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Il termine nanotecnologia fu utilizzato per la prima volta nel 1986
dallo scienziato americano Eric Drexler che, nel suo libro Engines
of Creation. The Coming Era of Nanotechnology (I motori della
creazione. L'era in arrivo della nanotecnologia), descrisse
le possibilità aperte dalla manipolazione del mondo microscopico.
La nanotecnologia costituisce una vera e propria rivoluzione industriale,
analoga a quella delle biotecnologie. Letteralmente significa tecnologia
di dimensioni nanometriche ed esprime la possibilità di costruire
nuovi materiali lavorando su scala nanometrica, dove un nanometro
è pari a un miliardesimo di metro. Grazie alle tecniche di
nanotecnologia è possibile operare su singole molecole o atomi,
trattandoli come se fossero mattoni distinti.
Nuove prospettive per la scienza
La nanotecnologia è una disciplina nella quale credono migliaia
di aziende e centri universitari di tutto il mondo, e attorno alla
quale sono in gioco interessi economici giganteschi. La possibilità
di operare a livello molecolare permette difatti di concepire materiali
che non esistono in natura: a livello nanometrico, infatti, le sostanze
si comportano in maniera differente da come avviene a ordini di grandezza
superiori. Così, ad esempio, i nanotubi di carbonio, sostanze
formate da molecole di carbonio che si aggregano in formazioni tubolari,
presentano proprietà magnetiche che il carbonio «normale»
non possiede e hanno una eccezionale resistenza meccanica.
A questo livello, inoltre, cadono le distinzioni classiche tra biologia,
fisica e chimica. Le nanoscienze, infatti, rappresentano il punto
di incontro di una pluralità di discipline differenti che comprendono
la fisica quantistica, la biologia molecolare, la genetica, la chimica
dei materiali e altre ancora.
Anche l'Italia sta investendo molto in questo settore. Nanotec
IT, associazione italiana per la ricerca industriale, ha effettuato
il primo censimento delle nanotecnologie nel nostro Paese. Secondo
tale ricerca oggi vi sarebbero 93 istituti scientifici di ricerca
pubblica impegnati nel settore, assieme a tre distretti per l'innovazione
e a 23 aziende private. Significativi sono anche i numeri dei ricercatori
coinvolti: 1.122 nel pubblico e 215 nelle aziende private. Tra il
2002 e il 2003 i soli ricercatori pubblici italiani hanno pubblicato
più di 2.400 articoli scientifici. Inoltre, la ricerca italiana
ha prodotto nello stesso periodo quasi 300 brevetti.
Le nanotecnologie, infatti, possono avere considerevoli ricadute industriali
e le prime applicazioni sono già state realizzate. Ad esempio,
nel settore informatico, queste discipline hanno permesso di realizzare
dispositivi per la memorizzazione delle informazioni - come
i dischi rigidi - molto più capienti e hanno consentito
l'ulteriore miniaturizzazione dei circuiti.
Il settore dei nuovi materiali è però quello dove la
nanotecnologia già oggi permette di realizzare i traguardi
più significativi. Sono state così prodotte e messe
in commercio superfici battericide, sostanze che trattengono meglio
l'idrogeno per le celle a combustibile, rivestimenti ignifughi,
superfici lavabili, materiali ultraresistenti e così via.
Accanto ai prodotti già in commercio, vi sono poi progetti
particolarmente ambiziosi. I ricercatori della IBM stanno lavorando,
per esempio, a un interruttore logico costituito da una singola molecola
organica, uno strumento che può assumere i due valori 0 e 1
della logica binaria utilizzata per fare funzionare i computer. Il
risultato potrebbe aprire la porta alla realizzazione dei computer
organici, elaboratori basati sulla chimica del carbonio e non più
su quella del silicio, con prestazioni molto superiori rispetto agli
attuali calcolatori. Sono poi già stati presentati dei laser
che utilizzano per la produzione della loro luce dei nanotubi di carbonio
e che potrebbero in futuro sostituire gli attuali apparecchi all'arseniuro
di gallio, risultando nel contempo fino a 1.000 volte più piccoli.
Un altro settore che beneficierà delle nanotecnologie è
quello delle biotecnologie. Spesso, per intervenire sui geni, si utilizzano
virus che trasportano materiale genetico attraverso le pareti cellulari.
Alcuni ricercatori sono invece riusciti a utilizzare delle microsfere
di 25 nanometri di diametro, le cui ridotte dimensioni consentono
di attraversare agevolmente le porosità della membrana cellulare.
Nel suo testo Drexel descriveva un mondo nel quale le macchine microscopiche
si autoreplicavano, si autoprogrammavano ed erano in grado di riprodursi.
In effetti, il settore delle micromacchine è un altro campo
dove le nanotecnologie sembrano avere molto da offrire. L'obiettivo
è quello di realizzare apparecchi meccanici di dimensioni molecolari
formati da ingranaggi, assi di trasmissione e leve, capaci di trasferire
le azioni meccaniche nelle direzioni desiderate.
Nell'aprile 2004 gli scienziati del Lawrence Berkeley National
Laboratory hanno realizzato, partendo da nanotubi di carbonio, dei
micronastri trasportatori che hanno lo scopo di trasferire molecole
e nanoparticelle nel posto desiderato. In altre parole, è stata
riprodotta una delle caratteristiche fondamentali della fabbrica automatizzata.
Del settore delle micromacchine fanno anche parte gli «ibridi
biologici»: macchine microscopiche costruite assemblando molecole
del mondo sia biologico sia inanimato. Il gruppo di Steve Tung, dell'Università
dell'Arkansas, ha realizzato delle micromacchine spinte dai
flagelli di alcuni batteri. Questi strumenti potrebbero anche agire
come minivalvole all'interno di minuscoli circuiti percorsi
da liquidi, un obiettivo importante per la realizzazione dei cosiddetti
«labs on a chip», minilaboratori chimici capaci
di effettuare analisi in tempi brevissimi, e che potrebbero trovare
applicazioni anche in campo medico.
Al Dipartimento di bioingegneria dell'Università della
California di Los Angeles è stata invece realizzata una micromacchina
a motore costruita con un frammento di metallo mosso da un enzima,
ossia da una molecola che favorisce alcune reazioni chimiche del corpo
umano. In particolare, i ricercatori si sono serviti di un enzima
chiamato F1-ATPasi, che è stato collegato a un'asta di
nichel: l'enzima ruotava, e l'intera micromacchina poteva
avanzare nel fluido in cui era immersa. In altre parole, i ricercatori
sono riusciti a creare una macchina funzionante, di dimensioni molecolari,
collegando tra loro differenti componenti prese dal mondo animale
e da quello minerale. Questo particolare veicolo, la cui lunghezza
si aggira attorno ai 14 nanometri, usa come carburante l'adenosintrifosfato
(ATP), ossia la riserva energetica delle cellule, e potrebbe essere
utilizzato per esplorare l'interno del corpo umano.
L'importanza di quest'ultimo risultato è stata
tale che la prestigiosa rivista Scientific American ha definito
questa macchina come il «modello T della Ford molecolare»,
riferendosi a quel «modello T» che permise a Henry Ford
di rendere l'automobile non più un oggetto di lusso,
ma un prodotto a disposizione di tutti. Allora, ciò che fece
abbassare il prezzo di vendita del «modello T» fu l'invenzione
della catena di montaggio; oggi un'analoga rivoluzione potrebbe
essere prodotta da tecniche capaci di costruire in automatico macchine
composte da pezzi biologici e inanimati.
Rischi e implicazioni etiche
Le nanotecnologie, quindi, presentano enormi potenzialità.
Tuttavia, è importante notare come ancora oggi non si sia sviluppata
alcuna riflessione sistematica su questa nuova disciplina. Poche voci
si sono infatti levate per riflettere su cosa può significare
padroneggiare molecole e singoli atomi creando sostanze che non esistono
in natura.
Per quanto riguarda le nanomacchine costruite assemblando molecole
provenienti dal mondo animale e da quello inanimato, può essere
interessante riprendere alcune riflessioni formulate su questa stessa
rivista a proposito del termine cyborg (cfr CASALONE C., «Cyborg»,
in AGGIORNAMENTI SOCIALI [ed.], Lessico oggi, Rubbettino, Soveria
Mannelli [CZ] 2003, 49-55). Là si sottolineava infatti l'avvento
di una nuova sensibilità che porta a fare cadere le tradizionali
distinzioni tra umano (o animale) e meccanico, tra naturale e artificiale.
Nelle nanotecnologie, in realtà, tutto diventa artificiale
e manipolabile; in una sorta di riduzionismo estremo, infatti, non
esiste più alcuna differenza tra molecole provenienti dal mondo
sia animato sia inanimato. Le barriere cadono perché non hanno
più ragione di esistere dal punto di vista operativo e si adotta
una visione esclusivamente meccanicistica del mondo, concepito unicamente
come un insieme di elementi disponibili a qualunque desiderio dell'uomo,
manipolabili e assemblabili a piacere.
Le nanotecnologie, tuttavia, suscitano anche altre riflessioni sul
rapporto tra scienza ed etica. Questa disciplina sta infatti nascendo
senza una sufficiente discussione pubblica sulle sue potenzialità
e sui suoi possibili rischi. Un contributo importante è giunto
a fine luglio 2004 dalla pubblicazione di un rapporto, commissionato
dal Governo britannico, sui benefici e i rischi di questa disciplina.
Il rapporto Nanoscience and nanotechnologies: opportunities and
uncertainties (Nanoscienza e nanotecnologie: opportunità
e dubbi), realizzato dalla Royal Society e della Royal Academy of
Engineering, sottolineava i numerosi vantaggi che potrebbero giungere
da queste tecnologie citando il campo dei nuovi materiali, i computer
più potenti e le «tecniche mediche rivoluzionarie».
Il medesimo rapporto, tuttavia, suggeriva anche una serie di passi
da effettuare per minimizzare possibili rischi futuri. Fra tali rischi
vi sono quelli relativi al possibile rilascio nell'ambiente
o nel corpo umano di nanoparticelle e nanomolecole di nuova concezione,
di cui non si conoscono con esattezza i possibili effetti. Il rapporto
raccomandava di applicare ai materiali nanostrutturati le stesse cautele
imposte a livello legislativo per i nuovi prodotti chimici, suggerendo
che la commercializzazione dei nuovi materiali fosse preceduta dall'approvazione
di un apposito comitato. In altre parole, chiedeva che fossero applicate
misure precauzionali su questi nuovi materiali, su cui attualmente
le legislazioni dicono ben poco.
Vale forse la pena richiamare anche per questo campo, sul quale vige
oggi l'incertezza scientifica, il principio di precauzione.
Tale principio afferma che se si sospetta che il pericolo di un'attività,
per la salute umana o l'ambiente, è superiore al livello
di protezione prescelto, occorre valutare adeguatamente il rischio
e prendere misure che ne consentano una gestione prudente.
Nel caso delle nanotecnologie, ci si può allora chiedere se
non sia il caso di seguire la strada indicata dal rapporto del Governo
britannico, istituendo commissioni ad hoc prima di introdurre
nell'ambiente nuovi materiali di cui si conoscono poco gli effetti.
È anche interessante notare come le prime riflessioni su un'etica
delle biotecnologie, apparse sulla rivista Nanotechnology a
cura dei ricercatori del Joint Centre for Bioethics (JCB) dell'Università
di Toronto, abbiano paventato il rischio che anche per questa disciplina
si possa creare quel divario esistente oggi tra la comunità
scientifica e l'opinione pubblica, ad esempio sulle biotecnologie.
Così, il loro intervento, intitolato non a caso Mind the
gap (Occhio al salto), sottolineava la necessità di aprire
un dibattito sulle nanotecnologie allo scopo di abituare l'opinione
pubblica a queste nuove discipline.
Infine, anche per il settore delle nanotecnologie vale una serie di
problematiche comuni ad altre discipline scientifiche: tra queste
citiamo il problema del rapporto tra ricerca scientifica e brevetti,
il fatto che molta ricerca del settore gode di finanziamenti provenienti
da istituzioni militari, e il rischio di un divario crescente tra
Paesi sviluppati e poveri, con l'avvento di una «nanopovertà»
che verrebbe ad affiancare l'«infopovertà»
(scarsità di informatizzazione) e le altre deficienze di sviluppo
che affliggono la maggioranza dell'umanità.
Per saperne di più
DREXLER E., Engines of Creation. The Coming Era of Nanotechnology,
Anchor, New York (NY) 1986.
CRANDALL B. C., Nanotechnology: Molecular Speculations on Global
Abundance, The MIT Press, Cambridge (MA) 1996.
RATNER M. A. - RATNER D. - RATNER M., Nanotechnology:
A Gentle Introduction to the Next Big Idea, Pearson Education,
Indianapolis (IN) 2002.
POOLE C. P. - OWENS F. J., Introduction to Nanotechnology,
Wiley-InterScience, New York (NY) 2003.
AA. VV, «Mind the Gap», in Nanotechnology, 3 (2003)
353-384.
AA. VV. «Nanotecnologie», in Le Scienze, 7 (2004)
101-111.
<www.nanotec.it>.
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