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Venticinque anni fa, il 24 marzo 1980, Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo
di San Salvador, cadeva assassinato sull'altare sotto i colpi
degli «squadroni della morte», sicari di una estrema destra
forte e spietata. Avendolo conosciuto personalmente, mi sia consentita,
anzitutto, una breve testimonianza, per poi rievocare il messaggio
di questo martire dei tempi nuovi.
1. Lo ricordo così
Ho conosciuto mons. Romero a Puebla, in Messico. Ero direttore de
La Civiltà Cattolica, e Giovanni Paolo I (la cui morte
improvvisa fece slittare di tre mesi l'evento) mi inviò
come «esperto» alla III Conferenza generale dell'Episcopato
Latinoamericano (22 gennaio - 16 febbraio 1979). Fui assegnato alla
VI Commissione, incaricata di studiare il rapporto tra evangelizzazione,
liberazione e promozione umana; la Commissione era formata da diciassette
membri, tra cui mons. Romero e mons. Helder Câmara. Non fu quindi
un incontro fortuito, né fuggevole. Infatti, abbiamo lavorato
insieme tre settimane, per approfondire il discorso sulla nuova evangelizzazione
in America Latina, alla luce della Parola di Dio, dell'insegnamento
della Chiesa e delle urgenze dei poveri.
Giungendo a Puebla, portavo con me il pregiudizio, diffuso negli ambienti
romani, secondo cui mons. Romero era una «testa calda»,
un vescovo «politicante», sostenitore della «teologia
della liberazione». Fin dai primi incontri scoprii invece un
Romero completamente diverso. Mi colpirono subito l'umiltà
del tratto, lo spirito di preghiera, la indiscussa fedeltà
al Vangelo e alla Chiesa, soprattutto il grande amore per i poveri,
per i suoi campesinos. Durante le intense settimane di lavoro
comune, rimasi impressionato specialmente dalla sua disponibilità.
L'ho visto rinunciare più di una volta al suo parere,
lasciandolo cadere senza insistere, quando la maggioranza della Commissione
inclinava per un'altra soluzione o per una formulazione diversa.
In particolare, mi apparve del tutto infondata l'accusa di parteggiare
per la «teologia della liberazione». Conoscevo bene le
nuove correnti teologiche dell'America Latina, perché
ce ne eravamo occupati anche a La Civiltà Cattolica.
Cosicché mi resi subito conto che Romero non era affatto accondiscendente
nei confronti delle posizioni estreme di alcuni teologi; in realtà,
nel denunciare le ingiustizie, egli non faceva che applicare la Parola
di Dio ai problemi concreti della gente. Era dunque un abbaglio confondere
le deviazioni teologiche dei «cristiani per il socialismo»
o della «lettura materialistica del Vangelo» con la lettura
profetica e con l'applicazione sapienziale che Romero e altri
vescovi latinoamericani facevano della Parola di Dio.
Ricordo i colloqui amichevoli durante gli intervalli. Mi disse che
era stato inviato a San Salvador, perché aveva fama di «conservatore»,
per «riequilibrare» una situazione ecclesiale difficile.
In particolare, un giorno, durante la pausa di mezza mattina, mi raccontò
della situazione dolorosa e drammatica del Paese, dei diritti umani
calpestati, della «sparizione» di tanti suoi figli, delle
torture e delle esecuzioni sommarie, del clima violento di repressione
che stava spingendo El Salvador verso l'insurrezione popolare
(così egli temeva). Eppure non ebbe una sola parola di odio
o di rabbia; anzi, credeva fermamente che si dovesse fermare la violenza,
da qualsiasi parte venisse; diceva che la vendetta doveva essere bandita
e dovevano invece trionfare la giustizia e l'amore per giungere
alla riconciliazione e alla pace.
Poi aggiunse che la scelta preferenziale dei poveri era divenuta per
lui una ragione di vita. E mi raccontò la sua «conversione».
«Quando assassinarono il mio braccio destro, il padre Rutilio
Grande - mi disse -, i campesinos rimasero orfani
del loro "padre" e del loro più strenuo difensore.
Fu durante la veglia di preghiera davanti alle spoglie dell'eroico
padre gesuita, immolatosi per i poveri, che io capii che ora toccava
a me prenderne il posto, ben sapendo che così anch'io
mi sarei giocato la vita».
A un certo punto - lo ricordo bene - si interruppe; e,
cambiando di tono, aggiunse testualmente: «Ho appena saputo
che hanno assassinato un mio quarto sacerdote (acaban de matar
a mi cuarto sacerdote). Lo so. Appena mi prenderanno, mi uccideranno
(en cuanto me cojan, me van a matar)». Lo guardai. Non
dava segno di rammarico o di paura. Sorrideva. Dal volto traspariva
una serenità, che solo una fede e un amore grandi possono dare.
Non l'ho più dimenticato. Era il volto di un martire
dei tempi nuovi. La «profezia» si realizzò puntualmente
l'anno dopo, quando cadde vittima immolata sull'altare.
2. «Conversione» o evoluzione?
Anche mons. Romero ebbe la sua evoluzione. Quando nel 1977 fu nominato
arcivescovo di San Salvador si può dire che egli fosse sostanzialmente
un «conservatore»: ligio alla istituzione ecclesiastica,
moderato in politica, sensibile ai problemi sociali, preoccupato per
il dilagare del fenomeno della politicizzazione del clero. Tanto che
giunse pure a scontrarsi con i «gesuiti giovani» infatuati
- così riteneva - della teologia politica, con
i padri della Università Centroamericana (UCA) e con il loro
Provinciale, accusandoli di politicizzare le istituzioni educative
della Compagnia. Che cosa successe poi a Romero?
Si discute se la sua sia stata una «conversione» improvvisa.
In realtà, una attenta lettura della sua biografia non autorizza
a operare un taglio netto tra un prima e un poi, tra il Romero conservatore
e l'arcivescovo di San Salvador progressista, amico del popolo
e schierato con i poveri. Perciò, «conversione»
è un termine improprio, che lo stesso Romero rifiutava. Tuttavia
è impossibile negare l'influsso determinante che l'assassinio
del padre Rutilio Grande, avvenuto il 12 marzo 1977, a pochi giorni
dall'ingresso in diocesi, ebbe sul neo-arcivescovo. Egli stesso
era solito parlare di «svolta» nella sua vita.
Preferiva però dire che, grazie al sacrificio del padre Rutilio,
Dio gli aveva concesso un particolare dono di «fortezza (fortaleza)
pastorale», capace di fargli affrontare con coraggio conflitti
e persecuzioni, senza vacillare di fronte al dramma di sacerdoti,
catechisti e fedeli torturati o uccisi, senza smarrirsi di fronte
alle divisioni laceranti che spaccavano il Paese e la Chiesa salvadoregna.
Non si è trattato quindi di un colpo di fulmine, ma di una
maturazione della coscienza, come confidò scrivendo a Giovanni
Paolo II, da poco eletto pontefice: «Ho creduto in coscienza
che Dio mi chiedeva e mi dava una speciale fortezza pastorale che
contrastava col mio temperamento e le mie inclinazioni "conservatrici".
Ho creduto un dovere pormi decisamente in difesa della mia Chiesa
e, dalla Chiesa, a fianco del mio popolo tanto oppresso» (MOROZZO
DELLA ROCCA R., Primero Dios. Vita di Oscar Romero, Mondadori,
Milano 2005, p. 153).
In conclusione, dall'esame spassionato dei documenti e delle
testimonianze si deve dire che la morte di padre Rutilio Grande fu
per mons. Romero l'occasione per assumere una più piena
responsabilità apostolica, alla quale tuttavia egli era già
spiritualmente preparato; il sacrificio del gesuita gli diede un coraggio
nuovo nella testimonianza e nell'annuncio del Vangelo in una
comunità ecclesiale profondamente divisa e in un Paese ormai
in clima di aperta persecuzione. La conferma della autenticità
della grazia ricevuta si può scorgere nel fatto che l'Arcivescovo
non fece mai sua la scelta della violenza, ma insistette sempre sulla
forza liberatrice dell'amore cristiano, fino all'ultima
intervista rilasciata poco prima di essere ucciso: «La Chiesa
- vi si legge - ha sempre condannato la violenza fine
a se stessa o usata abusivamente contro dei diritti umani, oppure
come primo e unico mezzo per difendere e affermare un diritto umano.
Non si può fare un male per raggiungere un bene» (ivi,
p. 170).
In una parola, Romero fu sempre coerente con gli orientamenti del
Concilio Vaticano II e del Magistero della Chiesa: da un lato, egli
non disdegnò le devozioni classiche, preoccupato di portare
i fedeli da una religiosità popolare (che a volte sconfina
nella superstizione) a una fede matura; dall'altro, era convinto
che, nella drammatica emergenza sociale e politica in cui si trovava
il Salvador, il solo punto di riferimento dovesse essere il Vangelo.
Il «torto» di mons. Romero, che gli attirò incomprensioni
e accuse durissime anche all'interno della Chiesa, fu proprio
questo: che un arcivescovo, uomo della istituzione ecclesiastica,
nel confronto con il potere politico si rifacesse profeticamente al
Vangelo più che al «potere» della Chiesa. Ciò
gli consentì di parlare sempre con libertà e franchezza
evangelica, come attestano le famose prediche domenicali alla Messa
delle otto, nelle quali, dopo aver commentato la Parola di Dio, ne
confrontava gli insegnamenti con la situazione del Paese. Questa osmosi
tra Parola di Dio e storia è caratteristica della omiletica
di mons. Romero: «Non stiamo parlando alle stelle», amava
ripetere. «Non possiamo separare la Parola di Dio dalla realtà
storica in cui si pronuncia, altrimenti la Bibbia sarebbe un libro
devoto, come un libro della nostra biblioteca; ma è Parola
di Dio perché anima, illumina, contrasta, ripudia, elogia quanto
accade oggi in questa società» (ivi, p. 223).
Ovviamente il continuo incarnare la fede nei drammi e nella vita concreta
del popolo salvadoregno poteva offrire il fianco a facili strumentalizzazioni.
E infatti non pochi ne approfittarono. Tuttavia non fu possibile oscurare
la limpidezza del servizio pastorale di mons. Romero. «Il cuore
della mia vita - confiderà al card. Baggio, prefetto
della Congregazione per i Vescovi - è testimoniare l'amore
di Dio agli uomini e degli uomini tra di loro. Questo si deve manifestare
mediante la nostra propria vita e condotta di cristiani, con una testimonianza
vissuta di fedeltà a Gesù Cristo, di povertà
e di distacco dai beni materiali, di libertà innanzi ai poteri
del mondo. In una parola: di santità» (ivi, p.
220).
3. La sua eredità pastorale
Le conclusioni del lavoro compiuto a Puebla dalla VI Commissione si
trovano condensate nella II parte del Documento finale, particolarmente
nel paragrafo n. 4 del II capitolo, intitolato: «Evangelizzazione,
liberazione e promozione umana» (cfr Puebla. Comunione e
partecipazione, AVE, Roma 1979, nn. 470-506, pp. 594-602). Senza
forzature, possiamo affermare che quel paragrafo, alla cui elaborazione
partecipò pure Romero, illumina quella che poi sarebbe stata
la sua eredità pastorale.
In particolare è significativo il giudizio equilibrato sulla
«teologia della liberazione». Romero preferiva parlare
di «liberazione integrale», per evitare che «liberazione»
senza aggettivi inducesse a pensare alla sola dimensione politica
dell'impegno cristiano. È necessario - insisteva
- ribadire l'originale concezione della liberazione cristiana
che è sintesi tra evangelizzazione e promozione umana. È
il medesimo concetto che si ritrova nel citato paragrafo n. 4: «Ci
sono due elementi complementari e inseparabili: la liberazione da
tutte le schiavitù del peccato personale e sociale, da tutto
ciò che ferisce l'uomo e la società, e ha la sua
fonte nell'egoismo, nel mistero d'iniquità; e la
liberazione per la crescita progressiva dell'essere per la comunione
con Dio e con gli uomini, che culmina nella perfetta comunione del
cielo, dove Dio sarà tutto in tutti e non vi saranno più
lacrime. È una liberazione che si va realizzando nella storia,
sia in quella dei nostri popoli, sia in quella personale e che abbraccia
le differenti dimensioni dell'esistenza: sociale, politica,
economica, culturale, e il complesso delle relazioni. In tutto ciò
deve circolare la ricchezza trasformatrice del Vangelo, col suo apporto
proprio e specifico da salvaguardare» (Puebla, cit.,
nn. 482 s., p. 597).
Romero, poi, era profondamente convinto anche di un altro punto su
cui insiste il Documento finale di Puebla: non solo il vescovo e il
clero, ma «tutta la comunità cristiana è chiamata
a farsi responsabile delle opzioni concrete e della loro effettiva
realizzazione per rispondere alle interpellanze che le mutevoli circostanze
le presentano»; in particolare, «i laici non devono essere
esecutori passivi, ma collaboratori attivi dei pastori, ai quali apportano
la loro esperienza e competenza professionale e scientifica»
(ivi, n. 473, p. 395).
Certo la stesura del Documento fu opera comune, ma è evidente
la coincidenza tra le conclusioni di Puebla e l'eredità
pastorale di mons. Romero.
Ecco perché stupisce molto che qualcuno abbia potuto dubitare
dell'amore alla Chiesa e della fedeltà al Vangelo di
un Pastore per il quale l'espressione ignaziana «Sentir
con la Iglesia», più che un motto scelto in occasione
dell'ordinazione episcopale, fu un autentico programma di vita.
E oggi rimane parte essenziale della sua eredità spirituale.
Egli volle che la composizione grafica dello stemma episcopale mettesse
in evidenza gli elementi essenziali del suo «sentire con la
Chiesa». Così li spiega egli stesso: «Nel campo
superiore: su sfondo azzurro, la palma della Vergine della Pace, patrona
del nostro Paese, la mia principale devozione mariana. Nel campo intermedio:
su quadrati gialli e bianchi, simboli della bandiera della Chiesa,
la croce papale che indica la mia solidarietà con la Chiesa
e il successore di Pietro con la sua triplice potestà profetica,
sacerdotale e regale. E sotto, su sfondo bianco, un rametto di rosmarino
[in spagnolo romero], il mio cognome, un'erba significativa
che profuma, purifica, segno del mio desiderio di prestare un servizio
sincero personale alla Chiesa [...]. In fondo si vede il bastone,
simbolo del pastore» (MOROZZO DELLA ROCCA R., Primero Dios,
cit., p. 382, nota 8).
I dieci anni del suo episcopato (1970-1980) Romero li visse tutti
nella convulsa stagione postconciliare. Come suole avvenire, in concomitanza
con i grandi cambiamenti della storia anche all'interno della
Chiesa si creano non poche tensioni tra il vecchio che stenta a morire
e il nuovo che fatica a nascere. In tali passaggi difficili, i veri
protagonisti del cambiamento non sono - come erroneamente si
tende a pensare - i «novatori» infatuati del nuovo,
né i «conservatori» preoccupati della fedeltà
al passato. In simili frangenti, chi veramente fa progredire e crescere
la Chiesa e la società sono gli uomini come Romero, «uomini
della sintesi», capaci cioè di innovare nella fedeltà,
di mediare tra il vecchio e il nuovo, evitando le derive opposte del
progressismo e dell'integrismo.
È significativo, in questa linea, quanto Romero scriveva nel
1965, sul finire del Concilio: «La Chiesa è in un momento
di "aggiornamento", cioè di crisi della sua storia.
E come in tutti gli "aggiornamenti" emergono due forze
antagoniste: da una parte un affanno smisurato di novità, definito
da Paolo VI "sogni arbitrari di rinnovamenti artificiosi";
e, d'altra parte, un attaccamento all'immobilità
delle forme rivestite dalla Chiesa lungo i secoli e il rifiuto dell'indole
dei tempi nuovi. I due estremi peccano di esagerazione. L'attaccamento
incondizionato al vecchio frena il progresso della Chiesa e ne restringe
la "cattolicità", che ha un senso non solo geografico
ma anche storico e la rende capace di essere a tono con tutte le civiltà
e tutte le epoche. Lo smisurato spirito di novità è
imprudente esplorazione dell'incerto, e al contempo tradisce
ingiustamente il ricco patrimonio di esperienze del passato [...].
Per non cadere nel ridicolo di una acritica affezione al vecchio,
e per non cadere nel ridicolo di farsi avventuriero di "sogni
artificiosi" di novità, meglio è vivere oggi più
che mai quel classico assioma: Sentir con la Iglesia, che concretamente
significa attaccamento incondizionato alla gerarchia. Perché
sono il Papa e i vescovi gli uomini ispirati da Dio per l' "aggiornamento"
della Chiesa in tutte le ore della sua storia» (ivi,
pp. 73 s.).
Questo «sentire con la Chiesa», inteso come sintesi tra
novità e continuità, tra coraggio profetico e fedeltà
alla istituzione ecclesiastica, è il cuore della eredità
che Romero ha lasciato non solo alla sua comunità salvadoregna,
ma alla Chiesa intera.
* * *
Egli sapeva di essere nel mirino dei suoi assassini: solo non conosceva
l'ora e il modo in cui lo avrebbero ucciso. Le parole conclusive
dell'ultima sua omelia, il pomeriggio del 24 marzo 1980, danno
il senso di tutta la sua vita apostolica: «Dalla fede cristiana
sappiamo che in questo momento l'ostia di grano si converte
nel corpo del Signore offerto per la redenzione del mondo e il vino
in questo calice si trasforma nel sangue prezzo di salvezza. Che questo
corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti
anche per dare il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza
e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per dare frutti di
giustizia e di pace al nostro popolo» (ivi, pp. 345 s.).
Aveva appena finito di pronunciare queste frasi, che un colpo di fucile
al petto le trasformava nel suo testamento spirituale: amare Dio sopra
ogni cosa (primero Dios) e amarci gli uni gli altri come Cristo
ha amato noi, fino a dare la vita per i fratelli. Che altro occorre
per riconoscere la santità di un eroico Pastore che il popolo
già acclama «san Romero de las Américas»?
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