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Da qualche tempo il dibattito sulla laicità è all'ordine
del giorno nel nostro Paese, alimentato da occasioni continue. Si
cominciò con la ordinanza del Tribunale dell'Aquila sulla
rimozione del crocifisso da un'aula scolastica, venne poi la
bocciatura a Strasburgo del ministro Buttiglione, quindi il rifiuto
di menzionare le «radici cristiane» nel preambolo del
Trattato costituzionale europeo, fino a giungere ai recenti interventi
del card. Ruini a proposito del referendum sulla procreazione assistita
e sulla questione dei Patti Civili di Solidarietà (PACS). La
conclusione che si può trarre dal dibattito, è una grande
confusione di idee. È utile, dunque, tentare di chiarirne alcuni
punti fondamentali: 1) la questione della «religione civile»;
2) il ripensamento del concetto di laicità; 3) la necessità
di una nuova laicità in politica.
1. La «religione civile»
Le recenti ricerche sociologiche e l'esperienza stessa indicano
che nella cultura occidentale, secolarizzata e laicizzata, da qualche
tempo si verifica un ritorno di attenzione verso la religione in genere,
e verso quella cristiana in particolare. Ci si rende conto, cioè,
che la religione ha una sua importanza sociale. Superate le diffidenze
legate all'uso deviato che se ne è fatto in passato (di
cui oggi la Chiesa chiede perdono), si riconosce che la religione
invece dà stabilità e coesione alla vita civile, si
oppone alla violenza, favorisce la pace. Pertanto in via di fatto
sono superate le vecchie ragioni dell'illuminismo, che -
di fronte agli abusi perpetrati in nome di Dio - aveva fatto
ricorso alla «laicità» come a una istanza di ragione
universale esterna alla religione, riducendo quest'ultima a
mero fenomeno privato.
È una evoluzione certamente positiva, ma non senza problemi.
Infatti, c'è il rischio che la religione sia vista soprattutto
come un utile supporto al raggiungimento di finalità civili,
con possibili nuove reciproche strumentalizzazioni nel rapporto tra
Stato e Chiesa, simili a quelle che caratterizzarono la vecchia «cristianità».
Il danno maggiore lo subirebbe la Chiesa. Infatti - come scrive
E. Bianchi -, la riduzione della religione a fenomeno culturale
e civile fa nascere «un cristianesimo finora inedito (lo si
può forse definire post-cristiano) che [...] non vuole
più essere giudicato sul suo essere o meno "evangelo";
un cristianesimo che preferisce essere declinato come "religione
civile", capace di fornire un'anima alla società,
una coesione a identità politiche, diventando così quella
morale comune che oggi sembra deducibile solo a partire dalle religioni.
In quest'ottica pare che l'unico interesse sia che la
Chiesa rappresenti un elemento centrale della vita della società,
e poco importa se questo significa che il Vangelo perda il suo primato,
che non ci sia più possibilità di profezia, che finiscano
per prevalere logiche di potere» («Chi minaccia il cristianesimo?»,
in La Stampa, 23 luglio 2005).
Si tratta di un pericolo reale, verso cui spingono i cosiddetti «atei
devoti». Sono alcuni intellettuali e figure istituzionali di
spicco che, pur dichiarandosi non credenti (e magari avendo avversato
la Chiesa fino a ieri), oggi - di fronte ai processi di secolarizzazione
e di frammentazione spirituale che accompagnano l'affermarsi
di una società multietnica e multireligiosa - vedono
nel cristianesimo un baluardo a difesa della identità e della
cultura occidentale, con la quale lo identificano. Questa visione
strumentale del cristianesimo spegne di fatto la profezia evangelica.
È lamentevole, perciò, che non se ne rendano conto quegli
ecclesiastici e quei movimenti che parteggiano apertamente per gli
«atei devoti».
Nel contesto della «religione civile» si comprendono meglio
i rischi che comporta la prassi, instauratasi in Italia dopo la scomparsa
della DC e la fine dell'unità politica dei cattolici,
per cui la Gerarchia tende a gestire in proprio i rapporti con il
Governo, intervenendo talvolta su aspetti legislativi di problemi
che prima erano lasciati - come è giusto - alla
mediazione dei politici. Certo, nessuno può impedire ai vescovi
di rivolgersi anche ai responsabili del bene comune, in particolare
quando sono in discussione esigenze etiche fondamentali, come quelle
riguardanti la persona, la vita, la famiglia. È un loro dovere,
che rientra nella missione della Chiesa di illuminare e formare le
coscienze sul piano etico e religioso. Tuttavia, i Pastori non devono
sostituirsi ai laici, ai quali spetta la responsabilità di
compiere le necessarie mediazioni dai principi alla prassi politica.
«Dai sacerdoti - dice il Concilio Vaticano II -
i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però
che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che a ogni nuovo
problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta
una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione:
assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità,
alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa
alla dottrina del Magistero» (Gaudium et spes, n. 43).
Più recentemente la Congregazione per la Dottrina della Fede
conferma: «Non è compito della Chiesa formulare soluzioni
concrete - e meno ancora soluzioni uniche - per questioni
temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di
ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi
morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto
dalla fede o dalla legge morale» (Nota dottrinale circa
alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei
cattolici nella vita politica, in L'Osservatore Romano,
17 gennaio 2003, n. 3).
È importante quindi, per quanto concerne il Magistero, evitare,
anche nel tono e nella forma, di dare l'impressione che esso
voglia «dettare leggi» allo Stato o attentare alla sua
laicità. Ciò servirebbe solo ad accreditare ulteriormente
l'idea di una «religione civile». Nello stesso tempo,
per quanto concerne lo Stato, occorre ribadire che autonomia dalla
sfera religiosa non significa affatto autonomia dalla sfera morale,
come invece propongono le teorie etiche procedurali, sostenendo una
(solo apparente) neutralità del diritto. Perciò, non
ha senso ed è fuorviante definire «confessionale»
la difesa da parte della Chiesa di esigenze etiche, che concordano
poi con i principi laici su cui si fonda la democrazia: il rispetto
della persona, la libertà, la solidarietà, l'uguaglianza
dei diritti, la giustizia e la pace. In altre parole, la politica
è laica, laici sono i valori a cui essa si ispira, laiche le
finalità a cui tende. Pertanto laiche saranno anche le scelte
che i cattolici sono chiamati a compiere in politica insieme a tutti
gli uomini di buona volontà e in coerenza con la loro ispirazione
religiosa. A questo punto, però, occorre precisare il concetto
di «laicità».
2. Il ripensamento del concetto di «laicità»
L'impiego non univoco del termine «laicità»
ne rende difficile una definizione precisa (cfr CAIMI L., «Laicità»,
in BERTI E. - CAMPANINI G., Dizionario delle idee politiche,
AVE, Roma 1993, 417-427). Ciononostante, secondo la accezione illuministica,
la «laicità» si fonda su alcuni valori essenziali:
ragione, libertà, uguaglianza. Dire «laicità»
è dire razionalità, fare della ragione l'unico
metro del giudicare e dell'operare; la ragione pertanto non
potrà mai essere coartata da nessuna verità assoluta
o trascendente, di cui si nega la conoscibilità. Nello stesso
tempo - sempre secondo l'accezione classica del termine
- dire «laicità» è rivendicare il
primato della libertà di coscienza e di scelta, indipendentemente
da ogni norma trascendente. Libertà è sinonimo di uguaglianza
e di tolleranza: le diverse opinioni politiche, culturali, morali
e religiose sono da considerare tutte ugualmente legittime. Lo Stato
non può sceglierne una e obbligare i cittadini a seguirla,
ma a ciascuno va lasciata piena libertà di ispirarsi all'opinione
preferita. L'unico limite è il rispetto del diritto altrui;
e l'unico principio di autorità e di verità è
la volontà della maggioranza. Su questo fondamento di razionalità,
di libertà e di uguaglianza si basa la democrazia, al cui interno
va riconosciuta la reciproca autonomia tra sfera religiosa e sfera
civile: «Libera Chiesa in libero Stato».
Ebbene, questa nozione di «laicità» di stampo individualistico-radicale,
non solo oggi è largamente superata nei fatti, ma è
sempre meno condivisa anche in via di principio. Da un lato, vi ha
contribuito il Concilio Vaticano II, che ha riconosciuto la laicità
come valore. Infatti - spiega la costituzione Gaudium et
spes - le realtà temporali hanno un loro valore
intrinseco, hanno finalità, leggi e strumenti propri, che non
dipendono dalla rivelazione soprannaturale: «È in virtù
della creazione stessa che le cose tutte ricevono la propria consistenza,
verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine.
L'uomo è tenuto a rispettare tutto ciò, riconoscendo
le esigenze di metodo proprie di ogni singola arte o scienza»
(Gaudium et spes, n. 36). Per la Chiesa, quindi, la laicità
non è un accidente storico, ma ha addirittura un fondamento
teologico.
D'altro lato, vi ha contribuito la deriva della laicità
illuministica. Il nichilismo, l'egoismo e le tragedie immani
della società contemporanea hanno favorito paradossalmente
la rinascita del bisogno di religione, come punto di riferimento per
superare gli ostacoli alla costruzione di un mondo nuovo. Ciò
ha reso possibili, anzi necessari, l'avvicinamento e la collaborazione
tra credenti e non credenti: l'abbandono da parte della Chiesa
dei vecchi schemi apologetici e il riconoscimento che la democrazia
laica è il migliore sistema di governo, vanno di pari passo
con il superamento da parte dello Stato laico delle antiche diffidenze
e con il riconoscimento della importanza sociale della religione.
Ragione e fede non sono alternative, ma complementari. Il ripensamento
della nozione di laicità, in via di fatto e di principio, è
richiesto dalla evoluzione dei tempi e delle idee.
Lo confermano due casi emblematici: l'Accordo di revisione
del Concordato lateranense tra la Santa Sede e la Repubblica italiana
(18 febbraio 1984) e il Trattato costituzionale europeo (firmato a
Roma il 29 ottobre 2004). L'art. 1 dell'Accordo di
revisione recita: «La Repubblica italiana e la Santa Sede
riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel
proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto
di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione
per la promozione dell'uomo e il bene del Paese». A sua
volta, l'art. I-52 del Trattato costituzionale europeo riconosce
lo status di cui le Chiese, associazioni o comunità
religiose godono nel proprio Paese (comma 1); quindi, dopo aver ammesso
esplicitamente il valore sociale della religione, dispone che si instaurino
rapporti stabili di collaborazione tra le istituzioni dell'Unione
e le Chiese, attraverso «un dialogo aperto, trasparente e regolare»
(comma 3). La religione, dunque, non è più considerata
un fenomeno privato, e lo Stato laico non può più ignorarla.
Da questa concezione rinnovata di laicità si distanzia sempre
di più il «laicismo». I neolaicisti dei nostri
giorni, infatti, continuano ad assolutizzare la separazione illuministica
tra religione e vita civile, facendo della laicità una ideologia
dogmatica e una sorta di «religione di Stato». È
la posizione - per esempio - della Legge n. 1378/2004,
Legge sul rispetto del principio della laicità dello Stato,
voluta dal Presidente francese J. Chirac, che vieta a scuola e negli
uffici pubblici «i segni e gli abiti che manifestano ostensibilmente
l'appartenenza religiosa» (art. 1), dal velo delle ragazze
musulmane alla kippah ebraica, alle croci cristiane di grandi
dimensioni.
Era ineluttabile che il ripensamento della nozione di laicità
avesse una ricaduta sul piano politico: quale via seguire per evitare
gli scogli opposti della «religione civile» e del «laicismo»?
In particolare, che cosa fare per rinnovare la politica e adeguarla
alle esigenze della nuova laicità?
3. Per una nuova «laicità» in politica
Nelle nostre società pluriculturali e plurietniche, il problema
di trovare una via all'incontro e al confronto interculturale
e interreligioso è divenuto improrogabile e urgente. Le numerose
esperienze di dialogo e di collaborazione politica tra credenti e
non credenti oggi sono possibili, anche se gli uni e gli altri non
sempre coincidono nella interpretazione dei medesimi valori. Tuttavia
una cosa è certa: solo il riferimento alla laicità consente
l'incontro fra tradizioni diverse, nel rispetto della identità
di ciascuna. Comunemente si parla di necessaria «contaminazione»
tra culture diverse; perché non parlare piuttosto di «fecondazione
reciproca», come fa Giovanni Paolo II a proposito dell'integrazione
culturale tra immigrati e cittadini dei Paesi ospitanti (cfr Messaggio
per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005, n.
3)?
Ora, sul piano politico, la nuova laicità, intesa non più
come separazione tra diversi, ma come «fecondazione reciproca»,
comporta che, senza rinunciare alla propria identità, credenti
e non credenti cerchino insieme piste concrete per realizzare il maggior
bene comune possibile in una data situazione, consapevoli delle necessarie
mediazioni da compiere. Ciò può fare problema soprattutto
ai cattolici, chiamati a ispirare le scelte politiche a esigenze etiche
fondamentali e irrinunciabili. Tuttavia, è la natura stessa
dell'arte politica a non consentire che quelle esigenze assolute
si traducano immediatamente in leggi, ma a imporre la necessaria gradualità
richiesta dalle situazioni concrete. Lo rileva il Compendio della
dottrina sociale della Chiesa: «Il fedele laico è
chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi
realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori
morali propri della vita sociale. [...] la fede non ha mai preteso
di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole
che la dimensione storica in cui l'uomo vive impone di verificare
la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli»
(n. 568).
Pertanto, la collaborazione politica dei cattolici con partner
di diverso orientamento culturale va impostata laicamente e nel rispetto
delle regole democratiche, ma senza compromettere la propria identità
e in coerenza con i valori ispiratori. Il cristiano sa che Cristo
è la via, la verità e la vita (e ciò gli dà
una certezza incrollabile nell'agire), ma è cosciente
che la conoscenza del percorso concreto è sempre imperfetta.
Sarà lo Spirito a guidare alla conoscenza più piena
della verità (cfr Gv 16,13), servendosi anche delle situazioni
storiche, dei «segni dei tempi» e del dialogo interculturale.
Dando e ricevendo. Quindi in politica il rispetto della nuova laicità
esige, da un lato, che il cristiano non tenti di imporre agli altri
la luce che gli viene dalla fede religiosa, ma si sforzi di tradurla
in termini laici, comprensibili e accettabili da tutti; d'altro
lato, esso richiede che i partner laici siano ugualmente
disponibili al dialogo e al confronto, prendendo atto che la ispirazione
religiosa è portatrice di motivazioni forti per un impegno
politico coraggioso ed efficace. Questo incontro-confronto tra credenti
e non credenti sul piano della laicità è una ricchezza
della democrazia matura.
In ogni caso, il cristiano è cosciente di essere portatore
di un contributo specifico, di cui il mondo ha bisogno: immettere
nella vita politica e nella costruzione della città dell'uomo
il cemento della carità, inteso laicamente come solidarietà.
Coerentemente con il Vangelo, egli vivrà l'esercizio
del potere non come privilegio, ma come servizio. Vigilerà
affinché la nuova laicità non degeneri in omologazione
(al «pensiero unico») e non favorisca la deriva neoliberista,
i cui esiti sono altrettanto esiziali di quelli del liberismo illuministico.
I cattolici, quindi, devono essere capaci anche di esercitare un ruolo
di opposizione. Come potrebbero non opporsi, democraticamente e laicamente,
a una visione utilitaristica della politica, che usa il potere a difesa
di interessi corporativi o addirittura personali, relegando in secondo
piano le ragioni dei deboli che non godono dei diritti sociali? Come
potrebbero non opporsi a scelte politiche che portano al disfacimento
della famiglia o attentano alla vita umana e alla sua dignità?
Dunque i cristiani, mentre si impegnano in politica a rispettare pienamente
la laicità e le regole democratiche, ricercando il maggior
bene concretamente possibile in dialogo con gli uomini di buona volontà,
non rinunceranno mai a testimoniare la forza profetica e critica del
Vangelo. Tocca alla Chiesa intera di annunziare profeticamente, con
la Parola e con la vita, che «il potere di Dio è diverso
dal potere dei potenti del mondo. Il modo di agire di Dio è
diverso da come noi lo immaginiamo e da come vorremmo imporlo anche
a Lui. Dio in questo mondo non entra in concorrenza con le forme terrene
del potere. Non contrappone le sue divisioni ad altre divisioni. [...]
Egli contrappone al potere rumoroso e prepotente di questo mondo il
potere inerme dell'amore, che sulla Croce - e poi sempre
di nuovo nel corso della storia - soccombe, e tuttavia costituisce
la cosa nuova, divina che poi si oppone all'ingiustizia e instaura
il Regno di Dio» (BENEDETTO XVI, «Omelia alla Veglia di
preghiera, durante la XX Giornata Mondiale della Gioventù»,
in L'Osservatore Romano, 22-23 agosto 2005).
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