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Il 16 ottobre 2005 a Locri (RC) veniva assassinato dalla 'ndrangheta un uomo seriamente
impegnato per il bene comune, Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale
della Calabria. Migliaia di giovani sono scesi in piazza, sfidando a volto scoperto la
criminalità organizzata: «L'omertà, la vostra forza; noi giovani, la vostra fine!», «E
adesso uccideteci tutti!», dicevano alcuni striscioni. Mons. Giancarlo Bregantini, vescovo
di Locri-Gerace, ha marciato con i manifestanti. Nella sua coraggiosa omelia esequiale
(che riproduciamo integralmente in questo numero alle pp. 71-75), ha sottolineato il
significato della rivolta morale dei giovani; essa è necessaria - ha detto -, ma è necessario
che lo Stato prenda finalmente a cuore il caso Calabria: «chiedo a tutte le forze politiche
di star molto accanto alla gente, di ascoltarla, di star vicino alla Locride, di seguire
i nostri passi, di intrecciare le economie del Nord, più organizzate, con la freschezza
delle intuizioni dei nostri giovani imprenditori, di rifinanziare il prestito d'onore,
di non tagliare la spesa sociale, perché allora, non intervenendo adeguatamente nelle
ferite aperte, esse non saranno feritoie di grazia ma cancrena sociale, che la mafia,
astutamente e perfidamente, utilizzerà per i suoi iniqui scopi!» (pp. 74 s.).
A un mese esatto dall'assassinio, il 16 novembre, la risposta è giunta puntuale, ma sbagliata:
la maggioranza oggi al Governo ha approvato la devolution, che - se non sarà respinta in sede
di referendum confermativo - introdurrà in Italia un germe di divisione e di secessione mascherata,
mettendo a repentaglio la sorte delle Regioni più deboli, a iniziare dal Sud.
In un simile contesto, il messaggio di Locri trascende ovviamente i confini della città e
della Regione e interessa il futuro dell'intero Paese. Locri diviene il crocevia di due
Italie. La prima è l'Italia vecchia, che spesso e volentieri dimentica il Mezzogiorno o,
quando se ne ricorda, lo considera irrimediabilmente in mano alla mafia. Tanto che nell'agosto
2001 l'on. Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha potuto fare
una affermazione incredibile, che dalla Sicilia è rimbalzata su tutta la stampa nazionale:
«Con la mafia e la camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole»
(la Repubblica, 24 agosto 2001). L'altra è l'Italia nuova, che ha fiducia nella capacità
di riscatto della gente del Sud e non si rassegna a lasciarla sola; considera il Sud una
risorsa, la mafia un cancro da estirpare e la «questione meridionale» una emergenza nazionale.
«Il problema, oggi - ha detto mons. Bregantini -, non è solo a Locri, ma è soprattutto a Roma.
Cioè a dimensione nazionale, non solo locale» (p. 72). La rivolta morale di Locri, dunque,
ha valore di «segno»: anticipa da un lato il volto del nuovo Sud, dall'altro quello di un'Italia nuova.
1. Il volto del nuovo Sud
Del Mezzogiorno non si sente quasi più parlare. Si tende a rimuovere il problema dalla
coscienza del Paese. Mentre si discute di Europa e di globalizzazione, la forbice Nord-Sud
in Italia si allarga e l'emergenza si fa più grave. Certo, gran parte del Meridione è
tuttora condizionato dalla vecchia logica clientelare, legata alle sovvenzioni pubbliche,
al lavoro nero, ad attività un po' lecite e un po' illecite, su cui prosperano la cultura
della illegalità e le mafie. Le cause sono antiche. In assenza di una matura cultura
imprenditoriale, il Mezzogiorno ha avuto una crescita economica basata in gran parte sull'uso
degli strumenti della spesa pubblica e sulla circolazione improduttiva di molto denaro,
spesso sporco o riciclato. È questo il tallone d'Achille dello sviluppo delle Regioni
meridionali: la gente consuma, ma senza avere una base produttiva adeguata, senza uno
sviluppo economico corrispondente. È l'humus adatto al proliferare della mafia. Scrivevamo
queste cose già anni fa, ma purtroppo valgono ancora: nel 2004, secondo stime dell'Eurispes
Calabria, la 'ndrangheta, con i suoi traffici illeciti, ha realizzato un giro d'affari
di quasi 36 miliardi di euro, pari al 3,4% del PIL nazionale, impedendo ogni sano sviluppo economico nella Regione.
Tuttavia, la rivolta morale di Locri dimostra che oggi vi sono Regioni del Sud che presentano
un volto nuovo. Le migliaia di giovani scesi in piazza dicono che nella Locride e in Calabria
non tutto è mafia e rassegnazione. Esistono energie, valori e soprattutto uomini e donne nuovi,
sempre più numerosi, che si espongono in prima persona e lavorano con rinnovata forza morale
al riscatto della propria terra. Essi vivono in una condizione umana e professionale difficile;
compiono perciò il proprio lavoro con una fatica molto maggiore di chi vive al Centro o al Nord.
Sono persone oneste e coraggiose, che reagiscono alla omertà e alla pseudocultura della
rassegnazione, di cui la mafia si serve per soggiogare la popolazione; rifiutano la vecchia
cultura assistenziale, che porta a considerare favori da chiedere o da ricambiare quelli che,
in realtà, sono diritti da esigere e doveri da adempiere. Ha scandito con forza mons.
Brigantini nella sua omelia: «Non più vivere né pensare in termini di "assistenzialismo",
che ha devastato la nostra coscienza e desertificato la nostra terra, svuotandola di ogni
iniziativa imprenditoriale. Se tutto aspettiamo dagli altri, nulla mai faremo e nulla
costruiremo per il futuro nostro e dei giovani, né saremo più capaci di opporci a chi,
con la forza della violenza, vuole mangiare sugli appalti, speculare sulla cooperazione,
organizzare il controllo del territorio» (p. 74). I giovani del Sud oggi sanno che devono
essere essi stessi i protagonisti del proprio sviluppo.
Questo è il primo messaggio che viene dalla rivolta morale di Locri. Non è stata una mera
reazione emotiva di fronte all'ennesimo intollerabile crimine mafioso, ma la punta di un
iceberg, il traguardo di una maturazione culturale lenta e profonda. Infatti, al cambiamento
ha contribuito (e contribuisce) attivamente l'ampio movimento di laici ispirati cristianamente,
che da circa un decennio si impegnano a costruire sviluppo e giustizia sociale in Calabria,
e in particolare nella Locride, creando lavoro, crescita e integrazione sociale, spezzando
il circolo vizioso innescato dagli interventi ordinari e straordinari per il Mezzogiorno, male
impiegati o sperperati, che in gran parte finivano nelle mani della mafia.
Sono eloquenti i dati del Rapporto presentato al Convegno su «Etica e sviluppo locale in
Calabria» (Roccella Jonica [RC], 7 novembre 2005), organizzato dalle imprese e cooperative
sociali sviluppatesi negli ultimi anni, grazie sia al «Progetto Policoro», promosso dalla
Chiesa italiana e dalle diocesi calabresi, sia al movimento per il lavoro e la giustizia
sociale animato da mons. Bregantini, attivo specialmente nella Locride. Si tratta di ben
152 imprese (molte altre sono in via di costituzione), che danno lavoro a 1.315 persone,
con un fatturato complessivo di oltre 16 milioni di euro. La cosa più interessante - si
legge nel Rapporto - è che si tratta di attività collegate tra loro dallo sforzo e dalla
volontà di animare un unico progetto di sviluppo economico e sociale della Calabria, guidato
da chiari valori etici di ispirazione cristiana. Inoltre, queste realizzazioni hanno dato
origine a livello nazionale a un'ampia rete di collegamenti con il Trentino, la Lombardia,
l'Emilia-Romagna, con tante diocesi del Nord-Est e di tutta Italia, con il Consorzio Nazionale
della Cooperazione Sociale (CGM) a cui fanno capo oltre 80 consorzi e 1.300 cooperativ
sociali (cfr www.consorziosociale.coop).
Dunque la rivolta morale di Locri rivela un cambiamento di cultura e di mentalità, particolarmente
significativo in un contesto sociale nel quale - come nota il Rapporto - essere onesti è una
anomalia, e la libera concorrenza e il libero esercizio d'impresa divengono comportamenti eroici;
dove, per trovare lavoro, è più importante essere «amico degli amici» che avere competenza
professionale e capacità umane. Andando coraggiosamente contro corrente, il movimento delle
cooperative sociali in Calabria favorisce invece la gente umile che non ha «santi in cielo»
a cui raccomandarsi, ma possiede doti umane e buona volontà. Il risultato è sorprendente
anche dal punto di vista economico: infatti - conclude il Rapporto -, si dimostra che è
possibile ottenere ottimi risultati, seguendo logiche e dinamiche che sfuggono agli
«ingegneri dello sviluppo locale», né trovano posto nei piani ufficiali di programmazione.
Tuttavia, la 'ndrangheta prima che una questione di organizzazione criminale è una questione
di cultura civile e di legalità. A sua volta dunque il riscatto del Sud, prima che sullo
sviluppo economico, deve fondarsi sulla ripresa morale e civile. È questo il passaggio più
efficace e risolutivo per estirpare il cancro della criminalità organizzata, che in radice
è appunto un fenomeno di devianza culturale e di costume. Lo rilevava la Chiesa italiana
in un importante documento già qualche anno fa: «Deve essere ben chiaro che questo fenomeno
[la mafia] non è il Mezzogiorno; ne è invece solo una malattia, un cancro, contro il quale
la coscienza generale del Sud, assieme a quella di tutto il Paese, si indigna e reagisce»;
la estirpazione di questo male, senza la quale non può esserci crescita civile del Mezzogiorno,
si ottiene soltanto a partire dal piano morale e culturale, attraverso «una vera "mobilitazione
delle coscienze" perché sia ricuperata, assieme ai grandi valori morali dell'esistenza,
la legalità, e sia superata l'omertà che non è affatto un atteggiamento cristiano» (CEI,
Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno [1989], n. 14).
La reazione popolare di Locri oggi - come ieri quella di Palermo, dopo l'assassinio di Falcone
e Borsellino (1992) - conferma che questa consapevolezza è cresciuta nel Sud. Il Mezzogiorno
chiede sì aiuto, di cui sa di avere bisogno, ma vuole essere protagonista responsabile,
intelligente e libero della propria elevazione morale e civile. «Agli amici del Nord -
scriveva già don Sturzo - domandiamo comprensione e solidarietà [...]. D'altra parte sarà
bene che il Mezzogiorno faccia da sé e stabilisca esso stesso le basi del proprio risorgimento»
(«Il Mezzogiorno e la politica», nel giornale Il Domani d'Italia, 9 novembre 1947). È questo,
dunque, il primo messaggio che viene dalla rivolta morale di Locri.
2. Il volto di un'Italia nuova
Tuttavia i recenti fatti di Calabria non manifestano soltanto il volto di un nuovo Sud.
Nello stesso tempo contengono un secondo messaggio, in quanto fanno intravedere il volto
di un'Italia nuova, confermando la valenza nazionale della «questione meridionale». Dimostrano
che il Mezzogiorno, con le sue luci e le sue ombre, non solo è parte integrante ed essenziale
del Paese, ma, con i suoi fermenti, lo aiuta concretamente a uscire dall'emergenza democratica
in cui si trova. Le profonde trasformazioni sociali, culturali ed economiche degli ultimi
anni hanno contribuito a diffondere anche nel resto d'Italia, in notevole misura, lo smarrimento
di valori morali e la perdita del senso di socialità e della cultura della legalità, che
i vescovi siciliani lamentavano nell'Isola. La caduta del senso di socialità - scrivevano
nel 50° dello Statuto regionale - «ha prodotto tendenze egoistiche, gonfiando il catalogo
dei diritti e delle pretese dei singoli, esaltando l'individualismo, lasciando in ombra
i doveri, le relazioni, le responsabilità»; nello stesso tempo, la caduta del senso della
legalità «ha prodotto un inquinamento esteso e profondo che investe non soltanto la devianza
penale, ma la stessa cultura delle regole di una convivenza ordinata» (CONFERENZA EPISCOPALE
SICILIANA, Finché non sorga come stella la sua giustizia, 1996, n. 14).
Come negare che la medesima caduta di senso della socialità e di cultura della legalità
affligga oggi in larga misura l'Italia intera? Basta vedere come è stata pericolosamente
abbassata la guardia nei confronti della criminalità organizzata. Al punto che un partito
(l'Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro) continua ad avere responsabilità
di governo in Sicilia, nonostante che il Presidente della Regione in persona e 10 dei suoi
17 consiglieri regionali siano indagati o arrestati per favoreggiamento e concorso esterno
in associazione mafiosa (cfr la Repubblica, 25 novembre 2005, 10). Come è possibile che
nel Lazio, alle porte di Roma, la situazione sia degenerata fino al punto di imporre lo
scioglimento del Consiglio comunale di Nettuno per «accertate forme di ingerenza da parte
della criminalità organizzata» (cfr Corriere della Sera, 25 novembre 2005, 23)?
Eppure questi e altri episodi non stupiscono più di tanto, se si considera che il 19 ottobre
2004 è stato presentato in Parlamento un disegno di legge di iniziativa governativa: Delega
al Governo per il riordino della disciplina in materia di gestione e destinazione delle
attività e dei beni confiscati a organizzazioni criminali (Atto Camera n. 5362). Lo stesso
Governo, cioè, si propone di rivedere e in certo senso di svigorire la Legge 13 settembre
1982, n. 646 (Rognoni-La Torre), che finora ha funzionato bene, consentendo di confiscare
alla mafia 6.566 beni immobili e di destinarli a cooperative di giovani o a scopi di utilità
pubblica. Infatti, il nuovo disegno di legge prevede la possibilità di presentare ricorso
contro la confisca, senza limiti di tempo (oggi il ricorso è ammissibile solo fino alla
confisca definitiva) e su richiesta di chiunque sia titolare di un «interesse giuridicamente
riconosciuto». Di conseguenza - come denuncia l'associazione «Libera» -, qualora il disegno
di legge venisse approvato, le attività sociali fiorite in questi 23 anni sarebbero tutte
a rischio di chiusura: «tutti i beni confiscati (dai terreni coltivati da coraggiose
cooperative di giovani agli immobili trasformati in sedi di servizi sociali o in caserme
delle forze dell'ordine, solo per fare alcuni esempi) finirebbero in un limbo di assoluta
incertezza. Ovvero esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario oggi. Le mafie,
infatti, hanno da tempo affinato i meccanismi con cui riciclano i proventi delle loro
attività illecite e nel nostro Paese si registra, negli ultimi anni, una consistente
flessione del numero dei beni confiscati» (www.libera.it/index.asp?idpagine=544).
È questa la vecchia Italia che i giovani di Locri apertamente denunciano e contestano,
mentre annunziano il volto di un'Italia nuova.
In particolare, essi chiedono una classe dirigente nuova, moralmente e professionalmente
all'altezza del suo compito. La gente non ne può più di parole, di promesse, di demagogici
«contratti con gli italiani». Lo ha detto a chiare lettere perfino l'on. Pier Ferdinando
Casini: «Gli italiani sono stufi di illusioni e illusionismi - ha gridato il 27 novembre
2005 alla Convenzione dell'UDC -. In campagna elettorale non farò come un prestigiatore
che illude. Non evocherò il pericolo bolscevico». L'allusione è trasparente e non ha senso cercare di smentirla.
Per uscire dall'emergenza, dunque, l'Italia ha bisogno soprattutto di politici seri e onesti
con programmi credibili e capaci di scelte coraggiose e coerenti, che testimonino la loro
effettiva pulizia morale anteponendo il bene comune agli interessi personali e degli amici.
Non è casuale che sia questa la prima conclusione del Convegno di Roccella Jonica, con il
quale si è voluta raccogliere l'eredità di Francesco Fortugno: «I partiti dunque rifiutino
pubblicamente persone e sostegni discussi o discutibili, nei territori e a livello regionale,
non solo in Calabria. Si pronuncino già a partire dalle prossime elezioni politiche affermando
di non voler nemmeno un voto procurato dalle cosche o dalle massonerie deviate. Ogni partito
pretenda lo stesso atteggiamento dalle proprie sezioni locali in ogni futura consultazione
amministrativa. Espella dal partito persone, anche a livello locale, notoriamente discusse
o discutibili». Se manca il coraggio di questo passo iniziale, quale leader potrà essere
credibile, quando dichiara di voler portare l'Italia alla democrazia matura?
Nello stesso tempo, il comportamento esemplare della comunità ecclesiale di Locri e del suo
Vescovo in questa difficile circostanza ha mostrato come la Chiesa può farsi presente e
contribuire efficacemente alla crescita socioculturale, politica ed economica dei cittadini,
senza compromettere la natura religiosa della propria missione e nel pieno rispetto della
laicità e dell'autonomia delle istituzioni pubbliche. I fatti di Calabria quindi sono un
richiamo pure alla comunità ecclesiale italiana. A Locri la Chiesa locale ha mostrato che,
quando si condividono i problemi della gente e si è vicini ai poveri e agli emarginati,
non nascono dubbi sul modo corretto di intendere i rapporti tra religione e laicità dello
Stato. Com'è possibile che a livello nazionale invece siano tornati i toni da «crociata»
e da «storici steccati»? Collaborino, piuttosto, cattolici e laici, Chiesa e Stato, nel
rispetto della propria diversa identità e di una nuova laicità, che sola consente di
costruire insieme una democrazia matura, fondata - finalmente dal Nord al Sud - sulla
legalità, sulla correttezza democratica e sui valori della nostra Costituzione. È urgente
dare questo volto nuovo all'Italia, per smentire quanti invece legiferano in modo da
lacerarne l'unità, nel contesto di una riforma istituzionale che stravolge la Carta
repubblicana. Locri, crocevia di due Italie, insegna.
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