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Una duplice coincidenza rende particolarmente significativa la prossima
scadenza elettorale. Per la prima volta, i cittadini di venticinque
Paesi europei saranno chiamati il 12 e 13 giugno a rinnovare il Parlamento
di Strasburgo; negli stessi giorni un gran numero di elettori italiani
andrà alle urne anche per rinnovare le proprie amministrazioni
locali: un test questo che, da un lato, non può non risentire
del voto europeo a cui è abbinato, e dall'altro, cadendo
a metà legislatura, riveste inevitabilmente il valore di una
verifica sul Governo Berlusconi.
Perciò, per esprimere un voto illuminato, occorre riflettere:
1) sulle scelte comunitarie che fanno da sfondo alle elezioni europee;
2) sul clima politico generale del nostro Paese che fa da sfondo al
voto amministrativo; 3) infine, sulla necessità di dare il
proprio voto a forze politiche e a «persone vere», che
siano all'altezza delle gravi scelte che si dovranno compiere
in Europa e in Italia.
1. Quale Europa vogliamo?
Le elezioni europee del 12-13 giugno - nonostante la ventata
di ottimismo portata in Europa dall'allargamento del 1°
maggio a dieci nuovi Paesi - cadono in un momento difficile
nel percorso di unificazione del vecchio Continente. È un cammino
accidentato, frenato dai persistenti egoismi nazionali che ostacolano
la cessione di parti significative delle competenze degli Stati membri
a favore della sovranità comunitaria. Ciò continua a
produrre crisi anche gravi, come la rottura tra il Consiglio dei ministri
economici e finanziari (ECOFIN) e la Commissione europea sul «patto
di stabilità», in virtù del quale gli Stati membri
si sono impegnati a non superare il 3% nel rapporto tra deficit
di bilancio e PIL. Per la stessa ragione è fallita la Conferenza
intergovernativa di Roma (ottobre 2003), che avrebbe dovuto aprire
la via all'approvazione del Trattato costituzionale. Duro, poi,
è stato il confronto sulla guerra in Iraq, quando alcuni Stati
(tra cui l'Italia) si sono schierati con gli USA e la Gran Bretagna,
altri invece (come Francia e Germania) hanno preso le distanze.
Tutto ciò rivela l'insufficiente maturità di una
coscienza europea comune. C'è l'Europa economica,
ma è estremamente debole quella politica. I rapporti tra i
partner dell'Unione sono considerati più come
normali relazioni internazionali tra Stati diversi che come rapporti
tra Paesi membri di un'unica struttura politica. Perciò
diventa laborioso trovare l'equilibrio tra gli interessi nazionali
e l'interesse generale comunitario ed elaborare una strategia
comune in campi delicati come la lotta al terrorismo e la costruzione
della pace. Questo deficit di sensibilità comunitaria
è il più difficile e, insieme, il più urgente
da colmare. Costituisce il vero problema che sta sullo sfondo delle
prossime elezioni europee: giungere a fondare l'unione dei venticinque
Stati membri su un ethos comune, tradurlo in un programma condiviso,
sotto una sovranità comunitaria, alla quale i singoli Stati
abbiano ceduto quote reali della propria autorità. Solo così
l'Unione Europea raggiungerà la visibilità internazionale
che le compete e potrà parlare con una voce sola.
Certo, non si parte da zero. Il Presidente della Commissione europea,
parlando alla Convention dell'Ulivo (Roma, 13-14 febbraio
2004), ha giustamente osservato che «la democrazia europea è
salda, la pace acquisita, la sicurezza garantita»; tuttavia
- ha aggiunto - per portare a termine la costruzione dell'Unione,
occorre che condividiamo i valori comuni sui quali essa si fonda:
«A chi predica e pratica la chiusura di nazioni piegate su se
stesse, la protezione dei piccoli privilegi e il diritto di veto eretto
a sistema, il rifiuto delle regole della buona finanza, la fuga dalle
responsabilità verso il resto del mondo e dall'ambiente,
il disinteresse per il malessere dei meno fortunati, a questi noi
rispondiamo che i nostri valori e le nostre proposte sono diverse»
(PRODI R., «Questa è la mia casa», in l'Unità,
15 febbraio 2004). Quali sono dunque i «nostri valori»,
quali le «proposte diverse»? Quale Europa vogliamo? È
questa la prima domanda a cui rispondere il 12-13 giugno.
Dopo l'attentato dell'11 marzo a Madrid - diretto
più contro l'intera Europa democratica che contro la
sola Spagna -, il modo migliore di reagire al pessimismo degli
euroscettici, tentati di ripiegarsi e di chiudersi egoisticamente
in se stessi, è accelerare la nascita dell'Unione politica,
aperta al resto del mondo e saldamente fondata sui valori bimillenari
della civiltà europea. Perciò, è improrogabile
approvare il Trattato costituzionale. L'Unione possiede già
gli strumenti istituzionali necessari a garantire la integrazione
tra i diversi popoli non solo economica, ma anche giuridica e legislativa.
È mancata finora la volontà politica. Ecco perché
è indispensabile che il 12-13 giugno vengano elette al Parlamento
di Strasburgo «persone vere», cioè di sicura fede
europea e professionalmente competenti, decise a promuovere e a portare
a termine la costruzione politica dell'Unione e a fondarla sull'ethos
comune, al quale si ispira la bozza del Trattato costituzionale.
Sullo sfondo di questa scelta fondamentale, a cui è chiamato
il Parlamento europeo che uscirà dalle urne il 13 giugno, assume
pieno significato la proposta di Prodi di una lista unitaria dei riformisti
per l'Europa. Questa, infatti, si prefigge sia di accelerare
la formazione dell'Europa politica a venticinque, sia di dare
un'anima nuova all'assemblea di Strasburgo dove i gruppi
parlamentari della vecchia Europa a quindici - in particolare
il Partito Socialista Europeo (PSE) e il Partito Popolare Europeo
(PPE) - hanno esaurito la originaria carica propulsiva, avendo
stemperato la loro identità per aprirsi a forze non omogenee,
pur di avere la maggioranza in Parlamento. Di fronte a questa caduta
di tensione ideale, l'iniziativa di Prodi costituisce certamente
una novità molto significativa e importante. Pertanto, la lista
unitaria dei riformisti è meritevole di essere sostenuta non
solo per il progetto in sé, ma anche per l'impulso ideale
che essa può dare alla nuova fase istituzionale del cammino
comunitario dopo l'allargamento. Nello stesso tempo, l'iniziativa
europea di Prodi non potrà non ripercuotersi sulla vita politica
interna del nostro Paese.
2. Quale Italia vogliamo?
Il fatto che in Italia le elezioni amministrative di quest'anno
coincidano con quelle europee serve a rendere più visibile
il legame che, fin dall'inizio, è esistito tra il cammino
del nostro Paese e quello dell'Europa. A tal punto che oggi
non è più possibile chiedersi quale Italia vogliamo,
senza riferirsi all'Unione Europea.
Certo, le elezioni amministrative costituiscono un capitolo a sé
stante, poiché con esse i cittadini sono chiamati a confrontarsi
con i problemi del territorio e delle differenti realtà locali;
tuttavia, molti dei problemi locali ormai si risolvono solo se si
affrontano in ottica europea e in prospettiva comunitaria. Proprio
per questo - per fare un esempio -, sarà molto
difficile portare a termine in Italia la devolution come la
vuole Bossi, nonostante che il Senato l'abbia già approvata
in prima lettura sotto il ricatto della crisi di Governo. La ragione
è che la riforma dello Stato proposta dalla Lega Nord non si
coniuga con il federalismo cooperativo e solidale, rispettoso delle
identità nazionali, a cui guarda l'Europa. La devolution
è un corpo estraneo: facendo poco conto sia dell'unità
e della indivisibilità della Repubblica (garantite dall'art.
5 della Costituzione) sia dei vincoli comunitari, essa introdurrebbe
un clima di conflittualità nei rapporti delle autonomie locali
tra di loro e con lo Stato, che è in contrasto non solo con
lo spirito (e la lettera) della Costituzione italiana, ma anche con
lo spirito del Trattato costituzionale europeo, che sta per essere
approvato.
È importante, perciò, che il voto del 12-13 giugno rafforzi
gli ideali e i programmi dell'area riformista in Italia e in
Europa, in alternativa alla cultura politica neoliberista, individualista
e libertaria - a cui si ispirano la Lega Nord e il Governo Berlusconi
- che porta in sé i germi della disgregazione dell'unità
nazionale e un innato scetticismo nei confronti dell'Europa
unita. Come dimostrano i risultati deludenti della prima metà
della legislatura e del semestre europeo a presidenza italiana, il
modello neoliberista è di per se stesso inadeguato a risolvere
i problemi di un'Italia a due velocità, che rischiano
di presentarsi in forma ancora più grave in un'Europa
a venticinque, dove notevoli sono le differenze tra i diversi Paesi
(cfr SORGE B., «Come sta l'Italia?», in Aggiornamenti
Sociali, 1 [2004] 85-90).
Ecco perché le elezioni amministrative del 12-13 giugno si
trasformano ineluttabilmente in un giudizio sul Governo Berlusconi.
Infatti, sarebbe estremamente significativo se la diminuzione dei
consensi alla coalizione di centro-destra, già manifestatasi
nelle amministrative dell'anno scorso, venisse confermata. Tuttavia
bisogna prevenire un pericolo: alla delusione per il flop del
Governo Berlusconi potrebbe sommarsi la delusione per la fragilità
e le divisioni interne dell'opposizione, ancora incapace di
offrire un volto credibile. Sarebbe grave se i delusi dell'una
e dell'altra parte finissero insieme con l'ingrossare
il partito degli astensionisti, già troppo consistente. Bisogna
dunque andare a votare numerosi ed esprimere un voto illuminato. A
quanti sono tentati di disertare le urne, perché si sentono
stretti nella morsa di un bipolarismo ingessato da cui non riescono
a uscire, bisogna dire che una strada c'è. La proposta
di Prodi di una lista unitaria dei riformisti (che aggiorna, in pratica,
l'originaria intuizione di Sturzo) risponde al bisogno che gli
italiani hanno di passare dall'attuale democrazia bloccata a
una democrazia compiuta o dell'alternanza, senza cedere alla
tentazione di tornare indietro al sistema elettorale proporzionale.
Non si tratta di fondare un altro partito, ma di offrire un modello
o uno spazio (noi diremmo: un'area politica popolare e democratica),
alternativo al modello neoliberista, aperto a partiti, movimenti,
associazioni e cittadini che, pur avendo identità e storie
diverse, si riconoscano nei valori del riformismo democratico e desiderino
coalizzarsi in un soggetto politico unitario, accettandone i principi
e le regole ed elaborandone insieme il programma.
Il fatto che nemmeno tutti i partiti dell'Ulivo abbiano aderito
a questa proposta di Prodi non stupisce, se si considera che essa
si prefigge proprio di rompere l'attuale bipolarismo ingessato,
in cui sono impigliate le forze politiche. È importante, dunque,
che il primo nucleo che si è formato (il cosiddetto «triciclo»)
esca rafforzato dal voto del 12-13 giugno, e si apra effettivamente
(molto più e molto meglio di quanto ha fatto finora) a chiunque
voglia condividere il medesimo cammino in Italia e in Europa.
A questo punto, però, va detto che il modo in cui anche il
«triciclo» ha proceduto alla formazione delle liste per
le elezioni del 12-13 giugno in più d'un caso lascia
perplessi. Dopo tanti discorsi sulla necessità di rinnovare
la forma-partito e la classe dirigente aprendosi alla società
civile, sembra che si continui a ragionare ancora con i vecchi schemi,
da «prima repubblica». Infatti, anche la lista «Uniti
nell'Ulivo» - imitando in questo la logica deteriore
di altri schieramenti - presenta alcuni candidati che (senza
voler giudicare affatto le persone) non sono davvero ritenuti «esemplari»
oppure sono noti per il successo ottenuto in campi che poco o nulla
hanno da spartire con la politica. Non sembrano queste le «persone
vere» promesse agli elettori. Nessuno nega che la quantità
dei consensi sia necessaria, ma quando si dimostrerà finalmente
con i fatti di credere sul serio che più necessaria è
la qualità? È indispensabile ormai abbandonare definitivamente
il vecchio modo di comportarsi, che è una delle cause principali
della disaffezione della gente per la politica e spinge i cittadini
all'assenteismo.
Perciò, comunque vadano le elezioni del 12-13 giugno, è
assolutamente improcrastinabile dare subito vita nelle Regioni, nelle
Province e nelle cento città a una vera e propria costituente
dell'area riformista (la si chiami come si vuole), aperta a
partiti, movimenti, associazioni, centri culturali e sociali, cittadini
singoli, con il supporto di un Comitato promotore nazionale che colleghi
la base al vertice. Da anni sulle pagine della nostra Rivista andiamo
sostenendo questa proposta. Se dopo il 13 giugno non si parte con
la nuova costituente, a poco servirebbe anche una buona affermazione
della «lista unitaria». Rischierebbe di essere una vittoria
di Pirro, votata al fallimento come tante altre occasioni perdute
per il Paese e per l'Europa.
3. Esprimere un voto illuminato
A questo punto non si può evitare la domanda conclusiva: per
chi e come votare il 12-13 giugno? La risposta spetta ovviamente alla
coscienza di ognuno. Nessuno può sostituirsi o interferire
in una scelta che è e deve rimanere personale. Ciò non
impedisce, però, che - alla luce delle considerazioni
fatte sin qui - si possano indicare alcuni criteri generali
per aiutare gli elettori a compiere una scelta il più possibile
illuminata.
a) In primo luogo, occorre tenere presente il modello ideale di società
che desideriamo realizzare in Italia e in Europa. Vogliamo una democrazia
neoliberista, fondata sulla mera logica di mercato, che favorisce
i ceti medio-alti a scapito dei ceti più deboli, oppure una
democrazia solidale attenta a riformare lo Stato sociale, senza smantellarlo?
Vogliamo una legalità intesa come pura osservanza formale delle
regole, che cambia le leggi per eliminare i reati, oppure intesa come
costume etico, che rifiuta per principio la logica delle facili depenalizzazioni
e dei condoni «legali»?
b) In secondo luogo, bisogna considerare il programma per cui si vota,
preso nel suo insieme, senza lasciarsi abbagliare dalla propaganda
sull'una o l'altra scelta compiuta. A che serve reclamizzare
la cifra dei nuovi posti di lavoro creati, quando essi sono precari
e instabili in assenza di una politica economica affidabile? A che
serve pubblicizzare l'aumento delle pensioni, se nello stesso
tempo si taglia la spesa sociale, in particolare riducendo i trasferimenti
agli enti locali, cosicché un numero crescente di famiglie
stenta ad arrivare alla fine del mese più di quando le pensioni
erano basse? A che serve investire somme enormi nelle «grandi
opere» (indicate in vecchie lire per fare più effetto),
se poi la mancanza di investimenti nella ricerca e nella innovazione
tecnologica fa perdere importanti quote di mercato alle esportazioni
italiane e conduce alla stagnazione economica?
c) Soprattutto, però, occorre guardare alla qualità
morale e alla competenza professionale della nuova classe dirigente,
a cui con il voto affidiamo la responsabilità di amministrare
a livello locale ed europeo. C'è un grande bisogno di
«persone vere». Occorre dunque guardare alla sostanza
più che alle apparenze.
Queste considerazioni generali valgono per tutti. Tuttavia interpellano
in modo particolare i cattolici. Infatti, non occorre essere specialisti
per riconoscere che il modello di una società solidale è
il più rispondente non solo all'ethos della civiltà
italiana ed europea, ma anche alla dottrina sociale della Chiesa.
Quest'ultima si pone agli antipodi della visione neoliberista,
che fa del profitto, della efficienza e della competitività
il fine a cui subordinare le ragioni stesse della solidarietà.
Di conseguenza, sebbene sul piano soggettivo nessuno possa arrogarsi
il diritto di giudicare la coscienza altrui o di metterne in dubbio
la rettitudine, tuttavia, sul piano delle valutazioni obiettive, lascia
quanto meno perplessi il comportamento di quei cattolici che -
in nome della «compattezza della coalizione» di centro-destra
- finiscono col votare una legge che considera i lavoratori
extracomunitari una «merce»; con l'appoggiare la
«guerra preventiva» teorizzata e attuata da Bush, in contrasto
con il diritto internazionale e moralmente inaccettabile; con l'approvare
l'uso delle armi da fuoco per difendersi da chi attenta non
alla vita, ma solo ai beni materiali, ponendo l'una e gli altri
sullo stesso piano; col negare che vi sia reato di tortura, quando
le sevizie vengono inferte una sola volta, senza reiterazione.
Di fronte a queste e altre scelte che ripugnano alla coscienza cristiana,
cresce il numero di coloro che prendono le distanze dal Governo Berlusconi.
Non per questo, però, essi aderiscono al centro-sinistra: sia
a causa di pregiudizi ideologici, sia perché anche nella opposizione
non mancano gravi contraddizioni. Che fare? Nel pieno rispetto del
legittimo pluralismo delle opzioni politiche e rispettando le scelte
soggettive di ciascuno, occorre ribadire con chiarezza che non tutti
i programmi politici si equivalgono per la coscienza cristiana, per
il solo fatto di essere «formalmente» democratici. In
particolare, non si può onestamente negare che la lista unitaria
dei «riformisti» (i «liberi e forti» di don
Sturzo) sia in piena continuità con la tradizione del cattolicesimo
democratico, a differenza di altri gruppi, che pure si richiamano
ai valori cristiani.
Detto questo, ben vengano - come contributi complementari e
non come fattori di ulteriore frammentazione - le iniziative
di formazione al pensare e all'agire politico promosse da noti
esponenti del mondo cattolico, con la preoccupazione di mantenere
viva la ricca tradizione politica del popolarismo e di garantire così
quel «supplemento d'anima» di cui oggi hanno estremo
bisogno sia l'Italia sia l'Europa. Sulla stessa linea
vanno segnalati i documenti di riflessione e stimolo alle coscienze
di elettori e candidati prodotti da varie realtà ecclesiali.
L'Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della
CEI li ha raccolti nel suo sito Internet, sotto il titolo significativo
di «Contributi al discernimento»
(cfr <www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=
1727>).
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