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Spesso i cristiani impegnati nella vita sociale e politica si chiedono
in coscienza come comportarsi affinché, nel rispetto della
laicità, del pluralismo e delle regole democratiche, la loro
presenza e i valori in cui credono non risultino insignificanti, ma
contribuiscano efficacemente a rinnovare la società insieme
a tutti gli uomini di buona volontà. Quale stile adottare?
Come agire in modo coerente e maturo, senza alzare anacronistici «storici
steccati» tra credenti e non credenti, ma collaborando lealmente
con tutti?
Una valida occasione per trovare la risposta di fondo a questi interrogativi
è offerta dall'«anno eucaristico», aperto
da Giovanni Paolo II il 17 ottobre 2004 al Congresso eucaristico internazionale
di Guadalajara (Messico) e che terminerà con la XI Assemblea
generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi convocata a Roma dal 2 al
29 ottobre 2005, sul tema: «L'Eucaristia: fonte e culmine
della vita e della missione della Chiesa».
Il testo dei Lineamenta, inviato a tutte le Chiese del mondo
per consultarle in vista della pubblicazione del documento che costituirà
l'ordine del giorno dell'assemblea sinodale, dedica esplicitamente
l'ultimo paragrafo al «significato sociale dell'Eucaristia».
Infatti, la Chiesa è persuasa che il Cristo presente in tutta
la sua realtà umano-divina nell'Eucaristia non solo sia
alimento e sostegno spirituale per il popolo di Dio in cammino nella
storia, ma possa anche contribuire a rinnovare e umanizzare la cultura
e la vita sociale: «L'Eucaristia - scrive Giovanni
Paolo II - non fornisce solo la forza interiore, ma anche -
in certo senso - il progetto. Essa infatti è un
modo di essere, che da Gesù passa nel cristiano e, attraverso
la sua testimonianza, mira a irradiarsi nella società e nella
cultura. [...] Perché - si chiede allora il Papa
- non vedere in questo la speciale consegna che potrebbe
scaturire dall'Anno dell'Eucaristia?» (Lettera
apostolica Mane nobiscum Domine [2004], n. 25).
Per comprendere in che cosa consista questa «speciale consegna»
dell'anno eucaristico, cercheremo di mettere in luce in che
modo l'Eucaristia anima la presenza sociale dei cristiani e
della Chiesa e diventa, attraverso di essi, fonte di rinnovamento
sociale. Del resto, lo stesso Papa Wojtyla nell'enciclica Sollicitudo
rei socialis (1987) ha tracciato già la pista da seguire
per compiere la nostra analisi: «Quanti partecipiamo all'Eucaristia
- egli scrive -, siamo chiamati a scoprire, mediante questo
sacramento, il senso profondo della nostra azione nel mondo in favore
dello sviluppo e della pace; e a ricevere da esso le energie per impegnarci
sempre più generosamente, sull'esempio di Cristo che
in questo Sacramento dà la vita per i suoi amici. Come quello
di Cristo e in quanto unito al suo, il nostro personale impegno non
sarà inutile, ma certamente fecondo» (n. 48).
Detto in altre parole, i cristiani sono invitati, personalmente e
comunitariamente, a imitare il modo con cui Cristo stesso è
presente in mezzo a noi nella forma dell'Eucaristia. L'Eucaristia,
infatti, prolungando nel tempo la logica dell'Incarnazione,
insegna che, per rinnovare la società, occorre: 1) condividere;
2) trasformare; 3) unire.
1. Condividere
«Presenza eucaristica» significa, in primo luogo, incarnarsi
e quasi impastarsi nella realtà degli uomini. Cristo assume
la forma, il sapore, il colore e tutte le proprietà naturali
del pane e del vino. Lo fa per rimanere presente in mezzo a noi. È
un Dio vicino, che condivide la nostra storia e la orienta verso il
Regno di Dio.
Dunque, a imitazione del Cristo eucaristico, il primo atteggiamento
con cui i cristiani e la Chiesa dovranno rendersi socialmente presenti
è quello di impastarsi nella storia, di condividere la sorte
dell'umanità, di immedesimarsi nei problemi, nelle sofferenze,
nelle speranze degli uomini. Senza privilegi e senza discriminazioni.
Non esistono realtà e situazioni storiche, culturali, politiche,
per quanto impervie, che siano impermeabili all'animazione cristiana.
«Molti sono i problemi che oscurano l'orizzonte del nostro
tempo - sottolinea Giovanni Paolo II nell'enciclica Ecclesia
de Eucharistia (2003) -. Basti pensare all'urgenza
di lavorare per la pace, di porre nei rapporti tra i popoli solide
premesse di giustizia e di solidarietà, di difendere la vita
umana dal concepimento fino al naturale suo termine. E che dire poi
delle mille contraddizioni di un mondo "globalizzato",
dove i più deboli, i più piccoli e i più poveri
sembrano avere ben poco da sperare? È in questo mondo che deve
rifulgere la speranza cristiana! Anche per questo il Signore ha voluto
rimanere con noi nell'Eucaristia, inscrivendo in questa sua
presenza sacrificale e conviviale la promessa di un'umanità
rinnovata dal suo amore» (n. 20).
Come potrebbero i cristiani e la Chiesa, chiamati a essere con Cristo
«eucaristia del mondo», rimanere spettatori passivi? In
un mondo che si va globalizzando i problemi ormai sono comuni a tutti.
L'impegno sociale dei cristiani, quindi, non deve conoscere
limiti, come la presenza eucaristica di Cristo è senza limiti
di tempo e di spazio.
A modo di esempio, citiamo uno dei maggiori problemi che «oscurano
l'orizzonte del nostro tempo»: il drammatico fenomeno
migratorio. Nel 2003 - secondo dati delle Nazioni Unite -
sono stati più o meno 175 milioni (circa il 3% dell'umanità)
le persone che si sono spostate da una parte all'altra del mondo,
verso le aree più ricche. Il problema non si risolve chiudendo
le frontiere, applicando rigide norme di respingimento e di espulsione,
discriminando gli immigrati in base alla razza o alla religione. Occorre
certo orientare e regolare i flussi migratori secondo criteri di equità,
ma nello stesso tempo dobbiamo pensare come accoglierli e integrarli,
secondo criteri di solidarietà, con uno sforzo congiunto a
livello europeo e planetario. Non bastano più le soluzioni
di emergenza. Farsi presenti socialmente da cristiani nel nostro mondo,
vuol dire anche condividere dall'interno le vicende degli immigrati,
assumendole come nostre nella giustizia e nella solidarietà.
E ciò vale per tutte le altre gravi sfide di oggi.
L'Eucaristia, dunque, è icona della presenza cristiana
nel mondo, perché «dà impulso al nostro cammino
storico, ponendo un seme di vivace speranza nella quotidiana dedizione
di ciascuno ai propri compiti» (Ecclesia de Eucharistia,
n. 20). Come Cristo assume il sapore e lo spessore del pane e del
vino, così i cristiani devono assumere con atteggiamento costruttivo
i problemi che maggiormente ci interpellano: da quelli della famiglia,
della difesa della vita umana dall'inizio fino al suo naturale
compimento, dell'educazione dei figli in casa e a scuola, a
quelli del rinnovamento delle strutture di convivenza civile, a quelli
della pace e dell'equilibrio politico, economico ed ecologico
del mondo.
Il nostro tempo ha bisogno di questa presenza sociale della comunità
cristiana, che renda feconda la presenza eucaristica del Signore nella
storia concreta di ogni giorno e di ogni luogo, secondo quanto egli
stesso ci ha ordinato: «Fate questo in memoria di me»
(Lc 22,19). Ciò suppone che ci accostiamo all'Eucaristia
non solo come a una icona, ma anzitutto come ad alimento vivo, che
nutre il popolo di Dio in cammino attraverso i «deserti»
del mondo contemporaneo. «Il mondo in cui ci troviamo -
ha sottolineato Benedetto XVI nella omelia a conclusione del Congresso
Eucaristico Nazionale di Bari (29 maggio 2005) -, segnato spesso
dal consumismo sfrenato, dall'indifferenza religiosa, da un
secolarismo chiuso alla trascendenza, può apparire un deserto
non meno aspro di quello "grande e spaventoso" (Dt
8,15)», dove Dio «al popolo ebreo in difficoltà
[...] venne in aiuto col dono della manna, per fargli capire che
"l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo
vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (Dt 8,3)».
I cristiani dunque, nel deserto dei nostri giorni, sono i primi ad
avere bisogno del Pane di vita: «Il Figlio di Dio, essendosi
fatto carne, poteva diventare Pane, ed essere così nutrimento
del suo popolo, di noi che siamo in cammino in questo mondo verso
la terra promessa del Cielo. Abbiamo bisogno di questo Pane per affrontare
le fatiche e le stanchezze del viaggio» (L'Osservatore
Romano, 30-31 maggio 2005, 6).
2. Trasformare
Nell'Eucaristia - specifica, in secondo luogo, l'enciclica
Sollicitudo rei socialis -, «i frutti della terra
e del lavoro umano - il pane e il vino - sono trasformati
misteriosamente, ma realmente e sostanzialmente, per opera dello Spirito
Santo e delle parole del ministro, nel Corpo e nel Sangue del
Signore Gesù» (n. 48). Con la consacrazione eucaristica
quindi un pezzo del nostro mondo, una parte di realtà creata
per quanto piccola (un boccone di pane e un sorso di vino), viene
trasformata e diventa segno efficace del futuro del mondo, destinato
a ricapitolarsi in Cristo, nel Regno di Dio. Ecco perché la
«trasformazione» o «conversione» che si verifica
nel mistero eucaristico è germe di speranza del mondo nuovo.
Al di là delle riflessioni teologiche circa le categorie concettuali
utilizzate dalla Chiesa per gettare qualche luce sul mistero della
presenza eucaristica del Cristo, ciò che è fondamentale
per i cristiani è la certezza di fede che nell'Eucaristia
una parte del nostro mondo è già «realtà
trasformata», e la presenza reale di Cristo annunzia la trasformazione
piena e definitiva, quale si realizzerà nel Regno, alla fine
dei tempi. Possiamo dire, cioè, che l'Eucaristia opera
già una prima reale liberazione e trasfigurazione dell'uomo
e del creato.
Anche sotto questo secondo aspetto, dunque, l'Eucaristia è
icona della presenza della Chiesa e dei cristiani nel mondo. Essi,
infatti, sono chiamati a immettere nella storia i frutti della trasformazione
pasquale che lo Spirito mirabilmente opera tramite il sacramento eucaristico.
I fedeli laici, in particolare, sono chiamati a trasformare in profondità,
ricorrendo alle opportune mediazioni culturali, la società
umana in tutte le sue strutture: dalla cultura alla politica, dall'economia
al lavoro, dalla scienza alla tecnica. Si tratta cioè di dare
alle realtà temporali (rispettandone la laicità, le
leggi e finalità proprie) un significato nuovo, una finalizzazione
superiore, una maggiore capacità umanizzatrice. Sono chiamati
a manifestare il senso vero della storia, conferendo una ispirazione
nuova al rinnovamento da perseguire nel nuovo millennio.
Soprattutto, a immagine del Cristo dell'Eucaristia, che per
amore si fa dono totale e gratuito per l'intera umanità,
la comunità cristiana deve introdurre nella storia una corrente
di generosa gratuità e di dono, di servizio disinteressato
ai fini della promozione umana, di solidarietà con tutti, ma
specialmente con gli «ultimi» della terra, che Cristo
predilige e con i quali si identifica (cfr Mt 25, 34-45).
È qui da ricercare l'antidoto più efficace a certe
forme di degrado dei modelli attuali di vita: individualismo che soffoca,
a danno dell'altro, rispetto, fiducia, solidarietà, spirito
di servizio; pretesa di ottenere tutto con la forza del denaro; arroganza
del potere che, ai vari livelli della realtà sociale, si fa
espressione di dominio invece che strumento di promozione del bene
comune.
In definitiva, i cristiani, come singoli e come comunità, sono
chiamati a rendersi socialmente presenti per dare al mondo post-moderno
un'ispirazione trascendente, adeguata alle sfide dei nostri
giorni, soprattutto leggendo con fede nella presente vicenda storica
i «segni» che annunciano tempi migliori: «Dopo stagioni
di forte contrapposizione tra credenti e non credenti - sottolinea
il documento della CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia
(2001) -, emerge un rinnovato desiderio d'incontro che
non va tradito. Ci pare di cogliere in questo qualcosa di più
importante e di meno ambiguo rispetto a un vago "risveglio religioso":
oggi è infatti rintracciabile un anelito alla trascendenza»
(n. 38). Il significato sociale dell'Eucaristia dunque sta anche
nel fatto che essa, oltre a dare forza e curare la nostra debolezza,
offre un progetto di presenza e di azione in sintonia con i «segni
dei tempi».
3. Unire
Infine, l'enciclica Sollicitudo rei socialis evidenzia
un terzo significato sociale dell'Eucaristia: quello di unire
gli uomini con Dio e tra di loro: «Il Signore mediante l'Eucaristia,
sacramento e sacrificio, ci unisce con sé e ci unisce tra di
noi con un vincolo più forte di ogni unione naturale; e uniti
ci invia al mondo intero per dare testimonianza, con la fede e con
le opere, dell'amore di Dio, preparando la venuta del suo Regno
e anticipandolo pur nelle ombre del tempo presente» (n. 48).
L'Eucaristia non solo unisce i cristiani fra di loro e costruisce
la Chiesa, ma alimenta lo spirito di servizio e di comunione verso
tutti. «Significativamente, il Vangelo di Giovanni, laddove
i Sinottici narrano l'istituzione dell'Eucaristia, propone,
illustrandone così il significato profondo, il racconto della
"lavanda dei piedi", in cui Gesù si fa maestro
di comunione e di servizio (cfr Gv 13, 1-20)» (Ecclesia de
Eucharistia, n. 20).
Il nostro mondo, più che in altre epoche storiche, ha bisogno
di comunione e di servizio. L'umanità, infatti, è
segnata profondamente dai processi di globalizzazione, che ne stanno
cambiando il volto. Quando si parla di globalizzazione, si pensa istintivamente
ai processi di unificazione economica e finanziaria. In realtà,
tutti i problemi (non solo quelli economici, ma anche quelli culturali,
sociali e morali) oggi hanno dimensione planetaria e nessuna nazione
può più affrontarli da sola.
Ebbene questa unificazione, che sta trasformando strutturalmente la
società umana, porta con sé gravi rischi. Infatti, non
può essere lasciata alla logica del mercato, che genera egoismo,
divisioni sociali, allarga la forbice tra ricchi e poveri, crea nuove
forme di colonialismo economico e culturale, altera l'equilibrio
ecologico.
Bisogna piuttosto favorire gli aspetti positivi della globalizzazione
e le prospettive di crescita verso una maggiore comprensione tra i
popoli, il servizio della pace, lo sviluppo, la promozione dei diritti
umani. I beni della Terra appartengono a tutti e un mondo diverso
è possibile; ma, per realizzarlo, occorre - come soleva
ripetere Giovanni Paolo II - «globalizzare la solidarietà»,
immettere cioè nella vita sociale il cemento dell'amore.
Oltre che di giustizia (che dell'amore è inizio e fondamento),
c'è bisogno di riconciliazione e di perdono (che dell'amore
è il vertice).
C'è bisogno, dunque, di Eucaristia. Questa, infatti,
fa sì che gli uomini da estranei e indifferenti gli uni agli
altri diventino uniti, uguali e amici, che l'umanità
da massa apatica e divisa diventi una grande famiglia con un cuore
solo e un'anima sola.
Ecco perché non solo è giusto parlare di significato
sociale dell'Eucaristia, ma scorgervi la «speciale consegna»
dell'anno eucaristico 2004-2005: essere presenti nel mondo per
condividere, trasformare e unire.
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