Editoriale - giugno 2005

Benedetto XVI,
«umile lavoratore nella vigna del Signore»

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Il 19 aprile 2005, al quarto scrutinio, il Conclave eleggeva alla Cattedra di san Pietro il cardinale Joseph Ratzinger, che assumeva il nome di Benedetto XVI. Il giorno prima, nella omelia della Messa pro eligendo pontifice da lui presieduta in qualità di Decano del Sacro Collegio, aveva tracciato un quadro realistico della situazione del mondo e della Chiesa di oggi: «La piccola barca del pensiero di molti cristiani - aveva detto, facendo sua l'immagine usata da san Paolo (Ef 4,14) - è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo a un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo e così via. [...] Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (L'Osservatore Romano, 19 aprile 2005, 6 s.).
Attraverso questo mare agitato, Giovanni Paolo II ha condotto la Chiesa dal secondo al terzo millennio. La sua bussola è stata il Concilio Vaticano II: «Desidero ancora una volta - ha scritto nel suo Testamento - esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II [...]. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. [...] desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo».
Nessuno ha mai pensato che fosse facile l'«aggiornamento» voluto dal Concilio. Infatti si tratta di rinnovare una Chiesa peregrinante nella storia, ancora «in esilio, lontano dal Signore» (2 Cor, 5,6), soggetta alle vicissitudini e ai condizionamenti degli uomini e del tempo, «che comprende nel suo seno i peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione» (Lumen gentium, n. 8). Tant'è vero che Giovanni Paolo II insistette: «La Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli»; essa chiede perdono per tutte quelle volte che i suoi figli hanno offerto al mondo, «anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo» (Tertio millennio ineunte [1994], n. 33). Oggi Benedetto XVI ribadisce a sua volta: «Il dialogo teologico è necessario, l'approfondimento delle motivazioni storiche di scelte avvenute nel passato è pure indispensabile. Ma ciò che urge maggiormente è quella "purificazione della memoria", tante volte evocata da Giovanni Paolo II, che sola può disporre gli animi ad accogliere la piena verità di Cristo» (messaggio del 20 aprile 2005, in L'Osservatore Romano, 21 aprile 2005, 9).
Ebbene, il nuovo Papa ha ribadito il proposito di continuare sulla strada di Papa Wojtyla: «Anch'io, pertanto - ha detto al termine della Messa nella Cappella Sistina il giorno dopo l'elezione -, nell'accingermi al servizio che è proprio del Successore di Pietro, voglio affermare con forza la decisa volontà di proseguire nell'impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia dei miei Predecessori e in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa» (ivi).
Tuttavia, Papa Ratzinger spiega subito che, pur nella continuità, il suo non sarà un pontificato fotocopia. Lo dimostrano i segnali che vengono dai suoi primi discorsi. Essi lasciano intravedere 1) i tratti distintivi e 2) le linee guida del nuovo pontificato; 3) mentre di buon auspicio è la scelta del nome Benedetto.

1. Tratti distintivi
Giovanni Paolo II aveva optato, fin dall'inizio, per un «pontificato itinerante». Ciò gli ha consentito di portare il Vangelo in ogni angolo della Terra e di dare risonanza planetaria all'annunzio, grazie anche a un uso accurato degli strumenti della comunicazione sociale. A causa dell'impronta itinerante, il pontificato di Papa Wojtyla ha finito col mettere l'accento soprattutto sui rapporti della Chiesa ad extra (per usare la terminologia del Concilio), cioè sul confronto con il mondo e sul dialogo con le diverse culture, civiltà e religioni.
Non si può dire, però, che questa scelta di fondo abbia ugualmente favorito il governo della comunità ecclesiale (ad intra), lasciato in buona parte di fatto alla Curia Romana. È vero che Giovanni Paolo II si è sempre preoccupato, durante i viaggi apostolici, di dare il giusto rilievo alle Chiese locali da lui visitate, ma forse talvolta ciò non è bastato a evitare che la sua personalità carismatica si sovrapponesse in qualche modo a quella dei Pastori del luogo. Da qui l'accusa superficiale di aver favorito l'affermarsi di un neo-centralismo ecclesiale, che alcuni biografi poco benevoli hanno rivolto a Giovanni Paolo II, quasi che i vescovi fossero stati trattati più come «rappresentanti» del Papa che come successori degli apostoli, a scapito di quel rapporto fraterno che è indispensabile all'esercizio della collegialità dei vescovi con il Successore di Pietro. Certo, non si può negare che, in particolare per quanto riguarda la nomina dei vescovi, siano sorte spesso incomprensioni tra il centro e la periferia della Chiesa, ma francamente manca ancora il necessario distacco temporale per emettere giudizi e valutazioni storiche obiettive su un pontificato tanto lungo e complesso.
Analoghe considerazioni dobbiamo fare sul programma del nuovo Papa. Stando alle prime sue dichiarazioni pubbliche, Benedetto XVI si propone di dedicare le sue migliori energie principalmente alla «coltivazione» della Chiesa. Non a caso, affacciatosi alla Loggia delle Benedizioni il 19 aprile, si è definito «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Tuttavia, anche in questo caso, è presto per dire con certezza quali saranno le linee pastorali che egli adotterà. Non mancano però nei suoi primi discorsi indizi significativi, che consentono di prevederne alcune priorità apostoliche.
È evidente, per esempio, quanto stia a cuore a Benedetto XVI la formazione dei cristiani a una «fede adulta»: «"Adulta" - spiega egli stesso nell'omelia del 18 aprile - non è una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo. È quest'amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. [...] fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell'esistenza cristiana. [...] La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come "un cembalo che tintinna" (1 Cor 13, 1)» (cit., 7).
Sul fondamento di questa «fede adulta» il nuovo Papa ha costruito poi l'intero messaggio, letto il 20 aprile, al termine della concelebrazione eucaristica con i cardinali elettori nella Cappella Sistina. Poi, nell'omelia della Messa di inizio del ministero petrino (il 24 aprile), ha rinviato a quel messaggio quanti speravano di ascoltare un discorso programmatico: «Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile». Non è arbitrario, dunque, cercare in quel messaggio qualche indicazione sulle linee guida del nuovo pontificato, sebbene il Papa non abbia voluto tracciare un programma vero e proprio: «Il mio vero programma di governo - ha aggiunto - è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia» (L'Osservatore Romano, 25 aprile 2005, 4).

2. Linee guida
Appare chiaro, anzitutto, che il Papa ha particolarmente a cuore la complessa questione della collegialità e della riforma del modo di esercitare il primato petrino. Impresa quanto mai ardua, ma divenuta ormai improrogabile, per condurre a termine il passaggio iniziato con il Concilio Vaticano II da una Chiesa «società perfetta» a una Chiesa «popolo di Dio», alla quale «in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini, dalla grazia di Dio chiamati alla salvezza» (Lumen gentium, n. 13).
Basterebbe anche questa sola sfida, per rendersi conto quanto il pontificato sia un peso schiacciante per le spalle di un uomo solo: «io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? [...] Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. [...] Noi tutti siamo la comunità dei santi» (omelia del 24 aprile 2005, cit., 4). In queste parole che addossano il peso e la responsabilità del primato a tutta insieme la «comunità dei santi», come non cogliere l'eco dell'insegnamento di sant'Agostino, a cui Benedetto XVI è particolarmente affezionato? «Non altri che Pietro - scrive il vescovo di Ippona - meritò di impersonare da solo tutta la Chiesa intera. Proprio per il fatto di impersonare da solo tutta la Chiesa meritò di ascoltare: Ti darò le chiavi del regno dei cieli. Non ricevette infatti queste chiavi un solo uomo, ma la Chiesa nella sua unità [Has enim claves non homo unus, sed unitas accepit Ecclesiae]. In forza di ciò, quindi, si celebra la preminenza di Pietro, in quanto rappresentò la Chiesa nella sua stessa universalità e unità, allora che gli fu detto: A te consegno quello che fu dato a tutti» (S. AGOSTINO, Opera Omnia, vol. 33°/5, Discorsi sui Santi, Discorso 295, Nel Natale degli Apostoli Pietro e Paolo, n. 2, Città Nuova, Roma 1986, 311).
La Lumen gentium non nega affatto (come potrebbe?) che il divino Fondatore abbia voluto la Chiesa come una istituzione visibile; ma sottolinea che la istituzione è subordinata al mistero di comunione degli uomini tra di loro e con Dio: «la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1). Commenta il nuovo Papa nel messaggio del 20 aprile: «Come Pietro e gli altri Apostoli costituirono per volere del Signore un unico Collegio apostolico, allo stesso modo il Successore di Pietro e i Vescovi, successori degli Apostoli, - il Concilio lo ha con forza ribadito (cfr Lumen gentium, n. 22) -, devo-no essere tra loro strettamente uniti. Questa comunione collegiale, pur nella diversità dei ruoli e delle funzioni del Romano Pontefice e dei Vescovi, è a servizio della Chiesa e dell'unità nella fede». «Su questo sentiero [...] - conclude Benedetto XVI - intendo proseguire anch'io»: e «il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo» (cit., 9).
Questa impostazione cristologica del ministero petrino come servizio alla Parola di Dio e alla comunità dei credenti, non solo è una mano tesa alla teologia ecumenica, ma rende credibile il nuovo Successore di Pietro quando afferma di voler assumere «come impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Questa è la sua ambizione, questo il suo impellente dovere. Egli è cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze» (ivi).
In secondo luogo, Benedetto XVI considera il dialogo interreligioso altrettanto importante quanto il dialogo ecumenico; proprio per questo, egli si rivolge «a tutti, anche a coloro che seguono altre religioni o che semplicemente cercano una risposta alle domande fondamentali dell'esistenza e ancora non l'hanno trovata. [...] la Chiesa vuole continuare a tessere con loro un dialogo aperto e sincero, alla ricerca del vero bene dell'uomo e della società» (ivi). In questo contesto, Benedetto XVI riserva agli ebrei un'attenzione particolare. Nella omelia del 24 aprile, dopo aver salutato «tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono ancora in piena comunione con noi», aggiunge un saluto speciale ai «fratelli del popolo ebraico, cui siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue radici nelle irrevocabili promesse di Dio» (cit., 4). Ovviamente anche questo - come gli altri - è solo un «segnale», un «indizio», ma la cui importanza non può sfuggire.
Lo stesso si deve dire, quando Benedetto XVI, nel messaggio del 20 aprile, insiste sul dialogo interculturale e invita «tutti i cattolici a cooperare per un autentico sviluppo sociale, rispettoso della dignità d'ogni essere umano. [...] per proseguire il promettente dialogo avviato dai miei venerati Predecessori con le diverse civiltà, perché dalla reciproca comprensione scaturiscano le condizioni di un futuro migliore per tutti» (cit., 9).
Sono questi alcuni indizi della fisionomia pastorale di Benedetto XVI, che è possibile cogliere a poche settimane dall'elezione; essi tuttavia sono già sufficienti per prevedere che Benedetto XVI sarà il Papa della piena attuazione del Concilio, del rinnovamento interno della Chiesa, del dialogo ecumenico e di quello con le religioni e le culture.

3. Un nome di buon auspicio
Papa Ratzinger era consapevole che, salendo sulla Cattedra di Pietro, si sarebbe portata dietro la fama di rigido e severo custode della fede, acquisita durante i quasi 24 anni in cui è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Proprio per questo, la scelta del nome ha sorpreso ed è stata interpretata come un segnale particolarmente significativo. Nomen omen: il nome è un auspicio.
Il Papa stesso ha voluto spiegare, nella prima udienza generale del 27 aprile, perché si è chiamato Benedetto. In primo luogo, perché il predecessore Benedetto XV (1914-1922) si spese senza risparmio in favore della pace: «Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato Pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell'armonia tra gli uomini e i popoli» (L'Osservatore Romano, 28 aprile 2005, 4). Il richiamo a Papa Giacomo Della Chiesa è molto più forte di quanto non appaia: basta ricordare le espressioni durissime con cui egli prese posizione contro la prima guerra mondiale: «flagello dell'ira di Dio», «orrenda carneficina che disonora l'Europa», «suicidio dell'Europa civile», «la più fosca tragedia dell'odio umano e dell'umana demenza», una «inutile strage».
Ma Papa Ratzinger si è chiamato Benedetto anche per dimostrare il suo amore e il suo impegno per l'Europa, di cui il santo Abate nato a Norcia è patrono: «Il nome Benedetto - ha proseguito - evoca, inoltre, la straordinaria figura del grande "Patriarca del monachesimo occidentale", san Benedetto da Norcia, compatrono d'Europa [...]; costituisce un fondamentale punto di riferimento per l'unità dell'Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà» (ivi).
Soprattutto, però, Papa Ratzinger non nasconde di essere affascinato dalla spiritualità benedettina: «Di questo Padre del monachesimo occidentale - egli rileva - conosciamo la raccomandazione lasciata ai monaci nella sua Regola: "Nulla assolutamente antepongano a Cristo"»; e conclude: «All'inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a san Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!» (ivi).
A questo punto, sia consentito anche a noi di esprimere un auspicio, collegandolo al nome Benedetto. Infatti, non possiamo dimenticare che fu proprio Benedetto XV, nel 1919, ad abrogare il non expedit, cioè il divieto ai cattolici italiani di impegnarsi in politica, dopo la breccia di Porta Pia (20 settembre 1870). E fu ancora Benedetto XV ad accettare l'esistenza del Partito Popolare di don Sturzo, pur senza «benedirlo».
Ebbene, il cardinale Ratzinger ha firmato nel 2003 una Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica. Sarebbe auspicabile che, come già fece Benedetto XV, anche il nuovo Papa - proseguendo il discorso iniziato due anni fa - stimoli ulteriormente i cattolici italiani a impegnarsi in modo più fattivo al servizio del Paese. Ciò, del resto, rientrerebbe nella sua funzione di Primate d'Italia. Infatti, nonostante molti tentativi, non è ancora stato chiaramente risolto il problema di come si devono comportare i battezzati affinché, nel rispetto della laicità, del pluralismo e delle regole democratiche, il pensiero sociale cristiano sia presente e contribuisca efficacemente alla costruzione di una democrazia matura nell'Italia del bipolarismo. Come comportarsi, quando si è minoranza, di fronte a orientamenti inaccettabili decisi dalla maggioranza? Come dare una testimonianza di fede matura, mentre si collabora con tutti gli uomini di buona volontà? La Chiesa prega che il Signore accompagni e illumini Benedetto XVI. E gli assicura che non lo lascerà solo.