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La coincidenza in Italia delle elezioni europee con quelle amministrative
parziali di metà legislatura non poteva non dare un peso politico
alla consultazione del 12-13 giugno scorso. Erano chiamati alle urne
50 milioni di cittadini per eleggere 78 rappresentanti al Parlamento
europeo, e più di 35 milioni dovevano pure rinnovare le amministrazioni
di 63 Province e di 4.519 Comuni (di cui 30 capoluoghi di Provincia
e 233 con più di 15.000 abitanti); infine, un milione e mezzo
di cittadini era chiamato a eleggere il Presidente e il Consiglio
Regionale della Sardegna. Anche le sole cifre facevano comprendere
l'impatto inevitabile che le elezioni avrebbero avuto sulla
vita politica del Paese. Sulla base dei risultati, cercheremo di rispondere
ad alcune questioni di cui più si discute nel dopo-voto. Chi
ha vinto? Che pensare di un'Assemblea costituente dell'Ulivo?
C'è spazio a Strasburgo per un nuovo gruppo parlamentare
«riformista»? Come hanno votato i cattolici?
1. Alcuni dati significativi
a) L'affluenza alle urne in Italia è stata pari al 73,1%
(nel 1999 era stata del 70,8%): una percentuale alta, rivelatrice
di una tensione politica quale si è avuta solo in pochi altri
Stati dell'Unione. Infatti, la media generale dei votanti per
il Parlamento di Strasburgo è stata: 45,3% nell'insieme
dei 25 Stati membri, 49,0% nei vecchi 15 Paesi, e 26,4% nei 10 Paesi
entrati da ultimi nell'Unione.
b) In Italia i risultati del voto europeo hanno messo in luce un sostanziale
equilibrio tra i due schieramenti in cui è diviso il nostro
sistema politico: 45,4% e 36 seggi al centro-destra (FI, AN, UDC,
Lega Nord, Socialisti Uniti); 45,5% e 37 seggi, cioè un decimale
e un seggio in più, al centro-sinistra (Uniti nell'Ulivo,
Verdi, PDCI, Di Pietro-Occhetto, PRC). Tuttavia, all'interno
delle due coalizioni, si sono verificati importanti mutamenti di equilibrio.
Nel centro-destra: FI crolla al 21,0% (aveva il 25,2% nelle europee
1999 e il 29,5% nelle politiche 2001); AN, a spese di FI, rimane stabile
all'11,5% (aveva il 10,3% nel 1999, insieme con il «Patto
Segni», e il 12,0% nelle politiche 2001); la Lega Nord raggiunge
il 5,0% (aveva il 4,5% nel 1999, e il 3,9% nel 2001); anche l'UDC
cresce a spese di FI e ottiene il 5,9% (aveva il 4,8% nel 1999 e il
5,6% [CCD+CDU+Democrazia Europea] nel 2001).
Nel centro-sinistra: la lista Uniti nell'Ulivo si ferma al 31,1%,
mentre i tre partiti che la compongono (DS, Margherita e SDI) -
il cosiddetto «triciclo» -, quando si erano presentati
da soli, ciascuno con la propria lista, avevano raggiunto insieme
il 32,2% nel 1999 e il 33,3% nel 2001. Da non sottovalutare sia il
consolidamento dell'area radicale del centro-sinistra (Verdi,
PDCI, Rifondazione Comunista) che, aggiungendo la lista Di Pietro-Occhetto,
ottiene il 13,1% (aveva l'8,1% nel 1999 e il 12,8% nel 2001),
sia l'affermazione di Rifondazione Comunista che ottiene il
6,1% (aveva il 4,3% nel 1999 e il 5,0% nel 2001).
c) Il primo turno delle elezioni amministrative italiane vede il netto
successo del centro-sinistra: vince in Sardegna (strappando la Regione
al centro-destra); conquista 38 delle 63 Province (3 vanno al centro-destra);
ottiene la maggioranza in 18 capoluoghi di Provincia su 30 (6 vanno
al centro-destra, che perde Bologna, Padova e Bari). Il ballottaggio
in 22 Province e 6 capoluoghi di Provincia, comunque vada, non potrà
ribaltare il verdetto del 12-13 giugno.
2. Chi ha vinto?
Il referendum del 1993 ha introdotto in Italia il sistema maggioritario
uninominale. Il bipolarismo che ne è derivato è ben
lungi dal realizzare quella democrazia compiuta (o dell'alternanza)
a cui mirava la riforma elettorale. Infatti, il maggioritario uninominale
è gestito con mentalità proporzionale, e i due poli
sono in realtà due coalizioni di partiti culturalmente disomogenei
che stanno insieme soprattutto per vincere le elezioni. Così
il sistema non funziona.
Lo si è visto chiaramente il 12-13 giugno, quando contemporaneamente
si sono svolte le elezioni europee con il sistema proporzionale e
le elezioni amministrative con il maggioritario uninominale. Da qui
nasce lo scarto tra il risultato del voto europeo a livello nazionale
e quello del voto amministrativo a livello locale. A livello nazionale,
con Berlusconi capolista in tutte le circoscrizioni, FI ha ottenuto
alle europee un risultato di 3 punti più alto rispetto a quello
ottenuto nelle amministrative; specularmente, AN e UDC si sono avvantaggiate
più a livello locale che a livello nazionale. Basti per tutti
il caso emblematico delle amministrative in Sicilia, dove il partito
di Berlusconi (che a livello nazionale cala dell'8,5%) perde
più di 15 punti (dal 36,7 % al 21,5 %), mentre AN (stabile
a livello nazionale) sale in Sicilia di circa 4 punti (dal 10,7% al
14,5%), e l'UDC (che a livello nazionale raggiunge il 5,9%)
tocca nell'isola il 14,0% senza più il sostegno di Democrazia
Europea (D'Antoni).
La lezione politica è chiara: la personalizzazione del leader,
se rende più omogenei i risultati a livello nazionale, non
riesce però a evitare sbalzi anche grandi a livello locale.
Questo fenomeno è confermato anche dai risultati del centro-sinistra:
se nel nome di Prodi raggiunge la parità con il centro-destra
a livello nazionale (anzi vince, seppure di poco), la vittoria invece
diviene molto netta (con sbalzi, però, di entità diversa)
nelle amministrative a livello locale, dove l'influsso del leader
si fa sentire in forma ridotta e meno diretta.
Perciò, per rispondere alla domanda: «chi ha vinto?»,
più che contare i voti, è importante rilevare quale
schieramento è più radicato nel territorio. Ora, che
il centro-sinistra sia maggiormente radicato nella società
italiana appare chiaro, se si confrontano i risultati del 12-13 giugno
con quelli delle consultazioni elettorali immediatamente precedenti:
il centro-sinistra cresce in misura lenta ma costante, passando dal
43,2% nel 1999 al 44,8% nel 2001, al 45,5% nel 2004; mentre il centro-destra
oscilla dal 46,3% nel 1999 al 52,2% nel 2001, al 45,4% nel 2004, seguendo
le oscillazioni del leader al quale si appoggia molto più che
alle realtà vive del territorio. A tal punto che la sostanziale
tenuta del centro-destra a livello nazionale, grazie alla visibilità
mediatica di Berlusconi, non ha impedito poi che FI - il partito
stesso del leader - crollasse a livello locale, dove la sua
organizzazione è carente e il partito non è radicato
in modo significativo nella società civile.
Ecco perché il 31,1% ottenuto dalla lista Uniti nell'Ulivo
(quasi un terzo dell'elettorato) si può considerare un
risultato notevole, nonostante sia mancato l'effetto di «valore
aggiunto» che molti si attendevano. Un italiano su tre ha creduto
al progetto che essa esprime. È senz'altro un buon inizio.
Il fatto poi che il centro-sinistra, pur vincendo, sia rimasto al
di sotto delle attese può servire a ricordare che non è
ancora tempo di raccolta, ma di semina. Pertanto, il vero lavoro del
dopo-voto è di continuare a credere nel progetto vincente e
di proseguire con coraggio il cammino intrapreso.
3. Un'Assemblea costituente dell'Ulivo?
All'indomani delle elezioni, Prodi ha reso pubblica una «lettera
aperta» in cui insiste proprio su questo aspetto. Si tratta
- egli scrive - di dare continuità all'esperienza
positiva della «lista unitaria»; e propone, da un lato,
di «convocare entro il prossimo autunno l'Assemblea costituente
dell'Ulivo sotto la guida di un comitato che inizi subito il
proprio lavoro», dall'altro, di aprire in Europa «un
cantiere per la costruzione di una grande casa dei riformatori europeisti»
(la Repubblica, 15 giugno 2004).
Ci siano consentite in proposito alcune riflessioni. Certamente è
legittimo che i partiti della lista Uniti nell'Ulivo stringano
un patto federativo tra loro e con chiunque ci sta. Però, sarebbe
sbagliato intendere l'Assemblea costituente come un confronto
tra il «triciclo» e le altre forze del centro-sinistra
che ne sono rimaste fuori. Bisogna avere il coraggio di andare oltre
l'Ulivo, il cui simbolo e il cui nome risultano inadeguati all'operazione
che si vuol compiere, perché si riferiscono a una sola parte
del centro-sinistra, per quanto cospicua. Occorre ormai puntare alla
realizzazione di una «area riformista» più ampia
dell'Ulivo (si chiami essa Polo delle solidarietà, Area
popolare democratica, o con altro nome), che abbracci tutto il centro-sinistra
e sia aperta a tutti i riformatori, senza escludere nessuno a priori:
partiti, associazioni, movimenti, centri sociali e culturali, categorie
professionali e sindacali.
Si tratta di ampliare la proposta unitaria di Prodi, nella quale hanno
creduto più di 10 milioni di cittadini, e di trasformarla in
un progetto riformatore di società, in grado di coniugare efficienza
e solidarietà, fondato su valori e ideali condivisi (quelli
della nostra Costituzione e del Trattato costituzionale europeo),
puntando sul medio e lungo periodo. Che questa sia la carta vincente
è confermato anche dal successo di Renato Soru, che ha ripetuto
in Sardegna il successo dello scorso anno di Riccardo Illy in Friuli-Venezia
Giulia. Più che una strategia è un progetto. Il programma
deve venire prima anche di qualsiasi logica federativa.
Dunque, è inadeguato parlare di Assemblea costituente dell'Ulivo.
Contemporaneamente alla federazione tra i partiti della «lista
unitaria», occorre proporre anche un accordo programmatico con
tutte le forze che si riconoscono nel centro-sinistra. E non si dovrà
partire dall'alto, come finora si è sempre fatto. La
vittoria insoddisfacente del «triciclo» va addebitata
anche al fatto che esso è nato soprattutto per decisione dei
vertici di partito, senza un sufficiente coinvolgimento della società
civile, come questa invece chiedeva. Pertanto, l'Assemblea costituente
dell'area riformista (che - ripetiamo - va al di
là del patto federativo del «triciclo») dovrà
essere convocata da tutti i partiti del centro-sinistra, insieme ai
movimenti, alle associazioni, ai centri sociali e culturali, movendo
dalle cento città e dalle Regioni. Se poi qualcuno si autoesclude
dal progetto comune, perché non lo condivide, ciò sarà
dovuto solo a una scelta propria e non a una preclusione aprioristica.
È questa una tappa obbligata per proseguire il cammino, aperto
dal successo della «lista unitaria».
4. Un gruppo parlamentare «riformista» a Strasburgo?
Per quanto riguarda - in secondo luogo - l'apertura
di un cantiere per la costruzione della casa dei riformisti in Europa,
Prodi non fa che riproporre il suo «sogno» (cfr SORGE
B., «Un «manifesto» per l'Europa», in
Aggiornamenti Sociali, 1 [2004] 5-10). Egli muove dalla convinzione
che l'Italia ha un contributo specifico da recare in Europa:
perché non ripetere a livello europeo l'esperienza dell'Ulivo
e della «lista unitaria»? Infatti, la creazione a Strasburgo
di un gruppo parlamentare riformista darebbe uno slancio nuovo alla
costruzione dell'Unione politica, evitando che l'Europa
allargata rimanga una mera aggregazione di Stati nazionali, interessati
a stare insieme per motivi soprattutto economici, commerciali e finanziari.
Questa nuova iniziativa è ancor più necessaria dopo
l'esito deludente delle ultime elezioni europee. Infatti, preoccupa
la forte affermazione degli «euroscettici», che contestano
il «centralismo» dell'Unione, la Costituzione e
l'euro: in Gran Bretagna l'UKIP (United Kingdom Independence
Party), dichiaratamente anti-europeista, ha ottenuto il 16,1%;
in Francia, la lista antieuropea di Philippe de Villiers ha raggiunto
il 7%; in Austria, l'antieuropeo Hans-Peter Martin ha ottenuto
il 14,0%; la stessa percentuale è stata raggiunta in Svezia
dalla «euroscettica» Junilstan; in Polonia, 24
dei 54 deputati eletti a Strasburgo sono «euroscettici»,
a cui si aggiungono quelli della Repubblica Ceca, dell'Ungheria
e della Slovacchia.
In questa situazione, la cosa più urgente da fare è
l'impegno di costruire l'Europa politica. Per questo va
salutata con soddisfazione l'approvazione del Trattato costituzionale,
avvenuta il 18 giugno scorso. Era certamente il passo più importante.
Dopo questo avvenimento, il «sogno» di Prodi diventa più
reale: perché non creare in seno al Parlamento di Strasburgo
un nuovo gruppo parlamentare, un'«area» aperta a
tutti i riformatori sinceramente europei, al fine non solo di contrastare
energicamente l'euroscetticismo, ma di dare all'Unione
politica allargata quell'anima solidale che i gruppi parlamentari
tradizionali non sono più in grado di garantire? Non ha senso
che i neoparlamentari europei del centro-sinistra, dopo essere stati
eletti uniti in Italia, si dividano in Europa tra gruppi parlamentari
diversi: il Partito Popolare Europeo, divenuto ormai un partito conservatore,
il Partito Socialista Europeo, che è sempre più un mero
contenitore privo di spinta ideale, e altri gruppi minori.
5. Come hanno votato i cattolici?
Infine non si può evitare un'ultima questione: come hanno
votato i cattolici? Ce lo dobbiamo chiedere, perché i risultati
della consultazione elettorale contengono segnali nuovi sul comportamento
dell'elettorato cattolico italiano.
La Margherita si è attestata intorno al 10,0%, subendo una
forte flessione (nelle elezioni europee del 1999, PPI, lista Dini,
Democratici e UDEUR raggiungevano insieme il 14,6%; nelle elezioni
politiche del 2001, quando i quattro partiti si presentarono uniti
nel nuovo soggetto politico, avevano mantenuto le posizioni con il
14,5%). È verosimile che la flessione del 12-13 giugno sia
dovuta anche al fatto, da un lato, che l'AP-UDEUR ha corso da
sola e, dall'altro, che molti elettori hanno votato il candidato
Presidente alle provinciali (o Sindaco alle comunali) senza ripetere
il segno sul simbolo della Margherita. Comunque sia, il suo forte
calo ha prodotto due effetti: il primo è la perdita di visibilità
dei riformisti cattolici all'interno del centro-sinistra, dove
l'affermazione dei DS intorno al 20% (e della «sinistra
radicale») ha spostato a sinistra il baricentro, rendendo più
ardua l'adesione delle fasce moderate all'area riformista;
l'altro effetto è che il «successo» dell'UDC
(seconda forza d'ispirazione cristiana) è sembrato più
grande di quanto è, se si tiene presente che l'UDC ottiene
il 5,9%, mentre nelle europee del 1999 aveva il 4,8% e nelle politiche
del 2001 il 5,6% (CDU+CCD+Democrazia Europea).
Ciononostante, è innegabile che un certo numero di neodemocristiani
siano passati da FI all'UDC, delusi da Berlusconi in cui speravano
di trovare l'erede della vecchia DC; né si può
escludere che si siano aggiunti altri cattolici provenienti da lidi
diversi. L'UDC trae vantaggio dal fatto di proporsi con una
chiara identità cattolica e col mostrarsi non troppo legata
al carro di Berlusconi (e della Lega Nord), anche se poi - in
nome della «compattezza della coalizione» - finisce
col votare scelte che contrastano con la coscienza cristiana (come
la legge sulla immigrazione o l'appoggio alla «guerra
preventiva» di Bush), assumendosi una grave responsabilità
morale. In fondo, l'UDC vorrebbe mantenersi super partes
per poter scegliere caso per caso come collocarsi nella battaglia
politica, divenendo l'ago della bilancia. Non era proprio questa
l'arte della vecchia DC? Il doroteismo è duro a morire.
Una parola merita, infine, l'esperienza di una terza forza d'ispirazione
cristiana: l'AP-UDEUR, nata dall'apparentamento tra Mino
Martinazzoli e Clemente Mastella. È l'ennesimo tentativo
di risuscitare il centro, destinato a fallire come già i precedenti.
Infatti, l'adesione di Martinazzoli non ha prodotto alcun effetto
benefico: l'AP-UDEUR ha ottenuto appena l'1,3%, dopo che
Mastella da solo nelle elezioni europee del 1999 aveva ottenuto l'1,6%.
In conclusione, volendo dare un giudizio d'insieme sul voto
dei cattolici nelle elezioni del 12-13 giugno, si può dire
che si stanno ridisegnando sempre più chiaramente le due anime
tradizionali del movimento cattolico: da un lato, i «cattolici
conservatori», eredi dei vecchi «clerico-moderati»,
che sostengono il programma liberista del centro-destra, dall'altro
i «cattolici democratici», eredi dei vecchi «popolari»,
che si riconoscono nel programma sociale del centro-sinistra. Questi
ultimi, a differenza dei primi, ritengono che il cristiano debba schierarsi
in politica con gli uomini di buona volontà, condividendone
valori e programmi, in coerenza con l'ispirazione cristiana,
nel rispetto della laicità e del pluralismo. Certo, è
più difficile agire da cristiani all'interno di una coalizione
e di un programma formati da forze laiche diverse; si comprende dunque
la tendenza di chi preferisce separarsi dagli «altri»
in nome della propria «identità cattolica». Eppure
oggi è richiesto ai cattolici il coraggio di realizzare una
forma nuova di presenza politica, più rispondente alle mutate
condizioni del mondo, senza rinunciare alla visibilità degli
ideali cristiani. È auspicabile che la Margherita divenga sempre
più la palestra dove i cattolici democratici possano esprimere
la straordinaria forza progettuale del pensiero sociale cristiano
all'interno di una casa riformista comune, di un'ampia
area popolare democratica. Ne hanno bisogno oggi l'Italia e
l'Europa.
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