Editoriale - luglio-agosto 2005

Il significato sociale dell'Eucaristia

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Spesso i cristiani impegnati nella vita sociale e politica si chiedono in coscienza come comportarsi affinché, nel rispetto della laicità, del pluralismo e delle regole democratiche, la loro presenza e i valori in cui credono non risultino insignificanti, ma contribuiscano efficacemente a rinnovare la società insieme a tutti gli uomini di buona volontà. Quale stile adottare? Come agire in modo coerente e maturo, senza alzare anacronistici «storici steccati» tra credenti e non credenti, ma collaborando lealmente con tutti?
Una valida occasione per trovare la risposta di fondo a questi interrogativi è offerta dall'«anno eucaristico», aperto da Giovanni Paolo II il 17 ottobre 2004 al Congresso eucaristico internazionale di Guadalajara (Messico) e che terminerà con la XI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi convocata a Roma dal 2 al 29 ottobre 2005, sul tema: «L'Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa».
Il testo dei Lineamenta, inviato a tutte le Chiese del mondo per consultarle in vista della pubblicazione del documento che costituirà l'ordine del giorno dell'assemblea sinodale, dedica esplicitamente l'ultimo paragrafo al «significato sociale dell'Eucaristia». Infatti, la Chiesa è persuasa che il Cristo presente in tutta la sua realtà umano-divina nell'Eucaristia non solo sia alimento e sostegno spirituale per il popolo di Dio in cammino nella storia, ma possa anche contribuire a rinnovare e umanizzare la cultura e la vita sociale: «L'Eucaristia - scrive Giovanni Paolo II - non fornisce solo la forza interiore, ma anche - in certo senso - il progetto. Essa infatti è un modo di essere, che da Gesù passa nel cristiano e, attraverso la sua testimonianza, mira a irradiarsi nella società e nella cultura. [...] Perché - si chiede allora il Papa - non vedere in questo la speciale consegna che potrebbe scaturire dall'Anno dell'Eucaristia?» (Lettera apostolica Mane nobiscum Domine [2004], n. 25).
Per comprendere in che cosa consista questa «speciale consegna» dell'anno eucaristico, cercheremo di mettere in luce in che modo l'Eucaristia anima la presenza sociale dei cristiani e della Chiesa e diventa, attraverso di essi, fonte di rinnovamento sociale. Del resto, lo stesso Papa Wojtyla nell'enciclica Sollicitudo rei socialis (1987) ha tracciato già la pista da seguire per compiere la nostra analisi: «Quanti partecipiamo all'Eucaristia - egli scrive -, siamo chiamati a scoprire, mediante questo sacramento, il senso profondo della nostra azione nel mondo in favore dello sviluppo e della pace; e a ricevere da esso le energie per impegnarci sempre più generosamente, sull'esempio di Cristo che in questo Sacramento dà la vita per i suoi amici. Come quello di Cristo e in quanto unito al suo, il nostro personale impegno non sarà inutile, ma certamente fecondo» (n. 48).
Detto in altre parole, i cristiani sono invitati, personalmente e comunitariamente, a imitare il modo con cui Cristo stesso è presente in mezzo a noi nella forma dell'Eucaristia. L'Eucaristia, infatti, prolungando nel tempo la logica dell'Incarnazione, insegna che, per rinnovare la società, occorre: 1) condividere; 2) trasformare; 3) unire.

1. Condividere
«Presenza eucaristica» significa, in primo luogo, incarnarsi e quasi impastarsi nella realtà degli uomini. Cristo assume la forma, il sapore, il colore e tutte le proprietà naturali del pane e del vino. Lo fa per rimanere presente in mezzo a noi. È un Dio vicino, che condivide la nostra storia e la orienta verso il Regno di Dio.
Dunque, a imitazione del Cristo eucaristico, il primo atteggiamento con cui i cristiani e la Chiesa dovranno rendersi socialmente presenti è quello di impastarsi nella storia, di condividere la sorte dell'umanità, di immedesimarsi nei problemi, nelle sofferenze, nelle speranze degli uomini. Senza privilegi e senza discriminazioni. Non esistono realtà e situazioni storiche, culturali, politiche, per quanto impervie, che siano impermeabili all'animazione cristiana.
«Molti sono i problemi che oscurano l'orizzonte del nostro tempo - sottolinea Giovanni Paolo II nell'enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003) -. Basti pensare all'urgenza di lavorare per la pace, di porre nei rapporti tra i popoli solide premesse di giustizia e di solidarietà, di difendere la vita umana dal concepimento fino al naturale suo termine. E che dire poi delle mille contraddizioni di un mondo "globalizzato", dove i più deboli, i più piccoli e i più poveri sembrano avere ben poco da sperare? È in questo mondo che deve rifulgere la speranza cristiana! Anche per questo il Signore ha voluto rimanere con noi nell'Eucaristia, inscrivendo in questa sua presenza sacrificale e conviviale la promessa di un'umanità rinnovata dal suo amore» (n. 20).
Come potrebbero i cristiani e la Chiesa, chiamati a essere con Cristo «eucaristia del mondo», rimanere spettatori passivi? In un mondo che si va globalizzando i problemi ormai sono comuni a tutti. L'impegno sociale dei cristiani, quindi, non deve conoscere limiti, come la presenza eucaristica di Cristo è senza limiti di tempo e di spazio.
A modo di esempio, citiamo uno dei maggiori problemi che «oscurano l'orizzonte del nostro tempo»: il drammatico fenomeno migratorio. Nel 2003 - secondo dati delle Nazioni Unite - sono stati più o meno 175 milioni (circa il 3% dell'umanità) le persone che si sono spostate da una parte all'altra del mondo, verso le aree più ricche. Il problema non si risolve chiudendo le frontiere, applicando rigide norme di respingimento e di espulsione, discriminando gli immigrati in base alla razza o alla religione. Occorre certo orientare e regolare i flussi migratori secondo criteri di equità, ma nello stesso tempo dobbiamo pensare come accoglierli e integrarli, secondo criteri di solidarietà, con uno sforzo congiunto a livello europeo e planetario. Non bastano più le soluzioni di emergenza. Farsi presenti socialmente da cristiani nel nostro mondo, vuol dire anche condividere dall'interno le vicende degli immigrati, assumendole come nostre nella giustizia e nella solidarietà. E ciò vale per tutte le altre gravi sfide di oggi.
L'Eucaristia, dunque, è icona della presenza cristiana nel mondo, perché «dà impulso al nostro cammino storico, ponendo un seme di vivace speranza nella quotidiana dedizione di ciascuno ai propri compiti» (Ecclesia de Eucharistia, n. 20). Come Cristo assume il sapore e lo spessore del pane e del vino, così i cristiani devono assumere con atteggiamento costruttivo i problemi che maggiormente ci interpellano: da quelli della famiglia, della difesa della vita umana dall'inizio fino al suo naturale compimento, dell'educazione dei figli in casa e a scuola, a quelli del rinnovamento delle strutture di convivenza civile, a quelli della pace e dell'equilibrio politico, economico ed ecologico del mondo.
Il nostro tempo ha bisogno di questa presenza sociale della comunità cristiana, che renda feconda la presenza eucaristica del Signore nella storia concreta di ogni giorno e di ogni luogo, secondo quanto egli stesso ci ha ordinato: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Ciò suppone che ci accostiamo all'Eucaristia non solo come a una icona, ma anzitutto come ad alimento vivo, che nutre il popolo di Dio in cammino attraverso i «deserti» del mondo contemporaneo. «Il mondo in cui ci troviamo - ha sottolineato Benedetto XVI nella omelia a conclusione del Congresso Eucaristico Nazionale di Bari (29 maggio 2005) -, segnato spesso dal consumismo sfrenato, dall'indifferenza religiosa, da un secolarismo chiuso alla trascendenza, può apparire un deserto non meno aspro di quello "grande e spaventoso" (Dt 8,15)», dove Dio «al popolo ebreo in difficoltà [...] venne in aiuto col dono della manna, per fargli capire che "l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (Dt 8,3)». I cristiani dunque, nel deserto dei nostri giorni, sono i primi ad avere bisogno del Pane di vita: «Il Figlio di Dio, essendosi fatto carne, poteva diventare Pane, ed essere così nutrimento del suo popolo, di noi che siamo in cammino in questo mondo verso la terra promessa del Cielo. Abbiamo bisogno di questo Pane per affrontare le fatiche e le stanchezze del viaggio» (L'Osservatore Romano, 30-31 maggio 2005, 6).

2. Trasformare
Nell'Eucaristia - specifica, in secondo luogo, l'enciclica Sollicitudo rei socialis -, «i frutti della terra e del lavoro umano - il pane e il vino - sono trasformati misteriosamente, ma realmente e sostanzialmente, per opera dello Spirito Santo e delle parole del ministro, nel Corpo e nel Sangue del Signore Gesù» (n. 48). Con la consacrazione eucaristica quindi un pezzo del nostro mondo, una parte di realtà creata per quanto piccola (un boccone di pane e un sorso di vino), viene trasformata e diventa segno efficace del futuro del mondo, destinato a ricapitolarsi in Cristo, nel Regno di Dio. Ecco perché la «trasformazione» o «conversione» che si verifica nel mistero eucaristico è germe di speranza del mondo nuovo. Al di là delle riflessioni teologiche circa le categorie concettuali utilizzate dalla Chiesa per gettare qualche luce sul mistero della presenza eucaristica del Cristo, ciò che è fondamentale per i cristiani è la certezza di fede che nell'Eucaristia una parte del nostro mondo è già «realtà trasformata», e la presenza reale di Cristo annunzia la trasformazione piena e definitiva, quale si realizzerà nel Regno, alla fine dei tempi. Possiamo dire, cioè, che l'Eucaristia opera già una prima reale liberazione e trasfigurazione dell'uomo e del creato.
Anche sotto questo secondo aspetto, dunque, l'Eucaristia è icona della presenza della Chiesa e dei cristiani nel mondo. Essi, infatti, sono chiamati a immettere nella storia i frutti della trasformazione pasquale che lo Spirito mirabilmente opera tramite il sacramento eucaristico. I fedeli laici, in particolare, sono chiamati a trasformare in profondità, ricorrendo alle opportune mediazioni culturali, la società umana in tutte le sue strutture: dalla cultura alla politica, dall'economia al lavoro, dalla scienza alla tecnica. Si tratta cioè di dare alle realtà temporali (rispettandone la laicità, le leggi e finalità proprie) un significato nuovo, una finalizzazione superiore, una maggiore capacità umanizzatrice. Sono chiamati a manifestare il senso vero della storia, conferendo una ispirazione nuova al rinnovamento da perseguire nel nuovo millennio.
Soprattutto, a immagine del Cristo dell'Eucaristia, che per amore si fa dono totale e gratuito per l'intera umanità, la comunità cristiana deve introdurre nella storia una corrente di generosa gratuità e di dono, di servizio disinteressato ai fini della promozione umana, di solidarietà con tutti, ma specialmente con gli «ultimi» della terra, che Cristo predilige e con i quali si identifica (cfr Mt 25, 34-45).
È qui da ricercare l'antidoto più efficace a certe forme di degrado dei modelli attuali di vita: individualismo che soffoca, a danno dell'altro, rispetto, fiducia, solidarietà, spirito di servizio; pretesa di ottenere tutto con la forza del denaro; arroganza del potere che, ai vari livelli della realtà sociale, si fa espressione di dominio invece che strumento di promozione del bene comune.
In definitiva, i cristiani, come singoli e come comunità, sono chiamati a rendersi socialmente presenti per dare al mondo post-moderno un'ispirazione trascendente, adeguata alle sfide dei nostri giorni, soprattutto leggendo con fede nella presente vicenda storica i «segni» che annunciano tempi migliori: «Dopo stagioni di forte contrapposizione tra credenti e non credenti - sottolinea il documento della CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001) -, emerge un rinnovato desiderio d'incontro che non va tradito. Ci pare di cogliere in questo qualcosa di più importante e di meno ambiguo rispetto a un vago "risveglio religioso": oggi è infatti rintracciabile un anelito alla trascendenza» (n. 38). Il significato sociale dell'Eucaristia dunque sta anche nel fatto che essa, oltre a dare forza e curare la nostra debolezza, offre un progetto di presenza e di azione in sintonia con i «segni dei tempi».

3. Unire
Infine, l'enciclica Sollicitudo rei socialis evidenzia un terzo significato sociale dell'Eucaristia: quello di unire gli uomini con Dio e tra di loro: «Il Signore mediante l'Eucaristia, sacramento e sacrificio, ci unisce con sé e ci unisce tra di noi con un vincolo più forte di ogni unione naturale; e uniti ci invia al mondo intero per dare testimonianza, con la fede e con le opere, dell'amore di Dio, preparando la venuta del suo Regno e anticipandolo pur nelle ombre del tempo presente» (n. 48). L'Eucaristia non solo unisce i cristiani fra di loro e costruisce la Chiesa, ma alimenta lo spirito di servizio e di comunione verso tutti. «Significativamente, il Vangelo di Giovanni, laddove i Sinottici narrano l'istituzione dell'Eucaristia, propone, illustrandone così il significato profondo, il racconto della "lavanda dei piedi", in cui Gesù si fa maestro di comunione e di servizio (cfr Gv 13, 1-20)» (Ecclesia de Eucharistia, n. 20).
Il nostro mondo, più che in altre epoche storiche, ha bisogno di comunione e di servizio. L'umanità, infatti, è segnata profondamente dai processi di globalizzazione, che ne stanno cambiando il volto. Quando si parla di globalizzazione, si pensa istintivamente ai processi di unificazione economica e finanziaria. In realtà, tutti i problemi (non solo quelli economici, ma anche quelli culturali, sociali e morali) oggi hanno dimensione planetaria e nessuna nazione può più affrontarli da sola.
Ebbene questa unificazione, che sta trasformando strutturalmente la società umana, porta con sé gravi rischi. Infatti, non può essere lasciata alla logica del mercato, che genera egoismo, divisioni sociali, allarga la forbice tra ricchi e poveri, crea nuove forme di colonialismo economico e culturale, altera l'equilibrio ecologico.
Bisogna piuttosto favorire gli aspetti positivi della globalizzazione e le prospettive di crescita verso una maggiore comprensione tra i popoli, il servizio della pace, lo sviluppo, la promozione dei diritti umani. I beni della Terra appartengono a tutti e un mondo diverso è possibile; ma, per realizzarlo, occorre - come soleva ripetere Giovanni Paolo II - «globalizzare la solidarietà», immettere cioè nella vita sociale il cemento dell'amore. Oltre che di giustizia (che dell'amore è inizio e fondamento), c'è bisogno di riconciliazione e di perdono (che dell'amore è il vertice).
C'è bisogno, dunque, di Eucaristia. Questa, infatti, fa sì che gli uomini da estranei e indifferenti gli uni agli altri diventino uniti, uguali e amici, che l'umanità da massa apatica e divisa diventi una grande famiglia con un cuore solo e un'anima sola.
Ecco perché non solo è giusto parlare di significato sociale dell'Eucaristia, ma scorgervi la «speciale consegna» dell'anno eucaristico 2004-2005: essere presenti nel mondo per condividere, trasformare e unire.