Lessico oggi - dicembre 2004

Sviluppo sostenibile

Chiara Tintori
Dottore di ricerca in Scienza Politica

 


Il concetto di sviluppo sostenibile è emerso per la prima volta nel rapporto Our Common Future, elaborato nell'ambito delle Nazioni Unite nel 1987, altrimenti noto come rapporto Brundtland, dal nome del Primo Ministro norvegese che fu presidente della commissione mondiale di studio su ambiente e sviluppo. La nuova idea di sviluppo si basa su due pilastri: i bisogni della generazione presente e i diritti delle generazioni future a una possibilità di sopravvivenza dignitosa. In una definizione sintetica, lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni. La necessità di salvaguardare la sopravvivenza delle generazioni successive è senza dubbio una novità, che richiama a una visione di futuro mai compresa, prima di allora, nella concezione di sviluppo in termini puramente economici. Per la prima volta viene superata la tradizionale contrapposizione tra ambiente e sviluppo, evidenziando la stretta interdipendenza che esiste tra degrado delle risorse naturali, crescita economica e qualità della vita. Così il concetto di sviluppo sostenibile costituisce una sintesi preziosa tra queste due tematiche fortemente conflittuali - ambiente e sviluppo - stabilendo le regole di un possibile equilibrio ed entrando a far parte integrante del dibattito e dei negoziati internazionali sull'ambiente dai primi anni Novanta ad oggi.
Al Principio 3 della Dichiarazione di Rio de Janeiro sull'ambiente e lo sviluppo (1992) si legge: «il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare equamente le esigenze relative all'ambiente e allo sviluppo delle generazioni presenti e future». Appare chiaro come questa formulazione rappresenti l'incrocio di due preoccupazioni: la prima considera il problema della distribuzione delle risorse e delle possibilità di vita fra gli abitanti attuali del pianeta, e dunque si pone su un piano trasversale dal punto di vista geografico, in termini di equità o giustizia internazionale; la seconda, invece, introducendo le generazioni future, gioca sul piano intertemporale.
Anche gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, fissati nel settembre 2000 dall'ONU e da realizzarsi entro il 2015, non mancano di invitare i Paesi alla «sostenibilità ambientale, integrando i principi dello sviluppo sostenibile nei programmi nazionali di sviluppo». Infine, a dieci anni dalla Conferenza di Rio, il Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg (2002), pur concludendosi con impegni non sostenuti da risorse economiche adeguate e norme condivise, ribadisce l'impegno allo sviluppo sostenibile, ovvero allo sviluppo economico e sociale e alla protezione ambientale a livello locale, nazionale, regionale e globale.

Realizzare lo sviluppo sostenibile
L'espressione «sviluppo sostenibile» è rintracciabile in molteplici discorsi e dichiarazioni di intenti dei politici di tutto il mondo. Eppure riempirlo di significati e di scelte operative concrete non è né semplice, né scontato. Si tratta della sfida di riuscire a vivere su questa Terra (con un numero di esseri umani che ha superato i 6 miliardi) in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere irrimediabilmente i sistemi naturali da cui traiamo le risorse per vivere e senza oltrepassare la capacità che questi sistemi hanno di sopportare gli scarti e i rifiuti delle nostre attività produttive.
Nell'affrontare seriamente questa sfida, si distinguono due approcci sociali ed economici: il tecnocentrismo e l'ecocentrismo. Secondo quest'ultimo, per realizzare lo sviluppo sostenibile non si può prescindere da un assetto economico del tutto nuovo, come esemplificato da questa immagine: «il sistema economico mondiale è incapace di affrontare insieme il problema della povertà e quello della protezione ambientale. Curare i mali ecologici della Terra separatamente dai problemi legati a situazioni debitorie, squilibri commerciali, sperequazioni nei livelli di reddito e di consumo è come cercare di curare una malattia cardiaca senza combattere l'obesità del paziente e la sua dieta carica di colesterolo: non esiste possibilità di successo finale» (POSTEL S., «La rinuncia all'azione in un decennio decisivo», cit. in WORLDWATCH INSTITUTE [ed.], Stato del pianeta e sostenbilità, Edizioni Ambiente, Milano 2003, 15 s.).
Opposto a questa posizione, vi è un senso comune neo-conservatore, o tecnocentrico, secondo il quale non vi è alcuna necessità di orientarsi operativamente verso la sostenibilità dello sviluppo: questo approccio ritiene che il sistema economico attuale sia già sostenibile, che l'innovazione tecnologica ridurrà sempre di più gli effetti ambientali e che la diffusione della ricchezza porterà un miglioramento della salute e della tutela dell'ambiente per tutti gli abitanti del pianeta. L'obiettivo primario di questa posizione sullo sviluppo sostenibile, che favorisce i diritti e i privilegi degli esseri umani attualmente viventi rispetto alle generazioni future, è quello di massimizzare il prodotto interno lordo; la libertà dei mercati, da sola, assicurerà il rinvenimento di risorse naturali alternative.
Consapevoli che non esistono ricette univoche e salvifiche sulla via dello sviluppo sostenibile, è però possibile rintracciare, sinteticamente, una serie di condizioni favorevoli. Un primo requisito essenziale è quello temporale: i Governi e la politica internazionale non possono continuare a muoversi su considerazioni di breve o medio periodo, dimenticando l'importanza della visione a lungo termine legata all'utilizzo sostenibile delle risorse naturali. Non basta tutelare i privilegi e le ricchezze dei membri favoriti delle generazioni presenti, senza responsabilmente occuparsi delle condizioni ambientali e di vita dei molti esseri umani di oggi e di domani esclusi dal benessere. La seconda condizione è l'integrazione delle diverse politiche di settore (finanziarie, commerciali, tecnologiche, energetiche, ecc.). Infatti, se lo sviluppo sostenibile non si è ancora affermato operativamente a livelli adeguati, al di là delle diverse posizioni ideologiche, è anche per la frammentarietà delle politiche e dei programmi, sia nazionali sia internazionali, che generalmente non sono riusciti a integrare aspetti economici ed ambientali. Una terza condizione, senza dubbio la più esigente, è quella di dotare il concetto di sviluppo sostenibile di principi sui quali ricercare un accordo tra tutte le parti in gioco: il principio della responsabilità comune e differenziata fra i diversi Paesi e quello di sussidiarietà sembrano ormai condivisi; altri restano oggetto di discussione o di veri e propri conflitti, come ad esempio i principi di precauzione e di equità.
L'approccio della sostenibilità rappresenta di fatto la critica più forte all'attuale modello di sviluppo, i cui limiti sono dati dall'incapacità di integrare i costi sociali e ambientali nel processo di crescita economica, da un orizzonte politico di breve termine che non tiene conto delle generazioni future, da un'eccessiva importanza attribuita a valori materiali e individualistici rispetto alle comunità e ai beni comuni, dalla tendenza a concentrare potere e ricchezza nelle mani di pochi. Alla base di tutto ciò, occorre da parte dei cittadini la consapevolezza che trasformare l'attuale modello di sviluppo in modo da renderlo sostenibile, significa modificare in profondità non solo gli stili di vita, ma i codici culturali tipici di una società; si tratta di un cambiamento talora doloroso, ma necessario per avviare fin da ora questa trasformazione in vista di una migliore qualità della vita, per il presente e per il futuro.

Come si misura
Se il rendere operativo lo sviluppo sostenibile non ha mancato di animare dibattiti, ancora più controverso appare il tema della sua misurabilità. Infatti, ad oggi non si dispone di una metodologia consolidata che consenta di tradurre in numeri e valori il comportamento di un Paese. Eppure il tema riveste una notevole importanza: disporre di indicazioni comparabili sul comportamento dei singoli Paesi rispetto alla sostenibilità del loro sviluppo, renderebbe più coerente il confronto fra di essi e permetterebbe di elaborare politiche chiare sulla base di queste indicazioni. Già Agenda 21, il documento programmatico più importante approvato a Rio de Janeiro, evidenzia la necessità di dotare i principi dello sviluppo sostenibile di misurazioni e di indicatori, al fine di migliorare i processi di decisione politica. Nonostante i ritardi in questa direzione, negli ultimi anni si stanno sviluppando molti sistemi e diverse tecniche, anche se tra loro poco integrate; tra esse, la contabilità ambientale nazionale e il sistema degli indicatori.
La prima si preoccupa della possibile integrazione tra aspetti economici e aspetti ambientali (tralasciando di fatto quelli sociali), secondo quattro diversi approcci: le spese difensive ambientali (si considerano le spese monetarie sostenute dall'economia di un Paese in un dato periodo per prevenire e controllare il degrado ambientale prima che si verifichi, o per eliminarlo dopo che si è verificato); la valutazione del capitale naturale (una serie di prospetti contabili che mirano a offrire informazioni sulla consistenza del patrimonio naturale e sulle trasformazioni dovute a fenomeni naturali e alle attività umane); la valutazione del deprezzamento delle risorse naturali aventi mercato (al patrimonio della risorsa naturale si sommano eventuali nuove scoperte di giacimenti e si sottraggono i consumi); la valutazione di tutte le relazioni tra economia e ambiente. Quest'ultima metodologia appare la più complessa e promettente per giungere a determinare un prodotto interno ecologico, una misura cioè che tenga conto dei costi associati al degrado ambientale e allo sfruttamento quantitativo delle risorse naturali.
Il prodotto interno ecologico, o PIL verde, necessita di una serie di indicatori in grado di considerare, oltre agli aspetti economici e ambientali, anche quelli sociali. A livello internazionale, i primi tentativi hanno portato all'ISU (Indice di Sviluppo Umano), calcolato annualmente sulla media di tre indicatori: la speranza di vita, il grado di istruzione e il prodotto interno lordo. Tuttavia, nella ricerca di un sistema di indicatori più completo, cioè comprensivo anche della variabile ambientale, l'UNDP (United Nations Development Programme) ha costituito l'Osservatorio sullo Sviluppo, con il dichiarato compito di monitorare i progressi lungo la via dello sviluppo sostenibile. Le Nazioni Unite lavorano su un insieme di indicatori differenti (tra cento e duecento) divisi in quattro aree: aspetti economici, sociali, istituzionali e relativi alle risorse naturali e all'ambiente. Per ognuna di queste aree, a sua volta, sono stati elaborati indicatori di tendenza, di stato e di risposta a nuovi eventi.
Sebbene questo sia il tentativo più avanzato, resta aperto il problema di come aggregare questi indicatori in un unico numero, ovvero di come valutare complessivamente lo sviluppo sostenibile di un Paese sulla base di indici costruiti su fenomeni diversi.
In Italia, il tentativo più convincente è rappresentato dall'Indice generale italiano di sostenibilità, curato dall'ISSI (Istituto Sviluppo Sostenibile Italia), ottenuto selezionando dieci indicatori chiave per ciascuna area di sviluppo: economico-sociale, ambientale e dell'uso delle risorse. Tra gli indicatori del primo paniere vi sono il tasso di disoccupazione, il disagio sociale femminile, la spesa per la ricerca scientifica; per l'ambiente l'emissione di gas serra, le aree protette terrestri e marine, il consumo di fitofarmaci; infine, tra gli indicatori dell'uso delle risorse troviamo l'intensità energetica del PIL, la produzione energetica da fonti rinnovabili, i rifiuti urbani pro capite. Gli indicatori di ciascun settore, composti in un'apposita formula, consentono di esprimere lo stato dello sviluppo sostenibile in Italia.

 


Per saperne di più
BRUNDTLAND G. H., Il futuro di noi tutti, Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo, Bompiani, Milano 1990.
LANZA A., Lo sviluppo sostenibile, il Mulino, Bologna 1999.
PONTIFICAL COUNCIL FOR JUSTICE AND PEACE, From Stockholm to Johannesburg. An Historical Overview of he Concern of the Holy See for the Environment (1972-2002), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002.
WORLDWATCH INSTITUTE (ed.), Stato del pianeta e sostenibilità. Rapporto annuale 2002, Edizioni Ambiente, Milano 2003.
<www.un.org/esa/sustdev> (ONU e sviluppo sostenibile).
<www.minambiente.it/SVS> (Ministero dell'Ambiente e sviluppo sostenibile).
<www.issi.it> (ISSI).
<www.undp.org> (UNDP).