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Con l'espressione «diritti degli animali», entrata
nell'uso comune in tempi piuttosto recenti, si designa il riconoscimento
agli animali della titolarità di diritti specifici, i quali
vanno come tali tutelati e promossi. Questo riconoscimento è
la risultante di un complesso processo storico, le cui origini sono
riconducibili a quella tradizione di pensiero che ha allargato la
sfera etica oltre l'ambito della specie umana. Antesignano di
tale svolta è stato I. Kant, il quale, nella celebre Metafisica
dei costumi (1797), sottolinea l'esigenza del rispetto degli
animali e della salvaguardia della natura, motivandola con ragioni
di opportunità per l'uomo. Egli infatti rileva come da
tali comportamenti derivi la capacità di evitare l'imbarbarimento
e di vincere l'insensibilità nei confronti della sofferenza
umana.
Un fondamento specifico ai doveri dell'uomo verso gli animali
- al di fuori di una prospettiva semplicemente utilitaristica
- è stato più tardi fornito dagli empiristi inglesi,
che hanno introdotto come criterio decisivo la considerazione che
l'esperienza del dolore è comune all'uomo e all'animale.
Tra questi un ruolo particolare va assegnato a J. Bentham, che supera,
in base a tale criterio, le motivazioni tradizionali, che fondavano
il rispetto degli animali esclusivamente su un sentimento di benevolenza
universale e/o sulla possibilità di ammansire gli uomini.
In parallelo con il cammino della riflessione filosofica si è
fatta strada, soprattutto nell'area anglosassone, un'attenzione
sempre maggiore nei confronti del mondo animale, che ha determinato,
agli inizi del XIX secolo, la nascita delle prime associazioni per
la protezione degli animali, alle quali va riconosciuto il merito
di aver anticipato una sensibilità che ha acquisito particolare
consistenza nella seconda metà del XX secolo.
Il dibattito sulla questione dei diritti
Il contesto entro cui va collocata la questione dei «diritti»
degli animali è dunque costituito dall'affermarsi di
un'etica, che, reagendo nei confronti del paradigma antropocentrico
dominante, riconosce il valore intrinseco di tutte le forme viventi.
A venire messa sotto processo è la motivazione che ha spinto
l'Occidente a circoscrivere la moralità ai soli soggetti
umani, connettendone l'insorgenza con la presenza di razionalità,
abilità linguistica e autonomia, ed escludendo, per mancanza
di queste condizioni, gli animali dalla sfera etica.
Particolare sostegno alla tesi circa i diritti degli animali è
fornito dall'«etica della liberazione animale»,
di cui Peter Singer e Tom Regan sono i maggiori rappresentanti. Il
progetto di emancipazione da essi avanzato non si limita a rifiutare
lo sfruttamento degli animali, ma sollecita in positivo la promozione
del loro benessere. Riprendendo le argomentazioni classiche di J.
Bentham, Singer (The Animal Liberation, 1985) afferma che la
sensibilità, intesa come capacità di soffrire e di provare
piacere, obbliga a trattare in modo uguale uomini e animali, giungendo
a rivendicare per questi ultimi, in quanto mostrano un comportamento
analogo a quello razionale e hanno coscienza di sé come esseri
distinti, il riconoscimento di un'identità soggettiva
sorgente di diritti. Regan (The Case for Animal Right, 1983)
sostiene, dal canto suo, l'estensione agli animali della qualifica
di persone, titolari di diritti. Il principio chiave che fa da supporto
a questa convinzione è l'idea che gli animali, in quanto
soggetti-di-una-vita di benessere e di malessere, sono individui che
hanno valore in sé («valore inerente»), a prescindere
dalla loro utilità e dal loro uso strumentale.
A queste nette affermazioni reagiscono altre scuole di pensiero, anch'esse
preoccupate del rispetto dovuto agli animali, ma contrarie, per varie
ragioni, ad utilizzare il termine «diritti». Tra queste
l'«etica della responsabilità umana», di
cui l'esponente più noto è John Passamore, e il
«pensiero del benessere animale», che fa capo soprattutto
a D. M. Broom e a M. S. Dawkins. L'«etica della responsabilità
umana» ritiene infondati sul piano teoretico i motivi che inducono
a parlare di diritti degli animali per l'assenza della corrispondenza
tra diritti e doveri, e sostiene invece la necessità di una
diminuzione dei diritti dell'uomo sugli animali; il «pensiero
del benessere animale» rifiuta il concetto di «diritti»
per ragioni di ordine pragmatico, rilevando cioè l'incapacità
dell'uomo di tenere conto delle esigenze degli animali, e segnala
la necessità di un trattamento più attento nei loro
confronti, senza escludere per questo ogni loro impiego a favore dell'uomo.
È merito di queste riflessioni aver dato il via all'affermarsi
di una nuova sensibilità etica nei confronti del mondo animale:
ciò che infatti le accomuna è l'abbandono di un
rigido antropocentrismo, che riduceva gli animali a semplici strumenti
nelle mani dell'uomo, e il riconoscimento che ad essi va riservata
una particolare tutela.
A questo allude lo stesso pontefice Giovanni Paolo II quando, dopo
avere ricordato che «il carattere morale dello sviluppo non
può prescindere neppure dal rispetto per gli esseri che formano
la natura visibile», rileva come non si possa «fare impunemente
uso delle diverse categorie di esseri, viventi o inanimati -
animali, piante, elementi naturali - come si vuole, a seconda
delle proprie esigenze economiche. Al contrario, occorre tenere conto
della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un
sistema ordinato, che è appunto il cosmo» (Sollicitudo
rei socialis [1987], n. 34).
Ci si può tuttavia domandare se il nuovo atteggiamento assunto
giustifichi l'uso della locuzione «diritti degli animali».
La questione può essere affrontata correttamente solo mediante
un ripensamento del tema dei diritti in un quadro più ampio
di quello tradizionale, superando cioè la tesi della stretta
reciprocità tra diritti e doveri e ammettendo, in alcuni casi
- si pensi, in ambito umano, alla condizione dei malati in stato
di permanente incoscienza -, la possibilità di esigere
diritti senza alcuna contropartita. In questo quadro, se appare inaccettabile
una fondazione dei diritti degli animali sulla base dell'attribuzione
di un carattere personale - la possibilità di parlare
di «persona» si dà soltanto laddove esiste un livello
di autocoscienza tale da rendere possibile l'assunzione di decisioni
consapevoli e responsabili -, non si può escludere che
il termine «diritti» possa venire a essi applicato, qualora
si intenda, in senso derivato, come legittima pretesa di ottenere
qualcosa, come rivendicazione di un determinato trattamento. Il fatto
che gli animali siano esseri capaci di provare sensazioni comporta
l'assunzione di una precisa responsabilità nei loro confronti;
responsabilità che non può essere lasciata alla semplice
discrezione e benevolenza umana, ma che è fondata sull'esistenza
di specifici diritti da rispettare e tutelare.
Alcune conseguenze di ordine etico
La categoria che, sotto la spinta della tematica dei diritti, ha acquisito
sempre maggiore attualità è quella di «benessere
animale»: categoria entrata ormai nelle normative promulgate
in questi ultimi anni, sia in ambito internazionale che nazionale:
è sufficiente ricordare qui la Direttiva 86/609/CE, recepita
in Italia dal D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 116 in tema di tutela degli
animali nella prassi sperimentale. La definizione dei contenuti di
questa categoria è fatta oggetto di una puntuale riflessione
da parte della bioetica animale, soprattutto a seguito dell'utilizzo
di tecnologie capaci di determinare profonde mutazioni dell'identità
soggettiva. Facendo riferimento alle scienze sperimentali (a quelle
comportamentali in particolare), che forniscono un'indicazione
globale circa il benessere animale, la bioetica ha incentrato la sua
analisi sul concetto di «interesse animale», individuando
una serie di parametri valutativi, quali la sofferenza, il welfare,
lo stato di salute, la prosperità (well-being), il benessere
di relazione (o zooantropologico), il telos. Da questo punto di vista
vanno decisamente condannate le forme brutali di maltrattamento cui
vengono sottoposti gli animali negli allevamenti di massa a scopo
alimentare, nonché la macellazione meccanica e la pratica della
vivisezione.
Rimane tuttavia la difficoltà di una composizione di questi
fattori di definizione del benessere, mentre avanza in parallelo la
percezione che il suo perseguimento non potrà mai essere integrale.
Gli interrogativi che affiorano sono di due ordini: in quale misura
i bisogni degli animali hanno rilevanza morale e vanno pertanto perseguiti?
E ancora: come è possibile comporre la ricerca del benessere
animale con le esigenze umane, specialmente quelle di ordine sanitario?
L'applicazione sempre più estesa delle biotecnologie
al mondo animale rende urgente la formulazione di risposte adeguate.
L'utilizzo di animali transgenici in ambito farmacogenetico
e sperimentale è ormai una prassi consolidata e la brevettazione
di animali un fatto acquisito, pur con qualche limitazione: esiste
infatti una Direttiva della CE (98/44, art. 6, paragrafo 2) che stabilisce
il divieto di brevettibilità ai procedimenti di modificazione
dell'identità genetica che provocano sofferenze prive
di utilità medica sostanziale per l'uomo e per l'animale.
Il criterio che va principalmente richiamato, e che gode peraltro
di una lunga tradizione nell'ambito del pensiero occidentale,
è quello di telos. Esso riprende, per alcuni aspetti, il concetto
aristotelico di «natura intrinseca» (interpretata in senso
dinamico); concetto che, trasposto in prospettiva biologica, sta a
significare il complesso di interessi derivanti dalle caratteristiche
che definiscono un soggetto vivente. Il telos è dunque frutto
dell'incontro tra peculiarità di specie ed esperienze
dei singoli individui o, se si vuole, tra interessi originari e rapporto
con il mondo esterno; in una parola, tra istinto e ambiente. Si tratta
di un concetto evolutivo - ogni specie ha modificato la propria
«natura» - che lega tuttavia la positività
degli interventi umani alle sole trasformazioni che migliorano il
benessere dell'animale in rapporto all'ambiente.
Più radicale, pur riflettendo analoghe preoccupazioni, è
l'idea, già considerata, di «valore inerente»
(e anche di «soggetto-di-una-vita»), con la quale si riconosce
al soggetto il possesso di un valore proprio che lo fa essere fine
a se stesso, e gli conferisce, di conseguenza, la titolarità
a fruire del rispetto di alcuni interessi, primo fra tutti quello
all'integrità soggettiva e di specie, perciò (secondo
alcuni) il diritto a un'identità genetica non manipolata.
Al di là della diversità di posizioni è comunque
unanimemente acquisito sul piano etico il rifiuto di interventi volti
a far nascere gli animali, non creando le condizioni perché
possano sviluppare un'esistenza degna, o che impediscono la
realizzazione dei fini loro propri.
La categoria dei «diritti degli animali», intesa in senso
analogico, può essere quindi inserita nel contesto di una visione
del mondo in cui ogni ordine ricupera la propria consistenza e lo
stretto rapporto con tutti gli altri ordini e nel quale anche l'uomo
acquisisce la consapevolezza di «essere parte» di un mondo
che lo trascende e di dover «prendere parte» a un destino
che accomuna tutti gli esseri viventi nella ricerca della loro realizzazione.
Per saperne di più
BATTAGLIA L., La questione dei diritti degli animali. Una sfida
per l'etica contemporanea, Satyagraha, Torino 1988.
CASTIGNONE S. - BATTAGLIA L., I diritti degli animali,
EK, Genova 1987.
CASTIGNONE S. (ed.), I diritti degli animali, Il Mulino, Bologna
1985.
MANNUCCI A. (ed.), La città degli animali, Guerini e
Associati, Milano 1990.
RACHELS J., Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo,
Edizioni di Comunità, Torino 1996.
REGAN T. - SINGER P. (edd.), Diritti animali, obblighi umani,
Gruppo Abele, Torino 1987.
REGAN T., I diritti animali, Garzanti, Milano 1990.
SINGER P., Liberazione animale, Mondadori, Milano 1991.
SINGER P., Il movimento di liberazione animale, Sonda, Torino
1989.
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