiritualità per i tempi nuovi
Che cosa può significare la mistica ignaziana per l'uomo d'oggi? Un primo sforzo di attualizzazione è stato compiuto dalla 32a Congregazione Generale, impegnando i gesuiti in una «scelta decisiva»: «il cammino verso la fede e il cammino verso la giustizia sono inseparabili. È per questa via indivisa e ardua che la Chiesa pellegrina deve faticosamente procedere. Fede e giustizia sono indivise nel Vangelo, il quale insegna che "la fede opera per mezzo della carità" (Gal 5, 6). Perciò non possono essere separate nei nostri programmi, nella nostra azione, nella nostra vita» (Dichiarazione I gesuiti oggi, n. 8). Alla luce di questa premessa, la Compagnia di Gesù, in coerenza con la «spiritualità della strada» oggi sceglie con coraggio di «impegnarsi, sotto il vessillo della Croce, nella battaglia cruciale del nostro tempo: la battaglia per la fede e la lotta, che essa include, per la giustizia. [...] vedendo in tale scelta l'elemento centrale che definisce, nel nostro tempo, l'identità dei gesuiti nel loro essere e nel loro operare» (ivi, nn. 2 s.).
Ecco perché negli ultimi decenni i gesuiti hanno intensificato l'impegno evangelico (vissuto spesso fino all'effusione del sangue) contro tutte le forme di violenza e di ingiustizia: la fame di quasi un miliardo di esseri umani; il debito dei Paesi del Terzo Mondo, che genera forme nuove di schiavitù e di neocolonialismo; il razzismo e la discriminazione nei confronti degli immigrati dai Paesi impoveriti; la guerra; le nuove povertà umane: dall'emarginazione dei disabili agli attentati contro la vita umana (manipolazione genetica, aborto ed eutanasia, sperimentazioni sull'uomo, violenza sui minori, abbandono degli anziani, disprezzo dell'habitat naturale). Non si tratta solo di tagliare queste male piante, ma di estirparne le radici culturali, da ricercare nella concezione economicistica della vita, nell'edonismo e nel relativismo etico, che giunge fino a confondere la libertà con il libertinaggio.
In una parola, vivere oggi la spiritualità ignaziana della strada significa essere operatori di pace e di giustizia, promotori di solidarietà verso i più poveri, impegnati a discernere come il Vangelo è lievito nella cultura, nei problemi e nei comportamenti degli uomini e della società di oggi. Si comprende dunque perché, nel contesto delle grandi trasformazioni del nostro tempo, la spiritualità ignaziana dimostra tutta la sua validità come alle origini. Il gesuita è chiamato a essere un uomo profondamente spirituale ed è destinato a impegnarsi alle frontiere più avanzate della evangelizzazione e della promozione umana. Tuttavia, poiché ai nostri giorni queste frontiere si sono spostate in avanti, la mistica ignaziana della strada spinge a ricercare la maggior gloria di Dio e il «servizio segnalato» all'uomo in forme nuove e audaci d'impegno.
Tali sono le opere in cui sono attivi i compagni d'Ignazio, mentre celebrano in tutto il mondo il giubileo del 2006. Oggi essi non sono più dieci, ma circa 20.000. Sono sparsi in 113 Paesi, impegnati nello studio e nell'insegnamento della Parola di Dio e della teologia; nella ricerca scientifica e nell'apostolato educativo (con 848 istituzioni, in 68 nazioni: 202 università e facoltà teologiche e filosofiche, 444 scuole secondarie, 123 scuole primarie, 79 scuole tecniche e professionali), raggiungendo circa due milioni e mezzo di studenti ogni anno; impegnati nei mass media e nell'uso degli strumenti della comunicazione sociale, con reti televisive, radio e numerose riviste di cultura in tutte le principali lingue del mondo; attivi nelle diverse forme dell'apostolato sociale, condividendo direttamente i problemi degli emarginati e le speranze dei più poveri, e con forme nuove di presenza sociale; dedicandosi, dovunque si trovino a operare, all'animazione e alla formazione spirituale, soprattutto attraverso gli Esercizi Spirituali.
Concludendo: «Se Ignazio non voleva che il compagno di Gesù si installasse esclusivamente in un posto, non voleva neppure che la Compagnia volasse al di sopra del mondo con una spiritualità disincarnata. La Compagnia non potrebbe, né saprebbe essere questo corpo apostolico per Dio, di dimensioni mondiali, se non vivesse dolorosamente nella sua carne il confronto delle ideologie e dei problemi sociopolitici, l'urto dei movimenti secolarizzanti e fondamentalisti, la disunione delle Chiese e la divisione dei cristiani» (KOLVENBACH P.-H., Discorso alla Congregazione dei Provinciali, Loyola, 20 settembre 1990). Ignazio di Loyola ha ancora molto da dire e da dare all'uomo di oggi.