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La XIV Legislatura volge al termine. È una fine infelice, a
causa della contraddizione di fondo che l'ha catterizzata fin
dal principio. Infatti, in questi cinque anni il confronto politico
in Italia non è stato tra una maggioranza e una opposizione entrambe
all'interno di una medesima cultura democratica, ma tra due visioni
diverse di democrazia. Quella «rappresentativa e partecipativa»
del potere, garantita dalla Carta repubblicana, e quella «monarchica»
o «carismatica», come Marco Follini e Pier Ferdinando Casini,
autorevoli esponenti della Casa delle Libertà, hanno definito
il berlusconismo. La concezione «rappresentativa» del potere
- per fare l'esempio più recente - è
quella che ha portato 4.311.149 elettori dell'Unione a fare ore
di fila e a pagare un euro a testa, per partecipare alle elezioni primarie,
il 16 ottobre 2005; la concezione «monarchica» o «carismatica»
del potere, invece, è quella che nei cinque anni trascorsi ha
portato il centro-destra a vedersi bocciare per «palese incostituzionalità»
le leggi più qualificanti del suo programma (cfr SORGE B., «Appello
di fine Legislatura», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2005]
93 s.).
Che fare? Per archiviare definitivamente i guasti della XIV Legislatura
e per ricostruire la democrazia rappresentativa in Italia, occorre:
1) anzitutto rendersi conto della gravità del vulnus
che anche le ultime leggi in via di approvazione (riforma costituzionale,
riforma elettorale, legge ex Cirielli e riforma della par condicio)
arrecano alla Costituzione e allo Stato di diritto nel nostro Paese;
2) quindi prendere atto che a causa di esse è cambiato lo stesso
quadro politico; 3) indicare le scelte fondamentali da fare per ricostruire
l'Italia.
1. Il vulnus delle ultime leggi
a) La riforma costituzionale è stata approvata (dietro
ricatto della Lega Nord) il 20 ottobre 2005 in terza lettura alla Camera
con 317 «sì», 234 «no» e 5 astenuti.
Poiché la maggioranza richiesta era di 307, la «nuova»
Costituzione (sono stati cambiati 55 articoli della Parte II!) è
stata approvata dal solo centro-destra con 10 voti di scarto. Ora -
dopo il «sì» scontato del Senato - la legge,
non avendo ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi, dovrà
essere sottoposta a referendum confermativo.
Questa «riforma» costituisce una vera e propria manipolazione
della Carta fondamentale e della democrazia rappresentativa: altera
l'equilibrio fra i poteri dello Stato, depotenzia il Parlamento
nei confronti del Governo, rende più complesse le relazioni tra
Camera e Senato, deprime il ruolo del Presidente della Repubblica, soprattutto
crea una pericolosa frattura tra i principi fondamentali sanciti nella
I Parte della Costituzione e i nuovi meccanismi istituzionali (cfr PERFETTI
L. R., «Riforma costituzionale e sistema democratico», in
Aggiornamenti Sociali, 5 [2005] 341-352). In particolare, l'approvazione
della devolution, che demanda alle Regioni il potere «esclusivo»
di legiferare in materie in cui è in gioco l'uguaglianza
dei cittadini e l'equità del welfare State -
quali la scuola, la sanità, la polizia e «ogni altra materia
non espressamente riservata alla legislazione dello Stato» (art.
117) -, introduce il germe della lacerazione dell'unità
del Paese e della sua frammentazione. In virtù della distinzione
tra «Nazione» e «Stato» (cara alla Lega Nord
e accolta dall'art. 67), la «lealtà verso la Nazione»
(e i leghisti fanno di ogni Regione una «Nazione», in quanto
dispone di un territorio proprio, di lingua [dialetto] propria e di
legislazione «esclusiva» in materie di rilevanza nazionale)
entrerà sempre più frequentemente in competizione con
la «lealtà verso lo Stato». Questa conflittualità
ora è acuita anche dalla riforma elettorale che, nelle votazioni
per il Senato, prevede un «premio di coalizione» Regione
per Regione, rafforzando il potere di queste e moltiplicando così
le occasioni di contrasto a livello nazionale.
b) La riforma elettorale in senso proporzionale è stata
approvata alla Camera il 13 ottobre 2005. L'opposizione non ha
votato; perciò, anche la nuova legge elettorale è passata
con i soli voti del centro-destra: 323 «sì», 6 «no»
e 6 astenuti. Nel momento in cui scriviamo, è in discussione
al Senato, dove comunque se ne prevede l'approvazione senza emendamenti.
Salta subito agli occhi la contraddizione tra la logica della riforma
costituzionale, che fa del Primo Ministro l'unico interprete,
depositario ed esecutore dell'indirizzo di Governo, e la logica
della legge elettorale che riporta in auge il ruolo dei partiti e delle
coalizioni parlamentari.
Tuttavia, non si tratta di un ritorno puro e semplice al sistema proporzionale
della Prima Repubblica; è un ritorno viziato esso pure dalla
concezione «monarchica» e «carismatica» del
berlusconismo, il quale ha perseguito per l'ennesima volta il
proprio interesse, calpestando la norma democratica elementare secondo
cui le regole del gioco vanno scritte insieme da maggioranza e opposizione.
La nuova legge elettorale stabilisce un premio di maggioranza del 55%,
in virtù del quale la coalizione (o la lista) vincente anche
per un solo voto conquista alla Camera il numero fisso di 340 seggi,
mentre l'opposizione rimane sconfitta in modo definitivo potendo
contare solo su 278 seggi. Per di più, la nuova legge elettorale
abolisce anche il sistema delle preferenze: le liste, cioè, sono
bloccate e la loro composizione è affidata alle segreterie dei
partiti. Ci vuol poco a comprendere che tutto ciò trasforma i
candidati (e gli eletti) in clienti, e il Parlamento in un insieme di
feudi in mano al «monarca». Siamo in presenza, dunque, di
una interpretazione «monarchica» del metodo proporzionale,
che non garantisce la equa rappresentanza parlamentare degli orientamenti
politici dei cittadini. Così, per esempio, potrà accadere
che una coalizione (o una lista) con la maggioranza relativa del solo
30% dei voti, ottenga alla Camera il 55% dei seggi, e che in Senato,
dove il «premio» viene assegnato Regione per Regione, si
formi una maggioranza casuale e diversa. Come si salva il principio
costituzionale dell'uguaglianza del voto?
Come tutela la legge le minoranze linguistiche (cfr art. 6 Cost.) che
non raggiungessero la soglia minima dello sbarramento, alla Camera (4%
per le liste non coalizzate, 2% per le liste coalizzate) e al Senato
(8% per le liste non coalizzate, 3% per le liste coalizzate)? E, dopo
la bocciatura della «quota rosa», che ne è del diritto
delle donne di «accedere alle cariche elettive in condizioni di
eguaglianza» (art. 51 Cost.)? Rimane pertanto molto dubbio che
la nuova legge elettorale riesca a superare l'esame di costituzionalità
dopo la sua approvazione.
c) La legge ex-Cirielli («ex», perché l'on.
Edmondo Cirielli di AN, relatore della legge, ha poi ritirato la firma),
è stata approvata alla Camera il 16 dicembre 2004, ma dovrà
ritornarvi per un terzo passaggio parlamentare, dopo le modifiche apportate
dal Senato. Essa è soprannominata «Salva Previti»,
perché la riduzione dei termini di prescrizione punta tra l'altro
a cancellare i processi in cui è imputato l'ex avvocato
di Berlusconi, Cesare Previti, condannato in secondo grado per le vicende
IMI-SIR e in primo grado per il caso SME. A quale prezzo? Quanti processi
verranno annullati?
L'Associazione Nazionale Magistrati calcola che i procedimenti
esposti a rischio di prescrizione siano tra i 40 e i 70mila. La relazione
inviata dal ministro della Giustizia Roberto Castelli alla Camera offre
dati parziali, riguardanti solo 15 delle 29 Corti d'Appello, cioè
77.318 procedimenti su un totale di 132.182; non è quindi idonea
- come ha detto lo stesso Ministro - a fornire una esatta
valutazione dell'impatto che avrà la legge. Più
significativi sono invece i dati elaborati dalla Cassazione, secondo
cui l'approvazione della legge ex Cirielli farà prescrivere
il 50% dei procedimenti pendenti presso la Corte suprema; tra questi
- per fare qualche esempio - saranno estinti l'88,8%
dei reati per corruzione e il 64% dei procedimenti per usura; mentre
per gli omicidi colposi la prescrizione maturerà per il 56,9%;
inoltre saranno prescritti il 65,3% dei casi di truffa aggravata ai
danni dello Stato, ecc. Ce n'è abbastanza per giustificare
la definizione di «amnistia mascherata e permanente», appioppata
a questa legge dall'opinione pubblica.
Quindi, anche la costituzionalità della legge ex Cirielli rimane
dubbia, a motivo delle sua «palese irragionevolezza». Infatti,
da un lato, essa priva la norma penale del suo effetto deterrente: che
senso ha comminare anni di carcere per un reato, quando poi si garantisce
al colpevole la possibilità di sottrarsi con facilità
alla condanna, grazie alla riduzione dei termini di prescrizione? D'altro
lato, il trattamento dei termini di prescrizione non è uguale
per tutti: innalzati per i recidivi, anche quando ricadono in reati
marginali; abbassati invece per gli «incensurati», anche
nel caso di reati gravi. Dov'è il principio di uguaglianza
di tutti i cittadini di fronte alla legge, sancito dall'art. 3
Cost.?
d) La Legge 22 febbraio 2000, n. 28, è comunemente conosciuta
con il nome di par condicio. Infatti, essa promuove e disciplina
l'accesso ai mezzi di informazione per la comunicazione politica,
garantendo la parità di trattamento e l'imparzialità
rispetto a tutti i soggetti politici, anche in occasione delle campagne
elettorali e referendarie (cfr artt. 1 e 2). Ovviamente l'obbligo
di garantire spazi uguali a tutti i partiti a prescindere dalla loro
forza elettorale è fumo negli occhi per chi ha una concezione
«monarchica» della democrazia. «Vi pare giusto -
è esploso Berlusconi, come ha riferito la stampa di ogni colore
- che io mi debba trovare al Costanzo Show o da Vespa come un
qualsiasi altro leaderino di serie C? Non sta né in cielo né
in terra questo obbligo di dare spazi uguali a tutti i partiti, a prescindere
dai voti che prendono». Da qui la proposta: abrogare la par condicio;
mantenere spazi gratuiti in TV per i partiti, ma in proporzione alla
loro consistenza elettorale; ripristinare la libertà di spot
elettorali a pagamento fino al giorno prima delle elezioni. Chi ha più
soldi fa più spot.
Sono dichiarazioni inammissibili, tanto più perché vengono
da un premier che possiede tre reti nazionali private e che
attraverso il suo Governo controlla le reti nazionali pubbliche. Come
si fa a chiedere che i soldi per gli spot elettorali a pagamento
vadano al «padrone» delle reti televisive, il quale così
verrebbe finanziato dai suoi stessi avversari politici? Come non rendersi
conto dei pericoli che il conflitto di interessi fa correre alla democrazia?
2. Il quadro politico è cambiato
Nonostante tutto, per uno di quegli strani casi di eterogenesi dei fini
che sfuggono a ogni previsione, il predominio della concezione «monarchica»
di democrazia ha prodotto, proprio sul finire della Legislatura, due
eventi, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, che
hanno cambiato il quadro politico e possono segnare l'inizio di
una decisiva inversione di marcia. Il primo evento è stata l'approvazione
alla Camera, il 13 ottobre, della legge proporzionale, che ha cancellato
di colpo dieci anni di sistema maggioritario; il secondo evento sono
state le elezioni primarie dell'Unione, tre giorni dopo, che hanno
segnato una netta ripresa della coscienza democratica popolare.
Era ormai convinzione diffusa che la Casa delle Libertà stesse
crollando. Infatti, la schiacciante sconfitta del centro-destra nelle
elezioni regionali del 3-4 aprile 2005 e la opposizione interna dell'UDC
di Follini alla linea e alla leadership del Cavaliere, avevano
portato non solo a una crisi di Governo (rapidamente risolta), ma a
un logoramento della maggioranza che sembrava irreparabile.
Sennonché un aiuto insperato venne a Berlusconi, il 19 maggio,
dalla incomprensibile crisi della Federazione dell'Ulivo, in seguito
al «no» della Margherita alla lista unica per le elezioni
politiche 2006. Fu un duro colpo inferto non solo all'Ulivo, il
cui cammino venne bruscamente interrotto, ma alla stessa leadership
di Prodi (cfr SORGE B., «Che cosa c'è dietro la crisi
dell'Ulivo?», in Aggiornamenti Sociali, 9-10 [2005]
597-602). Berlusconi capì al volo che il riemergere della logica
partitica nel centro-sinistra, distruggendo l'Ulivo, avrebbe pure
tolto a Prodi la leadership dell'Unione, perché
lo avrebbe obbligato ad appoggiarsi a uno dei partiti del centro-sinistra
o a dare vita a una lista propria.
A questo punto, Berlusconi si appropriò della idea di Follini
di tornare al proporzionale, piegandola però a proprio vantaggio.
Infatti, mentre il segretario dell'UDC voleva il proporzionale
per togliere al Cavaliere la leadership del centro-destra,
Berlusconi (aiutato da Casini, che abbandonò al suo destino il
vecchio compagno d'armi) se ne servì per scopi opposti:
togliere di mezzo Follini, divenuto troppo scomodo; obbligare l'UDC
a rientrare nei ranghi; ricompattare una Casa delle Libertà allo
sbando; soprattutto - ed era ciò che più gli interessava
- riaffermare la insostituibilità della sua leadership.
Ma, solo tre giorni dopo, il risultato eccezionale delle elezioni primarie
dell'Unione mise in crisi il disegno di Berlusconi. Gli elettori
andati a votare furono circa 4 milioni e mezzo, il triplo degli iscritti
ai partiti del centro-sinistra e più del 20% dei cittadini che
nel 2001 avevano votato per l'Ulivo. La democrazia «rappresentativa»,
grazie alla maturità popolare, si prendeva la rivincita sulla
democrazia «monarchica». Infatti, non c'è dubbio
che la risposta popolare così forte e compatta abbia anche il
sapore di una rivincita, alimentata dalla insofferenza verso l'imperizia
e l'arroganza con cui la maggioranza e il suo leader
governano. Nello stesso tempo, però, era chiaro che i 3.194.561
voti (74,1%) andati personalmente a Prodi miravano a restituirgli la
piena leadership del centro-sinistra. Ovviamente, quanto è
avvenuto ha mutato profondamente il quadro politico. Si impongono dunque
scelte coraggiose per ristabilire in Italia una sana vita democratica,
dopo cinque anni di berlusconismo.
3. Una democrazia da ricostruire
Le scelte più urgenti sono soprattutto due. La prima è
riprendere il cammino dell'Ulivo, bruscamente interrotto. Lo ha
capito la Margherita che, convocando subito l'Assemblea federale
(27-28 ottobre), ha rimediato allo «strappo» del 19 maggio,
approvando all'unanimità la presentazione di una lista
unica dell'Ulivo alla Camera (DS e Margherita, ma aperta ad altre
forze politiche e alle realtà vive della società civile),
mentre al Senato i singoli partiti si presenteranno con il proprio simbolo.
Lo hanno capito i DS: l'Ulivo - scrive Piero Fassino, in
piena consonanza con Prodi - non può più essere
un mero accordo elettorale, ma deve essere un progetto politico, in
grado di garantire al centro-sinistra una «forte guida riformista
necessaria non solo a vincere le elezioni, ma a governare» (la
Repubblica, 28 ottobre 2005). L'Ulivo, infatti, fin dall'inizio
è sempre stato pensato come lo spazio in cui i diversi partiti
riformisti si sarebbero incontrati per giungere passo passo (federazione,
lista unitaria, gruppi parlamentari unici) alla formazione di un grande
partito democratico, nuovo nei confronti della forma-partito tradizionale,
a carattere federale e federativo e articolato nelle Regioni e nel territorio
ma con organi decisionali unitari. Prima di giungervi, però,
occorre ovviamente superare molte difficoltà, tra cui quella
di mantenere fede alla propria identità, mentre si lavora alla
fecondazione reciproca tra le diverse tradizioni del riformismo. Ecco
perché sarebbe sbagliato forzare i tempi o bruciare le tappe.
Non meno importante e urgente è la seconda scelta: quella di
un programma fondato su valori condivisi, in grado di fare unità
pur rispettando le diverse identità. Anche qui i nodi difficili
da sciogliere non mancano: come superare anacronistiche contrapposizioni
di tipo laicista o confessionale nella ricerca comune di una soluzione
ai gravi problemi etici emergenti, riguardanti la vita, la famiglia,
l'educazione? Sarà possibile definire una presenza comune
dell'Ulivo al Parlamento europeo? Ugualmente difficile e impegnativo
sarà stilare un programma, insieme efficace e solidale, che consenta
una effettiva ripresa economica e la riduzione degli attuali squilibri
nella distribuzione del reddito (tra Nord e Sud), inaccettabili moralmente
e socialmente; c'è poi da affrontare il problema del lavoro
che manca, con la minaccia di una crescente precarietà; improrogabile
è il problema della integrazione sociale degli immigrati e del
riconoscimento dei loro diritti civili e politici, connesso con la legalità,
che occorre tutelare con fermezza ma senza compromettere la solidarietà;
in politica estera, infine, si dovrà ridefinire l'atteggiamento
dell'Italia nei confronti della guerra al terrorismo, e puntare
a una politica europea autonoma, all'interno del nuovo equilibrio
planetario che si sta disegnando in seguito all'emergere soprattutto
dei grandi Paesi asiatici. Sono soltanto alcuni problemi, ma la loro
sola enunciazione fa comprendere che essi non si potranno mai risolvere
con una visione «monarchica» del potere. È necessario
cambiare, se si vuole ricostruire l'Italia.
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