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L'alimentazione è l'attività fisiologica
per eccellenza. Ognuno di noi - anche se il Vangelo ci ricorda
che «Non di solo pane vivrà l'uomo» (Mt
4,4) - non può fare a meno di alimentarsi, almeno due
o tre volte al giorno, ovviamente se se lo può permettere.
La sovranità alimentare è quindi una categoria della
massima importanza: può essere intesa come il diritto di ogni
popolo a definire le proprie politiche agrarie, regolando così
la produzione agricola nazionale e il mercato locale, al fine di soddisfare
la domanda interna di alimenti.
Sovranità alimentare per qualsiasi Paese significa sicurezza,
anche dal punto di vista degli equilibri sociali, poiché un
uomo affamato potrebbe essere disposto a tutto pur di ottenere alimenti
per sé e per la propria famiglia. Ed è esattamente per
questo motivo che ogni Paese, per quanto modesta sia la sua disponibilità
di terreni e per quanto elevati siano i costi di produzione agricoli,
non rinuncerà mai a una seppur minima sovranità alimentare.
Il nostro Paese è attualmente lievemente deficitario. Solo
nei primi decenni del '900 era completamente autosufficiente,
in relazione alla politica autarchica attuata in quegli anni.
Sussidi agricoli e dumping
Purtroppo, nel mondo ci sono Paesi che non hanno mai raggiunto una
completa sovranità alimentare. In particolare, secondo la FAO,
circa 800 milioni di persone manifestano problemi di denutrizione
(insufficiente apporto alimentare) e di malnutrizione (dieta sbilanciata
nei suoi componenti). Spesso denutrizione e malnutrizione non sono
causati dalla mancanza di cibo, ma da fattori di instabilità
politico-sociale, con particolare riferimento alle guerre, alle catastrofi
naturali e alle conseguenti crisi economiche. Denutrizione e malnutrizione
sono da addebitare anche a una squilibrata distribuzione delle risorse
e dei consumi sia a livello planetario, sia negli stessi Paesi dove
queste problematiche si manifestano. Paradossalmente, alcuni Paesi
nei quali sono presenti problemi di denutrizione, figurano tra i principali
esportatori di cibo a livello mondiale (nel 2002 l'India è
risultata il secondo esportatore mondiale di riso dopo la Thailandia).
I Paesi dell'UE sostengono la produzione interna di alimenti
mediante la corresponsione di aiuti (sussidi) agli agricoltori. Tali
sussidi producono effettivamente un risultato di «dumping
sui prezzi». In campo economico, il dumping indica
una pratica commerciale di vendita sui mercati internazionali di prodotti
che eccedono la capacità di assorbimento del mercato interno,
a prezzi inferiori ai costi di produzione. Del resto i sussidi rappresentano
l'unico modo per proteggere la sovranità alimentare dei
Paesi dell'UE dalle esportazioni attuate da altri Paesi, che,
di fatto, utilizzano altre forme di dumping per poter vendere a bassi
prezzi i loro prodotti («dumping ambientale»,
«dumping sociale», «dumping tecnologico»,
ecc.). Pertanto, numerose sono le motivazioni che possono spingere
un Paese a sovvenzionare la propria agricoltura, consapevole del fatto
che una completa liberalizzazione del mercato globale potrebbe portarlo
alla perdita della sovranità alimentare.
Va rilevato che i sussidi agricoli sono da più parti accusati
di determinare effetti negativi sulla sovranità alimentare
dei Paesi Meno Avanzati (PMA). Una tesi che richiede alcune precisazioni.
In particolare, se le critiche ai sussidi sono relative all'impossibilità
da parte di certi PMA di poter attuare sul proprio territorio un'agricoltura
moderna e competitiva per il mercato interno a causa del dumping esercitato
dall'agricoltura europea, ben vengano queste critiche. Da un
lato però ci sono Paesi, come ad esempio l'India, che
sono grandi produttori ed esportatori, e, dall'altro, occorre
tener conto della concreta situazione mondiale: se l'UE eliminasse
i sussidi, altri Paesi, che esportano in quantità molto maggiori
(come ad es. USA e Canada), ne rimpiazzerebbero le esportazioni sussidiate.
Questo almeno fino a quando non sarà possibile giungere a un
accordo complessivo globale sulla materia: è una questione
che viene spesso posta in sede di negoziati commerciali internazionali,
ma che al momento pare ben lontana da una soluzione.
Se, invece, si vuole attribuire ai sussidi la responsabilità
dell'incremento dei problemi della fame nel mondo, questa accusa
potrebbe non rispondere alla realtà, per diversi motivi. In
primo luogo, come è risaputo, il problema della fame non deriva
da insufficiente produzione alimentare, ma da una iniqua distribuzione
della ricchezza (si veda il caso di Paesi come Argentina, India, Brasile,
ecc.): gli affamati sono tali non perché la produzione di cibo
sia insufficiente, ma perché non dispongono del denaro per
acquistare il cibo, cioè perché i prezzi degli alimenti
sono troppo alti rispetto al loro reddito disponibile. Diminuire gli
affamati significa, pertanto, diminuire il prezzo degli alimenti.
Ed è proprio questo l'effetto dei sussidi tanto contestati:
essi fanno diminuire il prezzo mondiale delle merci, ed è per
questo che ad esempio in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio
essi suscitano forti opposizioni da parte dei grandi esportatori (attuali
o potenziali) di derrate alimentari.
Inoltre, pur essendo senz'altro vero che in presenza di prodotti
europei sussidiati per i PMA diventa molto difficile esportare, è
tuttavia altrettanto vero che se esportano significa che il prezzo
mondiale è superiore al prezzo interno (perché altrimenti
essi venderebbero sul mercato interno). Per gli agricoltori dei PMA
le alternative sono quindi due: o produrre per il mercato interno,
caratterizzato da prezzi più bassi e meno remunerativi, o produrre
per i Paesi ricchi, con prezzi più alti e più vantaggiosi.
Pertanto, in termini generali, l'effetto delle esportazioni
da parte dei PMA è quello di far lievitare il prezzo interno,
con ulteriore aggravamento dei problemi di approvvigionamento alimentare
da parte di coloro che non hanno il denaro per acquistare il cibo.
Le dinamiche del commercio internazionale
Va infine ricordato che i PMA riconvertono la produzione su altri
beni (ad esempio trasformano le risaie in allevamenti di gamberetti,
come sta accadendo recentemente in India) non tanto perché
i sussidi europei fanno concorrenza alla produzione locale di derrate
alimentari, ma piuttosto perché in questi Paesi il costo di
produzione di prodotti da esportare nei Paesi ricchi (ad es., fiori
o gamberetti) è più basso di quello che si avrebbe nei
Paesi di consumo, e quindi vi è una pressione in tal senso
da parte delle grandi multinazionali. In altre parole, non sono le
esportazioni sussidiate di derrate alimentari a soppiantare la produzione
locale rendendola troppo scarsamente remunerativa, ma i prodotti da
esportazione, sui quali è possibile realizzare guadagni maggiori
che sulla produzione di cibo per il mercato locale. La teoria del
commercio internazionale ci insegna infatti che i PMA, per affrancarsi
dalla povertà e raggiungere una certa sovranità alimentare,
non dovrebbero specializzarsi nella produzione e nella vendita di
prodotti da esportazione, ma dovrebbero prima di tutto e nella misura
del possibile produrre ciò che normalmente importano.
A sostegno di queste affermazioni è il«teorema di Rybczynski»,
che descrive il fenomeno di «crescita immiserente» di
un PMA fortemente specializzato nella produzione di un bene destinato
all'esportazione. Può accadere che questo Paese, al fine
di aumentare le vendite, incrementi ulteriormente la produzione di
quel bene, destinandovi terreni che prima erano utilizzati per la
produzione di alimenti per il mercato interno. Non necessariamente
quel Paese ne trarrà i vantaggi economici sperati, in quanto
l'aumento dell'offerta può determinare una diminuzione
del prezzo di mercato, che potrebbe anche essere superiore all'incremento
di produzione. In questo modo, quel Paese, pur avendo incrementato
in termini quantitativi la vendita di quel prodotto, è più
povero, sia perché l'aumento delle quantità vendute
non è in grado di compensare l'effetto negativo sui ricavi
dovuto alla diminuzione del prezzo, sia perché la nuova destinazione
dei terreni ne ha diminuito la sovranità alimentare.
Questa sorta di «trappola» scatta in modo particolare
quando ciascun Paese decide le proprie strategie di produzione agricola
senza tener conto di ciò che faranno i suoi concorrenti: ad
esempio, se il prezzo di un certo prodotto lo rende particolarmente
remunerativo, ciascun produttore sarà indotto ad aumentarne
la produzione; l'aumento di produzione realizzato da ciascuno
è probabilmente irrilevante rispetto al mercato mondiale, e
a parità di tutte le altre condizioni, effettivamente il Paese
in questione ne trarrebbe un vantaggio. Il problema è però
che a livello aggregato l'incremento della produzione da parte
di tutti i produttori è in grado di determinare un eccesso
di offerta sul mercato mondiale, e di conseguenza una diminuzione
del prezzo: tutti i produttori ne risulteranno danneggiati. Non si
tratta di un caso teorico: è già accaduto per il caffè,
per il cacao, per il tè e per altri prodotti provenienti dai
PMA.
La situazione nei Paesi ricchi
Finora ci siamo occupati dei problemi della sovranità alimentare
dei PMA. Occorre però considerare che anche i Paesi ricchi
potrebbero correre qualche rischio, ad esempio nel caso di massiccia
introduzione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM) per la produzione
di alimenti. In particolare, essendo questi prodotti coperti da brevetto,
si potrebbe determinare la concentrazione della proprietà del
cibo in poche mani, quelle dei monopolisti, i quali potrebbero non
vendere la semente sul mercato, ma affidarla agli agricoltori attraverso
appositi contratti di coltivazione, in cui si riserverebbero la proprietà
degli alimenti prodotti. A questo punto, potrebbero fissare arbitrariamente
il prezzo del cibo, a evidente danno dei consumatori.
Per un Paese sovranità alimentare significa anche sicurezza
alimentare da un punto di vista della salute. In particolare, oggigiorno,
a causa di frodi e/o di tecniche di produzione discutibili (uso di
ormoni, fitofarmaci, OGM, ecc.), la qualità del cibo a volte
è messa a repentaglio, tanto che il consumatore è portato
a rifiutare un cibo anche solo per semplici sospetti di rischi connessi
al suo consumo. Il recente«virus dei polli» ne è
un esempio.
La sovranità alimentare del nostro Paese è limitata
dal fatto che i prezzi mondiali degli alimenti sono molto bassi, per
cui si preferisce acquistare all'estero piuttosto che produrre
internamente, pur se occorrerebbe interrogarsi anche sulla qualità
del cibo importato. Tale scelta provoca l'abbandono dei terreni
marginali - quelli sui quali non è più economicamente
conveniente produrre, in quanto i costi di produzione risultano superiori
ai prezzi di vendita dei prodotti sul mercato -, con indubbie
conseguenze ambientali negative per il nostro territorio: un territorio
che da sempre è governato dall'agricoltura, senza la
quale, con ogni probabilità, non potrebbe mantenersi tale.
In questo modo viene meno la multifunzionalità dell'agricoltura
da tutti auspicata (salvaguardia del paesaggio, tutela dell'assetto
idrogeologico, protezione della flora e della fauna, ecc.). Tuttavia
- ed è questa una nota di ottimismo - basterebbe
un lieve aumento dei prezzi di mercato dei prodotti agricoli per rendere
conveniente la coltivazione di terreni attualmente marginali, rendendo
reale la sovranità alimentare del nostro Paese.
Per saperne di più
COLOMBO L., Fame. Produzione di cibo e sovranità alimentare,
Jaca Book, Milano 2002.
ILLUZZI L., «Dumping», in Aggiornamenti Sociali,
4 (2004) 304-308.
MALAGOLI C., «Alimenti transgenici: opportunità o rischio?»,
in Aggiornamenti Sociali, 4 (2005) 284-295.
<www.foodsovereignty.org>,
International NGO/CSO Planning Committee for Food Sovereignty (Coordinamento
internazionale delle ONG per la sovranità alimentare).
<www.sovranitalimentare.it>,
Campagna Italiana per la Sovranità Alimentare.
<www.viacampesina.org>,
Vía Campesina (Coordinamento internazionale di movimenti di
contadini).
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