Editoriale - settembre-ottobre 2005

Che cosa c'è dietro la crisi dell'Ulivo?

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Il 26 febbraio 2005, al teatro Brancaccio di Roma, in un clima di festa e di entusiasmo, nasceva la Federazione dell'Ulivo (FED). I segretari di quattro partiti - Democratici di Sinistra, Margherita, Socialisti Democratici Italiani e Repubblicani Europei - firmavano solennemente lo Statuto del nuovo soggetto politico. Era l'approdo di un lungo cammino, durato dieci anni.
Come è potuto accadere che neppure tre mesi più tardi, e dopo la schiacciante vittoria alle elezioni regionali del 3-4 aprile, si sia aperta nell'Ulivo una crisi gravissima? A prima vista, essa appare incomprensibile. Pertanto anche noi ci chiediamo, con l'opinione pubblica: 1) è stata una vera crisi? 2) oppure ci sta dietro qualcos'altro? 3) qual è il compito dei cattolici democratici?

1. È stata una vera crisi?
Per cogliere il senso di quanto è accaduto, occorre tener presenti le due fasi principali del cammino decennale dell'Ulivo.
La prima fase va dalla sua nascita nel 1995 alla nascita della Margherita nel 2002. Quando dieci anni fa Romano Prodi scese in campo, lo scopo della sua iniziativa fu subito chiaro: realizzare l'unione dei riformisti in un soggetto politico nuovo, innovando anche la vecchia forma partito, superata dopo il declino delle ideologie e dopo il terremoto di Tangentopoli. Questa idea, maturata in un contesto caratterizzato dalla crisi del vecchio sistema partitico e dal bisogno di cercare strade nuove per rinnovare la politica, trovò largo consenso, al punto che l'Ulivo vinse le elezioni politiche del 1996, riuscendo (con alterne vicende) a governare per tutta la XIII Legislatura (1996-2001).
Il limite di questa prima fase però fu che l'Ulivo nacque soprattutto come coalizione elettorale, priva di quella omogeneità culturale e programmatica tra i partner, che sola può garantire la stabilità dell'Esecutivo. Rifondazione Comunista, che aveva aderito alla coalizione solo con un «patto di desistenza» per vincere le elezioni, non esitò, nel 1998, a far cadere il Governo Prodi.
Edotto da questa esperienza, l'Ulivo, dopo aver perso le elezioni politiche del 2001, non si limitò a condurre una dura opposizione al Governo Berlusconi, ma intraprese un cammino di consolidamento interno, per trasformarsi da coalizione elettorale in soggetto politico unitario con un programma coraggioso, ispirato a valori condivisi dalle diverse tradizioni del riformismo italiano (cattolico-democratici, social-democratici, liberal-democratici e ambientalisti).
Un frutto importante di questo sforzo fu la nascita di «Democrazia è Libertà - La Margherita» (Parma, 22 marzo 2002), in cui confluirono (dopo essersi sciolti) tre partiti del centro-sinistra: Popolari, Democratici e Rinnovamento Italiano.
La seconda fase della vicenda decennale dell'Ulivo ebbe invece la sua svolta più significativa quando Prodi propose ai partner del centro-sinistra di presentarsi alle elezioni europee del giugno 2004 con una lista unica («Uniti nell'Ulivo per l'Europa»). Accettarono quattro partiti: DS (Democratici di Sinistra), Margherita, SDI (Socialisti Democratici Italiani) e Repubblicani Europei; rimasero fuori invece gli altri partiti del centro-sinistra: Verdi, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, UDEUR (Unione Democratici per l'Europa). Nelle elezioni europee del 12-13 giugno 2004 la lista «Uniti per l'Ulivo», pur senza sfondare, fu votata da quasi un terzo dell'elettorato, raccogliendo oltre 10 milioni di voti (31,1% dei suffragi).
In una «lettera aperta», all'indomani di quelle elezioni (cfr la Repubblica, 15 giugno 2004), Romano Prodi insistette sulla necessità di dare continuità all'esperienza positiva della «lista unitaria», proponendo un'Assemblea costituente, che portasse i partiti della lista «Uniti nell'Ulivo» a stringere tra di loro (e con altri che volessero) un patto federativo. Ciò avvenne - appunto - il 26 febbraio 2005 con la nascita della «Federazione dell'Ulivo» (FED).
Il patto federativo, quindi, consentì all'Ulivo di superare la fase di mera coalizione elettorale; tuttavia, fu un errore circoscrivere il patto alle segreterie dei partiti, senza avere il coraggio (o la volontà) di aprire realmente la Federazione alle associazioni, ai movimenti e alle altre realtà della società civile, come prevedeva l'art. 1 dello Statuto. Questo limite si sarebbe rivelato un boomerang. Infatti, i partiti che oggi hanno aderito alla FED sono molto cambiati rispetto a quando diedero vita all'Ulivo nel 1995; dieci anni fa erano tutti in crisi, oggi in certa misura sono rinati e irrobustiti dalla logica del sistema bipolare. Quindi, mentre l'adesione al primo Ulivo venne favorita dal fatto che i partiti allora, sentendosi deboli, erano preoccupati soprattutto di vincere le elezioni, oggi invece essi avvertono maggiormente il bisogno di unirsi sui valori e sul programma, senza però rinunciare alla propria identità. Unione, sì, ma nel rispetto delle diversità.
Ciò spiega perché quando Prodi - forte della vittoria nelle elezioni regionali del 3-4 aprile 2005 - propose ai partiti della FED di presentarsi con una lista unica alle elezioni politiche del 2006, scoppiò la «crisi»: il 19 maggio, l'assemblea federale della Margherita approvò con 224 sì, 58 no e 16 astenuti la linea di Francesco Rutelli, contraria all'ipotesi della lista unica e favorevole invece a presentare il proprio simbolo nella quota proporzionale della Camera.
Questa scelta fu motivata ufficialmente con la necessità di intercettare i voti centristi in fuga dalla Casa delle Libertà, che difficilmente andrebbero a una lista unica, come era già apparso nelle elezioni regionali del 2005. Infatti, nelle 5 Regioni dove il 3-4 aprile 2005 la Margherita si era presentata con il proprio simbolo, i voti ottenuti dal centro-sinistra furono molti di più che nelle altre 9 Regioni dove la Margherita si era presentata nella lista unitaria. Questa non è una novità: è assodato infatti che quando i partiti si presentano ciascuno col proprio simbolo, raccolgono più voti di quando si presentano uniti in una sola lista. Tuttavia, accanto a questa prima ragione ufficiale, se ne aggiunse un'altra: lo «strappo» della Margherita sarebbe stato causato anche dal timore che la lista unica favorisse l'egemonia dei DS, i quali - agendo da ago della bilancia tra i centristi della Margherita e i neo-comunisti di Rifondazione - punterebbero ad avere un ruolo predominante per spostare più a sinistra l'asse dell'Unione (così ormai si chiama il centro-sinistra, dalle elezioni regionali del 2005). Infine, si addusse una terza ragione: i centristi della Margherita vedevano nella lista unitaria una «forzatura» in direzione del partito unico, tuttora ritenuto prematuro e lesivo delle singole identità.
Ora, queste ragioni da sole non bastano certo a spiegare né la dura reazione di Prodi, che parlò di «suicidio politico», né la ipotesi subito evocata di una «scissione». Che senso aveva parlare di «suicidio» e di «scissione», se la Margherita chiedeva soltanto che all'interno della FED si evitasse l'appiattimento delle diverse identità, non venisse meno la dialettica fra tradizioni politiche diverse (sempre utile) e si scongiurasse il pericolo di una leadership di tipo berlusconiano? Rimaneva dunque il sospetto che dietro al «no» alla lista unica si nascondesse qualcos'altro.

2. Che altro c'era dietro?
A causa dello «strappo» del 19 maggio, la Margherita si trovò a un passo dalla scissione: i «prodiani» erano decisi a dare vita a un partito del Premier; il quale, dal canto suo, lasciava intendere che era disposto ad andare avanti da solo. Quando ormai tutto sembrava compromesso, il 16 giugno Prodi annunziò che, «per salvare l'Ulivo e il Paese», avrebbe fatto un passo indietro, prendendo atto della decisione della Margherita e rigettando ogni ipotesi di divisione; in compenso egli chiedeva alcune garanzie (le elezioni primarie per la scelta del candidato leader alle elezioni politiche del 2006 e un patto di legislatura), che gli consentissero «di governare e non di regnare». La Direzione della Margherita, il 4 luglio, sanzionò all'unanimità l'intesa.
Si evitò così, in extremis, una scissione che avrebbe avuto, tra l'altro, conseguenze gravi sia sulla tenuta interna dell'Unione, sia sugli stessi equilibri politici. Infatti, da un lato, avrebbe messo in seria difficoltà i DS, che si sarebbero venuti a trovare schiacciati tra Rifondazione Comunista e la eventuale lista Prodi; dall'altro, avrebbe spinto i centristi della FED a incontrarsi con quelli in fuga da Berlusconi e con i nostalgici del «grande Centro», redivivi perché considerano una loro vittoria (ma è proprio così?) l'astensione del 74,5% al referendum in tema di procreazione assistita. La scissione - questa sì - sarebbe dunque stata un «suicidio politico»! Prodi infatti avrebbe perso la leadership del centro-sinistra, né sarebbe stato facile trovare un sostituto a pochi mesi dalle elezioni politiche.
Da qui l'insistenza con cui lo stesso Rutelli ribadì che la scelta della Margherita non metteva affatto in dubbio la FED, né l'Unione, né la leadership del Professore; che anzi era necessario più che mai perseguire il progetto nel quale Prodi e tutti i suoi alleati avevano sempre creduto; lo «strappo» non doveva essere considerato uno stop al cammino unitario dell'Ulivo, ma solo un richiamo realistico alla necessaria gradualità, evitando forzature sul cammino verso il partito unico.
Tuttavia, le assicurazioni di Rutelli non bastano da sole a fugare il dubbio che dietro la crisi di maggio si nascondesse qualche altro disegno; un po' come avviene nella Casa delle Libertà, dove le reiterate affermazioni che «il leader Berlusconi non si tocca» non convincono più nessuno, se è vero - a dire dell'on. Follini e dell'on. Casini - che la stagione «monarchica» e la «leadership carismatica» ormai sono finite. Analogamente, al di là delle rassicurazioni verbali, non si può negare che il «no» della Margherita alla lista unica abbia rappresentato quanto meno un rallentamento nel processo di costruzione dell'Ulivo e un duro colpo alla leadership del Professore. A ragione, perciò, Prodi ribadisce nel messaggio da Creta (2 giugno 2005), che «L'Unione e l'Ulivo sono necessari non solo per vincere le elezioni ma anche, e soprattutto, per poi potere prendere le decisioni di governo necessarie a fare uscire il Paese dalla crisi che esso sta vivendo. L'Unione come titolare del programma di governo per la legislatura. L'Ulivo come soggetto forte che lega più partiti con un patto che si proietta nel tempo, garantendo all'azione di governo forza, continuità e stabilità». E insiste: «Mai ho parlato di partito unico, ma di una federazione di partiti che valorizzi le storie, le culture, il radicamento nella società e nel territorio delle forze che la compongono».
Perciò, lo «strappo» della Margherita è preoccupante soprattutto per il sospetto che esso faccia parte in qualche modo delle grandi manovre in atto nel Paese, in vista della creazione di un «grande Centro». Non è un caso che la riforma della legge elettorale in senso proporzionale oggi sia chiesta con tanta virulenza dai centristi della Casa delle Libertà, stanchi di dover sempre chinare il capo, dopo aver fatto inutilmente fiamme e fuoco, cedendo alle imposizioni di Berlusconi e ai ricatti della Lega. Ma, anche nell'Unione, la vorrebbero molti ex popolari e i partiti minori che mal sopportano un bipolarismo che appiattisce la loro identità e li comprime.
È singolare, perciò, che la crisi dell'Ulivo, a prima vista incomprensibile, divenga invece comprensibile nell'ipotesi di un disegno neocentrista. In questo caso, infatti, i tasselli sembrano ricomporsi. Da un lato, i centristi del centro-destra scuotono la Casa delle Libertà e insidiano la leadership di Berlusconi; dall'altro, i centristi del centro-sinistra frenano il cammino dell'Ulivo e insidiano la leadership di Prodi; nel frattempo, mentre si fanno più frequenti gli ammiccamenti e gli incontri tra i centristi dei due poli, vertici istituzionali e rappresentanti autorevoli del potere economico intervengono a meeting, a convegni e sulla stampa, incoraggiando l'opinione pubblica a riscoprire le vecchie radici del centrismo democristiano, e «atei devoti» ipotizzano apertamente un fecondo connubio tra centrismo e «religione civile», con la connivenza di parte del mondo ecclesiastico. È solo fantapolitica sospettare che queste grandi manovre neocentriste abbiano influito in qualche modo sulla scelta della Margherita?

3. Il compito dei cattolici democratici
A questo punto, occorre fare un discorso chiaro anzitutto ai cattolici democratici, esposti più di altri alla tentazione di un ricongiungimento bipartisan tra i centristi. Se dovesse prevalere il disegno neocentrista, di cui tanto si parla, la prima vittima illustre sarebbe proprio il cattolicesimo democra-tico. Verrebbe meno infatti la forza propulsiva del popolarismo sturziano: cioè, la capacità che esso ha di portare i cattolici democratici a camminare insieme con tutti i «liberi e forti», come già è avvenuto in occasione della nascita dell'Italia democratica, nella elaborazione della Costituzione repubblicana e nella ricostruzione del Paese.
Il dinamismo intrinseco del cattolicesimo democratico spinge a guardare avanti, non indietro. Pertanto, la sfida per i popolari oggi è non di fantasticare intorno a un impossibile «grande Centro», ma di dare un'anima ideale alla compagine ulivista, proseguendo il cammino. Il progetto originario dell'Ulivo è essenzialmente sturziano e rimane sempre valido, anche se - in un contesto culturale e politico profondamente cambiato - la sua attuazione non può più avvenire secondo gli schemi di ieri.
La prima cosa da fare è aprire effettivamente la FED alle associazioni e alla società civile, come vuole lo Statuto: «Alla Federazione possono aderire associazioni a carattere nazionale, costituite da almeno 3 anni e presenti in più della metà delle Regioni italiane, e almeno in un terzo delle Province, che svolgono un'attività riconosciuta» (art. 1). Sta qui la chiave del rinnovamento: il contributo delle associazioni è indispensabile alla realizzazione del progetto originario. Infatti, sono esse che esprimono le esigenze più profonde della società civile, capaci di esercitare una funzione critica nei confronti dei partiti, dando voce alla domanda di Ulivo che è presente nei cittadini, ma mantenendo la propria autonomia. Ora, è proprio questo ruolo di collegamento con il territorio e con la società civile che Sturzo assegnava ai cattolici democratici, all'interno del cammino comune di tutti i «liberi e forti».
In concreto:
a) In primo luogo, occorre coinvolgere attivamente le associazioni nei lavori della «Fabbrica del Programma», voluta da Prodi. Non bastano i «girotondi». Ci vogliono proposte concrete sui temi fondamentali (il rilancio dell'economia, l'occupazione, le tasse, i servizi pubblici, le pensioni, l'istruzione, la salute). È questo il modo di riavvicinare la società alla politica. Non basta che le segreterie dei partiti scrivano un programma a tavolino e lo facciano piovere dall'alto. Solo un programma elaborato insieme anche dalla base dei partiti e dalle associazioni, potrà essere favorevolmente accolto e rafforzare la coesione interna dell'Unione.
b) In secondo luogo, bisognerà che il richiamo all'Ulivo sia presente anche nel simbolo di quei partiti che presentano liste proprie nella quota proporzionale. È importante - come ha ribadito Prodi all'Ufficio di Presidenza della FED (25 maggio 2005) - che non scompaia «un simbolo che gli italiani hanno imparato a conoscere e ad amare»; «È una scelta non organizzativa, ma politica», che deve valere per tutti: per l'Unione, per la FED e per altri del centro-sinistra che presenteranno una lista propria.
c) In terzo luogo, occorre cogliere l'occasione delle Primarie (fissate per il 15 e 16 ottobre 2005) per aprirsi alla partecipazione attiva delle realtà associative più vivaci, radicate nel territorio e rappresentative, dotate di una vita interna autenticamente democratica. Per questo bisognerà che le Primarie si svolgano secondo regole certe e chiare, coscienti che con esse si decide non solo la leadership dell'Unione, ma anche la prosecuzione del progetto politico dell'Ulivo. È importante dunque che, dopo le Primarie, tutti i partner dell'Unione firmino un «patto di legislatura», con il quale si impegnino a sostenere il leader per l'intera legislatura.
d) Infine, ci vorrebbe un gesto «profetico». Per esempio, perché non affidare alle associazioni il compito di proporre e sostenere candidati ulivisti in un certo numero di collegi a rischio, nei quali nessuno ama presentarsi? Affrontare per motivi ideali «battaglie impossibili» genera slancio ed entusiasmo e, in caso di vittoria, serve a immettere energie nuove e dinamiche nella vita politica.
In conclusione, un serio impegno dei cattolici democratici (e di tutti i riformisti) su questi punti è necessario, affinché l'Unione si prepari ad assumere il Governo e, dopo i disastri del berlusconismo, guidi finalmente l'Italia verso una matura democrazia dell'alternanza, senza cedere a tentazioni neocentriste, prive di futuro.