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Dumping è una parola
inglese che deriva dal verbo «to dump» e significa
«gettare, scaricare, disfarsi di qualcosa». Viene, infatti,
utilizzata anche per indicare le discariche dei rifiuti e, al negativo,
nei cartelli che invitano i passanti a non gettare carte e rifiuti
nelle aiuole.
Con questa parola la letteratura economica indica una pratica commerciale
sleale con cui alcune imprese multinazionali e alcuni Paesi vendono
sottocosto sui mercati esteri i propri prodotti che eccedono il fabbisogno
interno, riducendo il prezzo dei beni esportati al di sotto dei costi
di produzione. Per questo si utilizza il termine «dumping»:
chi ricorre a tale processo «si disfa» delle proprie eccedenze
produttive «scaricandole» all'estero. Ma la scelta
di questo termine rivela anche l'accezione negativa con cui
viene giudicata tale pratica, che danneggia il Paese in cui viene
applicata così come una «discarica di rifiuti»
rovina l'ambiente che la ospita.
Perché eccedenze e dumping
L'approccio industriale alla produzione, che caratterizza il
modello economico occidentale e che sempre più si è
diffuso con la globalizzazione, causa il fenomeno delle eccedenze,
per il cui smaltimento i Paesi ricchi hanno deciso di finanziarne
l'esportazione con appositi sussidi statali e varie altre forme
di sostegno.
Un discorso analogo va fatto per le imprese, le quali, anche a prescindere
dalle sovvenzioni pubbliche, possono trovare conveniente vendere sul
mercato estero a un prezzo inferiore al costo di produzione per eliminare
la concorrenza e, successivamente, alzare i prezzi per riguadagnare
i margini di profitto perduti: si tratta di una strategia di penetrazione
in un mercato straniero, da cui, almeno in una fase iniziale, i consumatori
locali traggono vantaggio. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, si instaura
un regime di monopolio, in cui è possibile alzare i prezzi
a piacimento, inibendo lo sviluppo locale e favorendo la dipendenza
del mercato così conquistato.
È evidente che un'azione di questo tipo può essere
intrapresa solo dai Paesi più ricchi, i quali accrescono in
questo modo il loro controllo sui Paesi poveri, che non dispongono
di risorse sufficienti per sussidiare le proprie esportazioni, né
di imprese in grado di competere con le grandi multinazionali del
Nord. Inoltre, i Paesi ricchi spesso introducono misure di protezione
che limitano l'accesso ai loro mercati interni per i prodotti
dei Paesi in via di sviluppo che potrebbero fare concorrenza a quelli
nazionali.
Il dumping, quindi, è una forma di concorrenza sleale, condannata
dagli economisti di tutte le scuole di pensiero. È una pratica
che richiede un forte intervento pubblico nell'economia e quindi
mal si concilia con i principi del liberismo economico, formalmente
proclamati dai Paesi industrializzati e sostenuti dalle istituzioni
finanziarie internazionali, che li hanno ripetutamente imposti ai
Paesi poveri attraverso i c. d. Programmi di Aggiustamento Strutturale.
Per questa ragione, fin dal 1949 nell'Accordo Generale sul Commercio
e le Tariffe doganali (meglio noto con l'acronimo inglese GATT,
dalla cui evoluzione è nata l'Organizzazione Mondiale
del Commercio o WTO) si prevedeva una normativa internazionale anti-dumping
e anti-sovvenzioni.
Gli effetti negativi del dumping
Nei Paesi industrializzati, che apparentemente dovrebbero beneficiare
di tale pratica, a fare le spese del dumping sono la maggior parte
delle imprese e dei lavoratori del settore agricolo e i consumatori.
Infatti le grandi imprese agroalimentari sono i principali destinatari
dei sussidi pubblici, poiché risultano più competitive
sul mercato, nonostante la qualità dei loro prodotti sia tendenzialmente
bassa. In Europa, come effetto delle norme che regolano la Politica
Agricola Comune (PAC), ben il 66% del reddito aziendale annuo delle
grandi imprese agroalimentari è costituito dai sussidi, che
rappresentano invece appena il 3% del reddito delle piccole imprese,
numericamente maggioritarie. Infatti uno dei criteri per l'assegnazione
dei contributi della PAC è la proporzionalità alla superficie
aziendale: quanto più essa è estesa, tanto più
elevata sarà la percentuale di sussidi percepiti. Come conseguenza,
negli ultimi anni, hanno chiuso centinaia di migliaia di piccole aziende
agricole in tutta Europa. Un ulteriore aspetto della PAC è
che si ottengono maggiori sussidi quanto più ridotta è
la manodopera impiegata, con conseguenze evidenti sull'occupazione
e la sopravvivenza di intere famiglie.
Anche i consumatori, cioè l'intera popolazione che, seppure
in diversa misura, acquista i beni offerti sul mercato, sono danneggiati
dal dumping. Ne risulta infatti penalizzata la qualità dei
prodotti, specialmente quelli alimentari, che, per essere competitivi,
subiscono una serie di manipolazioni biotecnologiche che ne alterano
il gusto e la deperibilità, sino a perderne i caratteri distintivi.
Inoltre, sono gli stessi consumatori a finanziare il dumping in quanto,
inconsapevolmente, si trovano a pagare i prodotti a un prezzo maggiorato
e/o a sostenere un maggiore carico fiscale per consentire alle imprese
e ai Governi di sussidiare le esportazioni. Studi recenti hanno dimostrato
che l'eliminazione dei sussidi alle esportazioni porterebbe
a un incremento del 50% del commercio agricolo, con un conseguente
aumento del volume di affari di circa 160 miliardi di dollari per
l'economia mondiale. In particolare, per i Paesi poveri l'abolizione
del dumping comporterebbe introiti per circa 60 miliardi di dollari
l'anno.
Esportare in regime di dumping significa esportare, insieme ai prodotti
sussidiati, tutti i problemi accennati. Certo non è solo il
Nord industrializzato a sussidiare le esportazioni verso il Sud in
via di sviluppo; lo stesso accade anche fra Nord e Nord e tra Sud
e Sud. La differenza, però, è che nei Paesi del Sud
gli effetti assumono dimensioni devastanti a causa dell'estrema
fragilità delle economie e delle politiche sociali di quei
Paesi.
Dumping e sovranità alimentare
La grande vulnerabilità dei mercati dei Paesi poveri ne accresce
il grado di dipendenza dai Paesi esportatori, via via che le piccole
imprese locali chiudono a causa del dumping praticato dalle multinazionali
straniere. La situazione, poi, diventa ancora più drammatica
quando ad applicare tale pratica sono le agroindustrie. In questo
caso, infatti, ai problemi legati a una dipendenza crescente del Paese
che subisce il dumping, si aggiungono quelli connessi al tipo di merce
trattata: i prodotti alimentari, che sono necessari alla sopravvivenza
umana. Non è possibile scegliere di non nutrirsi. I meccanismi
che provocano questo tipo di dumping sono essenzialmente due: i sussidi
alle esportazioni e gli aiuti alimentari. Nel primo caso di parla
di «dumping alimentare» e, nel secondo, di «dumping
umanitario».
Il «dumping alimentare» è conseguenza del modello
di sviluppo industriale applicato ai settori agricolo e zootecnico,
che genera la produzione di un consistente surplus alimentare, esportato
sui mercati esteri sotto varie forme. In seguito alla aggressione
subita come conseguenza di questo modello, che porta sulle loro tavole
cibo a bassissimo costo - e di bassissima qualità -,
i Paesi più poveri sono costretti a orientare la propria produzione
agricola verso prodotti pregiati, quali la frutta tropicale e i fiori,
il caffè e il tè, che non soddisfano il fabbisogno alimentare
locale, ma sono destinati a loro volta all'esportazione verso
i mercati del Nord.
La produzione locale di cibo basata sul modello familiare viene, dunque,
limitata alla mera sussistenza, quando non del tutto abbandonata,
cosicché, se la fornitura di alimenti sottocosto dal Nord venisse
interrotta, le popolazioni di interi Paesi non avrebbero di che sfamarsi.
Inoltre va considerato l'impatto del dumping sulle tradizioni
alimentari locali. Infatti i prodotti sussidiati, ad esempio nel caso
dei cereali, sono per lo più quelli appartenenti alla cultura
occidentale. Poiché sono venduti a un prezzo più conveniente
dei raccolti tradizionali locali, quali il sorgo e il miglio, la popolazione
tende a sostituire i primi ai secondi, modificando gusti e alimentazione
sulla base di prodotti non riproducibili localmente. Ne consegue una
preoccupante perdita di sovranità alimentare da parte di questi
Paesi e, quindi, un aumento della povertà e della fame nel
mondo. Basti pensare al paradosso per cui circa i 3/4 delle persone
che soffrono la fame - che ammontano a oltre 840 milioni in
tutto il mondo - sono concentrati fra i produttori agricoli.
Il «dumping umanitario» indica l'utilizzo degli
aiuti umanitari - distribuiti gratuitamente in occasione di
catastrofi naturali e altre situazioni di emergenza estrema, quali
le carestie - come opportunità di smercio delle eccedenze
alimentari dei Paesi industrializzati, con effetti sulle economie
e sulle popolazioni dei Paesi poveri analoghi a quelli del dumping.
Nei casi in cui gli aiuti sono forniti per un periodo di tempo più
lungo del necessario, le popolazioni locali sono disincentivate a
riprendere la produzione e i Governi cominciano a trascurare l'agricoltura
locale, allacciando rapporti di dipendenza sempre più stretti
con i Paesi donatori. Senza considerare che spesso sarebbe possibile
reperire risorse alimentari anche all'interno degli stessi Paesi
colpiti dalla crisi, o in altri Paesi poveri circonvicini, favorendo
così il commercio e lo sviluppo locale.
Il dumping nega il diritto alla sovranità alimentare, secondo
il quale ogni Paese deve essere messo nelle condizioni di definire
liberamente la propria politica agricola, in quanto prerequisito indispensabile
della sicurezza alimentare, del diritto di ogni individuo ad avere
garantito il cibo di qualità e in quantità adeguata
al proprio fabbisogno e alla propria tradizione culturale.
Altri effetti del dumping
Sarebbe inesatto circoscrivere i problemi causati dal dumping alla
sola area economica e commerciale. Nei Sud del mondo, infatti, ancor
più che nei Paesi industrializzati, i suoi effetti dilagano
inevitabilmente sul piano sociale e su quello ambientale.
Si parla di «dumping sociale» in riferimento agli effetti
della concorrenza sleale realizzata attraverso il dumping, che costringe
i contadini a ripiegare su un'economia di sussistenza o ad abbandonare
le aree rurali per cercare fortuna nelle città. All'inurbamento,
però, non corrisponde un miglioramento degli standard di vita.
Per massimizzare i profitti, le imprese multinazionali trasferiscono
i propri stabilimenti nei Paesi in via di sviluppo, dove le norme
sulla tutela sociale e la sicurezza dei lavoratori sono più
deboli e dove, in alcuni casi, esistono delle vere e proprie «zone
franche», nate per attrarre gli investimenti esteri, in cui
sono sospesi i diritti dei lavoratori. Grazie allo sfruttamento del
lavoro minorile e della manodopera sottopagata, a orari di lavoro
massacranti e al mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, le imprese
riescono a contenere i costi di produzione e ad ampliare i margini
di profitto sui prodotti venduti nei ricchi mercati dei Paesi industrializzati.
È evidente che una situazione di questo tipo non innesca alcun
processo di sviluppo locale, ancor più se si considera che,
non appena l'impresa individua un altro Paese in cui la tutela
dei lavoratori è minore, vi si trasferisce. Gli operai restano
senza lavoro, senza alcuna tutela, privi anche di quell'esile
sicurezza costituita dalla produzione di sussistenza che veniva dalla
coltivazione della propria terra, abbandonata per cercare condizioni
di vita migliori nelle città.
Con il termine «dumping ecologico» si intendono le conseguenze
sull'ambiente del modello produttivo alla base del dumping,
che prevede un approccio industriale all'agricoltura e alla
zootecnia. Ne derivano la progressiva erosione delle riserve forestali
e il degrado dei suoli, a causa delle colture intensive e dell'abuso
di prodotti chimici. A risentirne in maniera preoccupante sono i Paesi
poveri, dove le norme a tutela dell'ambiente sono meno severe
e dove le imprese possono utilizzare presidi fitosanitari particolarmente
pericolosi e proibiti al Nord. Poco importa che poi questi prodotti
arrivino comunque sulle tavole dei consumatori dei Paesi industrializzati,
contro ogni rispetto delle norme di salute pubblica vigenti. Per non
parlare delle eccedenze agricole e animali prodotte al Nord utilizzando
fertilizzanti e mangimi illegali e poi smaltite al Sud, come nel caso
delle carni bovine nel periodo della «mucca pazza». Le
manipolazioni biotecnologiche, inoltre, minacciano la biodiversità,
alterano l'aspetto e il sapore dei cibi, rendendoli disponibili
in tutte le stagioni e stranamente resistenti allo scorrere del tempo.
L'impatto di tali processi sulla salute umana e animale è
fortemente negativo.
Come difendersi dal dumping
I Paesi che subiscono il dumping possono difendersi applicando la
già citata normativa anti-dumping e anti-sovvenzioni prevista
dal GATT. Essa stabilisce che il Paese che subisce il dumping può
aumentare il normale dazio doganale sul prodotto che ne è oggetto
di un valore pari alla differenza fra il prezzo del prodotto sul mercato
interno e quello sul mercato estero (artificialmente abbassato per
effetto del dumping). In particolare, le norme individuano tre categorie
di sussidi statali: quelli vietati, quelli consentiti e quelli dei
quali occorre dimostrare di volta in volta l'effetto dumping
provocato. L'organo preposto a giudicare sulla materia è
il Consiglio Generale del WTO, incaricato della risoluzione delle
controversie commerciali. Questa forma di tutela incontra numerose
difficoltà di applicazione, anche per il tentativo di molti
Paesi di utilizzarla per la protezione delle proprie imprese nazionali,
che non possono reggere la concorrenza straniera, in questo caso accusata
falsamente di dumping.
La soluzione più efficace, dunque, rimane quella di abolire
i sussidi alle esportazioni ed è in questa direzione che muovono
le campagne di pressione lanciate dalla società civile organizzata,
che, a partire dal successo del 1999 a Seattle, dove la protesta riuscì
a bloccare la Conferenza interministeriale del WTO, ha preso sempre
più consapevolezza di poter incidere sulle decisioni e sulle
politiche globali. Da qui sono nate numerose campagne di pressione
sulle istituzioni nazionali e internazionali, che mirano a cambiare
le regole della globalizzazione nella prospettiva di una maggiore
giustizia sociale e chiedono ai Governi un maggiore impegno in questa
direzione.
Contro il dumping e per un commercio internazionale
dalle regole più eque e trasparenti, specialmente in agricoltura,
si sono costituite alcune piattaforme e campagne, alle quali è
possibile aderire anche personalmente. Fra quelle di maggiore rilievo
ci sono, in Italia, la Campagna «No dumping»
(promossa da Volontari nel mondo - FOCSIV e dal settimanale
Vita, assieme a un ampio cartello di associazioni e sindacati)
e la Campagna Italiana per la Sovranità Alimentare, promossa
da numerose organizzazioni impegnate da anni sul tema. A livello internazionale
ricordiamo la Campagna «Make trade fair», promossa da
OXFAM, e la Campagna «Trade Justice», promossa da CAFOD.
Per saperne di più
AA.VV., «No dumping: è concorrenza sleale»,
in Vita, 46 (2002)
FANTINI E., «Esportazioni fatali», in Volontari per
lo Sviluppo, agosto-settembre 2003
GODFREY C., Stop the dumping, OXFAM International, Washington
2002
GREEN D. - GRIFFITH M., dumping on the poor, CAFOD, Londra 2002
PARENTI A., Il WTO, il Mulino, Bologna 2002
<web.vita.it/ap/no_dumping.htm>
(Campagna «No dumping»)
<www.sovranitalimentare.it>
(Campagna Italiana Sovranità Alimentare - sito in costruzione)
<www.maketradefair.com>
(Campagna «Make trade fair»)
<www.cafod.org.uk/get_involved/cam
paigning/trade_justice_campaign> (Campagna «Trade Justice»)
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