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In un mondo in cui le guerre si moltiplicano vi è, al contempo,
una grande domanda di peace-keeping. Ciò è emerso anche
nell'ultima riunione del G8 a Sea Island (USA), nel giugno 2004,
in cui alcuni leader africani hanno chiesto di essere aiutati a organizzare
un esercito tutto africano per la prevenzione dei conflitti e per
il peace-keeping. Esiste tuttavia molta confusione terminologica in
merito.
Il concetto di peace-keeping
Intorno al concetto di peace-keeping esistono fraintendimenti
e confusioni. Vi sono ad esempio missioni che sono (o sono state)
definite di peace-keeping, pur non avendo l'autorizzazione
dell'ONU, requisito che invece, nella letteratura e nella comunità
internazionale, viene considerato necessario per poter parlare di
autentiche missioni di peace-keeping. Ancora, alcuni usano
il termine per indicare tutte le operazioni di supporto alla pace,
mentre il peace-keeping («mantenimento della pace»)
è solo uno dei tipi contenuti nella grande categoria di Peace
Support Operations (categoria utilizzata in molti documenti ufficiali
delle Nazioni Unite), all'interno della quale si trovano anche
altri tipi di operazioni: conflict prevention («prevenzione
dei conflitti»), peace-making (lett. «fare la pace»,
ovvero operazioni di pacificazione condotte da una forza internazionale
che con la sua presenza favorisce la stabilizzazione in una situazione
di crisi); peace-enforcing (lett. «imporre» o «far
rispettare la pace», ovvero interventi della comunità
internazionale in una situazione di conflitto per imporre alle parti
la pace).
In senso proprio, le operazioni di peace-keeping - attuate in
un contesto dove le parti abbiano già raggiunto un pur difficile
accordo per far cessare le ostilità in un conflitto di carattere
internazionale o interno - sono operazioni condotte da forze
armate multinazionali, costituite da contingenti messi a disposizione
dagli Stati membri dell'ONU.
Le caratteristiche che definiscono la natura del peace-keeping sono:
il consenso dello Stato nel quale la forza di pace agisce, l'imparzialità
della forza di pace nei confronti delle parti in conflitto, il ricorso
all'uso della forza solo in caso di legittima difesa. Su questo
terzo punto, in realtà, nel corso del tempo si è andata
affermando la legittimità di azioni prese in difesa del mandato
della missione, cioè azioni volte a modificare le condizioni
sul terreno che impediscono l'adempimento del mandato ricevuto.
In base ai tre criteri illustrati, si comprende dunque perché
non possano essere definite operazioni di peace-keeping quelle in
cui intervengono ad esempio forze della NATO, a causa della sua natura
di alleanza politico-militare che, per quanto rappresentativa, non
garantisce all'intervento condizioni sufficienti di imparzialità
e neutralità. Si capisce allora perché è improprio
(sebbene sia stato fatto) parlare della operazione che venne avviata
nel 1999 in Kosovo da parte della NATO come di un caso di peace-keeping.
Un'altra caratteristica importante del peace-keeping (sebbene
non si tratti in questo caso di un requisito necessario) è
la presenza nella missione di una componente non militare. È
andata infatti crescendo negli ultimi anni la consapevolezza del ruolo
che possono svolgere le componenti civili delle missioni, soprattutto
nell'opera di mediazione tra le parti in conflitto e, talvolta,
nella ricostruzione delle strutture statuali.
Oltre che in funzioni amministrative, le componenti civili delle operazioni
di pace sono state sempre più coinvolte in altri settori, quali
il monitoraggio elettorale, il sostegno allo sviluppo della democrazia,
l'assistenza umanitaria, la ricostruzione economica, il monitoraggio
e la protezione dei diritti umani. La creazione di un ambiente democratico,
grazie anche al sostegno delle ONG e delle associazioni umanitarie
presenti sul terreno, si è dimostrata garanzia non solo di
consultazioni elettorali corrette, ma anche di una pace effettiva
e duratura.
Peace-keeping e peace-enforcing
Particolarmente importante è la distinzione tra operazioni
per scopi di peace-keeping, in cui, come detto, il ricorso
all'uso della forza è limitato ai casi di legittima difesa,
e operazioni per scopi di peace-enforcing, in cui l'uso della
forza è volto a modificare le condizioni strategico-militari
esistenti, costringendo le parti o una delle parti alla pace. Nel
caso in cui l'azione armata delle forze internazionali ecceda
i limiti dell'autodifesa, fino al punto di perdere il consenso
delle parti e la pretesa neutralità della missione stessa,
non si parla più di peace-keeping ma di peace-enforcing.
È accaduto che operazioni nate con le caratteristiche di peace-keeping
abbiano mutato natura in seguito al venir meno del beneplacito o della
collaborazione delle parti in guerra. È il caso delle missioni
nella ex Jugoslavia (United Nations Protection Force: UNPROFOR)
e in Somalia (United Nations Operations in Somalia: UNOSOM
II), entrambe all'inizio degli anni '90. In questi casi
il mandato originario delle missioni è stato modificato dal
Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che non solo ha autorizzato
il ricorso all'uso della forza per legittima difesa, ma ha anche
attribuito ampi poteri coercitivi, talora al fine di ottenere un effettivo
controllo del territorio. Si è trattato dunque di un radicale
cambiamento nella struttura delle missioni in questione.
Missioni autorizzate dall'ONU
Il 29 maggio 2004 si è celebrata per la seconda volta al Palazzo
di vetro di New York la Giornata internazionale delle forze di peace-keeping.
In realtà le operazioni di mantenimento della pace rappresentano
uno dei compiti principali dell'ONU fin da quando i «caschi
blu» fecero il loro debutto in Egitto, nel 1956, in seguito
alla crisi del Canale di Suez. Non contemplate nella Carta dell'ONU,
esse sono state la risposta all'obbligo morale di rendere efficace
il dettato della Carta stessa. Leggiamo nel capitolo VI della Carta,
all'articolo 33, laddove si parla della soluzione delle dispute
internazionali con metodi pacifici: «Le parti di una controversia,
la cui continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento
della pace e della sicurezza internazionale, devono, anzitutto, perseguirne
una soluzione mediante negoziati, inchieste, mediazione, conciliazione,
arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni o accordi
regionali, o altri mezzi pacifici di loro scelta».
Le operazioni di peace-keeping condotte dall'ONU sono
caratterizzate da alcuni elementi, oltre a quelli già evidenziati:
in particolare l'istituzione da parte del Consiglio di Sicurezza
e il ruolo del Segretario generale nel reperimento delle forze da
impiegare e nel loro coordinamento. Il finanziamento delle operazioni
spetta agli Stati membri e l'Assemblea Generale decide la suddivisione
obbligatoria delle spese (gli Stati membri sono cioè obbligati
a versare la propria quota di finanziamento). Una volta deciso il
dispiegamento delle forze, il loro reperimento viene attuato tramite
accordi con gli Stati membri, accordi la cui stipulazione spetta al
Segretario generale su delega del Consiglio di Sicurezza. L'istituzione
della missione da parte del Consiglio avviene mediante l'approvazione
di una risoluzione nella quale vengono indicati, in maniera più
o meno dettagliata, i compiti che la missione stessa è chiamata
a svolgere.
Tra le missioni tuttora in corso, la prima è iniziata nel 1948
in Palestina, con la presenza di osservatori militari e civili; le
due più recenti invece sono state avviate nel 2004 ad Haiti,
con l'impiego di 6.700 militari e 1.622 unità di polizia
civile, e in Burundi, con 5.650 militari e 120 unità di polizia
civile. Sono circa 53mila i soldati impegnati nelle 16 missioni di
pace in corso in Afghanistan, Bosnia ed Erzegovina, Burundi, Costa
d'Avorio, Eritrea, Etiopia, Georgia, Haiti, Liberia, Libia,
Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Sahara Occidentale (Marocco),
Sierra Leone, Somalia, Timor Est.
Tra le missioni terminate ci limitiamo a ricordare, quali esempi efficaci
di peace-keeping, quelle in Albania e in Mozambico, entrambe all'inizio
degli anni Novanta ed entrambe, tra l'altro, con una significativa
partecipazione di personale italiano. Si è trattato di missioni
particolarmente importanti al fine di favorire la stabilizzazione
di un Paese appena uscito da una lunga guerra civile, nel caso del
Mozambico, o in preda a una grave crisi economica che rischiava di
destabilizzare l'intera struttura dello Stato, nel caso dell'Albania.
Evoluzione e problemi dopo il 1989
Con la caduta del Muro di Berlino, le operazioni di peace-keeping
si sono moltiplicate e hanno assunto caratteristiche diverse rispetto
a quelle del periodo precedente. Durante la guerra fredda il Consiglio
di Sicurezza è stato spesso teatro di duri scontri ideologici
tra le due superpotenze, che impedivano lo svolgimento di operazioni
in zone ritenute strategiche. Fino al 1989 le operazioni di peace-keeping
avevano soprattutto il compito di monitorare il cessate il fuoco tra
le parti in guerra e il rispetto degli impegni assunti precedentemente.
Caduto il Muro, le guerre hanno assunto sempre più la natura
del conflitto intrastatale. Si è dovuto affrontare il problema
della mancata previsione, da parte della Carta dell'ONU, della
possibilità di intervenire contro la sovranità di uno
Stato membro. È nata, in questo contesto, la dottrina dell'«ingerenza
umanitaria».
Nei conflitti intrastatali il personale impegnato nel peace-keeping
è stato incaricato sempre più spesso di proteggere i
profughi e di assicurare la distribuzione di beni di prima necessità.
Questo ha richiesto spesso l'uso della forza, mentre i soldati
destinati al mantenimento della pace erano sprovvisti di un preciso
mandato in tale senso. Il peace-keeping ha presto assunto un
carattere multidimensionale, inglobando il peace-making, cioè
il monitoraggio e la realizzazione degli accordi di pace, la ricostruzione
democratica ed economica, l'organizzazione dell'aiuto
umanitario e del ritorno dei profughi, l'assistenza nella transizione
politica, la supervisione, se non l'organizzazione, delle elezioni,
il monitoraggio del rispetto dei diritti umani, il disarmo delle fazioni
e la raccolta delle armi.
Per le missioni di tipo tradizionale, il cui compito principale era
quello di aiutare i belligeranti nel mantenimento della pace, le forze
messe a disposizione erano prevalentemente di carattere militare e
venivano distinte, anche dal punto di vista operativo, dagli osservatori
civili. L'evoluzione dei compiti ha determinato, come si è
accennato più sopra, un cambiamento anche nella composizione
delle forze di pace, per cui è cresciuto considerevolmente
il peso dell'elemento civile.
A partire dalla missione UNFICYP (United Nations peace-keeping
Force in Cyprus), del marzo 1964, il Consiglio di Sicurezza coniò
il termine Civilian Police (in sigla UNCIVPOL) per distinguere
questa componente dalla polizia militare che già partecipava
alle operazioni di peace-keeping.
Sulla base delle missioni finora svolte, la polizia civile delle Nazioni
Unite si presenta come un corpo disarmato, o eventualmente dotato
di armamento leggero per la sola difesa personale. La UNCIVPOL non
svolge funzioni esecutive in materia di ordine pubblico perché
l'attività di polizia, nelle missioni di mantenimento
della pace, si è sviluppata sulla base del principio che i
compiti di pubblica sicurezza sono di competenza esclusiva delle forze
di polizia locale, monitorate e assistite dalla Civilian Police.
Anche nel campo dell'assistenza umanitaria vi è stata
una trasformazione del peace-keeping a partire dall'inizio degli
anni '90, che ha portato a un impegno sempre più ampio
delle agenzie delle Nazioni Unite. Inoltre, nei conflitti dell'ultimo
decennio, il personale delle operazioni di peace-keeping ha anche
assunto poteri più ampi relativi al monitoraggio di violazioni
dei diritti dell'uomo, eseguendo indagini e producendo una vasta
documentazione sulle violazioni di tali diritti.
È realistico prevedere che, in un mondo sempre più globalizzato
e interdipendente, in cui il destino di ogni popolo è legato
a quello degli altri, gli interventi di peace-keeping acquisteranno
un'importanza sempre maggiore.
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