| |
Lo stesso Benedetto XVI ha voluto dare la interpretazione autentica della enciclica Deus caritas est. Una prima lettura - ha detto - «potrebbe forse suscitare l'impressione che essa si spezzi in due parti tra loro poco collegate: una prima parte teorica, che parla dell'essenza dell'amore, e una seconda che tratta della carità ecclesiale, delle organizzazioni caritative. A me però interessava proprio l'unità dei due temi che, solo se visti come un'unica cosa, sono compresi bene» (L'Osservatore Romano, 23-24 gennaio 2006, 5). A motivo di questa stretta unità tematica, possiamo dire che la Deus caritas est è anche una enciclica sociale: non solo perché il tema della carità è alla base della dottrina sociale della Chiesa, ma anche perché la seconda parte approfondisce il rapporto tra carità, giustizia e politica. Il magistero vi ha sempre insistito fin dagli inizi della «questione sociale», anche in risposta alla obiezione del pensiero marxista, secondo il quale i poveri «non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì di giustizia» (n. 26). Perciò, quando Benedetto XVI oggi scrive che «la carità deve animare l'intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come "carità sociale"» (n. 29), non fa che ribadire l'insegnamento costante della Chiesa. Lo fa, però, in modo nuovo e originale, mostrando che la giustizia e la politica non possono prescindere dalla carità e che il contributo specifico della Chiesa alla costruzione di una società giusta e fraterna sta nell'esercizio della «carità sociale».
1.Giustizia e carità
La dottrina sociale della Chiesa - richiama il Papa - si radica nella fede, ma «argomenta a partire dalla ragione» (n. 28 a) e da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano: la luce della fede purifica la ragione e l'aiuta a essere meglio se stessa e a comprendere meglio i problemi umani. La giustizia - spiega l'enciclica - «è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile» (ivi). La dottrina sociale della Chiesa, quindi, «non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato» (ivi). Ora, una prima «purificazione» della ragione riguarda il concetto stesso di giustizia. La Chiesa riconosce che la legalità, cioè l'osservanza delle regole della convivenza, è necessaria: «se mancano chiare e legittime regole di convivenza, oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l'arbitrio sul diritto, con la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire. La "legalità", ossia il rispetto e la pratica delle leggi, costituisce perciò una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini» (CEI, COMMISSIONE GIUSTIZIA E PACE, Educare alla legalità [1991], n. 2). Tuttavia - ribadisce Benedetto XVI -, la mera osservanza formale delle regole non basta: solo il richiamo alla dimensione etica trasforma la legalità in giustizia. Si ha vera giustizia, quando il riconoscimento dei mutui diritti e doveri è integrato dalla carità. La carità non è un sovrappiù che si aggiunge alla giustizia; non è mai superflua, neppure se per ipotesi le istituzioni funzionassero come si deve: «L'amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. [...] L'affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe "di solo pane" (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3)» (n. 28 b). Dunque si può dire che la giustizia è «la misura minima della carità» (PAOLO VI, Discorso ai campesinos, Bogotá, 23 agosto 1968, in L'Osservatore Romano, 25 agosto 1968, 3). Che senso avrebbe offrire gratuitamente a qualcuno la propria solidarietà, mentre gli si nega ciò che è dovuto? Pertanto, «la carità autentica contiene in sé l'esigenza della giustizia» e «si traduce in una appassionata difesa dei diritti di ciascuno»; essa vivifica la giustizia «immettendo un'impronta di gratuità o di rapporto interpersonale nelle varie relazioni tutelate dal diritto. Il burocratismo, l'anonimato, il legalismo sono pericoli che insidiano le nostre società: spesso ci si dimentica che sono persone coloro ai quali si rivolgono i diversi servizi sociali» (CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità [1990], n. 38). La carità dunque stimola il progresso della giustizia. La carità previene, riesce a intuire i bisogni nuovi dell'uomo e della società, fin dal loro sorgere. Non è raro che l'amore anticipi e stimoli il cammino, di per sé più lento, del diritto. La carità anima la giustizia, ma nello stesso tempo la trascende: «Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia: "L'esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all'annientamento di se stessa... È stata appunto l'esperienza storica che, fra l'altro, ha portato a formulare l'asserzione: summum ius, summa iniuria". La giustizia, infatti, "in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole 'correzione' da parte di quell'amore, il quale - come proclama san Paolo - 'è paziente' e 'benigno' o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell'amore misericordioso, tanto essenziali per il Vangelo e per il cristianesimo» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 206). La carità non attende che giustizia sia fatta, ma chiede giustizia e aiuta a compierla.'
2. Politica e carità
La politica - dal canto suo - ha nella giustizia la sua origine, il suo scopo e la sua misura: «Il giusto ordine della società e dello Stato - scrive Benedetto XVI - è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino [...]. La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica» (n. 28 a). Proprio per questo, neppure la politica può essere ridotta a un mero aggiustamento di «regole del gioco» o a interventi di ingegneria istituzionale: «La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica» (ivi). Infatti, la giustizia e la politica, animate dalla carità, fanno sì che gli uomini si incontrino non solo sul piano obiettivo dei diritti e dei beni da tutelare, ma anche su quanto essi hanno di più intimo e soggettivo (la propria dignità e la propria coscienza) a livello individuale e comunitario. Lo spiega bene il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: «La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme. Per tanti aspetti, il prossimo da amare si presenta "in società", così che amarlo realmente, sovvenire al suo bisogno o alla sua indigenza può voler dire qualcosa di diverso dal bene che gli si può volere sul piano puramente inter-individuale: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza» (n. 208). Ecco perché una politica a misura d'uomo esige di essere integrata dalla carità sociale, in particolare verso le fasce più deboli. A questo punto, l'analisi del rapporto tra giustizia, politica e carità offre a Benedetto XVI l'occasione di chiarire in che cosa si distingue l'azione della Chiesa da quella delle istituzioni politiche. La Chiesa, infatti, non si propone di far valere la sua dottrina sociale sul piano strettamente politico, ma contribuisce alla vita della comunità politica illuminando le coscienze e purificando la ragione con gli orizzonti della fede, «affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base a esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale» (n. 28 a). A questo fine, la Chiesa contribuisce attraverso la «carità sociale», intesa sia come servizio, sia come spiritualità.
3. La «carità sociale» come servizio
A scanso di equivoci, Benedetto XVI chiarisce subito che «la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente» (ivi). Questo interesse profondo si traduce in duplice impegno: a) quello caritativo della Chiesa in quanto tale, e b) quello politico in senso proprio da parte dei fedeli laici. a) Anzitutto il Papa rivendica il diritto-dovere della Chiesa di farsi socialmente presente con le sue attività caritative: «La Chiesa non può mai essere dispensata dall'esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d'altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l'uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell'amore» (n. 29). Da un lato - spiega Benedetto XVI -, «ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo»; dall'altro, lo Stato non può fare tutto: «Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l'amorevole dedizione personale» (n. 28 b). Occorre, dunque, che - come richiede il principio di sussidiarietà - lo Stato riconosca e sostenga le diverse iniziative di carità, promosse dalle forze vitali della società. «La Chiesa - rivendica Benedetto XVI - è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell'amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale» (ivi). Su questo punto l'enciclica non lascia adito a dubbi: «le organizzazioni caritative della Chiesa» costituiscono «un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile» (n. 29). Proprio per questa sua specificità, «l'attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti e ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui e ora dell'amore di cui l'uomo ha sempre bisogno» (n. 31 b). Ha uno stile inconfondibile, cosicché non è possibile che essa «si dissolva nella comune organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante» (n. 31). b) Invece, l'impegno diretto per la realizzazione di strutture giuste «non è immediatamente compito della Chiesa, ma appartiene alla sfera della politica, cioè all'ambito della ragione autoresponsabile. In questo, il compito della Chiesa è mediato, in quanto le spetta di contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali, senza le quali non vengono costruite strutture giuste, né queste possono essere operative a lungo» (n. 29). Tocca ai fedeli laici, in quanto cittadini dello Stato, impegnarsi di fatto nella vita pubblica per «configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità» (ivi). Ovviamente anche l'attività politica dei fedeli laici si configura come «carità sociale» (ivi). È notevole questa puntualizzazione di Papa Ratzinger sulla «autoresponsabilità razionale» della politica; a essa infatti corrisponde nei fedeli laici la piena responsabilità delle scelte che sono chiamati a compiere insieme a tutti i cittadini nel rispetto della laicità e delle regole democratiche. I fedeli laici - chiarisce il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa - si troveranno a militare all'interno di soggetti e di programmi politici spesso in contrasto con la visione cristiana su punti importanti: «pretendere che un partito o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della fede e della vita cristiana ingenera equivoci pericolosi. Il cristiano non può trovare un partito pienamente rispondente alle esigenze etiche che nascono dalla fede e dall'appartenenza alla Chiesa: la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica» (n. 573). E poiché - come già disse Giovanni Paolo II e ora ripete Benedetto XVI - per nessuna ragione i fedeli laici possono rinunciare alla missione di contribuire a «configurare rettamente la vita sociale» (n. 29), rimane aperto il grave problema della formazione spirituale e professionale di «cristiani adulti e maturi» e della loro effettiva valorizzazione nella società e nella Chiesa, problema tuttora senza una risposta adeguata.
4. La «carità sociale» come spiritualità
A questo punto, il discorso sulla carità sociale come servizio si collega con il discorso sulla carità sociale come spiritualità. L'impegno sociopolitico va vissuto, cioè, non solo come una «professione», ma soprattutto come vocazione: «Tutti i cristiani - insiste il Concilio Vaticano II - devono prender coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere di esempio, sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune» (Gaudium et spes, n. 75). Ovviamente, il fine ultimo della vocazione cristiana, come quello di ogni uomo, è sempre e solo Dio. L'impegno sociale e politico, dunque, nonostante la sua importanza, non costituirà mai un assoluto, a cui sia lecito sacrificare principi, valori ed esigenze superiori, ma la fecondità politica del cristiano è legata alla autenticità della sua carità sociale: «Tutti i fedeli, di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano» (Lumen gentium, n. 40). In altri termini, la «carità sociale» come spiritualità ispira quella «logica di servizio», che è caratteristica dello «stile cristiano» di fare politica. Scrive Benedetto XVI: «Quanto più uno s'adopera per gli altri, tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: "Siamo servi inutili" (Lc 17, 10). Egli riconosce infatti di agire non in base a una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono» (n. 35). La coscienza di essere «servi» mantiene umili. Il «servo», da un lato, non si scoraggia davanti alle difficoltà, perché sa di essere mandato da Uno più grande e più forte di lui; dall'altro, non si esalta di fronte al successo, perché sa di agire con la forza ricevuta da Colui a cui per primo serve. Di conseguenza il cristiano in politica è un uomo libero «dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza» (ivi). Per questo - conclude Benedetto XVI -, «è venuto il momento di riaffermare l'importanza della preghiera di fronte all'attivismo e all'incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo» (n. 37). Così, all'inizio del terzo millennio, Benedetto XVI traccia l'identikit di una Chiesa ringiovanita: che propone la sua dottrina sociale, senza imporla; esercita la carità sociale senza mire politiche, libera da ideologie e da partiti; che «serve» senza secondi fini, neppure di proselitismo; sempre in attività e sempre in preghiera. È la Chiesa famiglia di Dio che è amore.
|