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La bocciatura dell'on. Rocco Buttiglione a Strasburgo ha avuto
un effetto devastante. Il nuovo presidente della Commissione europea,
José Manuel Durão Barroso, gli aveva offerto il portafoglio
della Commissione «Giustizia, Libertà civili e Sicurezza»,
più una vicepresidenza. Sennonché l'11 ottobre,
al termine delle audizioni di rito, la stessa Commissione parlamentare
bocciava la nomina di Buttiglione a commissario e a vicepresidente.
Era la prima volta che un commissario designato veniva giudicato inetto
a reggere il portafoglio per il quale era stato indicato. Le opinioni
si sono subito divise: alcuni hanno parlato di valutazione «tecnica»;
altri di «ripicca» contro Berlusconi; altri ancora (tra
cui l'interessato) di «pregiudizio anticristiano».
La conseguenza è stata che il presidente Barroso è stato
costretto a rinviare il voto di fiducia dell'Europarlamento,
previsto il 27 ottobre, e a partecipare senza la sua Commissione alla
storica firma del Trattato costituzionale (Roma, 29 ottobre 2004).
Alla fine, Buttiglione ha correttamente rinunciato all'incarico.
Tuttavia la questione non si può considerare archiviata, perché
rimane un interrogativo di fondo ad agitare l'opinione pubblica:
esiste in Europa un «pregiudizio anticristiano», uno scontro
aperto tra «integrismo» e «laicismo»? Alcuni
lo sostengono collegando la bocciatura di Buttiglione all'ordinanza
del Tribunale dell'Aquila sulla rimozione del crocifisso da
un'aula scolastica, alla legge francese che vieta l'ostensione
in classe di simboli religiosi, alla mancata menzione delle «radici
cristiane» nel Preambolo del Trattato costituzionale, al programma
con tratti laicisti di Zapatero in Spagna. Altri invece lo negano:
nessuno vuol discriminare nessuno; Buttiglione è stato bocciato
non per le sue dichiarazioni di sapore «integrista» (che
certo hanno influito negativamente), ma perché non è
apparso idoneo a ricoprire il ruolo a cui era designato.
Da questo increscioso incidente noi vorremmo trarre una lezione utile.
Anzitutto, però, è necessario chiarire i termini della
questione: che cosa si intende per «integrismo» e per
«laicismo»? Solo dopo apparirà che casi come quello
di Buttiglione si superano non tornando a innalzare anacronistici
«storici steccati», ma adeguandosi a una concezione matura
di «laicità».
1. L'integrismo
L'accusa più insistente mossa a Buttiglione è
stata quella di essere un integrista: «Non è stato bocciato
dai parlamentari europei in quanto cattolico - scrive, per esempio,
Miriam Mafai -, ma in quanto ritenuto inadatto al compito cui
era chiamato, per un suo manifesto integralismo» (la Repubblica,
10 ottobre 2004). Che cosa è dunque l'integrismo o integralismo?
Esso consiste nel dedurre direttamente da principi ritenuti assoluti
un determinato modello di società e di prassi sociale e politica,
senza le necessarie mediazioni culturali e storiche. Questo atteggiamento
teorico e pratico si può avere sia in relazione a una fede
religiosa la quale, poiché è ritenuta poggiare sulla
rivelazione di Dio, si presenta come assoluta e non ammette compromessi
(integrismo confessionale), sia in relazione a una ideologia accettata
dogmaticamente, a cui conformare, anche con la forza, la vita politica
e sociale (integrismo ideologico). Dal punto di vista psicologico
e culturale i due integrismi sono analoghi: la pretesa di dedurre
immediatamente dal Vangelo un modello unico di «società
cristiana» è analoga alla pretesa di dedurre direttamente
da una ideologia il modello di società da realizzare a qualsiasi
prezzo (come nel caso del comunismo e di altre ideologie totalitarie,
fino alla recente ideologia della «guerra preventiva»).
L'integrismo (confessionale o ideologico) nelle sue forme estreme,
come nel caso oggi del fondamentalismo islamico, comporta il rifiuto
della tolleranza, del dialogo, della collaborazione e del rispetto
verso il diverso. È essenzialmente una dittatura, una forma
di totalitarismo.
Riferendoci in particolare all'integrismo confessionale, dobbiamo
riconoscere che esso è una tentazione costante per chiunque
professi una fede religiosa. Infatti, la certezza della verità
spinge i credenti non solo a conformarvi la propria vita personale,
ma anche a operare affinché gli altri e la vita sociale vi
si adeguino, sicuri di perseguire così il bene di ciascuno
e di tutti. Dunque, l'integrismo confessionale è una
scorretta interpretazione della fede religiosa e può anche
diventare una sua degenerazione. In ogni caso, è un fenomeno
chiaramente circoscritto e rilevabile nelle sue manifestazioni.
Da questo integrismo la Chiesa ha preso da tempo le distanze. Il Concilio
Vaticano II riconosce apertamente che «parecchi elementi di
verità» si trovano anche al di fuori della Chiesa cattolica,
perfino presso quei non credenti «che hanno il culto di alti
valori umani, benché non ne riconoscano ancora la sorgente»
(Gaudium et spes, n. 92). Più ancora, la Chiesa dichiara
di non avere una risposta bell'e pronta a tutti i problemi anche
gravi che sorgessero (cfr ivi, n. 43); la fede non garantisce i credenti
dal pericolo di sbagliare, né si sostituisce alla fatica di
cercare con tutti gli uomini di buona volontà le soluzioni
più valide ai problemi del tempo. Al Convegno della Chiesa
italiana su «Evangelizzazione e promozione umana» (1976)
l'integrismo fu definito «il tarlo del Vangelo»
(Atti del Convegno ecclesiale, AVE, Roma 1977, 327).
L'integrismo, perciò, non ha nulla a che vedere con l'atteggiamento
di chi - nel rispetto della libertà e della identità
altrui - si comporta apertamente in coerenza con la fede che
professa, senza nasconderla. Il solo fatto di affermare in pubblico
la propria fede religiosa, e il cercare di trasferirne i valori aventi
rilevanza sociale nella legislazione, attraverso il metodo democratico,
non significa affatto imporla a chi non la condivide, né impedisce
ad altri di affermare la loro diversa identità.
In realtà, l'accusa di integrismo che spesso si rivolge
ai cristiani viene da più lontano. Nasce infatti dal pregiudizio
illuministico, oggi ereditato dal «pensiero unico» neoliberista
dominante, secondo cui la fede religiosa apparterrebbe alla mera sfera
privata della coscienza personale e sarebbe quindi priva di ogni rilevanza
sociale. Infatti - si sostiene - la soluzione dei problemi
sociali non può venire dalla fede religiosa, che è una
esperienza metascientifica, ma si ottiene solo usando le regole e
gli strumenti scientifici propri delle scienze sociali, dell'economia
e della politica.
A questa argomentazione si può rispondere, anzitutto, che i
credenti oggi sono consapevoli che dalla rivelazione non si può
dedurre direttamente un modello di società e che le regole
della politica e dell'economia sono laiche, come laico è
il bene comune. I cristiani, pertanto, si impegnano a edificare una
società non confessionale ma laica. Tuttavia, ciò non
vieta che essi traggano «ispirazione» e «forza»
dalla fede, a cui attingono valori da tradurre in programmi sociali
e politici attraverso le mediazioni necessarie e nel pieno rispetto
delle regole democratiche, contribuendo a legiferare, per esempio,
in tema di immigrazione, di pace e di guerra, di procreazione assistita,
ecc.
Quindi l'integrista è, in sostanza, un cristiano immaturo.
Spiega il card. Martini: «I principi della fede devono essere
trasformati in valori [laici] per l'uomo e per la città,
devono risultare vivibili e appetibili anche per gli altri, nel maggior
consenso e concordia possibili» («Chiesa e comunità
politica», in Aggiornamenti Sociali 9-10 [1998] 715);
devono, cioè, essere sottoposti a un processo non facile di
mediazione culturale. Ora, quest'opera di mediazione culturale
può essere il frutto solo di un laicato maturo. In pratica,
saranno gli strumenti e le regole della democrazia a imporre ai cristiani
scelte di opportunità e di gradualità nel confronto
con soggetti e programmi politici laicisti in contrasto con l'etica
cristiana. A nulla servirebbe reagire in termini integralistici, muro
contro muro, creando una frattura tra cattolici e laici. Ecco perché
l'integrismo oggi è ripudiato dalla Chiesa, e perché
«questo della mediazione antropologico-etica è forse
uno dei lavori più importanti e urgenti dei cristiani impegnati
in politica ed è uno dei contributi più fecondi che
le comunità cristiane possono dare alla società civile
oggi» (ivi).
2. Il laicismo
All'integrismo si oppone specularmente il «laicismo»,
che i cristiani giustamente denunciano, vedendo in esso un vero e
proprio pregiudizio nei confronti di tutto ciò che è
cristiano. «Temo - dice, per esempio, il card. Julián
Herranz, presidente del Pontificio Consiglio per l'interpretazione
dei testi legislativi - che ci troviamo di fronte a un'ondata
di fondamentalismo laicista»; stiamo assistendo al «tentativo
di fare del laicismo - non della laicità - una
religione di Stato. Con il rischio di instaurare così una forma
di totalitarismo laico, finendo con ledere uno dei diritti fondamentali
della persona, che è la libertà religiosa» (Il
Giornale, 19 ottobre 2004). Che cos'è, dunque, il
laicismo?
Esso è una degenerazione del processo di secolarizzazione e
di laicizzazione, affermatosi in Europa e nel mondo occidentale dall'Illuminismo
in poi. Di per sé la secolarizzazione e la laicizzazione, in
quanto riaffermano la legittima autonomia delle realtà temporali
e la loro laicità, sono un fenomeno positivo di maturazione
sia civile, sia religiosa: contribuiscono infatti a distinguere ambiti
che sono diversi, a purificare i contenuti della fede, ad accrescere
la responsabilità civica dei credenti e a stimolarne la creatività,
aprono la strada al dialogo tra gli uomini di buona volontà.
Il secolarismo e il laicismo, invece, in quanto escludono totalmente
Dio dall'orizzonte umano e della storia e negano rilevanza sociale
alla religione, sono una sorta di integrismo ideologico, intollerante
verso ogni manifestazione pubblica di fede e verso ogni ricerca dei
credenti di tradurre politicamente, con metodo democratico, certi
valori della loro fede.
Dunque, «laicismo» e «laicità» sono
due realtà diverse: la laicità è un valore, il
laicismo ne è la degenerazione. Non si mette in dubbio che
lo Stato sia e debba rimanere laico; non può però essere
laicista. Infatti la libertà religiosa è una dimensione
costitutiva della persona, è un diritto civile: va rispettato
come tutti gli altri diritti umani. Lo Stato, per esempio, non può
vietare l'ostensione dei simboli religiosi in nome della laicità;
tale divieto è solo un atto di intolleranza dettato dall'ideologia
«laicista». Soprattutto esso non può vietare che
la religione assuma rilevanza sociale, quando lo faccia nel rispetto
della libertà di tutti.
Il Trattato costituzionale, firmato a Roma il 29 ottobre 2004, mostra
quanto questa ideologia «laicista» sia anacronistica.
Infatti, esso riconosce la rilevanza sociale della religione, delle
Chiese e delle loro associazioni: «Riconoscendone l'identità
e il contributo specifico, l'Unione mantiene un dialogo aperto,
trasparente e regolare con tali chiese» (art. I-52,3).
Giustamente perciò la Chiesa, mentre rispetta la «laicità»
dello Stato, ribadisce la sua contrarietà all'espandersi
del «laicismo»: «La marginalizzazione delle religioni
che hanno contribuito e ancora contribuiscono alla cultura e all'umanesimo
dei quali l'Europa è legittimamente fiera - ha
detto Giovanni Paolo II, lamentando la mancata menzione delle "radici
cristiane" nel Trattato costituzionale -, mi sembra essere
al tempo stesso un'ingiustizia e un errore di prospettiva. Riconoscere
un fatto storico innegabile non significa affatto disconoscere l'esigenza
moderna di una giusta laicità degli Stati e, dunque, dell'Europa»
(Discorso al Corpo Diplomatico, 10 gennaio 2002).
A questo punto, chiarita la natura dell'integrismo e del laicismo,
si comprende perché l'unico modo per vivere «uniti
nella diversità», è l'accettazione da parte
di tutti di una concezione matura della laicità. Altra strada
non c'è.
3. La laicità
In genere, parlando di laicità, si è soliti restringere
il discorso alla regolazione delle relazioni giuridiche e istituzionali
tra religione e politica, tra Chiesa e Stato, con la quale si riconosce
a ciascuna delle due parti la propria autonomia e le proprie competenze,
senza ingerenze dell'una negli affari dell'altra.
In realtà, l'orizzonte è molto più ampio.
Il Concilio Vaticano II colloca il discorso sulla laicità all'interno
dello stesso rapporto tra fede e ragione, tra Chiesa e mondo. Laicità
cioè significa che le realtà temporali hanno una propria
consistenza e autonomia. Per volere di Dio creatore, la politica,
l'economia, le scienze, la cultura seguono leggi proprie che
non dipendono dalla fede, ma dalla ragione (quantunque questa trovi
luce e forza nella fede); hanno fini propri da raggiungere, che hanno
valore in se stessi (sebbene il fine ultimo sia solo Dio); dispongono
di una pluralità di strumenti adeguati al raggiungimento dei
loro fini, che non dipendono direttamente dalla rivelazione soprannaturale,
ma sono semplicemente razionali, quindi accettabili anche dai non
credenti. Di conseguenza, la fede non solo non si contrappone alla
ragione e alla laicità, ma esige che i cristiani si impegnino
nella costruzione della città degli uomini, in collaborazione
con tutti, osservando le regole e usando tutti gli strumenti razionali
(democratici) per raggiungere insieme il bene comune, che è
laico, ancorché aperto alla trascendenza.
In concreto: agire da laico in politica non solo non è in contrasto
con l'agire da cristiano, ma è dimensione intrinseca
dell'identità cristiana. Dunque i cattolici, nella loro
azione politica, possono e devono agire da laici. Ciò non significa
rinunziare a proporre e difendere nel dibattito pubblico i valori
trascendenti della persona umana (che la Chiesa annuncia profeticamente),
né rinunziare a ispirare la propria attività politica
ai principi etici della dottrina sociale cristiana e a ricercare la
loro attuazione legislativa con il metodo democratico. Significa invece
che la maturità del cristiano si misura, oltre che dalla testimonianza
integrale della propria vita, anche dalla capacità di esercitare
in politica l'arte della mediazione e della gradualità.
Spiega, in termini chiari e convincenti, il card. Martini: «Occorre
distinguere, innanzitutto, tra principi etici e azione politica. I
principi etici sono assoluti e immutabili. L'azione politica,
che pure deve ispirarsi ai principi etici, non consiste di per sé
nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella
realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata
situazione. Nel quadro di un ordinamento democratico, poi, il bene
comune viene ricercato e promosso mediante i mezzi del consenso e
della convergenza politica. Nel fare ciò non è mai possibile
ammettere un male morale. Può però accadere che, in
concreto - quando non sia possibile ottenere di più,
proprio in forza del principio della ricerca del miglior bene comune
concretamente possibile -, si debba o sia opportuno accettare
un bene minore o tollerare un male rispetto a un male maggiore»
(«Criteri cristiani di discernimento nell'azione politica»,
in Aggiornamenti Sociali, 9-10 [1998] 715).
Dunque, il cristiano maturo applicherà in politica il principio
del «maggior bene concretamente possibile», impegnandosi
ad attuare in ogni situazione, attraverso il dialogo, tutto il bene
che è possibile fare: «vale più la proposta di
cammini positivi, pur se graduali, che non la chiusura su dei "no"
che, alla lunga, rimangono sterili. [...] Non ogni lentezza nel
procedere è necessariamente un cedimento. C'è
pure il rischio che, pretendendo l'ottimo, si lasci regredire
la situazione a livelli sempre meno umani» (ID., «Chiesa
e comunità politica», in Aggiornamenti Sociali,
2 [1996] 174).
Jean-Louis Bourlanges, presidente della Commissione Libertà
del Parlamento europeo che ha bocciato Buttiglione, ha detto: «Il
voto nella mia commissione non è stato un processo personale
contro Buttiglione o, peggio ancora, un voto anticattolico. Noi non
siamo dei leoni nel Colosseo e Buttiglione non è un martire»;
la realtà è che «le sue risposte non hanno rassicurato»,
neppure in tema di immigrati e di richiedenti asilo, e Buttiglione
«fa parte di un Governo che ha frenato su molte questioni: il
mandato d'arresto UE, la direttiva sul razzismo e la xenofobia,
il pluralismo dei media...» (la Repubblica, 17
ottobre 2004). È chiaro quindi che sul voto negativo ha influito
pure il clima ostile a Berlusconi che si respira in Europa: anche
all'on. Frattini, come prima a Buttiglione, è stata imposta
la supervisione di una commissione ristretta. È una ulteriore
conferma che non si è agito per «pregiudizio anticristiano».
Del resto, la Casa delle Libertà non si distingue certo per
la fedeltà ai valori cristiani, come dimostrano la legge Bossi-Fini
sulla immigrazione, l'appoggio alla guerra in Iraq e altre scelte,
lontane dalla dottrina sociale della Chiesa.
In conclusione, il «caso Buttiglione» insegna che, se
vogliamo un'Europa «unita nella diversità»
(come dice il Preambolo del Trattato costituzionale), dobbiamo tutti
abbandonare i toni anacronistici dell'integrismo e del laicismo
e condividere invece una concezione matura di laicità. Per
quanto riguarda i cristiani, infine, è evidente che oggi non
c'è alcun bisogno di un «forte movimento trasversale
per la difesa della libertà di coscienza». Occorrono
invece cristiani laici maturi: integrali nella testimonianza della
fede, ma non integralisti nel costruire e gestire la «Casa comune».
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