Editoriale - aprile 2005

Al referendum con l'auricolare

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Non avremmo voluto che questo referendum si facesse. Avremmo preferito non essere chiamati a decidere con un secco «sì» o «no» su materie tanto delicate e complesse, come la procreazione assistita. Ma purtroppo la Legge n. 40/2004 riflette i limiti e le carenze del dibattito, svoltosi in un Parlamento fortemente pluralistico che non è stato capace di approfondire alcuni aspetti della complessa tematica, riuscendo a elaborare solo un compromesso senza poter raggiungere soluzioni più accurate e condivise.
D'altro lato, però, la Legge n. 40 contiene punti positivi che la rendono meritevole di consenso: sia perché fissa finalmente regole chiare in un ambito delicato, che soffriva di un grave vuoto normativo, sia perché - pur non riflettendo, su punti essenziali, l'insegnamento della Chiesa (non è davvero una legge «confessionale»!) - riconosce tuttavia l'embrione come portatore di diritti e si preoccupa di assicurare a ogni figlio la protezione di una famiglia.
In conclusione, sarebbe stato meglio evitare il referendum e pensare a una revisione della Legge n. 40, eventualmente verificandone l'attuazione dopo qualche anno di applicazione. Ma ormai il referendum è alle porte. Quali scelte compiere? È importante prepararsi all'appuntamento con consapevolezza e responsabilità. Perciò la Rivista dedica all'esame dei quesiti referendari il suo primo articolo, subito dopo l'editoriale (CASALONE C., «I quesiti referendari sulla procreazione assistita», infra, 261-272); esso pone le premesse per rispondere a due domande che tutti ci poniamo: 1) il referendum è lo strumento adatto? e, poiché non lo è, 2) come ci si deve comportare?

1. Il referendum non è lo strumento adatto
In una società pluralista come la nostra siamo chiamati a costruire il bene comune attraverso il consenso, che è tanto più difficile quanto più controverse sono le questioni. Ora, in democrazia, il consenso si ottiene attraverso il dialogo, l'ascolto, la convergenza su valori comuni condivisi. Proprio per questo, la prima questione da affrontare è se il referendum sia lo strumento adeguato a realizzare il consenso per risolvere i problemi affrontati dalla legge sulla procreazione assistita. Se ci sono voluti molti anni di dibattito parlamentare per varare la Legge n. 40, come può un semplice cittadino dirimere con un «sì» o con un «no» questioni sulle quali gli stessi specialisti sono esitanti? Non ci si deve stupire se poi l'elettorato, chiamato a decidere scelte complesse e al di là della propria portata, finisca col disertare le urne, o se l'uso improprio del referendum finisca col generare stanchezza e togliere credibilità a questo strumento importante della vita democratica.
Nel caso della Legge n. 40, poi, il ricorso al referendum appare ancora più inefficace per il fatto che, data la materia, ci sarebbe bisogno di una larga possibilità di scelte, mentre il referendum abrogativo di natura sua limita questa possibilità a poche e scarne alternative. In pratica, con il referendum si può solo scegliere di limitare alcuni danni (veri o presunti), cancellando pezzi di una legge. Ora una simile operazione è del tutto inadeguata di fronte a scelte complesse, come quelle connesse alla procreazione assistita, destinate a incidere profondamente sulla vita delle persone, delle famiglie e della società.
Il referendum perciò, anziché favorire il confronto democratico tra le «ragioni» degli uni e degli altri, finisce col divenire occasione di scontro ideologico, inutile e dannoso. Ecco perché l'abuso nel ricorso al referendum abrogativo può compromettere, come nel nostro caso, quel dialogo rispettoso e maturo, che è l'unica via alla costruzione di un ethos comune condiviso.
Sono queste le ragioni per cui temiamo non solo che questo referendum non risolva i problemi per cui è stato indetto, ma che diventino più acute la polarizzazione politica e la lacerazione del tessuto sociale. Ci preoccupa soprattutto il futuro: in Italia ci sarà sempre più bisogno di fare unità tra posizioni diverse su molti altri temi delicati e controversi.

2. Quali scelte compiere?
Poiché il referendum sulla Legge n. 40 si terrà ed è ormai imminente, nasce la seconda questione: come ci si deve comportare? È evidente, per le ragioni esposte, la nostra netta posizione a favore del «no». Cerchiamo allora di chiarire quale sia la strada migliore per chi vuole che la Legge n. 40 rimanga così com'è. I modi possibili di dire «no» al prossimo referendum abrogativo sono due: a) andare a votare, con la possibilità anche di esprimere posizioni diverse; b) o, più semplicemente, non andare a votare.
a) Andare a votare
La prima opzione è quella di andare a votare. Questa scelta - la più ovvia - offre pure la possibilità di esprimere posizioni diverse.
Una prima posizione possibile è quella di votare «no» a tutti i quesiti. Coloro che compiono questa scelta, lo fanno naturalmente a favore del mantenimento della Legge n. 40. Ma è bene rendersi conto che questa decisione potrebbe sortire l'effetto contrario. Infatti, l'andare alle urne può contribuire al raggiungimento del quorum. Nessuno nega che esprimere il proprio «no» andando a votare sia un modo democraticamente maturo di partecipare al confronto diretto con chi sostiene ragioni opposte. Tuttavia, stando ai sondaggi, se si raggiunge il quorum, è molto probabile che vincano i «sì». Può accadere pertanto che, andando a votare «no» - senza volerlo, anzi volendo il contrario -, si contribuisca a ottenere il medesimo effetto finale voluto da chi vota «sì».
Una seconda posizione possibile è quella di differenziare il voto sui diversi quesiti, esprimendo alcuni «sì» e alcuni «no» con l'intenzione di contribuire a colmare le distanze che effettivamente esistono tra alcuni contenuti della Legge n. 40 e l'ethos condiviso. Del resto, anche l'etica teologica prevede la necessità di mediazioni e di gradualità per colmare le distanze in vista del bene comune. Il recente Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa afferma: «Il fedele laico è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale» (n. 568). Detto in altre parole, vi sono beni che, pur essendo meritevoli di tutela giuridica, non vengono tuttavia sottoposti a essa perché ciò causerebbe un danno maggiore al bene comune e alla convivenza sociale.
Quindi, in via di principio, anche i cattolici possono votare e sostenere una legge imperfetta come quella sulla procreazione assistita, dopo aver espresso pubblicamente la propria disapprovazione per gli elementi eticamente problematici in essa contenuti. Infatti, nonostante tutti i suoi limiti intrinseci, essa rappresenta un progresso rispetto alla situazione di partenza, né si può ottenere di più.
Il guaio è che la scelta del voto differenziato, teoricamente possibile e auspicabile, si complica talmente nel caso della Legge n. 40 da apparire praticamente non percorribile; infatti, i quesiti referendari sono a tal punto impacchettati e intrecciati tra di loro che è impossibile distinguere al loro interno: occorre prendere o lasciare in blocco, e il blocco risulta inaccettabile.
Altrettanto complicata da realizzare è la terza posizione, di non voto selettivo, che pure sarebbe teoricamente possibile: recarsi cioè alle urne e ritirare soltanto la scheda del quesito (o dei quesiti) su cui si intenda esprimere il proprio voto, rifiutando le altre, per evitare così di concorrere al raggiungimento del quorum sui quesiti rifiutati.
Insomma, sono tali e tanti le difficoltà e i rischi insiti nell'opzione di andare alle urne, da renderla francamente sconsigliabile ai fini di realizzare il bene concretamente possibile in questa situazione.
b) Non andare a votare
Rimane, perciò, la seconda opzione: quella di non andare a votare. Al fine di prevenire ogni pregiudizio, occorre ribadire la differenza che c'è tra la partecipazione alle elezioni politiche e quella al referendum abrogativo. Secondo l'art. 48 della Costituzione, andare a votare alle elezioni politiche è un «dovere civico»; in tal caso il verdetto delle urne è da ritenere valido, anche se vi partecipa una percentuale inferiore al 50% degli aventi diritto. Nel caso del referendum abrogativo, invece, l'art. 75 della Costituzione prevede che il cittadino possa decidere anche di non andare a votare, e stabilisce che l'esito del referendum è invalido se non vota la maggioranza degli aventi diritto.
Dunque, la differenza tra i due casi è notevole. Non recarsi alle urne in occasione delle elezioni politiche comporta il venir meno al proprio dovere di cittadini; invece, non votare al referendum per far mancare il quorum è un modo legittimo, previsto dalla Costituzione, con il quale il cittadino può esprimere la propria volontà. Infatti, l'onere di dimostrare che una legge votata dal Parlamento non corrisponde all'ethos condiviso della società resta a carico dei promotori del referendum; tant'è vero che, se il referendum dovesse fallire, essi non hanno diritto al rimborso delle spese sostenute per indirlo.
Ecco perché è scorretto - anzi è sbagliato - qualificare come «astenuto» chi responsabilmente decide di non andare a votare, o scorgere nella sua scelta un «segno di debolezza» o di «disinteresse». Si tratta in realtà di un modo costituzionalmente corretto e politicamente efficace di «partecipare attivamente» al referendum. La differenza è chiara: chi preferisce dire «no» andando ai seggi a votare, da un lato chiede il mantenimento della Legge n. 40, ma dall'altro approva di fatto l'uso improprio dello strumento referendario e può contribuire al raggiungimento del quorum necessario alla validità del risultato; chi invece, più saggiamente, per dire «no» decide di non recarsi ai seggi, non è per nulla un «astenuto», ma anzi - per dire così - raddoppia il suo voto, perché dice due «no»: uno all'abrogazione della Legge, e l'altro all'uso improprio del referendum, ribadendo che è il Parlamento il luogo dove riflettere in modo approfondito e mediare tra le diverse posizioni di una società pluralista. Pertanto, non andare alle urne appare il modo democraticamente più intelligente e responsabile di partecipare attivamente al referendum.
Tuttavia, poiché rimarrà fino all'ultimo l'incertezza sul possibile raggiungimento del quorum, occorrerà seguire con attenzione la dinamica dell'affluenza alle urne. Qualora divenisse chiaro che il quorum sta per essere raggiunto, bisognerà andare ai seggi ed esprimere il proprio «no» con il voto. Sono talmente importanti i valori in gioco, che questa volta non si potrà fare a meno di partecipare al referendum con l'auricolare.