| |
Nello sport convergono diverse dimensioni. Da una parte si tratta
di un servizio pubblico: un ambiente protetto a finalità educative,
che prevede regolamenti propri e finanziamenti a carico di tutti i
cittadini. Dall'altra è sottoposto alle dinamiche degli
affari e dello spettacolo: un ambiente concorrenziale di compravendita
degli atleti, di pubblicità e sponsorizzazioni, di intervento
del diritto comune. Tutto ciò genera tensioni che, pur non
nuove, sono state tuttavia più intense negli ultimi anni per
l'aumento di fenomeni trasgressivi: gestioni finanziarie problematiche,
doping rampante, violenza negli stadi, truffe ordite da giocatori
e società.
Questa situazione scredita il mondo sportivo, ma nello stesso tempo
ne evidenzia la portata mitica: ci si aspetta che lo sport promuova
i valori della collaborazione, della giustizia e della lealtà.
Si richiede che metta in scena simbolicamente ciò che non si
realizza nelle società democratiche: risolvere la contraddizione
tra uguaglianza di principio e disuguaglianza di fatto, assegnando
a ciascuno, secondo criteri di giustizia, la posizione che gli spetta
nella gerarchia sociale; un regime competitivo di egualitarismo meritocratico
in cui l'«ultimo arrivato» può diventare
primo sulla base delle proprie abilità personali, coltivate
con tenacia e determinazione. In questo quadro «doparsi»
equivale a barare.
Del resto l'immagine dello sport come luogo di realizzazione
dell'ideale democratico è allo stesso tempo illusoria
e necessaria. Funzionando quasi come spazio sacro nelle società
secolarizzate, serve da compensazione in un'epoca di erosione
degli spazi tradizionali che ospitavano una tale idealità.
Per proteggere il mito, a scapito della verità, la trasgressione
viene negata. Questa dinamica spiega il duplice rischio che corre
ogni tentativo di intervento in questo campo: la scelta di un capro
espiatorio che rassicuri della propria giustizia e faccia meglio credere
al rispetto della norma; oppure la delegittimazione generalizzata
che, come la denuncia di corruzione in politica, alimenta la sfiducia
nelle istituzioni o, all'opposto, la nostalgia di uno Stato
autoritario che metta ordine.
Verso una definizione
La nozione di doping è difficile da precisare. Sembra
che il termine derivi da una bevanda chiamata «dop»
che i guerrieri Zulu assumevano prima delle battaglie. In tempi recenti,
in ambito sportivo, il termine ha subito uno slittamento di significato.
In un primo periodo il fattore discriminante era l'artificialità:
truccare il corpo umano, quasi fosse un'attrezzatura sportiva,
o utilizzare procedure che fanno funzionare l'organismo fuori
dai suoi standard naturali. Ma in fondo l'artificialità
dei mezzi scientifici e tecnici utilizzati per l'allenamento
o la dieta dell'atleta non sono qualitativamente differenti
dall'apporto di sostanze chimiche: è impossibile in concreto
identificare una soglia chiara. Analogamente, che differenza c'è
nello stimolare la produzione di globuli rossi tramite un soggiorno
ad alta quota o tramite la respirazione di aria impoverita di ossigeno
in una camera iperbarica? Inoltre tale soglia slitta nel tempo, rendendo
accettabile ciò che prima era illecito. Si pensi che l'uso
del cambio della bicicletta, inventato alla fine del XIX secolo, fu
vietato al Giro di Francia fino al 1937, in quanto artificio che evita
di affrontare le difficoltà così come si presentano.
Oggi, il criterio che si va affermando è quello del pericolo
per la salute dell'atleta: su questa base la World Anti-Doping
Agency (WADA) compila e aggiorna periodicamente un elenco di sostanze
e di pratiche proibite. Nel documento del Comitato Internazionale
Olimpico (CIO) del 2004 il doping viene definito come violazione
di una delle regole anti-doping (art. 1), che comprendono,
tra l'altro, disponibilità ai controlli, positività
ai test, possesso o uso, senza motivi medici, di sostanze o pratiche
incluse nell'elenco della WADA (art. 2).
Anche la stessa significatività dei controlli anti-doping
è spesso oggetto di controversia. È difficile stabilire
la soglia di positività ai test sia per una certa arbitrarietà
nel fissare l'intervallo dei valori considerati normali, sia
per la disponibilità di contromisure che rendono difficile
l'identificazione, sia per la variabilità dei parametri
individuali. Una via percorribile sarebbe quella di operare controlli
ripetuti e a sorpresa, per confrontare nel tempo i valori riscontrati
nello stesso atleta, più che misurazioni sporadiche da valutarsi
sulla base di indici standardizzati e astratti.
Le sostanze e le pratiche proibite
I prodotti dopanti sono molto numerosi e utilizzabili in diverse fasi:
nel corso degli allenamenti, durante la gara, dopo lo sforzo. Si constata
che vengono consumati non solo nell'ambito dell'agonismo
(in cui sono attivi circa 3 milioni di atleti in Italia), ma anche
nella pratica amatoriale e occasionale (più di 12 milioni).
Fra i più utilizzati per incrementare la resa muscolare sono
gli integratori alimentari proteici, che contengono creatina e aminoacidi
a catena ramificata, sospettati di effetti cancerogeni. Se si aggiungono
le pillole dimagranti, questi composti vengono consumati da circa
3 milioni di soggetti in Italia, di cui il 50% frequenta palestre.
Il consumo inizia in età precoce: secondo dati del Comitato
Olimpico Nazionale Italiano (CONI), circa il 10% dei ragazzi delle
scuole medie inferiori dichiara di assumere integratori alimentari.
Gli steroidi anabolizzanti (per es. il nandrolone) sono impiegati
per sviluppare la massa muscolare: accentuano i caratteri sessuali
secondari in senso maschile anche nelle donne, provocando aumento
della peluria, abbassamento del tono della voce, irregolarità
mestruali fino alla sterilità. Inoltre aumentano l'incidenza
dei tumori e delle patologie dei tendini e del cuore. Sono i primi
indiziati nei decessi degli atleti di wrestling negli USA,
che presentano un tasso di mortalità 12 volte superiore a quello
dei loro connazionali appartenenti alla stessa classe di età
(25-40 anni). Effetti simili sulla massa muscolare e sulla resistenza
alla fatica ha il GH (growth hormone: ormone della crescita
), che provoca anche anomalie ossee e cardiovascolari.
Altro capitolo è quello delle sostanze eccitanti: cocaina,
anfetamine e amine simpaticomimetiche (per es. adrenalina). Esse aumentano
la capacità di concentrazione e di resistenza allo sforzo,
causando euforia (e poi depressione). Eliminando la percezione della
fatica, inducono gli atleti a superare i loro limiti fino allo sfinimento
e talvolta alla morte. Per ridurre la sensibilità alla fatica
vengono anche utilizzati narcotici e antidolorifici morfinici (eroina,
metadone, codeina, morfina), che però hanno un diverso meccanismo
d'azione rispetto agli eccitanti.
Soprattutto negli sport di precisione, come il tiro a segno, vengono
impiegati i betabloccanti: riducendo la frequenza cardiaca e i tremori,
facilitano le fasi di puntamento. Diminuiscono il consumo di ossigeno,
ma conducono a un logoramento del sistema cardiovascolare.
Esiste poi una serie di sistemi per aumentare il numero dei globuli
rossi: l'autoemotrasfusione (reimmisione di sangue prelevato
in precedenza dallo stesso soggetto), la camera iperbarica, farmaci
come la eritropoietina (EPO). Migliorando il trasporto dell'ossigeno
nel sangue, potenziano le prestazioni muscolari; ma accrescono anche
la viscosità ematica, con conseguenti rischi di otturazione
delle piccole arterie. L'assunzione del farmaco viene riconosciuta
indirettamente misurando l'ematocrito, cioè la frazione
del sangue contenente globuli rossi, ma è molto difficile identificare
la sostanza nei liquidi biologici. Le case farmaceutiche poi si impegnano
a complicare la situazione. Si pensi che nella NESP (Novel Erythropoiesis
Stimulating Protein: Nuova Proteina Stimolante la Eritropoiesi),
una molecola più recente con la stessa funzione dell'EPO
e ancora più difficile da identificare, la casa produttrice
ha rifiutato di introdurre un tracciante che ne faciliti il riconoscimento
nei test anti-doping.
I diuretici vengono utilizzati per far scendere rapidamente e surrettiziamente
il peso; inoltre rendono meno identificabili nelle urine le sostanze
proibite. Molte altre sostanze sono disponibili e il loro numero è
in continuo aumento. Anche le tecniche di produzione sono sempre più
sofisticate: per l'EPO e il GH si impiegano metodiche di ricombinazione
genetica, ma già si cerca di agire direttamente sul genoma
delle cellule del corpo, per introdurvi geni che migliorino le prestazioni,
come la velocità di contrazione delle fibre muscolari. Il che
rende ancora più difficili i controlli.
Giro d'affari
Enorme è il mercato di queste sostanze. L'Osservatorio
Nazionale sui Medicinali del Ministero della Sanità ha rilevato
che nel 2000 in Italia si sono venduti EPO e GH per 510 miliardi di
lire, di cui solo una piccola porzione era utilizzata per patologie
specifiche. Ma le vendite ufficiali non sono che una parte del totale:
molti farmaci dopanti vengono acquistati dagli italiani in Stati confinanti
(Svizzera, San Marino, Città del Vaticano). Se poi si aggiunge
il traffico illegale organizzato, per es. tramite Internet, o la produzione
clandestina, il volume di affari annuo raggiunge 650 milioni di euro,
ai quali occorre sommare circa 1,5 miliardi di euro di integratori
proteici. Una parte di questa cifra risulta a carico del Servizio
Sanitario Nazionale, poiché gli acquisti avvengono tramite
ricette false. Nel mondo, la vendita di sostanze a valenza dopante
raggiunge cifre da capogiro: già nel 1998 l'Università
finlandese di Jyväskylä ha valutato una somma di 18 miliardi
di euro, senza contare gli integratori.
Morire per vincere
Circa il 50% degli atleti intervistati dalla rivista americana Sport
Illustrated ha affermato che per vincere una medaglia alle Olimpiadi
è disposto ad assumere farmaci che potrebbero rivelarsi letali
nel giro di qualche anno. Questa affermazione è sostenuta dalla
logica della prestazione competitiva, dalla volontà di affermarsi
sui concorrenti, dalla fame di celebrità e di guadagno. Ma
l'uso del doping in sport minori e a livello amatoriale
dice che gioca anche una mai finita sfida con se stessi nel tentativo
di un continuo superamento delle proprie prestazioni.
Il doping non è che una delle molte pratiche che mirano
alla modificazione e al «miglioramento» di sé.
Agendo sul proprio corpo e manipolandolo si tende a sfuggire ai vincoli
della corporeità, che è luogo eminente di esperienza
del limite. Il doping va inserito nel quadro molto più
ampio del movimento di emancipazione della sfera privata che, con
le sue illusioni e ingenuità, riduce l'integrità
corporea alla dimensione meccanica, privandola della sua valenza simbolica.
A questo proposito è interessante notare la novità della
richiesta rivolta al medico: non più di proteggere il suo paziente,
ma anzi di contribuire a esporlo al pericolo. Si viaggia sulla sottile
distinzione tra medicina della prevenzione e medicina della prestazione,
tesa al superamento del limite. Una deriva che interessa la medicina
non solo in campo sportivo, ma in molti suoi ambiti, in cui si opera
sulla frontiera tra azione terapeutica e azione «migliorativa».
Anche qui la questione antropologica in gioco è quella del
limite della proprietà di sé, della disposizione del
proprio corpo.
Per la lotta al doping pertanto non basta la logica penale,
ma occorre farne un problema correlato alla salute di tutti e affidato
alla responsabilità pubblica. Un primo passo è definire
con chiarezza le irregolarità e favorirne l'interdizione,
sottomettendo lo sport al diritto comune e snidando l'opacità
di settori autoregolati e impermeabili alle indagini. Per questo,
anche se l'esperienza mostra che si tratta di una misura difficile
da attuare, è bene separare controllato e controllore, come
prescrive anche la legge italiana, per evitare che le società
e le federazioni sportive difendano a tutti i costi la propria immagine,
colludendo con gli interessi di molti: la stampa che vuole record
da brivido; gli sponsor che reclamano i frutti dei loro investimenti;
l'opinione pubblica, poco informata sul doping e poco
consapevole dei suoi rischi; il prestigio nazionale e dei Governi,
che non vogliono risultare svantaggiati e rinunciare alla gloria delle
medaglie. Tuttavia per la lotta al doping occorre non solo
reprimere e informare, ma molto di più formare e promuovere
una educazione alla corporeità che permetta di coglierne la
ricchezza simbolica.
Per saperne di più
AA. VV., «Doping e tutela della persona», in Minorigiustizia,
3 (1998) 5-45.
AA. VV. «Le sport, la triche et le mythe», in Esprit,
1 (1999) 73-146.
INTERNATIONAL OLYMPIC COMMITTEE, Anti-Doping Rules applicable to
the Games of the XXVIII Olympiad in Athens in 2004, in <www.olympic.org>.
Legge 14 dicembre 2000, n. 376, Disciplina della tutela sanitaria
delle attività sportive e della lotta contro il doping.
VASTANO L., «Doping», in Narcomafie, 6 (2003)
4-18.
WORLD ANTI-DOPING AGENCY, <www.wa
da-ama.org>.
|