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Per «debito ecologico» si intende l'insieme delle
responsabilità attribuibili ai Paesi industrializzati nei confronti
dei Paesi «in via di sviluppo», relative allo sfruttamento
(passato e presente) delle risorse naturali, ai danni causati all'ambiente
e all'occupazione gratuita dello spazio in cui vengono depositati
i rifiuti.
Considerazioni storiche, sociali ed economiche sono alla base della
definizione di debito ecologico. È opportuno ricordare che
lo squilibrio di natura economica esistente tra i diversi territori
ha portato a una generica suddivisione del mondo tra Nord e Sud. Essa
sembra corrispondere ai due emisferi che geograficamente compongono
il pianeta, mentre in realtà indica una divisione economica
e sociale che vede nel Nord una struttura economica molto potente,
dotata di tecnologie avanzate, servizi e benessere; e nel Sud una
struttura economica e sociale debole.
Una presa di coscienza
Anche se l'origine del debito ecologico dei Paesi del Nord nei
confronti di quelli del Sud può essere ricondotta al periodo
coloniale, il suo riconoscimento è piuttosto recente. Nel 1990
l'Istituto di Ecologia Politica del Cile (IEP) pubblicò
un rapporto nel quale veniva evidenziato come la produzione da parte
dei Paesi industrializzati di CFC (clorofluorocarburi, gas responsabili
dei cambiamenti climatici) provocasse la riduzione del filtro di protezione
dalle radiazioni solari, causando danni agli animali e tumori della
pelle nell'uomo, e producendo pertanto un «debito ecologico».
Nel 1992, al Vertice della Terra di Rio de Janeiro, gli ecologisti
approvarono un documento nel quale veniva stabilita una relazione
tra il debito estero, che grava sui Paesi del Sud nei confronti di
quelli del Nord, e il debito ecologico, che i Paesi del Nord hanno
contratto con quelli del Sud. Nel 1999 a Johannesburg fu lanciata
la prima campagna internazionale per il riconoscimento e la restituzione
del debito ecologico e nel 2000 a Praga nacque la SPEDCA (Southern
People Ecological Debt Creditors Alliance), l'alleanza dei popoli
del Sud creditori del debito ecologico, alla quale aderirono diverse
organizzazioni. A sostegno della SPEDCA fu creata nel 2003, in occasione
del Forum Sociale Europeo di Parigi, la ENRED (European Network for
the Recognition of the Ecological Debt). Gli obiettivi che si propone
questo movimento di associazioni e di cittadini vanno nella direzione
di un riconoscimento del debito ecologico e di una riduzione di quello
futuro attraverso azioni di sensibilizzazione tese a modificare gli
stili di vita, anch'essi responsabili del debito.
La ricerca costante di una crescita della produzione ha portato a
stabilire relazioni tra gli Stati basate su dinamiche di potere e
di sfruttamento. Viene così messo in crisi l'ecosistema-Terra,
nel quale tutti gli elementi non sono isolati tra di loro, ma interagiscono,
creando uno stretto equilibrio tra le varie parti del sistema. Quanto
più il Nord acquista il ruolo di consumatore mondiale, tanto
più il Sud risulta relegato al ruolo di fornitore di materie
prime e di lavoro a basso costo. Lo sfruttamento nel periodo coloniale
era esercitato direttamente attraverso il dominio politico-militare;
nel periodo del neocolonialismo esso avviene prevalentemente attraverso
dinamiche di tipo economico. Si determina così uno squilibrio
planetario nell'ecosistema-Terra, nei rapporti produzione-consumo
e nell'impatto sull'ambiente, come emerge dalla relazione
con il concetto di «impronta ecologica».
Questo nuovo metodo di misurazione indica la superficie produttiva
di terreni agricoli, pascoli, foreste, zone di pesca e tutte le aree
richieste per sostenere la popolazione in termini di prelievo di risorse
e di smaltimento di rifiuti prodotti. Il criterio classico per valutare
la sostenibilità, legato al calcolo della «capacità
di carico», cioè a quanto carico umano un habitat
può sostenere, è così sostituito da un criterio
che considera quanto territorio (terra, aria, acqua) sia necessario
per reggere un carico umano, cioè quale sia l'«impronta
ecologica» che una popolazione imprime sulla biosfera.
Forme di debito ecologico
Esistono quattro principali forme di debito ecologico.
La prima è il «debito di carbonio», contratto attraverso
le emissioni di gas a effetto serra, come l'anidride carbonica,
il metano o l'ossido nitroso, che determinano l'inquinamento
dell'atmosfera con conseguenti cambiamenti climatici come l'aumento
della temperatura media del pianeta. A tale aumento consegue un innalzamento
dei livelli della superficie marina. Le emissioni di gas, rilasciate
dai Paesi industrializzati, hanno determinato nel tempo la riduzione
della fascia d'ozono e incrementato l'effetto serra.
Il cambiamento climatico è divenuto uno degli argomenti centrali
delle politiche internazionali grazie al Protocollo di Kyoto firmato
nel 1997, nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici, ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005. Con tale Protocollo,
sia i Paesi industrializzati sia i Paesi in transizione (ex-comunisti)
si impegnano a ridurre entro il 2012 le principali emissioni dei diversi
gas a effetto serra almeno del 5% rispetto al 1990.
Le quote di tali emissioni possono essere commercializzate tra i Paesi
attraverso il ricorso a meccanismi di flessibilità. Con un
primo strumento, chiamato Joint Implementation e relativo alla «attuazione
congiunta di obblighi individuali», i Paesi che in gruppo decidono
di collaborare per il raggiungimento degli obiettivi possono accordarsi
su una loro diversa distribuzione acquistando i cosiddetti «diritti
di emissione» dei gas; anche con il Clean Development Mechanism,
il «meccanismo di sviluppo pulito», si cerca di favorire
la collaborazione internazionale attraverso l'adozione di progetti
congiunti, allo scopo di avviare processi di sviluppo socio-economico
e industriale trasferendo tecnologie e know-how tra i diversi Paesi,
nel quadro dello sviluppo sostenibile; infine, con l'Emission
Trading, è possibile acquistare i diritti di emissione di un
altro Paese o trasferire i propri diritti di emissione. In questo
caso, se un Paese riesce a ridurre le proprie emissioni oltre la quota
assegnata, potrà vendere la rimanente parte delle sue emissioni
a un altro Paese che non è riuscito a raggiungere l'obiettivo
di riduzione previsto.
Una seconda forma di debito ecologico è la «biopirateria»,
che riguarda l'appropriazione di conoscenze tradizionali legate
alle sementi o alle piante medicinali che si trovano per lo più
nella zona intertropicale e che sono ampiamente saccheggiate dai Paesi
del Nord a vantaggio dell'industria agroalimentare e di altri
laboratori. In base alla Convenzione sulla Biodiversità, emanata
nel 1992 al Vertice della Terra di Rio e oggi sottoscrittta da 168
Paesi, si afferma che i diritti sulla biodiversità e sulle
risorse genetiche vengono assegnati alle nazioni nei cui territori
è presente la ricchezza biologica. Da ciò deriva la
legittima richiesta dei diritti sullo sfruttamento di tali risorse,
finora attuato a esclusivo vantaggio dei Paesi industrializzati. Ci
si muove nell'ottica della redistribuzione equa dei benefici
provenienti dalle risorse genetiche, assegnando ai Governi nazionali
il compito di regolare, attraverso norme, l'interazione commerciale
tra i gruppi locali e le imprese private interessate all'acquisto
dei diritti.
Il «passivo ambientale» è il debito contratto in
seguito ai danni prodotti all'ambiente, in termini di inquinamento
dell'aria, dell'acqua, del suolo e di degrado delle risorse
e degli ecosistemi durante lo svolgimento delle attività di
un'impresa o per incidenti improvvisi, come nel caso dell'estrazione
e del trasporto di petrolio.
Una quarta forma di debito ecologico è quella legata all'esportazione
di rifiuti tossici dai Paesi più industrializzati verso i Paesi
più poveri. Il commercio libero dei rifiuti ha prodotto la
loro esportazione in questi Paesi, che, in cambio di un modesto beneficio
economico, accettano rifiuti il cui trattamento o stoccaggio avrebbe
costi molto più elevati nei Paesi industrializzati. Il controllo
sul trasporto di rifiuti pericolosi e sul loro smaltimento è
stato oggetto della Convenzione di Basilea adottata nel 1989, entrata
in vigore nel 1992 e ratificata da 149 Paesi. L'obiettivo della
Convenzione è quello di evitare questi trasporti. Ma nonostante
tali accordi, il problema dello smaltimento non è stato risolto,
se si pensa, ad esempio, allo smantellamento delle navi che viene
spesso effettuato in Paesi poveri dove gli standard ambientali sono
più flessibili e i costi della manodopera inferiori, o al fatto
che i residui elettronici ed elettrici non sono stati inseriti come
rifiuti pericolosi nel testo della Convenzione.
Debito ecologico e debito estero
Quantificare il debito ecologico rappresenta un'operazione complessa,
ma teoricamente possibile, quando i danni ambientali non sono irreversibili.
I costi di bonifiche, operazioni di riassetto del territorio o di
ripristino di risorse eccessivamente sfruttate, possono essere calcolati
in termini monetari in modo da definire le condizioni di risarcimento
da parte dei responsabili. Misurare l'entità del debito
ecologico allo stesso modo in cui si quantificano i debiti finanziari
del Sud del mondo consente utili raffronti.
Un esempio è dato dall'inquinamento atmosferico con il
quale i Paesi industrializzati contraggono un «debito di carbonio».
Secondo Andrew Simms, direttore della New Economics Foundation (NEF),
occorre partire dalla premessa che nessuno è proprietario dell'atmosfera,
poiché essa è per antonomasia il «bene pubblico
globale». Pertanto, tutti gli esseri umani avrebbero un uguale
diritto di usufruirne e, allo stesso tempo, un uguale diritto di inquinarla.
Dopo avere stabilito i livelli massimi di inquinamento sopportabile
dall'atmosfera, sarebbe possibile calcolare quanto carburante
fossile ciascun individuo può complessivamente consumare; superata
tale soglia, egli accumulerebbe un debito ecologico.
Nei Paesi industrializzati lo sviluppo economico e l'uso di
combustibili fossili seguono analoghi ritmi di crescita. È
possibile perciò misurare quanto la crescita economica dipenda
dall'uso di queste risorse non rinnovabili. Secondo Simms, negli
anni Novanta il valore della produzione economica dei Paesi del G7,
costruita su tale crescente debito di carbonio, sarebbe stata di circa
13-15mila miliardi di dollari USA all'anno. Nello stesso tempo
i Paesi indebitati finanziariamente avevano un credito di carbonio
valutabile intorno al triplo dei loro debito estero. Tuttavia, mentre
quest'ultimo è riconosciuto dalla comunità economica
e politica internazionale, il debito ecologico è solo rivendicato
da organizzazioni e gruppi della società civile.
Ad aggravare la situazione si aggiunge il fatto che spesso i Paesi
poveri sono indotti a pagare gli interessi sul loro debito ricorrendo
a un sovrasfruttamento delle risorse naturali fino a ritmi insostenibili.
I tempi di rigenerazione di tali risorse non possono stare al passo
con la crescita degli interessi del debito. Oltre a tali pagamenti,
spesso effettuati a scapito della spesa sociale per l'istruzione
e la sanità, gravano sui più poveri anche gli «interessi»
sul debito ecologico, dal momento che il 96% delle morti dovute a
disastri naturali causati dall'effetto serra avviene nei Paesi
in via di sviluppo.
Sarebbe auspicabile che la politica dei Paesi più industrializzati
rendesse concreto il concetto di sostenibilità in tema di sviluppo
e di sfruttamento delle risorse naturali (cfr TINTORI C., «Sviluppo
sostenibile», in Aggiornamenti Sociali, 12 [2004] 817-820).
Affinché non resti un vuoto concetto retorico, una visione
del cambiamento dovrebbe ruotare attorno a tre cardini: occorre avere
la consapevolezza che le risorse naturali e le capacità di
assorbimento dei rifiuti da parte dell'ecosistema-Terra sono
limitate; è fondamentale applicare il principio di equità
nell'uso delle risorse e dei «servizi» ambientali;
è necessario riconoscere il debito ecologico che i Paesi ricchi
hanno contratto con i Paesi in via di sviluppo ed evitare un suo incremento.
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