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Nonostante la crisi strisciante, l'ipotesi più probabile
è che il Governo giunga alla sua scadenza naturale. Anche in
questo caso, però, è certo che le elezioni regionali
e amministrative di primavera daranno il via nello stesso tempo all'ultima
fase della Legislatura e alla campagna elettorale per le politiche
del 2006. Sembra dunque questo il momento opportuno per proporre alcune
serie considerazioni, affinché gli italiani riflettano sulla
situazione presente e sulle scelte da fare.
La XIV Legislatura passerà alla storia come quella del «berlusconismo».
È un brutto neologismo, ma è destinato a restare. Sta
per: «fare politica prevalentemente nell'interesse proprio
e dei propri amici (e dei ceti medio-alti)». Apparve fin dall'inizio
che Berlusconi era preoccupato anzitutto di provvedere agli interessi
propri e dei suoi. Infatti, cominciò a eliminare l'imposta
di successione e quella sulle donazioni, a depenalizzare il falso
in bilancio, a legalizzare il rientro dei capitali esportati illegalmente,
e diede il via a una serie ininterrotta di condoni e di sanatorie;
quindi, per difendere sé e i suoi dalla «persecuzione»
della magistratura, tergiversò sulle rogatorie internazionali
e sul mandato di cattura europeo, autorizzò la sospensione
o il trasferimento dei processi per «legittimo sospetto»
(legge Cirami), fino a giungere - ai nostri giorni - a
ridurre i termini di prescrizione, con l'intento trasparente
di salvare l'amico Previti (legge Cirielli).
Era fatale che, perseguendo interessi personali o di gruppo, prima
o poi si finisse col trasgredire non solo lo spirito, ma la lettera
stessa della Costituzione. I numerosi casi di leggi bocciate per incostituzionalità
dal Capo dello Stato e dalla Corte Costituzionale devono fare riflettere.
Se prima le «lamentele» venivano sostanzialmente dall'opposizione
o anche da voci autorevoli indipendenti, negli ultimi tempi sono dovute
intervenire le stesse istituzioni preposte alla difesa della democrazia.
È stato il caso, per esempio, della legge Bossi-Fini, bocciata
su un punto delicatissimo di cultura giuridica come le garanzie processuali
e le restrizioni della libertà personale; del «lodo Schifani»,
che mirava a «congelare» i processi a carico delle più
alte cariche dello Stato; della legge Gasparri sul riassetto del sistema
radiotelevisivo; della riforma dell'ordinamento giudiziario,
fiore all'occhiello del Governo. E sarà difficile che
eviti lo scoglio della incostituzionalità il progetto di legge
costituzionale sulla devolution, tuttora in itinere.
I frequenti interventi degli organi supremi preposti alla tutela dello
Stato democratico sono la conferma autorevole che oggi in Italia è
in atto il tentativo di modificare le basi della convivenza sociale
e politica del Paese, attraverso lo sconvolgimento della Costituzione
repubblicana. È ben vero che molti in politica hanno fatto
i propri affari anche prima di Berlusconi, anche nella prima Repubblica,
anche con il centro-sinistra. Oggi però non si tratta solo
di un calo di tensione morale, ma il problema si pone a un livello
più alto e pericoloso, tanto da obbligare a intervenire ripetutamente
le istituzioni di tutela della democrazia.
A questo punto emerge con chiarezza il vizio intrinseco del «berlusconismo»,
inteso sia come programma, sia come filosofia politica: la mancanza
di senso dello Stato e del bene comune, da cui è affetto in
radice, finisce col favorire la illegalità e mette a repentaglio
la stessa democrazia. Ecco perché non si può più
tacere. È un grave dovere morale aprire gli occhi di quanti
aderiscono al «berlusconismo» in buona fede, soprattutto
di quei «cattolici» che lo ritengono in linea con la dottrina
sociale della Chiesa, solo perché ha approvato la legge sulla
procreazione assistita, si oppone al riconoscimento giuridico delle
coppie omosessuali o finanzia gli oratori.
Perciò è importante: 1) prendere coscienza delle premesse
teoriche errate su cui poggia il «berlusconismo»; 2) denunciare
simmetricamente le gravi responsabilità del gruppo dirigente
dell'opposizione; 3) rinnovare l'appello ai «liberi
e forti», affinché i riformisti mostrino di essere effettivamente
pronti all'alternativa di Governo.
1. Le premesse errate del «berlusconismo»
Il pensiero politico moderno considera giustamente il principio del
bene comune fondato sul primato della persona come il cardine della
democrazia rappresentativa. Dal canto suo, l'insegnamento sociale
cristiano rafforza ulteriormente questo principio, quando afferma
che «il bene comune è la ragion d'essere dell'autorità
politica» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa
[CDS], n. 168); in altre parole, lo Stato e i politici hanno il dovere
morale di anteporre sempre il bene comune agli interessi individuali
o di parte. Ciò comporta in concreto che, «nello Stato
democratico, in cui le decisioni sono solitamente assunte a maggioranza
dai rappresentanti della volontà popolare, coloro ai quali
compete la responsabilità di governo sono tenuti a interpretare
il bene comune del loro Paese non soltanto secondo gli orientamenti
della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti
i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione
di minoranza» (ivi, n. 169).
Se questo è il principio cardine della democrazia moderna e
dell'insegnamento sociale della Chiesa, appare subito quanto
il «berlusconismo» sia lontano dall'una e dall'altro.
Infatti, la concezione neoliberista a cui esso si ispira lo porta,
all'opposto, a privilegiare gli interessi personali e privati
e a concepire il bene comune come la somma del benessere degli individui.
Favorisce perciò i ceti medio-alti piuttosto che le fasce popolari,
nella persuasione che se i ricchi stanno meglio, anche i poveri ne
trarranno vantaggio. Si spiega così, per esempio, perché
presti più attenzione allo sviluppo del Centro-Nord che a quello
del Sud; perché, confondendo solidarietà con assistenzialismo,
propugni lo smantellamento dello Stato sociale, anziché la
sua riforma. La medesima ispirazione ideologica individualistica e
utilitaristica spiega perché i principi della «partecipazione
responsabile» e della «concertazione» siano stati
sostituiti con quelli della «competitività» e della
«logica ferrea della maggioranza», introducendo nella
vita della comunità nazionale fattori di continua conflittualità.
Tutto ciò non solo contrasta con la concezione stessa della
democrazia rappresentativa, ma è esattamente il contrario di
quella «forte tensione morale» nella ricerca del bene
comune, su cui tanto insiste la dottrina sociale della Chiesa, necessaria
«affinché la gestione della vita pubblica sia il frutto
della corresponsabilità di ognuno nei confronti del bene comune»;
è questo «uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici,
oltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia»
(ivi, nn. 189 s.).
Ora, se il «berlusconismo» fosse soltanto una delle tante
concezioni politiche che si confrontano liberamente nel rispetto delle
regole democratiche, il pericolo di guasti irreparabili sarebbe relativo.
La sua pericolosità per la stessa vita democratica deriva invece
dal fatto che una sola persona ha in mano tutti i poteri: da un lato,
dispone direttamente del legislativo e dell'esecutivo, dall'altro
condiziona l'economico e il mediatico. L'unico potere
che finora le sfuggiva era quello giudiziario; ma anch'esso
sta per essere messo sotto controllo, attraverso la legge di riforma
dell'ordinamento giudiziario, il cui rinvio alle Camere da parte
del Capo dello Stato può solo ritardarne l'approvazione,
cosicché non resta che sperare nell'intervento inevitabile
della Consulta. Del resto, chi controlla il potere legislativo e quello
esecutivo può già facilmente aggirare la magistratura,
come è avvenuto fin qui: basta una legge fatta su misura per
togliere di mezzo reati e norme «ingombranti».
L'aspetto più grave di questa politica senz'anima
sono le negative conseguenze sociali e morali che essa produce. Per
fortuna i cittadini onesti stanno aprendo gli occhi e, come dimostrano
i risultati delle consultazioni elettorali successive al 2001, il
vento sta cambiando.
Tra i tanti segni di risveglio, ci è parso particolarmente
significativo lo sciopero generale del 30 novembre 2004 contro la
legge finanziaria. Chi poteva mai immaginare che i lavoratori un giorno
sarebbero scesi in piazza a denunciare il taglio delle tasse? In realtà,
essi non hanno scioperato contro la diminuzione delle imposte, ma
contro una riforma fiscale che, riducendo il numero delle aliquote,
favorisce i ricchi e risulta irrisoria per i ceti popolari. I lavoratori
hanno dovuto difendersi contro una legge che, mentre da un lato «educa»
male i cittadini a pensare solo a se stessi e a cercare il proprio
interesse allettandoli con la diminuzione delle tasse, dall'altro
fa ricadere poi sulla collettività e in particolare sulle fasce
più deboli le conseguenze di una politica utilitaristica e
strumentale. Infatti, non occorre essere addetti ai lavori per capire
che non si possono ridurre le tasse senza tagliare la spesa sociale
o i trasferimenti agli enti locali, obbligando Comuni e Regioni a
reperire sul territorio le risorse necessarie, con disagi maggiori
per i meno abbienti. La coscienza democratica si rifiuta di approvare
una riforma fiscale senza equità, che privilegia i ceti più
fortunati e toglie con la sinistra ai cittadini più deboli
ciò che sembra loro concedere con la destra. Ecco dunque il
vero problema della crisi italiana di oggi: come restituire alla politica
moralità e dignità.
2. Le gravi responsabilità del centro-sinistra
Di fronte ai guasti del «berlusconismo» e al profondo
scontento del Paese verso il Governo, il comportamento del centro-sinistra
appare incomprensibile. Mentre il Governo rimane a galla a forza di
voti di fiducia e cercando di ammansire i membri inquieti della maggioranza
con un posto di vicepremier, di ministro o di sottosegretario, non
si comprende come il centro-sinistra non trovi la forza di superare
al suo interno le vecchie logiche di appartenenza e meschini interessi
di parte. Il collante della opposizione non potrà mai essere
il solo antiberlusconismo. I dirigenti del centro-sinistra devono
essere consapevoli che, continuando così, non avranno mai la
fiducia dei tanti scontenti del «berlusconismo». Devono
capire che è una forma di suicidio politico deludere la fiducia
degli oltre 10 milioni di italiani (un terzo dell'elettorato)
che alle elezioni europee 2004 hanno votato la lista «Uniti
nell'Ulivo», convinti che fosse l'inizio di un cammino
nuovo. E poi, anche l'opposizione (non meno della maggioranza)
ha il dovere morale di cercare il bene comune: come rischiare di far
perdere al Paese una simile occasione storica di rinnovamento?
Per il centro-sinistra dunque il problema è di proseguire il
cammino iniziato, dando vita a un soggetto politico stabile, con regole
e organi propri, che non sia soltanto una coalizione elettorale come
fu il «triciclo». Lo scontento per il modesto successo
ottenuto dalla lista unica alle elezioni europee del 2004 (il 31,1%,
però, è pur sempre un buon risultato) e lo spostamento
degli equilibri interni che si è verificato in seguito alla
flessione della Margherita (attestatasi sul 10%) e al rafforzamento
dei DS (avvicinatisi al 20%), non giustificano affatto l'interruzione
della strada intrapresa: non si tratta, infatti, di dare vita a un
impossibile partito unico, ma a una federazione (la FED) con un'unica
lista e un unico simbolo, al cui interno i partiti mantengano ciascuno
la propria identità. Le elezioni regionali e amministrative
della prossima primavera potrebbero fungere da prova generale, prima
delle elezioni politiche del 2006. Sarebbe un gravissimo errore perdere
il passo con la storia, per non perdere spazi di potere.
Occorre riprendere subito il cammino. In particolare è importante
che il nuovo soggetto politico nasca non per imposizione dall'alto
o per decisione dei vertici, ma dal basso, dalle cento città,
grazie al consenso culturale e politico da conquistare sul territorio.
Ciò vuol dire fare sintesi tra il nuovo che emerge dalla società
civile, le esigenze complessive del Paese e la necessità di
andare oltre i particolarismi dei partiti.
Si è ancora in tempo per iniziare un paziente lavoro di tessitura
in senso federativo del nuovo Ulivo, in vista delle elezioni politiche
del 2006, coscienti che, se non decolla ora la FED, non ha senso pensare
alla nascita di una Grande Alleanza Democratica (GAD), allargata a
Rifondazione Comunista, all'Italia dei Valori (Di Pietro) e
all'UDEUR (Mastella). A questo punto, però, non basta
lo sforzo di evitare che si spezzino l'uno o l'altro degli
anelli deboli dell'alleanza, ricorrendo a compromessi da prima
Repubblica. Per uscire dalla crisi, oltre alla forza morale, occorre
avere anche la volontà politica di andare al di là degli
interessi particolari e di calcoli opportunistici. Sulla reale esistenza
di questa volontà unitaria si gioca ormai la credibilità
del confronto tra riformismo e «berlusconismo». Occorre
dimostrare con i fatti (non solo a parole) che, a differenza del centro-destra,
il centro-sinistra possiede un ideale, una cultura di governo, una
prospettiva politica e la organizzazione necessaria - la più
unitaria possibile - per elaborare e attuare un progetto alternativo.
Da qui bisogna partire per costruire prima la FED e poi la GAD. Il
documento unitario siglato il 10 gennaio dalla Margherita fa ben sperare.
3. Partire dal progetto
La elaborazione del programma deve precedere e accompagnare il formarsi
della federazione. Non può essere, però, una sola corrente
politica a elaborare un programma per la ricostruzione del Paese nella
prossima Legislatura. Occorre che i riformisti di diversa matrice
(liberal-democratica, socialdemocratica, cattolico-democratica e ambientalista)
si incontrino ed elaborino insieme un progetto comune di società¸
che sia appetibile anche per le nuove generazioni. Urge rinnovare
l'appello a tutti i «liberi e forti», che già
cinque anni fa abbiamo lanciato da queste pagine (cfr SORGE B., «Quale
futuro per il popolarismo?», in Aggiornamenti Sociali,
7-8 [1999] 509-516). Non si tratta di partire da zero, ma di fare
un salto di qualità.
In primo luogo, occorre superare la concezione individualistico-libertaria
del «berlusconismo», e fondare invece il progetto riformista
su un personalismo responsabile. La «persona» non è
una monade chiusa, ma è una realtà intrinsecamente sociale,
relazionale. Non basta garantire ai singoli una libertà il
più possibile estesa, ma priva di ogni responsabilità
pubblica. Solo su una libertà personale ma socialmente responsabile
si può costruire una democrazia solidale e ugualitaria, che
dia la certezza che i diritti umani fondamentali (alla vita, alla
famiglia, alla libertà, al lavoro, alla istruzione, alla sanità,
ecc.) saranno tutelati non solo nella loro dimensione individuale,
ma anche in quella sociale: quindi, non sopprimendo ma rinnovando
lo Stato sociale, non rifiutando ma accettando le sfide molteplici
della immigrazione, non abbandonando a se stesso il Mezzogiorno ma
riconoscendolo quale problema nazionale prioritario.
In secondo luogo, una cultura politica riformistica dovrà voltare
le spalle alla concezione privatistica dell'economia, tipica
del «berlusconismo», che riduce al minimo il ruolo dello
Stato e tende a privatizzare tutto: dalla sanità alla previdenza,
dai beni culturali a quelli ambientali. Il problema è invece
come armonizzare in modo creativo efficienza produttiva e solidarietà,
responsabilizzando il terzo settore. Solo all'interno di un
rapporto equilibrato tra privato, pubblico e legittima autonomia dei
corpi intermedi e delle forze sociali si potranno affrontare le necessarie
riforme nei settori chiave: giustizia, federalismo, mercato del lavoro,
scuola, sanità, famiglia. Allora le riforme costituzionali
si potranno fare senza mettere in discussione la democrazia rappresentativa
e parlamentare, né l'equilibrio dei poteri, e si potrà
realizzare un federalismo solidale che non intacchi, ma rafforzi,
l'unità indivisibile della Nazione.
In terzo luogo, è necessario affermare il primato del bene
comune, inteso come raggiungimento di traguardi sociali di benessere,
di sviluppo economico, di qualità della vita, rifiutando la
concezione egoistica di un bene comune inteso come somma dei beni
individuali. Solo nell'ottica del concetto integrale di bene
comune, «che si concreta nell'insieme di quelle condizioni
sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo
integrale della persona» (GIOVANNI XXIII, Mater et Magistra,
n. 65), possono trovare spazio il rifiuto della guerra «senza
se e senza ma», una politica internazionale ispirata al multilateralismo,
la volontà sincera di combattere la fame e le malattie nel
mondo, il dovere di salvaguardare l'equilibrio ecologico del
pianeta, l'impegno serio per l'accesso del Terzo Mondo
alle nuove tecnologie.
Sono soltanto alcuni spunti di un appello ai «liberi e forti»,
sui quali - senza perdere altro tempo - occorre subito
confrontarsi e coagulare il consenso culturale e politico possibilmente
di tutti i riformisti ovunque si trovino. Si tratta di costruire un
nuovo Ulivo, non più solo attraverso il confronto tra le segreterie
dei partiti, ma aprendosi realmente al dialogo con la società
civile, con i movimenti e i tanti altri soggetti che abitano gli spazi
della variegata area popolare democratica del nostro Paese. Perché
non trasformare questi spazi di «area popolare democratica»
nei nuovi «circoli» dell'«Ulivo che verrà»?
Non potrebbe essere questa la carta vincente del centro-sinistra e
di Prodi?
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