Editoriale - marzo 2005

L'eredità di mons. Romero

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Venticinque anni fa, il 24 marzo 1980, Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, cadeva assassinato sull'altare sotto i colpi degli «squadroni della morte», sicari di una estrema destra forte e spietata. Avendolo conosciuto personalmente, mi sia consentita, anzitutto, una breve testimonianza, per poi rievocare il messaggio di questo martire dei tempi nuovi.

1. Lo ricordo così

Ho conosciuto mons. Romero a Puebla, in Messico. Ero direttore de La Civiltà Cattolica, e Giovanni Paolo I (la cui morte improvvisa fece slittare di tre mesi l'evento) mi inviò come «esperto» alla III Conferenza generale dell'Episcopato Latinoamericano (22 gennaio - 16 febbraio 1979). Fui assegnato alla VI Commissione, incaricata di studiare il rapporto tra evangelizzazione, liberazione e promozione umana; la Commissione era formata da diciassette membri, tra cui mons. Romero e mons. Helder Câmara. Non fu quindi un incontro fortuito, né fuggevole. Infatti, abbiamo lavorato insieme tre settimane, per approfondire il discorso sulla nuova evangelizzazione in America Latina, alla luce della Parola di Dio, dell'insegnamento della Chiesa e delle urgenze dei poveri.
Giungendo a Puebla, portavo con me il pregiudizio, diffuso negli ambienti romani, secondo cui mons. Romero era una «testa calda», un vescovo «politicante», sostenitore della «teologia della liberazione». Fin dai primi incontri scoprii invece un Romero completamente diverso. Mi colpirono subito l'umiltà del tratto, lo spirito di preghiera, la indiscussa fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, soprattutto il grande amore per i poveri, per i suoi campesinos. Durante le intense settimane di lavoro comune, rimasi impressionato specialmente dalla sua disponibilità. L'ho visto rinunciare più di una volta al suo parere, lasciandolo cadere senza insistere, quando la maggioranza della Commissione inclinava per un'altra soluzione o per una formulazione diversa.
In particolare, mi apparve del tutto infondata l'accusa di parteggiare per la «teologia della liberazione». Conoscevo bene le nuove correnti teologiche dell'America Latina, perché ce ne eravamo occupati anche a La Civiltà Cattolica. Cosicché mi resi subito conto che Romero non era affatto accondiscendente nei confronti delle posizioni estreme di alcuni teologi; in realtà, nel denunciare le ingiustizie, egli non faceva che applicare la Parola di Dio ai problemi concreti della gente. Era dunque un abbaglio confondere le deviazioni teologiche dei «cristiani per il socialismo» o della «lettura materialistica del Vangelo» con la lettura profetica e con l'applicazione sapienziale che Romero e altri vescovi latinoamericani facevano della Parola di Dio.
Ricordo i colloqui amichevoli durante gli intervalli. Mi disse che era stato inviato a San Salvador, perché aveva fama di «conservatore», per «riequilibrare» una situazione ecclesiale difficile. In particolare, un giorno, durante la pausa di mezza mattina, mi raccontò della situazione dolorosa e drammatica del Paese, dei diritti umani calpestati, della «sparizione» di tanti suoi figli, delle torture e delle esecuzioni sommarie, del clima violento di repressione che stava spingendo El Salvador verso l'insurrezione popolare (così egli temeva). Eppure non ebbe una sola parola di odio o di rabbia; anzi, credeva fermamente che si dovesse fermare la violenza, da qualsiasi parte venisse; diceva che la vendetta doveva essere bandita e dovevano invece trionfare la giustizia e l'amore per giungere alla riconciliazione e alla pace.
Poi aggiunse che la scelta preferenziale dei poveri era divenuta per lui una ragione di vita. E mi raccontò la sua «conversione». «Quando assassinarono il mio braccio destro, il padre Rutilio Grande - mi disse -, i campesinos rimasero orfani del loro "padre" e del loro più strenuo difensore. Fu durante la veglia di preghiera davanti alle spoglie dell'eroico padre gesuita, immolatosi per i poveri, che io capii che ora toccava a me prenderne il posto, ben sapendo che così anch'io mi sarei giocato la vita».
A un certo punto - lo ricordo bene - si interruppe; e, cambiando di tono, aggiunse testualmente: «Ho appena saputo che hanno assassinato un mio quarto sacerdote (acaban de matar a mi cuarto sacerdote). Lo so. Appena mi prenderanno, mi uccideranno (en cuanto me cojan, me van a matar)». Lo guardai. Non dava segno di rammarico o di paura. Sorrideva. Dal volto traspariva una serenità, che solo una fede e un amore grandi possono dare. Non l'ho più dimenticato. Era il volto di un martire dei tempi nuovi. La «profezia» si realizzò puntualmente l'anno dopo, quando cadde vittima immolata sull'altare.

2. «Conversione» o evoluzione?

Anche mons. Romero ebbe la sua evoluzione. Quando nel 1977 fu nominato arcivescovo di San Salvador si può dire che egli fosse sostanzialmente un «conservatore»: ligio alla istituzione ecclesiastica, moderato in politica, sensibile ai problemi sociali, preoccupato per il dilagare del fenomeno della politicizzazione del clero. Tanto che giunse pure a scontrarsi con i «gesuiti giovani» infatuati - così riteneva - della teologia politica, con i padri della Università Centroamericana (UCA) e con il loro Provinciale, accusandoli di politicizzare le istituzioni educative della Compagnia. Che cosa successe poi a Romero?
Si discute se la sua sia stata una «conversione» improvvisa. In realtà, una attenta lettura della sua biografia non autorizza a operare un taglio netto tra un prima e un poi, tra il Romero conservatore e l'arcivescovo di San Salvador progressista, amico del popolo e schierato con i poveri. Perciò, «conversione» è un termine improprio, che lo stesso Romero rifiutava. Tuttavia è impossibile negare l'influsso determinante che l'assassinio del padre Rutilio Grande, avvenuto il 12 marzo 1977, a pochi giorni dall'ingresso in diocesi, ebbe sul neo-arcivescovo. Egli stesso era solito parlare di «svolta» nella sua vita.
Preferiva però dire che, grazie al sacrificio del padre Rutilio, Dio gli aveva concesso un particolare dono di «fortezza (fortaleza) pastorale», capace di fargli affrontare con coraggio conflitti e persecuzioni, senza vacillare di fronte al dramma di sacerdoti, catechisti e fedeli torturati o uccisi, senza smarrirsi di fronte alle divisioni laceranti che spaccavano il Paese e la Chiesa salvadoregna. Non si è trattato quindi di un colpo di fulmine, ma di una maturazione della coscienza, come confidò scrivendo a Giovanni Paolo II, da poco eletto pontefice: «Ho creduto in coscienza che Dio mi chiedeva e mi dava una speciale fortezza pastorale che contrastava col mio temperamento e le mie inclinazioni "conservatrici". Ho creduto un dovere pormi decisamente in difesa della mia Chiesa e, dalla Chiesa, a fianco del mio popolo tanto oppresso» (MOROZZO DELLA ROCCA R., Primero Dios. Vita di Oscar Romero, Mondadori, Milano 2005, p. 153).
In conclusione, dall'esame spassionato dei documenti e delle testimonianze si deve dire che la morte di padre Rutilio Grande fu per mons. Romero l'occasione per assumere una più piena responsabilità apostolica, alla quale tuttavia egli era già spiritualmente preparato; il sacrificio del gesuita gli diede un coraggio nuovo nella testimonianza e nell'annuncio del Vangelo in una comunità ecclesiale profondamente divisa e in un Paese ormai in clima di aperta persecuzione. La conferma della autenticità della grazia ricevuta si può scorgere nel fatto che l'Arcivescovo non fece mai sua la scelta della violenza, ma insistette sempre sulla forza liberatrice dell'amore cristiano, fino all'ultima intervista rilasciata poco prima di essere ucciso: «La Chiesa - vi si legge - ha sempre condannato la violenza fine a se stessa o usata abusivamente contro dei diritti umani, oppure come primo e unico mezzo per difendere e affermare un diritto umano. Non si può fare un male per raggiungere un bene» (ivi, p. 170).
In una parola, Romero fu sempre coerente con gli orientamenti del Concilio Vaticano II e del Magistero della Chiesa: da un lato, egli non disdegnò le devozioni classiche, preoccupato di portare i fedeli da una religiosità popolare (che a volte sconfina nella superstizione) a una fede matura; dall'altro, era convinto che, nella drammatica emergenza sociale e politica in cui si trovava il Salvador, il solo punto di riferimento dovesse essere il Vangelo. Il «torto» di mons. Romero, che gli attirò incomprensioni e accuse durissime anche all'interno della Chiesa, fu proprio questo: che un arcivescovo, uomo della istituzione ecclesiastica, nel confronto con il potere politico si rifacesse profeticamente al Vangelo più che al «potere» della Chiesa. Ciò gli consentì di parlare sempre con libertà e franchezza evangelica, come attestano le famose prediche domenicali alla Messa delle otto, nelle quali, dopo aver commentato la Parola di Dio, ne confrontava gli insegnamenti con la situazione del Paese. Questa osmosi tra Parola di Dio e storia è caratteristica della omiletica di mons. Romero: «Non stiamo parlando alle stelle», amava ripetere. «Non possiamo separare la Parola di Dio dalla realtà storica in cui si pronuncia, altrimenti la Bibbia sarebbe un libro devoto, come un libro della nostra biblioteca; ma è Parola di Dio perché anima, illumina, contrasta, ripudia, elogia quanto accade oggi in questa società» (ivi, p. 223).
Ovviamente il continuo incarnare la fede nei drammi e nella vita concreta del popolo salvadoregno poteva offrire il fianco a facili strumentalizzazioni. E infatti non pochi ne approfittarono. Tuttavia non fu possibile oscurare la limpidezza del servizio pastorale di mons. Romero. «Il cuore della mia vita - confiderà al card. Baggio, prefetto della Congregazione per i Vescovi - è testimoniare l'amore di Dio agli uomini e degli uomini tra di loro. Questo si deve manifestare mediante la nostra propria vita e condotta di cristiani, con una testimonianza vissuta di fedeltà a Gesù Cristo, di povertà e di distacco dai beni materiali, di libertà innanzi ai poteri del mondo. In una parola: di santità» (ivi, p. 220).

3. La sua eredità pastorale

Le conclusioni del lavoro compiuto a Puebla dalla VI Commissione si trovano condensate nella II parte del Documento finale, particolarmente nel paragrafo n. 4 del II capitolo, intitolato: «Evangelizzazione, liberazione e promozione umana» (cfr Puebla. Comunione e partecipazione, AVE, Roma 1979, nn. 470-506, pp. 594-602). Senza forzature, possiamo affermare che quel paragrafo, alla cui elaborazione partecipò pure Romero, illumina quella che poi sarebbe stata la sua eredità pastorale.
In particolare è significativo il giudizio equilibrato sulla «teologia della liberazione». Romero preferiva parlare di «liberazione integrale», per evitare che «liberazione» senza aggettivi inducesse a pensare alla sola dimensione politica dell'impegno cristiano. È necessario - insisteva - ribadire l'originale concezione della liberazione cristiana che è sintesi tra evangelizzazione e promozione umana. È il medesimo concetto che si ritrova nel citato paragrafo n. 4: «Ci sono due elementi complementari e inseparabili: la liberazione da tutte le schiavitù del peccato personale e sociale, da tutto ciò che ferisce l'uomo e la società, e ha la sua fonte nell'egoismo, nel mistero d'iniquità; e la liberazione per la crescita progressiva dell'essere per la comunione con Dio e con gli uomini, che culmina nella perfetta comunione del cielo, dove Dio sarà tutto in tutti e non vi saranno più lacrime. È una liberazione che si va realizzando nella storia, sia in quella dei nostri popoli, sia in quella personale e che abbraccia le differenti dimensioni dell'esistenza: sociale, politica, economica, culturale, e il complesso delle relazioni. In tutto ciò deve circolare la ricchezza trasformatrice del Vangelo, col suo apporto proprio e specifico da salvaguardare» (Puebla, cit., nn. 482 s., p. 597).
Romero, poi, era profondamente convinto anche di un altro punto su cui insiste il Documento finale di Puebla: non solo il vescovo e il clero, ma «tutta la comunità cristiana è chiamata a farsi responsabile delle opzioni concrete e della loro effettiva realizzazione per rispondere alle interpellanze che le mutevoli circostanze le presentano»; in particolare, «i laici non devono essere esecutori passivi, ma collaboratori attivi dei pastori, ai quali apportano la loro esperienza e competenza professionale e scientifica» (ivi, n. 473, p. 395).
Certo la stesura del Documento fu opera comune, ma è evidente la coincidenza tra le conclusioni di Puebla e l'eredità pastorale di mons. Romero.
Ecco perché stupisce molto che qualcuno abbia potuto dubitare dell'amore alla Chiesa e della fedeltà al Vangelo di un Pastore per il quale l'espressione ignaziana «Sentir con la Iglesia», più che un motto scelto in occasione dell'ordinazione episcopale, fu un autentico programma di vita. E oggi rimane parte essenziale della sua eredità spirituale. Egli volle che la composizione grafica dello stemma episcopale mettesse in evidenza gli elementi essenziali del suo «sentire con la Chiesa». Così li spiega egli stesso: «Nel campo superiore: su sfondo azzurro, la palma della Vergine della Pace, patrona del nostro Paese, la mia principale devozione mariana. Nel campo intermedio: su quadrati gialli e bianchi, simboli della bandiera della Chiesa, la croce papale che indica la mia solidarietà con la Chiesa e il successore di Pietro con la sua triplice potestà profetica, sacerdotale e regale. E sotto, su sfondo bianco, un rametto di rosmarino [in spagnolo romero], il mio cognome, un'erba significativa che profuma, purifica, segno del mio desiderio di prestare un servizio sincero personale alla Chiesa [...]. In fondo si vede il bastone, simbolo del pastore» (MOROZZO DELLA ROCCA R., Primero Dios, cit., p. 382, nota 8).
I dieci anni del suo episcopato (1970-1980) Romero li visse tutti nella convulsa stagione postconciliare. Come suole avvenire, in concomitanza con i grandi cambiamenti della storia anche all'interno della Chiesa si creano non poche tensioni tra il vecchio che stenta a morire e il nuovo che fatica a nascere. In tali passaggi difficili, i veri protagonisti del cambiamento non sono - come erroneamente si tende a pensare - i «novatori» infatuati del nuovo, né i «conservatori» preoccupati della fedeltà al passato. In simili frangenti, chi veramente fa progredire e crescere la Chiesa e la società sono gli uomini come Romero, «uomini della sintesi», capaci cioè di innovare nella fedeltà, di mediare tra il vecchio e il nuovo, evitando le derive opposte del progressismo e dell'integrismo.
È significativo, in questa linea, quanto Romero scriveva nel 1965, sul finire del Concilio: «La Chiesa è in un momento di "aggiornamento", cioè di crisi della sua storia. E come in tutti gli "aggiornamenti" emergono due forze antagoniste: da una parte un affanno smisurato di novità, definito da Paolo VI "sogni arbitrari di rinnovamenti artificiosi"; e, d'altra parte, un attaccamento all'immobilità delle forme rivestite dalla Chiesa lungo i secoli e il rifiuto dell'indole dei tempi nuovi. I due estremi peccano di esagerazione. L'attaccamento incondizionato al vecchio frena il progresso della Chiesa e ne restringe la "cattolicità", che ha un senso non solo geografico ma anche storico e la rende capace di essere a tono con tutte le civiltà e tutte le epoche. Lo smisurato spirito di novità è imprudente esplorazione dell'incerto, e al contempo tradisce ingiustamente il ricco patrimonio di esperienze del passato [...]. Per non cadere nel ridicolo di una acritica affezione al vecchio, e per non cadere nel ridicolo di farsi avventuriero di "sogni artificiosi" di novità, meglio è vivere oggi più che mai quel classico assioma: Sentir con la Iglesia, che concretamente significa attaccamento incondizionato alla gerarchia. Perché sono il Papa e i vescovi gli uomini ispirati da Dio per l' "aggiornamento" della Chiesa in tutte le ore della sua storia» (ivi, pp. 73 s.).
Questo «sentire con la Chiesa», inteso come sintesi tra novità e continuità, tra coraggio profetico e fedeltà alla istituzione ecclesiastica, è il cuore della eredità che Romero ha lasciato non solo alla sua comunità salvadoregna, ma alla Chiesa intera.

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Egli sapeva di essere nel mirino dei suoi assassini: solo non conosceva l'ora e il modo in cui lo avrebbero ucciso. Le parole conclusive dell'ultima sua omelia, il pomeriggio del 24 marzo 1980, danno il senso di tutta la sua vita apostolica: «Dalla fede cristiana sappiamo che in questo momento l'ostia di grano si converte nel corpo del Signore offerto per la redenzione del mondo e il vino in questo calice si trasforma nel sangue prezzo di salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti anche per dare il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per dare frutti di giustizia e di pace al nostro popolo» (ivi, pp. 345 s.). Aveva appena finito di pronunciare queste frasi, che un colpo di fucile al petto le trasformava nel suo testamento spirituale: amare Dio sopra ogni cosa (primero Dios) e amarci gli uni gli altri come Cristo ha amato noi, fino a dare la vita per i fratelli. Che altro occorre per riconoscere la santità di un eroico Pastore che il popolo già acclama «san Romero de las Américas»?