Lessico oggi - settembre-ottobre 2004

Diritti degli animali

Giannino Piana
Professore di Etica cristiana nell'Università di Urbino

 


Con l'espressione «diritti degli animali», entrata nell'uso comune in tempi piuttosto recenti, si designa il riconoscimento agli animali della titolarità di diritti specifici, i quali vanno come tali tutelati e promossi. Questo riconoscimento è la risultante di un complesso processo storico, le cui origini sono riconducibili a quella tradizione di pensiero che ha allargato la sfera etica oltre l'ambito della specie umana. Antesignano di tale svolta è stato I. Kant, il quale, nella celebre Metafisica dei costumi (1797), sottolinea l'esigenza del rispetto degli animali e della salvaguardia della natura, motivandola con ragioni di opportunità per l'uomo. Egli infatti rileva come da tali comportamenti derivi la capacità di evitare l'imbarbarimento e di vincere l'insensibilità nei confronti della sofferenza umana.
Un fondamento specifico ai doveri dell'uomo verso gli animali - al di fuori di una prospettiva semplicemente utilitaristica - è stato più tardi fornito dagli empiristi inglesi, che hanno introdotto come criterio decisivo la considerazione che l'esperienza del dolore è comune all'uomo e all'animale. Tra questi un ruolo particolare va assegnato a J. Bentham, che supera, in base a tale criterio, le motivazioni tradizionali, che fondavano il rispetto degli animali esclusivamente su un sentimento di benevolenza universale e/o sulla possibilità di ammansire gli uomini.
In parallelo con il cammino della riflessione filosofica si è fatta strada, soprattutto nell'area anglosassone, un'attenzione sempre maggiore nei confronti del mondo animale, che ha determinato, agli inizi del XIX secolo, la nascita delle prime associazioni per la protezione degli animali, alle quali va riconosciuto il merito di aver anticipato una sensibilità che ha acquisito particolare consistenza nella seconda metà del XX secolo.
Il dibattito sulla questione dei diritti
Il contesto entro cui va collocata la questione dei «diritti» degli animali è dunque costituito dall'affermarsi di un'etica, che, reagendo nei confronti del paradigma antropocentrico dominante, riconosce il valore intrinseco di tutte le forme viventi. A venire messa sotto processo è la motivazione che ha spinto l'Occidente a circoscrivere la moralità ai soli soggetti umani, connettendone l'insorgenza con la presenza di razionalità, abilità linguistica e autonomia, ed escludendo, per mancanza di queste condizioni, gli animali dalla sfera etica.
Particolare sostegno alla tesi circa i diritti degli animali è fornito dall'«etica della liberazione animale», di cui Peter Singer e Tom Regan sono i maggiori rappresentanti. Il progetto di emancipazione da essi avanzato non si limita a rifiutare lo sfruttamento degli animali, ma sollecita in positivo la promozione del loro benessere. Riprendendo le argomentazioni classiche di J. Bentham, Singer (The Animal Liberation, 1985) afferma che la sensibilità, intesa come capacità di soffrire e di provare piacere, obbliga a trattare in modo uguale uomini e animali, giungendo a rivendicare per questi ultimi, in quanto mostrano un comportamento analogo a quello razionale e hanno coscienza di sé come esseri distinti, il riconoscimento di un'identità soggettiva sorgente di diritti. Regan (The Case for Animal Right, 1983) sostiene, dal canto suo, l'estensione agli animali della qualifica di persone, titolari di diritti. Il principio chiave che fa da supporto a questa convinzione è l'idea che gli animali, in quanto soggetti-di-una-vita di benessere e di malessere, sono individui che hanno valore in sé («valore inerente»), a prescindere dalla loro utilità e dal loro uso strumentale.
A queste nette affermazioni reagiscono altre scuole di pensiero, anch'esse preoccupate del rispetto dovuto agli animali, ma contrarie, per varie ragioni, ad utilizzare il termine «diritti». Tra queste l'«etica della responsabilità umana», di cui l'esponente più noto è John Passamore, e il «pensiero del benessere animale», che fa capo soprattutto a D. M. Broom e a M. S. Dawkins. L'«etica della responsabilità umana» ritiene infondati sul piano teoretico i motivi che inducono a parlare di diritti degli animali per l'assenza della corrispondenza tra diritti e doveri, e sostiene invece la necessità di una diminuzione dei diritti dell'uomo sugli animali; il «pensiero del benessere animale» rifiuta il concetto di «diritti» per ragioni di ordine pragmatico, rilevando cioè l'incapacità dell'uomo di tenere conto delle esigenze degli animali, e segnala la necessità di un trattamento più attento nei loro confronti, senza escludere per questo ogni loro impiego a favore dell'uomo. È merito di queste riflessioni aver dato il via all'affermarsi di una nuova sensibilità etica nei confronti del mondo animale: ciò che infatti le accomuna è l'abbandono di un rigido antropocentrismo, che riduceva gli animali a semplici strumenti nelle mani dell'uomo, e il riconoscimento che ad essi va riservata una particolare tutela.
A questo allude lo stesso pontefice Giovanni Paolo II quando, dopo avere ricordato che «il carattere morale dello sviluppo non può prescindere neppure dal rispetto per gli esseri che formano la natura visibile», rileva come non si possa «fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri, viventi o inanimati - animali, piante, elementi naturali - come si vuole, a seconda delle proprie esigenze economiche. Al contrario, occorre tenere conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato, che è appunto il cosmo» (Sollicitudo rei socialis [1987], n. 34).
Ci si può tuttavia domandare se il nuovo atteggiamento assunto giustifichi l'uso della locuzione «diritti degli animali». La questione può essere affrontata correttamente solo mediante un ripensamento del tema dei diritti in un quadro più ampio di quello tradizionale, superando cioè la tesi della stretta reciprocità tra diritti e doveri e ammettendo, in alcuni casi - si pensi, in ambito umano, alla condizione dei malati in stato di permanente incoscienza -, la possibilità di esigere diritti senza alcuna contropartita. In questo quadro, se appare inaccettabile una fondazione dei diritti degli animali sulla base dell'attribuzione di un carattere personale - la possibilità di parlare di «persona» si dà soltanto laddove esiste un livello di autocoscienza tale da rendere possibile l'assunzione di decisioni consapevoli e responsabili -, non si può escludere che il termine «diritti» possa venire a essi applicato, qualora si intenda, in senso derivato, come legittima pretesa di ottenere qualcosa, come rivendicazione di un determinato trattamento. Il fatto che gli animali siano esseri capaci di provare sensazioni comporta l'assunzione di una precisa responsabilità nei loro confronti; responsabilità che non può essere lasciata alla semplice discrezione e benevolenza umana, ma che è fondata sull'esistenza di specifici diritti da rispettare e tutelare.
Alcune conseguenze di ordine etico
La categoria che, sotto la spinta della tematica dei diritti, ha acquisito sempre maggiore attualità è quella di «benessere animale»: categoria entrata ormai nelle normative promulgate in questi ultimi anni, sia in ambito internazionale che nazionale: è sufficiente ricordare qui la Direttiva 86/609/CE, recepita in Italia dal D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 116 in tema di tutela degli animali nella prassi sperimentale. La definizione dei contenuti di questa categoria è fatta oggetto di una puntuale riflessione da parte della bioetica animale, soprattutto a seguito dell'utilizzo di tecnologie capaci di determinare profonde mutazioni dell'identità soggettiva. Facendo riferimento alle scienze sperimentali (a quelle comportamentali in particolare), che forniscono un'indicazione globale circa il benessere animale, la bioetica ha incentrato la sua analisi sul concetto di «interesse animale», individuando una serie di parametri valutativi, quali la sofferenza, il welfare, lo stato di salute, la prosperità (well-being), il benessere di relazione (o zooantropologico), il telos. Da questo punto di vista vanno decisamente condannate le forme brutali di maltrattamento cui vengono sottoposti gli animali negli allevamenti di massa a scopo alimentare, nonché la macellazione meccanica e la pratica della vivisezione.
Rimane tuttavia la difficoltà di una composizione di questi fattori di definizione del benessere, mentre avanza in parallelo la percezione che il suo perseguimento non potrà mai essere integrale. Gli interrogativi che affiorano sono di due ordini: in quale misura i bisogni degli animali hanno rilevanza morale e vanno pertanto perseguiti? E ancora: come è possibile comporre la ricerca del benessere animale con le esigenze umane, specialmente quelle di ordine sanitario?
L'applicazione sempre più estesa delle biotecnologie al mondo animale rende urgente la formulazione di risposte adeguate. L'utilizzo di animali transgenici in ambito farmacogenetico e sperimentale è ormai una prassi consolidata e la brevettazione di animali un fatto acquisito, pur con qualche limitazione: esiste infatti una Direttiva della CE (98/44, art. 6, paragrafo 2) che stabilisce il divieto di brevettibilità ai procedimenti di modificazione dell'identità genetica che provocano sofferenze prive di utilità medica sostanziale per l'uomo e per l'animale.
Il criterio che va principalmente richiamato, e che gode peraltro di una lunga tradizione nell'ambito del pensiero occidentale, è quello di telos. Esso riprende, per alcuni aspetti, il concetto aristotelico di «natura intrinseca» (interpretata in senso dinamico); concetto che, trasposto in prospettiva biologica, sta a significare il complesso di interessi derivanti dalle caratteristiche che definiscono un soggetto vivente. Il telos è dunque frutto dell'incontro tra peculiarità di specie ed esperienze dei singoli individui o, se si vuole, tra interessi originari e rapporto con il mondo esterno; in una parola, tra istinto e ambiente. Si tratta di un concetto evolutivo - ogni specie ha modificato la propria «natura» - che lega tuttavia la positività degli interventi umani alle sole trasformazioni che migliorano il benessere dell'animale in rapporto all'ambiente.
Più radicale, pur riflettendo analoghe preoccupazioni, è l'idea, già considerata, di «valore inerente» (e anche di «soggetto-di-una-vita»), con la quale si riconosce al soggetto il possesso di un valore proprio che lo fa essere fine a se stesso, e gli conferisce, di conseguenza, la titolarità a fruire del rispetto di alcuni interessi, primo fra tutti quello all'integrità soggettiva e di specie, perciò (secondo alcuni) il diritto a un'identità genetica non manipolata. Al di là della diversità di posizioni è comunque unanimemente acquisito sul piano etico il rifiuto di interventi volti a far nascere gli animali, non creando le condizioni perché possano sviluppare un'esistenza degna, o che impediscono la realizzazione dei fini loro propri.
La categoria dei «diritti degli animali», intesa in senso analogico, può essere quindi inserita nel contesto di una visione del mondo in cui ogni ordine ricupera la propria consistenza e lo stretto rapporto con tutti gli altri ordini e nel quale anche l'uomo acquisisce la consapevolezza di «essere parte» di un mondo che lo trascende e di dover «prendere parte» a un destino che accomuna tutti gli esseri viventi nella ricerca della loro realizzazione.

 

Per saperne di più
BATTAGLIA L., La questione dei diritti degli animali. Una sfida per l'etica contemporanea, Satyagraha, Torino 1988.
CASTIGNONE S. - BATTAGLIA L., I diritti degli animali, EK, Genova 1987.
CASTIGNONE S. (ed.), I diritti degli animali, Il Mulino, Bologna 1985.
MANNUCCI A. (ed.), La città degli animali, Guerini e Associati, Milano 1990.
RACHELS J., Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, Edizioni di Comunità, Torino 1996.
REGAN T. - SINGER P. (edd.), Diritti animali, obblighi umani, Gruppo Abele, Torino 1987.
REGAN T., I diritti animali, Garzanti, Milano 1990.
SINGER P., Liberazione animale, Mondadori, Milano 1991.
SINGER P., Il movimento di liberazione animale, Sonda, Torino 1989.