Lessico oggi - dicembre 2005

Sovranità alimentare

Claudio Malagoli
Professore di Economia agraria nell'Università di Bologna
e Vicepresidente del Consiglio dei Diritti Genetici

 


L'alimentazione è l'attività fisiologica per eccellenza. Ognuno di noi - anche se il Vangelo ci ricorda che «Non di solo pane vivrà l'uomo» (Mt 4,4) - non può fare a meno di alimentarsi, almeno due o tre volte al giorno, ovviamente se se lo può permettere. La sovranità alimentare è quindi una categoria della massima importanza: può essere intesa come il diritto di ogni popolo a definire le proprie politiche agrarie, regolando così la produzione agricola nazionale e il mercato locale, al fine di soddisfare la domanda interna di alimenti.
Sovranità alimentare per qualsiasi Paese significa sicurezza, anche dal punto di vista degli equilibri sociali, poiché un uomo affamato potrebbe essere disposto a tutto pur di ottenere alimenti per sé e per la propria famiglia. Ed è esattamente per questo motivo che ogni Paese, per quanto modesta sia la sua disponibilità di terreni e per quanto elevati siano i costi di produzione agricoli, non rinuncerà mai a una seppur minima sovranità alimentare. Il nostro Paese è attualmente lievemente deficitario. Solo nei primi decenni del '900 era completamente autosufficiente, in relazione alla politica autarchica attuata in quegli anni.

Sussidi agricoli e dumping
Purtroppo, nel mondo ci sono Paesi che non hanno mai raggiunto una completa sovranità alimentare. In particolare, secondo la FAO, circa 800 milioni di persone manifestano problemi di denutrizione (insufficiente apporto alimentare) e di malnutrizione (dieta sbilanciata nei suoi componenti). Spesso denutrizione e malnutrizione non sono causati dalla mancanza di cibo, ma da fattori di instabilità politico-sociale, con particolare riferimento alle guerre, alle catastrofi naturali e alle conseguenti crisi economiche. Denutrizione e malnutrizione sono da addebitare anche a una squilibrata distribuzione delle risorse e dei consumi sia a livello planetario, sia negli stessi Paesi dove queste problematiche si manifestano. Paradossalmente, alcuni Paesi nei quali sono presenti problemi di denutrizione, figurano tra i principali esportatori di cibo a livello mondiale (nel 2002 l'India è risultata il secondo esportatore mondiale di riso dopo la Thailandia).
I Paesi dell'UE sostengono la produzione interna di alimenti mediante la corresponsione di aiuti (sussidi) agli agricoltori. Tali sussidi producono effettivamente un risultato di «dumping sui prezzi». In campo economico, il dumping indica una pratica commerciale di vendita sui mercati internazionali di prodotti che eccedono la capacità di assorbimento del mercato interno, a prezzi inferiori ai costi di produzione. Del resto i sussidi rappresentano l'unico modo per proteggere la sovranità alimentare dei Paesi dell'UE dalle esportazioni attuate da altri Paesi, che, di fatto, utilizzano altre forme di dumping per poter vendere a bassi prezzi i loro prodotti («dumping ambientale», «dumping sociale», «dumping tecnologico», ecc.). Pertanto, numerose sono le motivazioni che possono spingere un Paese a sovvenzionare la propria agricoltura, consapevole del fatto che una completa liberalizzazione del mercato globale potrebbe portarlo alla perdita della sovranità alimentare.
Va rilevato che i sussidi agricoli sono da più parti accusati di determinare effetti negativi sulla sovranità alimentare dei Paesi Meno Avanzati (PMA). Una tesi che richiede alcune precisazioni. In particolare, se le critiche ai sussidi sono relative all'impossibilità da parte di certi PMA di poter attuare sul proprio territorio un'agricoltura moderna e competitiva per il mercato interno a causa del dumping esercitato dall'agricoltura europea, ben vengano queste critiche. Da un lato però ci sono Paesi, come ad esempio l'India, che sono grandi produttori ed esportatori, e, dall'altro, occorre tener conto della concreta situazione mondiale: se l'UE eliminasse i sussidi, altri Paesi, che esportano in quantità molto maggiori (come ad es. USA e Canada), ne rimpiazzerebbero le esportazioni sussidiate. Questo almeno fino a quando non sarà possibile giungere a un accordo complessivo globale sulla materia: è una questione che viene spesso posta in sede di negoziati commerciali internazionali, ma che al momento pare ben lontana da una soluzione.
Se, invece, si vuole attribuire ai sussidi la responsabilità dell'incremento dei problemi della fame nel mondo, questa accusa potrebbe non rispondere alla realtà, per diversi motivi. In primo luogo, come è risaputo, il problema della fame non deriva da insufficiente produzione alimentare, ma da una iniqua distribuzione della ricchezza (si veda il caso di Paesi come Argentina, India, Brasile, ecc.): gli affamati sono tali non perché la produzione di cibo sia insufficiente, ma perché non dispongono del denaro per acquistare il cibo, cioè perché i prezzi degli alimenti sono troppo alti rispetto al loro reddito disponibile. Diminuire gli affamati significa, pertanto, diminuire il prezzo degli alimenti. Ed è proprio questo l'effetto dei sussidi tanto contestati: essi fanno diminuire il prezzo mondiale delle merci, ed è per questo che ad esempio in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio essi suscitano forti opposizioni da parte dei grandi esportatori (attuali o potenziali) di derrate alimentari.
Inoltre, pur essendo senz'altro vero che in presenza di prodotti europei sussidiati per i PMA diventa molto difficile esportare, è tuttavia altrettanto vero che se esportano significa che il prezzo mondiale è superiore al prezzo interno (perché altrimenti essi venderebbero sul mercato interno). Per gli agricoltori dei PMA le alternative sono quindi due: o produrre per il mercato interno, caratterizzato da prezzi più bassi e meno remunerativi, o produrre per i Paesi ricchi, con prezzi più alti e più vantaggiosi. Pertanto, in termini generali, l'effetto delle esportazioni da parte dei PMA è quello di far lievitare il prezzo interno, con ulteriore aggravamento dei problemi di approvvigionamento alimentare da parte di coloro che non hanno il denaro per acquistare il cibo.

Le dinamiche del commercio internazionale
Va infine ricordato che i PMA riconvertono la produzione su altri beni (ad esempio trasformano le risaie in allevamenti di gamberetti, come sta accadendo recentemente in India) non tanto perché i sussidi europei fanno concorrenza alla produzione locale di derrate alimentari, ma piuttosto perché in questi Paesi il costo di produzione di prodotti da esportare nei Paesi ricchi (ad es., fiori o gamberetti) è più basso di quello che si avrebbe nei Paesi di consumo, e quindi vi è una pressione in tal senso da parte delle grandi multinazionali. In altre parole, non sono le esportazioni sussidiate di derrate alimentari a soppiantare la produzione locale rendendola troppo scarsamente remunerativa, ma i prodotti da esportazione, sui quali è possibile realizzare guadagni maggiori che sulla produzione di cibo per il mercato locale. La teoria del commercio internazionale ci insegna infatti che i PMA, per affrancarsi dalla povertà e raggiungere una certa sovranità alimentare, non dovrebbero specializzarsi nella produzione e nella vendita di prodotti da esportazione, ma dovrebbero prima di tutto e nella misura del possibile produrre ciò che normalmente importano.
A sostegno di queste affermazioni è il«teorema di Rybczynski», che descrive il fenomeno di «crescita immiserente» di un PMA fortemente specializzato nella produzione di un bene destinato all'esportazione. Può accadere che questo Paese, al fine di aumentare le vendite, incrementi ulteriormente la produzione di quel bene, destinandovi terreni che prima erano utilizzati per la produzione di alimenti per il mercato interno. Non necessariamente quel Paese ne trarrà i vantaggi economici sperati, in quanto l'aumento dell'offerta può determinare una diminuzione del prezzo di mercato, che potrebbe anche essere superiore all'incremento di produzione. In questo modo, quel Paese, pur avendo incrementato in termini quantitativi la vendita di quel prodotto, è più povero, sia perché l'aumento delle quantità vendute non è in grado di compensare l'effetto negativo sui ricavi dovuto alla diminuzione del prezzo, sia perché la nuova destinazione dei terreni ne ha diminuito la sovranità alimentare.
Questa sorta di «trappola» scatta in modo particolare quando ciascun Paese decide le proprie strategie di produzione agricola senza tener conto di ciò che faranno i suoi concorrenti: ad esempio, se il prezzo di un certo prodotto lo rende particolarmente remunerativo, ciascun produttore sarà indotto ad aumentarne la produzione; l'aumento di produzione realizzato da ciascuno è probabilmente irrilevante rispetto al mercato mondiale, e a parità di tutte le altre condizioni, effettivamente il Paese in questione ne trarrebbe un vantaggio. Il problema è però che a livello aggregato l'incremento della produzione da parte di tutti i produttori è in grado di determinare un eccesso di offerta sul mercato mondiale, e di conseguenza una diminuzione del prezzo: tutti i produttori ne risulteranno danneggiati. Non si tratta di un caso teorico: è già accaduto per il caffè, per il cacao, per il tè e per altri prodotti provenienti dai PMA.

La situazione nei Paesi ricchi
Finora ci siamo occupati dei problemi della sovranità alimentare dei PMA. Occorre però considerare che anche i Paesi ricchi potrebbero correre qualche rischio, ad esempio nel caso di massiccia introduzione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) per la produzione di alimenti. In particolare, essendo questi prodotti coperti da brevetto, si potrebbe determinare la concentrazione della proprietà del cibo in poche mani, quelle dei monopolisti, i quali potrebbero non vendere la semente sul mercato, ma affidarla agli agricoltori attraverso appositi contratti di coltivazione, in cui si riserverebbero la proprietà degli alimenti prodotti. A questo punto, potrebbero fissare arbitrariamente il prezzo del cibo, a evidente danno dei consumatori.
Per un Paese sovranità alimentare significa anche sicurezza alimentare da un punto di vista della salute. In particolare, oggigiorno, a causa di frodi e/o di tecniche di produzione discutibili (uso di ormoni, fitofarmaci, OGM, ecc.), la qualità del cibo a volte è messa a repentaglio, tanto che il consumatore è portato a rifiutare un cibo anche solo per semplici sospetti di rischi connessi al suo consumo. Il recente«virus dei polli» ne è un esempio.
La sovranità alimentare del nostro Paese è limitata dal fatto che i prezzi mondiali degli alimenti sono molto bassi, per cui si preferisce acquistare all'estero piuttosto che produrre internamente, pur se occorrerebbe interrogarsi anche sulla qualità del cibo importato. Tale scelta provoca l'abbandono dei terreni marginali - quelli sui quali non è più economicamente conveniente produrre, in quanto i costi di produzione risultano superiori ai prezzi di vendita dei prodotti sul mercato -, con indubbie conseguenze ambientali negative per il nostro territorio: un territorio che da sempre è governato dall'agricoltura, senza la quale, con ogni probabilità, non potrebbe mantenersi tale. In questo modo viene meno la multifunzionalità dell'agricoltura da tutti auspicata (salvaguardia del paesaggio, tutela dell'assetto idrogeologico, protezione della flora e della fauna, ecc.). Tuttavia - ed è questa una nota di ottimismo - basterebbe un lieve aumento dei prezzi di mercato dei prodotti agricoli per rendere conveniente la coltivazione di terreni attualmente marginali, rendendo reale la sovranità alimentare del nostro Paese.

Per saperne di più
COLOMBO L., Fame. Produzione di cibo e sovranità alimentare, Jaca Book, Milano 2002.
ILLUZZI L., «Dumping», in Aggiornamenti Sociali, 4 (2004) 304-308.
MALAGOLI C., «Alimenti transgenici: opportunità o rischio?», in Aggiornamenti Sociali, 4 (2005) 284-295.
<www.foodsovereignty.org>, International NGO/CSO Planning Committee for Food Sovereignty (Coordinamento internazionale delle ONG per la sovranità alimentare).
<www.sovranitalimentare.it>, Campagna Italiana per la Sovranità Alimentare.
<www.viacampesina.org>, Vía Campesina (Coordinamento internazionale di movimenti di contadini).