Editoriale - giugno 2004

Elezioni 2004

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Una duplice coincidenza rende particolarmente significativa la prossima scadenza elettorale. Per la prima volta, i cittadini di venticinque Paesi europei saranno chiamati il 12 e 13 giugno a rinnovare il Parlamento di Strasburgo; negli stessi giorni un gran numero di elettori italiani andrà alle urne anche per rinnovare le proprie amministrazioni locali: un test questo che, da un lato, non può non risentire del voto europeo a cui è abbinato, e dall'altro, cadendo a metà legislatura, riveste inevitabilmente il valore di una verifica sul Governo Berlusconi.
Perciò, per esprimere un voto illuminato, occorre riflettere: 1) sulle scelte comunitarie che fanno da sfondo alle elezioni europee; 2) sul clima politico generale del nostro Paese che fa da sfondo al voto amministrativo; 3) infine, sulla necessità di dare il proprio voto a forze politiche e a «persone vere», che siano all'altezza delle gravi scelte che si dovranno compiere in Europa e in Italia.

1. Quale Europa vogliamo?
Le elezioni europee del 12-13 giugno - nonostante la ventata di ottimismo portata in Europa dall'allargamento del 1° maggio a dieci nuovi Paesi - cadono in un momento difficile nel percorso di unificazione del vecchio Continente. È un cammino accidentato, frenato dai persistenti egoismi nazionali che ostacolano la cessione di parti significative delle competenze degli Stati membri a favore della sovranità comunitaria. Ciò continua a produrre crisi anche gravi, come la rottura tra il Consiglio dei ministri economici e finanziari (ECOFIN) e la Commissione europea sul «patto di stabilità», in virtù del quale gli Stati membri si sono impegnati a non superare il 3% nel rapporto tra deficit di bilancio e PIL. Per la stessa ragione è fallita la Conferenza intergovernativa di Roma (ottobre 2003), che avrebbe dovuto aprire la via all'approvazione del Trattato costituzionale. Duro, poi, è stato il confronto sulla guerra in Iraq, quando alcuni Stati (tra cui l'Italia) si sono schierati con gli USA e la Gran Bretagna, altri invece (come Francia e Germania) hanno preso le distanze.
Tutto ciò rivela l'insufficiente maturità di una coscienza europea comune. C'è l'Europa economica, ma è estremamente debole quella politica. I rapporti tra i partner dell'Unione sono considerati più come normali relazioni internazionali tra Stati diversi che come rapporti tra Paesi membri di un'unica struttura politica. Perciò diventa laborioso trovare l'equilibrio tra gli interessi nazionali e l'interesse generale comunitario ed elaborare una strategia comune in campi delicati come la lotta al terrorismo e la costruzione della pace. Questo deficit di sensibilità comunitaria è il più difficile e, insieme, il più urgente da colmare. Costituisce il vero problema che sta sullo sfondo delle prossime elezioni europee: giungere a fondare l'unione dei venticinque Stati membri su un ethos comune, tradurlo in un programma condiviso, sotto una sovranità comunitaria, alla quale i singoli Stati abbiano ceduto quote reali della propria autorità. Solo così l'Unione Europea raggiungerà la visibilità internazionale che le compete e potrà parlare con una voce sola.
Certo, non si parte da zero. Il Presidente della Commissione europea, parlando alla Convention dell'Ulivo (Roma, 13-14 febbraio 2004), ha giustamente osservato che «la democrazia europea è salda, la pace acquisita, la sicurezza garantita»; tuttavia - ha aggiunto - per portare a termine la costruzione dell'Unione, occorre che condividiamo i valori comuni sui quali essa si fonda: «A chi predica e pratica la chiusura di nazioni piegate su se stesse, la protezione dei piccoli privilegi e il diritto di veto eretto a sistema, il rifiuto delle regole della buona finanza, la fuga dalle responsabilità verso il resto del mondo e dall'ambiente, il disinteresse per il malessere dei meno fortunati, a questi noi rispondiamo che i nostri valori e le nostre proposte sono diverse» (PRODI R., «Questa è la mia casa», in l'Unità, 15 febbraio 2004). Quali sono dunque i «nostri valori», quali le «proposte diverse»? Quale Europa vogliamo? È questa la prima domanda a cui rispondere il 12-13 giugno.
Dopo l'attentato dell'11 marzo a Madrid - diretto più contro l'intera Europa democratica che contro la sola Spagna -, il modo migliore di reagire al pessimismo degli euroscettici, tentati di ripiegarsi e di chiudersi egoisticamente in se stessi, è accelerare la nascita dell'Unione politica, aperta al resto del mondo e saldamente fondata sui valori bimillenari della civiltà europea. Perciò, è improrogabile approvare il Trattato costituzionale. L'Unione possiede già gli strumenti istituzionali necessari a garantire la integrazione tra i diversi popoli non solo economica, ma anche giuridica e legislativa. È mancata finora la volontà politica. Ecco perché è indispensabile che il 12-13 giugno vengano elette al Parlamento di Strasburgo «persone vere», cioè di sicura fede europea e professionalmente competenti, decise a promuovere e a portare a termine la costruzione politica dell'Unione e a fondarla sull'ethos comune, al quale si ispira la bozza del Trattato costituzionale.
Sullo sfondo di questa scelta fondamentale, a cui è chiamato il Parlamento europeo che uscirà dalle urne il 13 giugno, assume pieno significato la proposta di Prodi di una lista unitaria dei riformisti per l'Europa. Questa, infatti, si prefigge sia di accelerare la formazione dell'Europa politica a venticinque, sia di dare un'anima nuova all'assemblea di Strasburgo dove i gruppi parlamentari della vecchia Europa a quindici - in particolare il Partito Socialista Europeo (PSE) e il Partito Popolare Europeo (PPE) - hanno esaurito la originaria carica propulsiva, avendo stemperato la loro identità per aprirsi a forze non omogenee, pur di avere la maggioranza in Parlamento. Di fronte a questa caduta di tensione ideale, l'iniziativa di Prodi costituisce certamente una novità molto significativa e importante. Pertanto, la lista unitaria dei riformisti è meritevole di essere sostenuta non solo per il progetto in sé, ma anche per l'impulso ideale che essa può dare alla nuova fase istituzionale del cammino comunitario dopo l'allargamento. Nello stesso tempo, l'iniziativa europea di Prodi non potrà non ripercuotersi sulla vita politica interna del nostro Paese.

2. Quale Italia vogliamo?
Il fatto che in Italia le elezioni amministrative di quest'anno coincidano con quelle europee serve a rendere più visibile il legame che, fin dall'inizio, è esistito tra il cammino del nostro Paese e quello dell'Europa. A tal punto che oggi non è più possibile chiedersi quale Italia vogliamo, senza riferirsi all'Unione Europea.
Certo, le elezioni amministrative costituiscono un capitolo a sé stante, poiché con esse i cittadini sono chiamati a confrontarsi con i problemi del territorio e delle differenti realtà locali; tuttavia, molti dei problemi locali ormai si risolvono solo se si affrontano in ottica europea e in prospettiva comunitaria. Proprio per questo - per fare un esempio -, sarà molto difficile portare a termine in Italia la devolution come la vuole Bossi, nonostante che il Senato l'abbia già approvata in prima lettura sotto il ricatto della crisi di Governo. La ragione è che la riforma dello Stato proposta dalla Lega Nord non si coniuga con il federalismo cooperativo e solidale, rispettoso delle identità nazionali, a cui guarda l'Europa. La devolution è un corpo estraneo: facendo poco conto sia dell'unità e della indivisibilità della Repubblica (garantite dall'art. 5 della Costituzione) sia dei vincoli comunitari, essa introdurrebbe un clima di conflittualità nei rapporti delle autonomie locali tra di loro e con lo Stato, che è in contrasto non solo con lo spirito (e la lettera) della Costituzione italiana, ma anche con lo spirito del Trattato costituzionale europeo, che sta per essere approvato.
È importante, perciò, che il voto del 12-13 giugno rafforzi gli ideali e i programmi dell'area riformista in Italia e in Europa, in alternativa alla cultura politica neoliberista, individualista e libertaria - a cui si ispirano la Lega Nord e il Governo Berlusconi - che porta in sé i germi della disgregazione dell'unità nazionale e un innato scetticismo nei confronti dell'Europa unita. Come dimostrano i risultati deludenti della prima metà della legislatura e del semestre europeo a presidenza italiana, il modello neoliberista è di per se stesso inadeguato a risolvere i problemi di un'Italia a due velocità, che rischiano di presentarsi in forma ancora più grave in un'Europa a venticinque, dove notevoli sono le differenze tra i diversi Paesi (cfr SORGE B., «Come sta l'Italia?», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2004] 85-90).
Ecco perché le elezioni amministrative del 12-13 giugno si trasformano ineluttabilmente in un giudizio sul Governo Berlusconi. Infatti, sarebbe estremamente significativo se la diminuzione dei consensi alla coalizione di centro-destra, già manifestatasi nelle amministrative dell'anno scorso, venisse confermata. Tuttavia bisogna prevenire un pericolo: alla delusione per il flop del Governo Berlusconi potrebbe sommarsi la delusione per la fragilità e le divisioni interne dell'opposizione, ancora incapace di offrire un volto credibile. Sarebbe grave se i delusi dell'una e dell'altra parte finissero insieme con l'ingrossare il partito degli astensionisti, già troppo consistente. Bisogna dunque andare a votare numerosi ed esprimere un voto illuminato. A quanti sono tentati di disertare le urne, perché si sentono stretti nella morsa di un bipolarismo ingessato da cui non riescono a uscire, bisogna dire che una strada c'è. La proposta di Prodi di una lista unitaria dei riformisti (che aggiorna, in pratica, l'originaria intuizione di Sturzo) risponde al bisogno che gli italiani hanno di passare dall'attuale democrazia bloccata a una democrazia compiuta o dell'alternanza, senza cedere alla tentazione di tornare indietro al sistema elettorale proporzionale. Non si tratta di fondare un altro partito, ma di offrire un modello o uno spazio (noi diremmo: un'area politica popolare e democratica), alternativo al modello neoliberista, aperto a partiti, movimenti, associazioni e cittadini che, pur avendo identità e storie diverse, si riconoscano nei valori del riformismo democratico e desiderino coalizzarsi in un soggetto politico unitario, accettandone i principi e le regole ed elaborandone insieme il programma.
Il fatto che nemmeno tutti i partiti dell'Ulivo abbiano aderito a questa proposta di Prodi non stupisce, se si considera che essa si prefigge proprio di rompere l'attuale bipolarismo ingessato, in cui sono impigliate le forze politiche. È importante, dunque, che il primo nucleo che si è formato (il cosiddetto «triciclo») esca rafforzato dal voto del 12-13 giugno, e si apra effettivamente (molto più e molto meglio di quanto ha fatto finora) a chiunque voglia condividere il medesimo cammino in Italia e in Europa.
A questo punto, però, va detto che il modo in cui anche il «triciclo» ha proceduto alla formazione delle liste per le elezioni del 12-13 giugno in più d'un caso lascia perplessi. Dopo tanti discorsi sulla necessità di rinnovare la forma-partito e la classe dirigente aprendosi alla società civile, sembra che si continui a ragionare ancora con i vecchi schemi, da «prima repubblica». Infatti, anche la lista «Uniti nell'Ulivo» - imitando in questo la logica deteriore di altri schieramenti - presenta alcuni candidati che (senza voler giudicare affatto le persone) non sono davvero ritenuti «esemplari» oppure sono noti per il successo ottenuto in campi che poco o nulla hanno da spartire con la politica. Non sembrano queste le «persone vere» promesse agli elettori. Nessuno nega che la quantità dei consensi sia necessaria, ma quando si dimostrerà finalmente con i fatti di credere sul serio che più necessaria è la qualità? È indispensabile ormai abbandonare definitivamente il vecchio modo di comportarsi, che è una delle cause principali della disaffezione della gente per la politica e spinge i cittadini all'assenteismo.
Perciò, comunque vadano le elezioni del 12-13 giugno, è assolutamente improcrastinabile dare subito vita nelle Regioni, nelle Province e nelle cento città a una vera e propria costituente dell'area riformista (la si chiami come si vuole), aperta a partiti, movimenti, associazioni, centri culturali e sociali, cittadini singoli, con il supporto di un Comitato promotore nazionale che colleghi la base al vertice. Da anni sulle pagine della nostra Rivista andiamo sostenendo questa proposta. Se dopo il 13 giugno non si parte con la nuova costituente, a poco servirebbe anche una buona affermazione della «lista unitaria». Rischierebbe di essere una vittoria di Pirro, votata al fallimento come tante altre occasioni perdute per il Paese e per l'Europa.

3. Esprimere un voto illuminato
A questo punto non si può evitare la domanda conclusiva: per chi e come votare il 12-13 giugno? La risposta spetta ovviamente alla coscienza di ognuno. Nessuno può sostituirsi o interferire in una scelta che è e deve rimanere personale. Ciò non impedisce, però, che - alla luce delle considerazioni fatte sin qui - si possano indicare alcuni criteri generali per aiutare gli elettori a compiere una scelta il più possibile illuminata.
a) In primo luogo, occorre tenere presente il modello ideale di società che desideriamo realizzare in Italia e in Europa. Vogliamo una democrazia neoliberista, fondata sulla mera logica di mercato, che favorisce i ceti medio-alti a scapito dei ceti più deboli, oppure una democrazia solidale attenta a riformare lo Stato sociale, senza smantellarlo? Vogliamo una legalità intesa come pura osservanza formale delle regole, che cambia le leggi per eliminare i reati, oppure intesa come costume etico, che rifiuta per principio la logica delle facili depenalizzazioni e dei condoni «legali»?
b) In secondo luogo, bisogna considerare il programma per cui si vota, preso nel suo insieme, senza lasciarsi abbagliare dalla propaganda sull'una o l'altra scelta compiuta. A che serve reclamizzare la cifra dei nuovi posti di lavoro creati, quando essi sono precari e instabili in assenza di una politica economica affidabile? A che serve pubblicizzare l'aumento delle pensioni, se nello stesso tempo si taglia la spesa sociale, in particolare riducendo i trasferimenti agli enti locali, cosicché un numero crescente di famiglie stenta ad arrivare alla fine del mese più di quando le pensioni erano basse? A che serve investire somme enormi nelle «grandi opere» (indicate in vecchie lire per fare più effetto), se poi la mancanza di investimenti nella ricerca e nella innovazione tecnologica fa perdere importanti quote di mercato alle esportazioni italiane e conduce alla stagnazione economica?
c) Soprattutto, però, occorre guardare alla qualità morale e alla competenza professionale della nuova classe dirigente, a cui con il voto affidiamo la responsabilità di amministrare a livello locale ed europeo. C'è un grande bisogno di «persone vere». Occorre dunque guardare alla sostanza più che alle apparenze.
Queste considerazioni generali valgono per tutti. Tuttavia interpellano in modo particolare i cattolici. Infatti, non occorre essere specialisti per riconoscere che il modello di una società solidale è il più rispondente non solo all'ethos della civiltà italiana ed europea, ma anche alla dottrina sociale della Chiesa. Quest'ultima si pone agli antipodi della visione neoliberista, che fa del profitto, della efficienza e della competitività il fine a cui subordinare le ragioni stesse della solidarietà.
Di conseguenza, sebbene sul piano soggettivo nessuno possa arrogarsi il diritto di giudicare la coscienza altrui o di metterne in dubbio la rettitudine, tuttavia, sul piano delle valutazioni obiettive, lascia quanto meno perplessi il comportamento di quei cattolici che - in nome della «compattezza della coalizione» di centro-destra - finiscono col votare una legge che considera i lavoratori extracomunitari una «merce»; con l'appoggiare la «guerra preventiva» teorizzata e attuata da Bush, in contrasto con il diritto internazionale e moralmente inaccettabile; con l'approvare l'uso delle armi da fuoco per difendersi da chi attenta non alla vita, ma solo ai beni materiali, ponendo l'una e gli altri sullo stesso piano; col negare che vi sia reato di tortura, quando le sevizie vengono inferte una sola volta, senza reiterazione.
Di fronte a queste e altre scelte che ripugnano alla coscienza cristiana, cresce il numero di coloro che prendono le distanze dal Governo Berlusconi. Non per questo, però, essi aderiscono al centro-sinistra: sia a causa di pregiudizi ideologici, sia perché anche nella opposizione non mancano gravi contraddizioni. Che fare? Nel pieno rispetto del legittimo pluralismo delle opzioni politiche e rispettando le scelte soggettive di ciascuno, occorre ribadire con chiarezza che non tutti i programmi politici si equivalgono per la coscienza cristiana, per il solo fatto di essere «formalmente» democratici. In particolare, non si può onestamente negare che la lista unitaria dei «riformisti» (i «liberi e forti» di don Sturzo) sia in piena continuità con la tradizione del cattolicesimo democratico, a differenza di altri gruppi, che pure si richiamano ai valori cristiani.
Detto questo, ben vengano - come contributi complementari e non come fattori di ulteriore frammentazione - le iniziative di formazione al pensare e all'agire politico promosse da noti esponenti del mondo cattolico, con la preoccupazione di mantenere viva la ricca tradizione politica del popolarismo e di garantire così quel «supplemento d'anima» di cui oggi hanno estremo bisogno sia l'Italia sia l'Europa. Sulla stessa linea vanno segnalati i documenti di riflessione e stimolo alle coscienze di elettori e candidati prodotti da varie realtà ecclesiali. L'Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI li ha raccolti nel suo sito Internet, sotto il titolo significativo di «Contributi al discernimento»
(cfr <www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/consultazione.mostra_pagina?id_pagina= 1727>).