Lessico oggi - luglio-agosto 2005

Debito ecologico

Giusi Tumminelli
Dottore di Ricerca in Sociologia, Territorio e Sviluppo rurale
nell'Università di Palermo

 


Per «debito ecologico» si intende l'insieme delle responsabilità attribuibili ai Paesi industrializzati nei confronti dei Paesi «in via di sviluppo», relative allo sfruttamento (passato e presente) delle risorse naturali, ai danni causati all'ambiente e all'occupazione gratuita dello spazio in cui vengono depositati i rifiuti.
Considerazioni storiche, sociali ed economiche sono alla base della definizione di debito ecologico. È opportuno ricordare che lo squilibrio di natura economica esistente tra i diversi territori ha portato a una generica suddivisione del mondo tra Nord e Sud. Essa sembra corrispondere ai due emisferi che geograficamente compongono il pianeta, mentre in realtà indica una divisione economica e sociale che vede nel Nord una struttura economica molto potente, dotata di tecnologie avanzate, servizi e benessere; e nel Sud una struttura economica e sociale debole.

Una presa di coscienza
Anche se l'origine del debito ecologico dei Paesi del Nord nei confronti di quelli del Sud può essere ricondotta al periodo coloniale, il suo riconoscimento è piuttosto recente. Nel 1990 l'Istituto di Ecologia Politica del Cile (IEP) pubblicò un rapporto nel quale veniva evidenziato come la produzione da parte dei Paesi industrializzati di CFC (clorofluorocarburi, gas responsabili dei cambiamenti climatici) provocasse la riduzione del filtro di protezione dalle radiazioni solari, causando danni agli animali e tumori della pelle nell'uomo, e producendo pertanto un «debito ecologico».
Nel 1992, al Vertice della Terra di Rio de Janeiro, gli ecologisti approvarono un documento nel quale veniva stabilita una relazione tra il debito estero, che grava sui Paesi del Sud nei confronti di quelli del Nord, e il debito ecologico, che i Paesi del Nord hanno contratto con quelli del Sud. Nel 1999 a Johannesburg fu lanciata la prima campagna internazionale per il riconoscimento e la restituzione del debito ecologico e nel 2000 a Praga nacque la SPEDCA (Southern People Ecological Debt Creditors Alliance), l'alleanza dei popoli del Sud creditori del debito ecologico, alla quale aderirono diverse organizzazioni. A sostegno della SPEDCA fu creata nel 2003, in occasione del Forum Sociale Europeo di Parigi, la ENRED (European Network for the Recognition of the Ecological Debt). Gli obiettivi che si propone questo movimento di associazioni e di cittadini vanno nella direzione di un riconoscimento del debito ecologico e di una riduzione di quello futuro attraverso azioni di sensibilizzazione tese a modificare gli stili di vita, anch'essi responsabili del debito.
La ricerca costante di una crescita della produzione ha portato a stabilire relazioni tra gli Stati basate su dinamiche di potere e di sfruttamento. Viene così messo in crisi l'ecosistema-Terra, nel quale tutti gli elementi non sono isolati tra di loro, ma interagiscono, creando uno stretto equilibrio tra le varie parti del sistema. Quanto più il Nord acquista il ruolo di consumatore mondiale, tanto più il Sud risulta relegato al ruolo di fornitore di materie prime e di lavoro a basso costo. Lo sfruttamento nel periodo coloniale era esercitato direttamente attraverso il dominio politico-militare; nel periodo del neocolonialismo esso avviene prevalentemente attraverso dinamiche di tipo economico. Si determina così uno squilibrio planetario nell'ecosistema-Terra, nei rapporti produzione-consumo e nell'impatto sull'ambiente, come emerge dalla relazione con il concetto di «impronta ecologica».
Questo nuovo metodo di misurazione indica la superficie produttiva di terreni agricoli, pascoli, foreste, zone di pesca e tutte le aree richieste per sostenere la popolazione in termini di prelievo di risorse e di smaltimento di rifiuti prodotti. Il criterio classico per valutare la sostenibilità, legato al calcolo della «capacità di carico», cioè a quanto carico umano un habitat può sostenere, è così sostituito da un criterio che considera quanto territorio (terra, aria, acqua) sia necessario per reggere un carico umano, cioè quale sia l'«impronta ecologica» che una popolazione imprime sulla biosfera.

Forme di debito ecologico
Esistono quattro principali forme di debito ecologico.
La prima è il «debito di carbonio», contratto attraverso le emissioni di gas a effetto serra, come l'anidride carbonica, il metano o l'ossido nitroso, che determinano l'inquinamento dell'atmosfera con conseguenti cambiamenti climatici come l'aumento della temperatura media del pianeta. A tale aumento consegue un innalzamento dei livelli della superficie marina. Le emissioni di gas, rilasciate dai Paesi industrializzati, hanno determinato nel tempo la riduzione della fascia d'ozono e incrementato l'effetto serra.
Il cambiamento climatico è divenuto uno degli argomenti centrali delle politiche internazionali grazie al Protocollo di Kyoto firmato nel 1997, nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005. Con tale Protocollo, sia i Paesi industrializzati sia i Paesi in transizione (ex-comunisti) si impegnano a ridurre entro il 2012 le principali emissioni dei diversi gas a effetto serra almeno del 5% rispetto al 1990.
Le quote di tali emissioni possono essere commercializzate tra i Paesi attraverso il ricorso a meccanismi di flessibilità. Con un primo strumento, chiamato Joint Implementation e relativo alla «attuazione congiunta di obblighi individuali», i Paesi che in gruppo decidono di collaborare per il raggiungimento degli obiettivi possono accordarsi su una loro diversa distribuzione acquistando i cosiddetti «diritti di emissione» dei gas; anche con il Clean Development Mechanism, il «meccanismo di sviluppo pulito», si cerca di favorire la collaborazione internazionale attraverso l'adozione di progetti congiunti, allo scopo di avviare processi di sviluppo socio-economico e industriale trasferendo tecnologie e know-how tra i diversi Paesi, nel quadro dello sviluppo sostenibile; infine, con l'Emission Trading, è possibile acquistare i diritti di emissione di un altro Paese o trasferire i propri diritti di emissione. In questo caso, se un Paese riesce a ridurre le proprie emissioni oltre la quota assegnata, potrà vendere la rimanente parte delle sue emissioni a un altro Paese che non è riuscito a raggiungere l'obiettivo di riduzione previsto.
Una seconda forma di debito ecologico è la «biopirateria», che riguarda l'appropriazione di conoscenze tradizionali legate alle sementi o alle piante medicinali che si trovano per lo più nella zona intertropicale e che sono ampiamente saccheggiate dai Paesi del Nord a vantaggio dell'industria agroalimentare e di altri laboratori. In base alla Convenzione sulla Biodiversità, emanata nel 1992 al Vertice della Terra di Rio e oggi sottoscrittta da 168 Paesi, si afferma che i diritti sulla biodiversità e sulle risorse genetiche vengono assegnati alle nazioni nei cui territori è presente la ricchezza biologica. Da ciò deriva la legittima richiesta dei diritti sullo sfruttamento di tali risorse, finora attuato a esclusivo vantaggio dei Paesi industrializzati. Ci si muove nell'ottica della redistribuzione equa dei benefici provenienti dalle risorse genetiche, assegnando ai Governi nazionali il compito di regolare, attraverso norme, l'interazione commerciale tra i gruppi locali e le imprese private interessate all'acquisto dei diritti.
Il «passivo ambientale» è il debito contratto in seguito ai danni prodotti all'ambiente, in termini di inquinamento dell'aria, dell'acqua, del suolo e di degrado delle risorse e degli ecosistemi durante lo svolgimento delle attività di un'impresa o per incidenti improvvisi, come nel caso dell'estrazione e del trasporto di petrolio.
Una quarta forma di debito ecologico è quella legata all'esportazione di rifiuti tossici dai Paesi più industrializzati verso i Paesi più poveri. Il commercio libero dei rifiuti ha prodotto la loro esportazione in questi Paesi, che, in cambio di un modesto beneficio economico, accettano rifiuti il cui trattamento o stoccaggio avrebbe costi molto più elevati nei Paesi industrializzati. Il controllo sul trasporto di rifiuti pericolosi e sul loro smaltimento è stato oggetto della Convenzione di Basilea adottata nel 1989, entrata in vigore nel 1992 e ratificata da 149 Paesi. L'obiettivo della Convenzione è quello di evitare questi trasporti. Ma nonostante tali accordi, il problema dello smaltimento non è stato risolto, se si pensa, ad esempio, allo smantellamento delle navi che viene spesso effettuato in Paesi poveri dove gli standard ambientali sono più flessibili e i costi della manodopera inferiori, o al fatto che i residui elettronici ed elettrici non sono stati inseriti come rifiuti pericolosi nel testo della Convenzione.

Debito ecologico e debito estero
Quantificare il debito ecologico rappresenta un'operazione complessa, ma teoricamente possibile, quando i danni ambientali non sono irreversibili. I costi di bonifiche, operazioni di riassetto del territorio o di ripristino di risorse eccessivamente sfruttate, possono essere calcolati in termini monetari in modo da definire le condizioni di risarcimento da parte dei responsabili. Misurare l'entità del debito ecologico allo stesso modo in cui si quantificano i debiti finanziari del Sud del mondo consente utili raffronti.
Un esempio è dato dall'inquinamento atmosferico con il quale i Paesi industrializzati contraggono un «debito di carbonio». Secondo Andrew Simms, direttore della New Economics Foundation (NEF), occorre partire dalla premessa che nessuno è proprietario dell'atmosfera, poiché essa è per antonomasia il «bene pubblico globale». Pertanto, tutti gli esseri umani avrebbero un uguale diritto di usufruirne e, allo stesso tempo, un uguale diritto di inquinarla. Dopo avere stabilito i livelli massimi di inquinamento sopportabile dall'atmosfera, sarebbe possibile calcolare quanto carburante fossile ciascun individuo può complessivamente consumare; superata tale soglia, egli accumulerebbe un debito ecologico.
Nei Paesi industrializzati lo sviluppo economico e l'uso di combustibili fossili seguono analoghi ritmi di crescita. È possibile perciò misurare quanto la crescita economica dipenda dall'uso di queste risorse non rinnovabili. Secondo Simms, negli anni Novanta il valore della produzione economica dei Paesi del G7, costruita su tale crescente debito di carbonio, sarebbe stata di circa 13-15mila miliardi di dollari USA all'anno. Nello stesso tempo i Paesi indebitati finanziariamente avevano un credito di carbonio valutabile intorno al triplo dei loro debito estero. Tuttavia, mentre quest'ultimo è riconosciuto dalla comunità economica e politica internazionale, il debito ecologico è solo rivendicato da organizzazioni e gruppi della società civile.
Ad aggravare la situazione si aggiunge il fatto che spesso i Paesi poveri sono indotti a pagare gli interessi sul loro debito ricorrendo a un sovrasfruttamento delle risorse naturali fino a ritmi insostenibili. I tempi di rigenerazione di tali risorse non possono stare al passo con la crescita degli interessi del debito. Oltre a tali pagamenti, spesso effettuati a scapito della spesa sociale per l'istruzione e la sanità, gravano sui più poveri anche gli «interessi» sul debito ecologico, dal momento che il 96% delle morti dovute a disastri naturali causati dall'effetto serra avviene nei Paesi in via di sviluppo.
Sarebbe auspicabile che la politica dei Paesi più industrializzati rendesse concreto il concetto di sostenibilità in tema di sviluppo e di sfruttamento delle risorse naturali (cfr TINTORI C., «Sviluppo sostenibile», in Aggiornamenti Sociali, 12 [2004] 817-820). Affinché non resti un vuoto concetto retorico, una visione del cambiamento dovrebbe ruotare attorno a tre cardini: occorre avere la consapevolezza che le risorse naturali e le capacità di assorbimento dei rifiuti da parte dell'ecosistema-Terra sono limitate; è fondamentale applicare il principio di equità nell'uso delle risorse e dei «servizi» ambientali; è necessario riconoscere il debito ecologico che i Paesi ricchi hanno contratto con i Paesi in via di sviluppo ed evitare un suo incremento.