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Il 26 febbraio 2005, al teatro Brancaccio di Roma, in un clima di
festa e di entusiasmo, nasceva la Federazione dell'Ulivo (FED).
I segretari di quattro partiti - Democratici di Sinistra, Margherita,
Socialisti Democratici Italiani e Repubblicani Europei - firmavano
solennemente lo Statuto del nuovo soggetto politico. Era l'approdo
di un lungo cammino, durato dieci anni.
Come è potuto accadere che neppure tre mesi più tardi,
e dopo la schiacciante vittoria alle elezioni regionali del 3-4 aprile,
si sia aperta nell'Ulivo una crisi gravissima? A prima vista,
essa appare incomprensibile. Pertanto anche noi ci chiediamo, con
l'opinione pubblica: 1) è stata una vera crisi? 2) oppure
ci sta dietro qualcos'altro? 3) qual è il compito dei
cattolici democratici?
1. È stata una vera crisi?
Per cogliere il senso di quanto è accaduto, occorre tener presenti
le due fasi principali del cammino decennale dell'Ulivo.
La prima fase va dalla sua nascita nel 1995 alla nascita della Margherita
nel 2002. Quando dieci anni fa Romano Prodi scese in campo, lo scopo
della sua iniziativa fu subito chiaro: realizzare l'unione dei
riformisti in un soggetto politico nuovo, innovando anche la vecchia
forma partito, superata dopo il declino delle ideologie e dopo il
terremoto di Tangentopoli. Questa idea, maturata in un contesto caratterizzato
dalla crisi del vecchio sistema partitico e dal bisogno di cercare
strade nuove per rinnovare la politica, trovò largo consenso,
al punto che l'Ulivo vinse le elezioni politiche del 1996, riuscendo
(con alterne vicende) a governare per tutta la XIII Legislatura (1996-2001).
Il limite di questa prima fase però fu che l'Ulivo nacque
soprattutto come coalizione elettorale, priva di quella omogeneità
culturale e programmatica tra i partner, che sola può garantire
la stabilità dell'Esecutivo. Rifondazione Comunista,
che aveva aderito alla coalizione solo con un «patto di desistenza»
per vincere le elezioni, non esitò, nel 1998, a far cadere
il Governo Prodi.
Edotto da questa esperienza, l'Ulivo, dopo aver perso le elezioni
politiche del 2001, non si limitò a condurre una dura opposizione
al Governo Berlusconi, ma intraprese un cammino di consolidamento
interno, per trasformarsi da coalizione elettorale in soggetto politico
unitario con un programma coraggioso, ispirato a valori condivisi
dalle diverse tradizioni del riformismo italiano (cattolico-democratici,
social-democratici, liberal-democratici e ambientalisti).
Un frutto importante di questo sforzo fu la nascita di «Democrazia
è Libertà - La Margherita» (Parma, 22 marzo
2002), in cui confluirono (dopo essersi sciolti) tre partiti del centro-sinistra:
Popolari, Democratici e Rinnovamento Italiano.
La seconda fase della vicenda decennale dell'Ulivo ebbe invece
la sua svolta più significativa quando Prodi propose ai partner
del centro-sinistra di presentarsi alle elezioni europee del giugno
2004 con una lista unica («Uniti nell'Ulivo per l'Europa»).
Accettarono quattro partiti: DS (Democratici di Sinistra), Margherita,
SDI (Socialisti Democratici Italiani) e Repubblicani Europei; rimasero
fuori invece gli altri partiti del centro-sinistra: Verdi, Comunisti
Italiani, Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, UDEUR (Unione
Democratici per l'Europa). Nelle elezioni europee del 12-13
giugno 2004 la lista «Uniti per l'Ulivo», pur senza
sfondare, fu votata da quasi un terzo dell'elettorato, raccogliendo
oltre 10 milioni di voti (31,1% dei suffragi).
In una «lettera aperta», all'indomani di quelle
elezioni (cfr la Repubblica, 15 giugno 2004), Romano Prodi insistette
sulla necessità di dare continuità all'esperienza
positiva della «lista unitaria», proponendo un'Assemblea
costituente, che portasse i partiti della lista «Uniti nell'Ulivo»
a stringere tra di loro (e con altri che volessero) un patto federativo.
Ciò avvenne - appunto - il 26 febbraio 2005 con
la nascita della «Federazione dell'Ulivo» (FED).
Il patto federativo, quindi, consentì all'Ulivo di superare
la fase di mera coalizione elettorale; tuttavia, fu un errore circoscrivere
il patto alle segreterie dei partiti, senza avere il coraggio (o la
volontà) di aprire realmente la Federazione alle associazioni,
ai movimenti e alle altre realtà della società civile,
come prevedeva l'art. 1 dello Statuto. Questo limite si sarebbe
rivelato un boomerang. Infatti, i partiti che oggi hanno aderito alla
FED sono molto cambiati rispetto a quando diedero vita all'Ulivo
nel 1995; dieci anni fa erano tutti in crisi, oggi in certa misura
sono rinati e irrobustiti dalla logica del sistema bipolare. Quindi,
mentre l'adesione al primo Ulivo venne favorita dal fatto che
i partiti allora, sentendosi deboli, erano preoccupati soprattutto
di vincere le elezioni, oggi invece essi avvertono maggiormente il
bisogno di unirsi sui valori e sul programma, senza però rinunciare
alla propria identità. Unione, sì, ma nel rispetto delle
diversità.
Ciò spiega perché quando Prodi - forte della vittoria
nelle elezioni regionali del 3-4 aprile 2005 - propose ai partiti
della FED di presentarsi con una lista unica alle elezioni politiche
del 2006, scoppiò la «crisi»: il 19 maggio, l'assemblea
federale della Margherita approvò con 224 sì, 58 no
e 16 astenuti la linea di Francesco Rutelli, contraria all'ipotesi
della lista unica e favorevole invece a presentare il proprio simbolo
nella quota proporzionale della Camera.
Questa scelta fu motivata ufficialmente con la necessità di
intercettare i voti centristi in fuga dalla Casa delle Libertà,
che difficilmente andrebbero a una lista unica, come era già
apparso nelle elezioni regionali del 2005. Infatti, nelle 5 Regioni
dove il 3-4 aprile 2005 la Margherita si era presentata con il proprio
simbolo, i voti ottenuti dal centro-sinistra furono molti di più
che nelle altre 9 Regioni dove la Margherita si era presentata nella
lista unitaria. Questa non è una novità: è assodato
infatti che quando i partiti si presentano ciascuno col proprio simbolo,
raccolgono più voti di quando si presentano uniti in una sola
lista. Tuttavia, accanto a questa prima ragione ufficiale, se ne aggiunse
un'altra: lo «strappo» della Margherita sarebbe
stato causato anche dal timore che la lista unica favorisse l'egemonia
dei DS, i quali - agendo da ago della bilancia tra i centristi
della Margherita e i neo-comunisti di Rifondazione - punterebbero
ad avere un ruolo predominante per spostare più a sinistra
l'asse dell'Unione (così ormai si chiama il centro-sinistra,
dalle elezioni regionali del 2005). Infine, si addusse una terza ragione:
i centristi della Margherita vedevano nella lista unitaria una «forzatura»
in direzione del partito unico, tuttora ritenuto prematuro e lesivo
delle singole identità.
Ora, queste ragioni da sole non bastano certo a spiegare né
la dura reazione di Prodi, che parlò di «suicidio politico»,
né la ipotesi subito evocata di una «scissione».
Che senso aveva parlare di «suicidio» e di «scissione»,
se la Margherita chiedeva soltanto che all'interno della FED
si evitasse l'appiattimento delle diverse identità, non
venisse meno la dialettica fra tradizioni politiche diverse (sempre
utile) e si scongiurasse il pericolo di una leadership di tipo berlusconiano?
Rimaneva dunque il sospetto che dietro al «no» alla lista
unica si nascondesse qualcos'altro.
2. Che altro c'era dietro?
A causa dello «strappo» del 19 maggio, la Margherita si
trovò a un passo dalla scissione: i «prodiani»
erano decisi a dare vita a un partito del Premier; il quale, dal canto
suo, lasciava intendere che era disposto ad andare avanti da solo.
Quando ormai tutto sembrava compromesso, il 16 giugno Prodi annunziò
che, «per salvare l'Ulivo e il Paese», avrebbe fatto
un passo indietro, prendendo atto della decisione della Margherita
e rigettando ogni ipotesi di divisione; in compenso egli chiedeva
alcune garanzie (le elezioni primarie per la scelta del candidato
leader alle elezioni politiche del 2006 e un patto di legislatura),
che gli consentissero «di governare e non di regnare».
La Direzione della Margherita, il 4 luglio, sanzionò all'unanimità
l'intesa.
Si evitò così, in extremis, una scissione che avrebbe
avuto, tra l'altro, conseguenze gravi sia sulla tenuta interna
dell'Unione, sia sugli stessi equilibri politici. Infatti, da
un lato, avrebbe messo in seria difficoltà i DS, che si sarebbero
venuti a trovare schiacciati tra Rifondazione Comunista e la eventuale
lista Prodi; dall'altro, avrebbe spinto i centristi della FED
a incontrarsi con quelli in fuga da Berlusconi e con i nostalgici
del «grande Centro», redivivi perché considerano
una loro vittoria (ma è proprio così?) l'astensione
del 74,5% al referendum in tema di procreazione assistita. La scissione
- questa sì - sarebbe dunque stata un «suicidio
politico»! Prodi infatti avrebbe perso la leadership del centro-sinistra,
né sarebbe stato facile trovare un sostituto a pochi mesi dalle
elezioni politiche.
Da qui l'insistenza con cui lo stesso Rutelli ribadì
che la scelta della Margherita non metteva affatto in dubbio la FED,
né l'Unione, né la leadership del Professore;
che anzi era necessario più che mai perseguire il progetto
nel quale Prodi e tutti i suoi alleati avevano sempre creduto; lo
«strappo» non doveva essere considerato uno stop al cammino
unitario dell'Ulivo, ma solo un richiamo realistico alla necessaria
gradualità, evitando forzature sul cammino verso il partito
unico.
Tuttavia, le assicurazioni di Rutelli non bastano da sole a fugare
il dubbio che dietro la crisi di maggio si nascondesse qualche altro
disegno; un po' come avviene nella Casa delle Libertà,
dove le reiterate affermazioni che «il leader Berlusconi non
si tocca» non convincono più nessuno, se è vero
- a dire dell'on. Follini e dell'on. Casini -
che la stagione «monarchica» e la «leadership carismatica»
ormai sono finite. Analogamente, al di là delle rassicurazioni
verbali, non si può negare che il «no» della Margherita
alla lista unica abbia rappresentato quanto meno un rallentamento
nel processo di costruzione dell'Ulivo e un duro colpo alla
leadership del Professore. A ragione, perciò, Prodi ribadisce
nel messaggio da Creta (2 giugno 2005), che «L'Unione
e l'Ulivo sono necessari non solo per vincere le elezioni ma
anche, e soprattutto, per poi potere prendere le decisioni di governo
necessarie a fare uscire il Paese dalla crisi che esso sta vivendo.
L'Unione come titolare del programma di governo per la legislatura.
L'Ulivo come soggetto forte che lega più partiti con
un patto che si proietta nel tempo, garantendo all'azione di
governo forza, continuità e stabilità». E insiste:
«Mai ho parlato di partito unico, ma di una federazione di partiti
che valorizzi le storie, le culture, il radicamento nella società
e nel territorio delle forze che la compongono».
Perciò, lo «strappo» della Margherita è
preoccupante soprattutto per il sospetto che esso faccia parte in
qualche modo delle grandi manovre in atto nel Paese, in vista della
creazione di un «grande Centro». Non è un caso
che la riforma della legge elettorale in senso proporzionale oggi
sia chiesta con tanta virulenza dai centristi della Casa delle Libertà,
stanchi di dover sempre chinare il capo, dopo aver fatto inutilmente
fiamme e fuoco, cedendo alle imposizioni di Berlusconi e ai ricatti
della Lega. Ma, anche nell'Unione, la vorrebbero molti ex popolari
e i partiti minori che mal sopportano un bipolarismo che appiattisce
la loro identità e li comprime.
È singolare, perciò, che la crisi dell'Ulivo,
a prima vista incomprensibile, divenga invece comprensibile nell'ipotesi
di un disegno neocentrista. In questo caso, infatti, i tasselli sembrano
ricomporsi. Da un lato, i centristi del centro-destra scuotono la
Casa delle Libertà e insidiano la leadership di Berlusconi;
dall'altro, i centristi del centro-sinistra frenano il cammino
dell'Ulivo e insidiano la leadership di Prodi; nel frattempo,
mentre si fanno più frequenti gli ammiccamenti e gli incontri
tra i centristi dei due poli, vertici istituzionali e rappresentanti
autorevoli del potere economico intervengono a meeting, a convegni
e sulla stampa, incoraggiando l'opinione pubblica a riscoprire
le vecchie radici del centrismo democristiano, e «atei devoti»
ipotizzano apertamente un fecondo connubio tra centrismo e «religione
civile», con la connivenza di parte del mondo ecclesiastico.
È solo fantapolitica sospettare che queste grandi manovre neocentriste
abbiano influito in qualche modo sulla scelta della Margherita?
3. Il compito dei cattolici democratici
A questo punto, occorre fare un discorso chiaro anzitutto ai cattolici
democratici, esposti più di altri alla tentazione di un ricongiungimento
bipartisan tra i centristi. Se dovesse prevalere il disegno neocentrista,
di cui tanto si parla, la prima vittima illustre sarebbe proprio il
cattolicesimo democra-tico. Verrebbe meno infatti la forza propulsiva
del popolarismo sturziano: cioè, la capacità che esso
ha di portare i cattolici democratici a camminare insieme con tutti
i «liberi e forti», come già è avvenuto
in occasione della nascita dell'Italia democratica, nella elaborazione
della Costituzione repubblicana e nella ricostruzione del Paese.
Il dinamismo intrinseco del cattolicesimo democratico spinge a guardare
avanti, non indietro. Pertanto, la sfida per i popolari oggi è
non di fantasticare intorno a un impossibile «grande Centro»,
ma di dare un'anima ideale alla compagine ulivista, proseguendo
il cammino. Il progetto originario dell'Ulivo è essenzialmente
sturziano e rimane sempre valido, anche se - in un contesto
culturale e politico profondamente cambiato - la sua attuazione
non può più avvenire secondo gli schemi di ieri.
La prima cosa da fare è aprire effettivamente la FED alle associazioni
e alla società civile, come vuole lo Statuto: «Alla Federazione
possono aderire associazioni a carattere nazionale, costituite da
almeno 3 anni e presenti in più della metà delle Regioni
italiane, e almeno in un terzo delle Province, che svolgono un'attività
riconosciuta» (art. 1). Sta qui la chiave del rinnovamento:
il contributo delle associazioni è indispensabile alla realizzazione
del progetto originario. Infatti, sono esse che esprimono le esigenze
più profonde della società civile, capaci di esercitare
una funzione critica nei confronti dei partiti, dando voce alla domanda
di Ulivo che è presente nei cittadini, ma mantenendo la propria
autonomia. Ora, è proprio questo ruolo di collegamento con
il territorio e con la società civile che Sturzo assegnava
ai cattolici democratici, all'interno del cammino comune di
tutti i «liberi e forti».
In concreto:
a) In primo luogo, occorre coinvolgere attivamente le associazioni
nei lavori della «Fabbrica del Programma», voluta da Prodi.
Non bastano i «girotondi». Ci vogliono proposte concrete
sui temi fondamentali (il rilancio dell'economia, l'occupazione,
le tasse, i servizi pubblici, le pensioni, l'istruzione, la
salute). È questo il modo di riavvicinare la società
alla politica. Non basta che le segreterie dei partiti scrivano un
programma a tavolino e lo facciano piovere dall'alto. Solo un
programma elaborato insieme anche dalla base dei partiti e dalle associazioni,
potrà essere favorevolmente accolto e rafforzare la coesione
interna dell'Unione.
b) In secondo luogo, bisognerà che il richiamo all'Ulivo
sia presente anche nel simbolo di quei partiti che presentano liste
proprie nella quota proporzionale. È importante - come
ha ribadito Prodi all'Ufficio di Presidenza della FED (25 maggio
2005) - che non scompaia «un simbolo che gli italiani
hanno imparato a conoscere e ad amare»; «È una
scelta non organizzativa, ma politica», che deve valere per
tutti: per l'Unione, per la FED e per altri del centro-sinistra
che presenteranno una lista propria.
c) In terzo luogo, occorre cogliere l'occasione delle Primarie
(fissate per il 15 e 16 ottobre 2005) per aprirsi alla partecipazione
attiva delle realtà associative più vivaci, radicate
nel territorio e rappresentative, dotate di una vita interna autenticamente
democratica. Per questo bisognerà che le Primarie si svolgano
secondo regole certe e chiare, coscienti che con esse si decide non
solo la leadership dell'Unione, ma anche la prosecuzione del
progetto politico dell'Ulivo. È importante dunque che,
dopo le Primarie, tutti i partner dell'Unione firmino un «patto
di legislatura», con il quale si impegnino a sostenere il leader
per l'intera legislatura.
d) Infine, ci vorrebbe un gesto «profetico». Per esempio,
perché non affidare alle associazioni il compito di proporre
e sostenere candidati ulivisti in un certo numero di collegi a rischio,
nei quali nessuno ama presentarsi? Affrontare per motivi ideali «battaglie
impossibili» genera slancio ed entusiasmo e, in caso di vittoria,
serve a immettere energie nuove e dinamiche nella vita politica.
In conclusione, un serio impegno dei cattolici democratici (e di tutti
i riformisti) su questi punti è necessario, affinché
l'Unione si prepari ad assumere il Governo e, dopo i disastri
del berlusconismo, guidi finalmente l'Italia verso una matura
democrazia dell'alternanza, senza cedere a tentazioni neocentriste,
prive di futuro.
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