Editoriale - maggio 2004

Madrid, 11 marzo 2004

Bartolomeo Sorge S.I.

 

I fatti sono noti. Giovedì 11 marzo 2004, tra le 7.39 e le 7.42 esplodono a Madrid dieci bombe piazzate su quattro treni. È una strage: circa duecento i morti e millequattrocento i feriti. Il Governo Aznar attribuisce subito il grave atto terroristico - «senza nessun dubbio» - all'ETA, l'organizzazione armata dei separatisti baschi. Nella stessa serata di giovedì, il ritrovamento di un furgone con sette detonatori e con una registrazione di alcuni versetti del Corano, sembra dare ragione a quanti invece avevano pensato a un attentato di al-Qaeda. La pista islamica, inoltre, è rafforzata da una rivendicazione on-line, giunta alla redazione di al-Quds, un quotidiano londinese in lingua araba. Nonostante tutto, il Governo insiste nell'attribuire l'attentato all'ETA: con la malcelata intenzione di trarne qualche vantaggio elettorale? Sabato 13 marzo - dopo la smentita esplicita del proprio coinvolgimento da parte dell'ETA e dopo l'arresto di cinque estremisti islamici e il ritrovamento di una videocassetta in cui al-Qaeda rivendicava la responsabilità della strage - la pista islamica rimane definitivamente acquisita. Domenica 14 marzo la Spagna va alle urne: l'accusa di aver manipolato la verità è l'ultima goccia che fa traboccare il vaso e il Partito Popolare di Aznar, dopo otto anni di governo, lascia la guida del Paese ai socialisti di Zapatero.
Questa la cronaca degli avvenimenti. Al di là degli aspetti propriamente spagnoli del dramma dell'11 marzo, è chiaro però che, colpendo la Spagna, al-Qaeda ha inteso colpire l'Europa. Perciò, occorre altresì interrogarsi sulla lezione che la strage di Madrid rappresenta per tutti gli europei. In particolare, dobbiamo chiederci: dopo l'11 marzo, che cosa cambia nella lotta al terrorismo, nella costruzione dell'Unione Europea e nel futuro della nostra democrazia?

1. La lotta al terrorismo
Nella intenzione manifestata da Zapatero di ritirare i soldati spagnoli dall'Iraq, se entro il 30 giugno la presenza militare e il processo di transizione politica non passeranno sotto la supervisione diretta delle Nazioni Unite, alcuni hanno voluto vedere un cedimento alla pressione psicologica e terroristica di al-Qaeda. In realtà non vi è stato alcun cedimento a nessun ricatto terroristico. Infatti, il Partito socialista spagnolo, già prima dell'11 marzo, aveva impostato la campagna elettorale sul rifiuto della guerra, ritenendola inadeguata a vincere il terrorismo. La sua avversione all'intervento armato americano in Iraq - netta fin dall'inizio e comune a molte altre nazioni democratiche - era fondata sulla convinzione della immoralità e illegittimità della guerra «preventiva», teorizzata da Bush: sia perché contraria alle regole del diritto internazionale e in contrasto con le statuizioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, sia per la mancanza di prove obiettive che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa e fosse in procinto di usarle.
Quindi la presa di distanza, ribadita da Zapatero all'indomani della vittoria elettorale, non è stata affatto un atto di debolezza o di remissione: come ignorare che il 90% degli spagnoli si erano dichiarati contrari alla guerra in Iraq? D'altra parte, la fermezza del nuovo premier contro il terrorismo è fuori discussione: da un lato mantiene l'impegno militare della Spagna in Afghanistan, dall'altro rifiuta decisamente la mano tesa dell'ETA: con i terroristi non si tratta.
Il fatto poi che - dopo la sconfitta militare di Saddam Hussein - da un lato l'Iraq si sia trasformato in una terribile trappola per i soldati della coalizione, e dall'altro gli attentati anziché diminuire si siano estesi al mondo intero, conferma - se ce ne fosse stato bisogno - che la guerra non era e non è strumento adatto a estirpare il terrorismo. Tornano alla mente le parole di Giovanni Paolo II al Corpo Diplomatico, alla vigilia dell'invasione americana dell'Iraq: «No alla guerra! Il diritto internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra Stati, l'esercizio nobile della diplomazia sono mezzi degni dell'uomo e delle Nazioni per risolvere i loro contenziosi. [...] Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi fra le Nazioni» (L'Osservatore Romano, 13 gennaio 2003). In particolare, come potrebbero le bombe sradicare il terrorismo, un fenomeno senza volto, senza patria, senza installazioni militari e civili da colpire, le cui radici sono insieme sociali, culturali e pseudo-religiose? Che senso avrebbe bombardare Palermo per combattere la mafia? Perciò - insiste il Papa -, «per essere vincente, la lotta contro il terrorismo non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive. È essenziale che il pur necessario ricorso alla forza sia accompagnato da una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici. Allo stesso tempo, l'impegno contro il terrorismo deve esprimersi anche sul piano politico e pedagogico: da un lato, rimovendo le cause che stanno all'origine di situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi; dall'altro, insistendo su un'educazione ispirata al rispetto per la vita umana in ogni circostanza: l'unità del genere umano è infatti una realtà più forte delle divisioni contingenti che separano uomini e popoli» (GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2004. Supplemento a L'Osservatore Romano, 17 dicembre 2003, n. 8).
In altre parole, la vittoria sul terrorismo si otterrà non con politiche di guerra, ma promovendo i diritti umani e attraverso una politica di sicurezza sociale e di sviluppo economico. Se nessuno pensa (neppure Bush!) che il terrorismo sarà definitivamente estirpato una volta conclusa la campagna militare contro l'Iraq, è altrettanto illusorio sperare di riuscirvi - come molti invece si attendono - sostituendo i soldati della coalizione con quelli dell'ONU. Una presenza militare come semplice forza di polizia a supporto di una amministrazione civile multinazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite (con la eventuale partecipazione anche di Paesi arabi guidati dalla Lega Araba) servirebbe certamente a eliminare l'aspetto odioso di invasione militare che caratterizza la situazione presente; ma non basterebbe a estirpare il terrorismo. A questo fine, più che di un presidio militare, c'è bisogno di una amministrazione credibile e accettata in grado di gestire il passaggio del Governo del Paese alle mani degli stessi iracheni. Infatti, è l'ottica dell'occupazione militare in sé che è sbagliata e inadeguata a riportare la pace: il terrorismo degli estremisti islamici non si vincerà mai con le armi e con le bombe, ma ristabilendo la pace nel mondo arabo, a cominciare dall'equa soluzione del conflitto israelo-palestinese. Neppure la presenza dell'ONU potrà fare molto per la pacificazione dell'Iraq e del mondo arabo, finché non si avrà il coraggio di spezzare la spirale di odio e di vendetta, che induce da un lato i kamikaze «martiri di Hamas» a uccidersi per uccidere, e dall'altro carri armati ed elicotteri Apache israeliani a compiere azioni militari devastanti e assassini mirati.
Perciò, gli eventi drammaticamente danno ragione al Papa. A tal punto che lo stesso Governo degli Stati Uniti si trova ora nella necessità di invocare l'intervento dell'ONU, dopo averla sprezzantemente ignorata. C'è voluto lo stillicidio di attentati e di vittime che - a un anno dalla fine della guerra - continua a crescere anziché diminuire, per convincere gli americani di aver sbagliato ad agire da soli, disattendendo il Consiglio di Sicurezza. Quindi, se oggi come oggi sarebbe un grave errore ritirare di colpo le truppe dall'Iraq, perché ciò causerebbe gravi conseguenze alla popolazione civile già duramente provata, non c'è dubbio però che - per uscire da una situazione divenuta insostenibile - occorre il coraggio di ripensare la stessa presenza dell'ONU: non tanto in termini militari, quanto piuttosto in forma di cooperazione multilaterale. È compito delle Nazioni Unite rendersi presenti dovunque i diritti umani sono calpestati; non con caserme e campi di concentramento, ma per favorire iniziative di ricostruzione e di sviluppo con scuole, ospedali e industrie. Su questo punto l'Europa deve avere il coraggio di prendere le distanze dall'ottica militare, su cui invece gli Stati Uniti fondano la loro strategia nella lotta contro il terrorismo. Rimarcare questa differenza tra Europa e Stati Uniti non significa affatto mettere in questione i rapporti di amicizia e gli interessi comuni che legano e dovranno continuare a legare tra loro gli USA e l'UE.

2. La costruzione dell'Unione Europea
Il guaio è che, purtroppo, l'Europa ancora non c'è. O meglio, c'è l'Unione Europea economica, ma tuttora non è nata l'Europa politica. È auspicabile, quindi, che la strage di Madrid - nonostante tutto - produca l'effetto salutare di accelerare la nascita dell'Europa politica. Il 1° maggio 2004 l'Unione si è allargata ad altri dieci Stati: come sottolinea Romano Prodi, presidente della Commissione europea, è un evento straordinario: «L'unico esempio di espansione della democrazia per adesione, [...] attraverso un modello di negoziato che non ha precedenti nella storia». Chi avrebbe potuto mai immaginare che Paesi tra loro nemici, divisi dalla cortina di ferro e dal muro di Berlino, un giorno si sarebbero trovati riuniti in un'unica Casa comune? L'aspetto più sorprendente è che questo allargamento è avvenuto attraverso il volontario adattamento delle strutture dei Paesi candidati a regole democratiche comuni liberamente accettate: «Si espande il processo democratico, senza imposizioni, senza interventi armati, senza guerre. Qui sta la straordinarietà dell'evento» («Il bilancio di un mandato». Intervista a Romano Prodi, in BADALONI P., Europa al bivio, Portalupi, Casale Monferrato 2004, 102 s.). Con una popolazione complessiva ormai di quasi 500 milioni (457 per l'esattezza), il vecchio Continente si avvia a divenire il terzo polo nel nuovo assetto politico del mondo, accanto agli Stati Uniti e alla Cina di domani.
Pertanto, le bombe di Madrid non solo non sminuiscono la portata storica dell'allargamento, ma la mettono meglio in evidenza. Infatti, l'11 marzo fa sentire più forte il bisogno dell'unione politica e aiuta perciò a superare le paure che fin qui ne hanno rallentato il cammino: il timore, cioè, che istintivamente i singoli Stati hanno di rinunciare a parte della propria sovranità, di perdere la identità nazionale o di dissipare il proprio patrimonio culturale. Ebbene, la prima svolta che - dopo la strage di Madrid - oggi s'impone all'Europa è appunto il superamento delle residue perplessità che ancora ritardano la realizzazione dell'unione politica. Dopo l'11 marzo, non basta più che l'Europa sia unita soltanto dall'euro o da un sistema amministrativo centralizzato. La risposta definitiva al terrorismo può venire soltanto da una Europa compatta e unita pure sul piano politico.
Ecco perché urge condurre in porto, quanto prima, il varo del Trattato costituzionale. Senza unità politica e istituzionale, l'Europa rimarrebbe una mera zona di libero scambio, più complessa e difficile da gestire dopo l'allargamento ad altri dieci Paesi, diversi tra loro per dimensioni geografiche e demografiche, competitività economica e ricchezza prodotta. L'Unione Europea ha bisogno, da un lato, di esprimere un coordinamento strategico e una politica estera comuni, dall'altro, di partecipare attivamente a stabilire i nuovi assetti che si vanno delineando a livello planetario. Senza dire che solo l'approvazione della Costituzione consentirà di governare una Europa a venticinque.
Inoltre, la realizzazione dell'unione politica del vecchio Continente, sostenuta dalla Costituzione, è destinata ad aprire una duplice prospettiva innovativa, valida anche al di là dei confini europei. La prima è una prospettiva di metodo: il fatto che la Carta dei diritti fondamentali dell'uomo sia recepita e inserita nella Costituzione europea mostra la scelta che gli europei fanno di fondare la strategia politica dell'Unione non sulla mera logica del mercato, né tanto meno sulla logica delle armi e della potenza militare, ma sul riconoscimento dei diritti umani fondamentali, personali e sociali.
La seconda prospettiva, non meno innovativa, riguarda l'impostazione da dare al nuovo ordine mondiale: è una indicazione a fondarlo non più sul dominio indiscusso di una sola superpotenza, che in virtù della propria forza economica e militare si ritenga autorizzata a decidere da sola l'assetto del mondo, ma su un nuovo equilibrio multipolare, che garantisca una articolazione politica e istituzionale equa e responsabile all'interno della umanità globalizzata. È la via maestra per affermare la democrazia a livello planetario. La democrazia, infatti, non si può imporre con le armi. Nell'era della globalizzazione, la solidità del sistema democratico mondiale può essere soltanto lo sbocco di un cammino di civiltà e di progresso da fare insieme, attraverso la instaurazione di regole democratiche comuni che consentano la partecipazione responsabile di tutti gli Stati (ciascuno con la propria identità) a un unico disegno di governo mondiale, da costruire nella giustizia e nella pace.

3. La difesa della democrazia
Questo, dunque, è il problema: riuscirà la democrazia a vincere il terrorismo, che la guerra non può sradicare? Infatti - a ben vedere -, l'oggetto del ripudio e dell'attacco di al-Qaeda è il mondo occidentale, «ateo» e «corrotto», di cui il sistema democratico costituisce un aspetto «diabolico». Ieri l'America, oggi l'Europa; ma il bersaglio dei terroristi islamici, più che gli USA e la Spagna, è la democrazia. Se non teniamo presente questo aspetto, rischiamo di difenderci dal terrorismo in modo sbagliato, finendo senza volerlo col fare il gioco degli estremisti islamici - come già è accaduto -, credendo che l'unica strada fosse quella di rispondere alla violenza con la violenza, fino al punto di giustificarla con pretesti e menzogne, come hanno fatto Bush e Blair denunciando la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa che Saddam Hussein non possedeva.
Invece, la strada più efficace contro il terrorismo è mantenere intatta la nostra fiducia nella democrazia, nel rispetto dello Stato di diritto, dei suoi principi, dei suoi ideali e delle sue regole. «Nella doverosa lotta contro il terrorismo, il diritto internazionale è ora chiamato a elaborare strumenti giuridici dotati di efficienti meccanismi di prevenzione, di monitoraggio e di repressione dei reati. In ogni caso, i Governi democratici ben sanno che l'uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai principi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell'uomo: il fine non giustifica mai i mezzi!» (GIOVANNI PAOLO II, Messaggio, cit.). Il pericolo denunciato dal Papa è reale. Che dire dei tanti stranieri detenuti illegalmente (senza processo) negli Stati Uniti, solo perché sospettati di collusione con il terrorismo, o del trattamento disumano dei detenuti di Guantánamo, documentato da fonti accreditate? Né lascia tranquilli la recente retata di immigrati in Italia, eseguita solo in base a sospetti, anche se si è stati attenti a non oltrepassare i limiti della legge vigente.
La democrazia si difende da sola, non derogando ai principi dello Stato di diritto, né tanto meno ricorrendo alla guerra, la quale è ipotizzabile solo come extrema ratio, per reagire a un attacco armato in atto o nell'ambito delle attività di mantenimento della pace sotto l'egida dell'ONU (come prevede il cap. VII della Carta delle Nazioni Unite). Occorre, cioè, andare oltre la semplice «coesistenza» tra gli Stati, puntando a costruire una democrazia universale, rispettosa dei diritti umani e pacifica, fornita di strumenti efficaci per governare le relazioni tra gli Stati, moltiplicando i meccanismi di tutela internazionale dei diritti dell'uomo, realizzando una giurisdizione penale internazionale (cfr DI STEFANO A. - SAPIENZA R. «Diritto internazionale e costruzione della pace - In margine al messaggio di Giovanni Paolo II», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2004] 91-99). Per questo, «occorre che l'Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una "famiglia di nazioni"» (GIOVANNI PAOLO II, Messaggio, cit., n. 7).
Al raggiungimento di questo fine, è decisiva la realizzazione della Unione Europea anche sul piano politico. Duemila anni di storia e di civiltà, illuminati dal cristianesimo, conferiscono al vecchio Continente un patrimonio culturale che gli impedisce di chiudersi in se stesso, nella mera ricerca del proprio benessere, e lo abilitano a divenire strumento di universalità.
Tra le vittime di Madrid ci sono stati parecchi extra-comunitari. Il fatto che essi siano morti insieme con gli europei è l'immagine più eloquente dell'Europa aperta che si va costruendo, in cui la presenza di lavoratori stranieri è ormai strutturale. Questi nostri fratelli, edificando l'Europa insieme a noi, morendo insieme a noi negli attentati del terrorismo contro la «nostra» democrazia, come non acquisteranno in qualche modo il diritto di partecipare anche ai vantaggi di questa stessa democrazia? In altre parole: l'Europa, pur essendo una comunità economica e politica, rimane sempre e soprattutto una «idea», un «ideale» di libertà, di giustizia e di pace. È questa la vera lezione dell'11 marzo.