Lessico oggi - aprile 2004

Dumping

Lilia Illuzzi
Esperta di politica internazionale

 

Dumping è una parola inglese che deriva dal verbo «to dump» e significa «gettare, scaricare, disfarsi di qualcosa». Viene, infatti, utilizzata anche per indicare le discariche dei rifiuti e, al negativo, nei cartelli che invitano i passanti a non gettare carte e rifiuti nelle aiuole.
Con questa parola la letteratura economica indica una pratica commerciale sleale con cui alcune imprese multinazionali e alcuni Paesi vendono sottocosto sui mercati esteri i propri prodotti che eccedono il fabbisogno interno, riducendo il prezzo dei beni esportati al di sotto dei costi di produzione. Per questo si utilizza il termine «dumping»: chi ricorre a tale processo «si disfa» delle proprie eccedenze produttive «scaricandole» all'estero. Ma la scelta di questo termine rivela anche l'accezione negativa con cui viene giudicata tale pratica, che danneggia il Paese in cui viene applicata così come una «discarica di rifiuti» rovina l'ambiente che la ospita.

Perché eccedenze e dumping
L'approccio industriale alla produzione, che caratterizza il modello economico occidentale e che sempre più si è diffuso con la globalizzazione, causa il fenomeno delle eccedenze, per il cui smaltimento i Paesi ricchi hanno deciso di finanziarne l'esportazione con appositi sussidi statali e varie altre forme di sostegno.
Un discorso analogo va fatto per le imprese, le quali, anche a prescindere dalle sovvenzioni pubbliche, possono trovare conveniente vendere sul mercato estero a un prezzo inferiore al costo di produzione per eliminare la concorrenza e, successivamente, alzare i prezzi per riguadagnare i margini di profitto perduti: si tratta di una strategia di penetrazione in un mercato straniero, da cui, almeno in una fase iniziale, i consumatori locali traggono vantaggio. Tuttavia, nel medio-lungo periodo, si instaura un regime di monopolio, in cui è possibile alzare i prezzi a piacimento, inibendo lo sviluppo locale e favorendo la dipendenza del mercato così conquistato.
È evidente che un'azione di questo tipo può essere intrapresa solo dai Paesi più ricchi, i quali accrescono in questo modo il loro controllo sui Paesi poveri, che non dispongono di risorse sufficienti per sussidiare le proprie esportazioni, né di imprese in grado di competere con le grandi multinazionali del Nord. Inoltre, i Paesi ricchi spesso introducono misure di protezione che limitano l'accesso ai loro mercati interni per i prodotti dei Paesi in via di sviluppo che potrebbero fare concorrenza a quelli nazionali.
Il dumping, quindi, è una forma di concorrenza sleale, condannata dagli economisti di tutte le scuole di pensiero. È una pratica che richiede un forte intervento pubblico nell'economia e quindi mal si concilia con i principi del liberismo economico, formalmente proclamati dai Paesi industrializzati e sostenuti dalle istituzioni finanziarie internazionali, che li hanno ripetutamente imposti ai Paesi poveri attraverso i c. d. Programmi di Aggiustamento Strutturale. Per questa ragione, fin dal 1949 nell'Accordo Generale sul Commercio e le Tariffe doganali (meglio noto con l'acronimo inglese GATT, dalla cui evoluzione è nata l'Organizzazione Mondiale del Commercio o WTO) si prevedeva una normativa internazionale anti-dumping e anti-sovvenzioni.

Gli effetti negativi del dumping
Nei Paesi industrializzati, che apparentemente dovrebbero beneficiare di tale pratica, a fare le spese del dumping sono la maggior parte delle imprese e dei lavoratori del settore agricolo e i consumatori. Infatti le grandi imprese agroalimentari sono i principali destinatari dei sussidi pubblici, poiché risultano più competitive sul mercato, nonostante la qualità dei loro prodotti sia tendenzialmente bassa. In Europa, come effetto delle norme che regolano la Politica Agricola Comune (PAC), ben il 66% del reddito aziendale annuo delle grandi imprese agroalimentari è costituito dai sussidi, che rappresentano invece appena il 3% del reddito delle piccole imprese, numericamente maggioritarie. Infatti uno dei criteri per l'assegnazione dei contributi della PAC è la proporzionalità alla superficie aziendale: quanto più essa è estesa, tanto più elevata sarà la percentuale di sussidi percepiti. Come conseguenza, negli ultimi anni, hanno chiuso centinaia di migliaia di piccole aziende agricole in tutta Europa. Un ulteriore aspetto della PAC è che si ottengono maggiori sussidi quanto più ridotta è la manodopera impiegata, con conseguenze evidenti sull'occupazione e la sopravvivenza di intere famiglie.
Anche i consumatori, cioè l'intera popolazione che, seppure in diversa misura, acquista i beni offerti sul mercato, sono danneggiati dal dumping. Ne risulta infatti penalizzata la qualità dei prodotti, specialmente quelli alimentari, che, per essere competitivi, subiscono una serie di manipolazioni biotecnologiche che ne alterano il gusto e la deperibilità, sino a perderne i caratteri distintivi. Inoltre, sono gli stessi consumatori a finanziare il dumping in quanto, inconsapevolmente, si trovano a pagare i prodotti a un prezzo maggiorato e/o a sostenere un maggiore carico fiscale per consentire alle imprese e ai Governi di sussidiare le esportazioni. Studi recenti hanno dimostrato che l'eliminazione dei sussidi alle esportazioni porterebbe a un incremento del 50% del commercio agricolo, con un conseguente aumento del volume di affari di circa 160 miliardi di dollari per l'economia mondiale. In particolare, per i Paesi poveri l'abolizione del dumping comporterebbe introiti per circa 60 miliardi di dollari l'anno.
Esportare in regime di dumping significa esportare, insieme ai prodotti sussidiati, tutti i problemi accennati. Certo non è solo il Nord industrializzato a sussidiare le esportazioni verso il Sud in via di sviluppo; lo stesso accade anche fra Nord e Nord e tra Sud e Sud. La differenza, però, è che nei Paesi del Sud gli effetti assumono dimensioni devastanti a causa dell'estrema fragilità delle economie e delle politiche sociali di quei Paesi.

Dumping e sovranità alimentare
La grande vulnerabilità dei mercati dei Paesi poveri ne accresce il grado di dipendenza dai Paesi esportatori, via via che le piccole imprese locali chiudono a causa del dumping praticato dalle multinazionali straniere. La situazione, poi, diventa ancora più drammatica quando ad applicare tale pratica sono le agroindustrie. In questo caso, infatti, ai problemi legati a una dipendenza crescente del Paese che subisce il dumping, si aggiungono quelli connessi al tipo di merce trattata: i prodotti alimentari, che sono necessari alla sopravvivenza umana. Non è possibile scegliere di non nutrirsi. I meccanismi che provocano questo tipo di dumping sono essenzialmente due: i sussidi alle esportazioni e gli aiuti alimentari. Nel primo caso di parla di «dumping alimentare» e, nel secondo, di «dumping umanitario».
Il «dumping alimentare» è conseguenza del modello di sviluppo industriale applicato ai settori agricolo e zootecnico, che genera la produzione di un consistente surplus alimentare, esportato sui mercati esteri sotto varie forme. In seguito alla aggressione subita come conseguenza di questo modello, che porta sulle loro tavole cibo a bassissimo costo - e di bassissima qualità -, i Paesi più poveri sono costretti a orientare la propria produzione agricola verso prodotti pregiati, quali la frutta tropicale e i fiori, il caffè e il tè, che non soddisfano il fabbisogno alimentare locale, ma sono destinati a loro volta all'esportazione verso i mercati del Nord.
La produzione locale di cibo basata sul modello familiare viene, dunque, limitata alla mera sussistenza, quando non del tutto abbandonata, cosicché, se la fornitura di alimenti sottocosto dal Nord venisse interrotta, le popolazioni di interi Paesi non avrebbero di che sfamarsi. Inoltre va considerato l'impatto del dumping sulle tradizioni alimentari locali. Infatti i prodotti sussidiati, ad esempio nel caso dei cereali, sono per lo più quelli appartenenti alla cultura occidentale. Poiché sono venduti a un prezzo più conveniente dei raccolti tradizionali locali, quali il sorgo e il miglio, la popolazione tende a sostituire i primi ai secondi, modificando gusti e alimentazione sulla base di prodotti non riproducibili localmente. Ne consegue una preoccupante perdita di sovranità alimentare da parte di questi Paesi e, quindi, un aumento della povertà e della fame nel mondo. Basti pensare al paradosso per cui circa i 3/4 delle persone che soffrono la fame - che ammontano a oltre 840 milioni in tutto il mondo - sono concentrati fra i produttori agricoli.
Il «dumping umanitario» indica l'utilizzo degli aiuti umanitari - distribuiti gratuitamente in occasione di catastrofi naturali e altre situazioni di emergenza estrema, quali le carestie - come opportunità di smercio delle eccedenze alimentari dei Paesi industrializzati, con effetti sulle economie e sulle popolazioni dei Paesi poveri analoghi a quelli del dumping. Nei casi in cui gli aiuti sono forniti per un periodo di tempo più lungo del necessario, le popolazioni locali sono disincentivate a riprendere la produzione e i Governi cominciano a trascurare l'agricoltura locale, allacciando rapporti di dipendenza sempre più stretti con i Paesi donatori. Senza considerare che spesso sarebbe possibile reperire risorse alimentari anche all'interno degli stessi Paesi colpiti dalla crisi, o in altri Paesi poveri circonvicini, favorendo così il commercio e lo sviluppo locale.
Il dumping nega il diritto alla sovranità alimentare, secondo il quale ogni Paese deve essere messo nelle condizioni di definire liberamente la propria politica agricola, in quanto prerequisito indispensabile della sicurezza alimentare, del diritto di ogni individuo ad avere garantito il cibo di qualità e in quantità adeguata al proprio fabbisogno e alla propria tradizione culturale.

Altri effetti del dumping
Sarebbe inesatto circoscrivere i problemi causati dal dumping alla sola area economica e commerciale. Nei Sud del mondo, infatti, ancor più che nei Paesi industrializzati, i suoi effetti dilagano inevitabilmente sul piano sociale e su quello ambientale.
Si parla di «dumping sociale» in riferimento agli effetti della concorrenza sleale realizzata attraverso il dumping, che costringe i contadini a ripiegare su un'economia di sussistenza o ad abbandonare le aree rurali per cercare fortuna nelle città. All'inurbamento, però, non corrisponde un miglioramento degli standard di vita.
Per massimizzare i profitti, le imprese multinazionali trasferiscono i propri stabilimenti nei Paesi in via di sviluppo, dove le norme sulla tutela sociale e la sicurezza dei lavoratori sono più deboli e dove, in alcuni casi, esistono delle vere e proprie «zone franche», nate per attrarre gli investimenti esteri, in cui sono sospesi i diritti dei lavoratori. Grazie allo sfruttamento del lavoro minorile e della manodopera sottopagata, a orari di lavoro massacranti e al mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, le imprese riescono a contenere i costi di produzione e ad ampliare i margini di profitto sui prodotti venduti nei ricchi mercati dei Paesi industrializzati.
È evidente che una situazione di questo tipo non innesca alcun processo di sviluppo locale, ancor più se si considera che, non appena l'impresa individua un altro Paese in cui la tutela dei lavoratori è minore, vi si trasferisce. Gli operai restano senza lavoro, senza alcuna tutela, privi anche di quell'esile sicurezza costituita dalla produzione di sussistenza che veniva dalla coltivazione della propria terra, abbandonata per cercare condizioni di vita migliori nelle città.
Con il termine «dumping ecologico» si intendono le conseguenze sull'ambiente del modello produttivo alla base del dumping, che prevede un approccio industriale all'agricoltura e alla zootecnia. Ne derivano la progressiva erosione delle riserve forestali e il degrado dei suoli, a causa delle colture intensive e dell'abuso di prodotti chimici. A risentirne in maniera preoccupante sono i Paesi poveri, dove le norme a tutela dell'ambiente sono meno severe e dove le imprese possono utilizzare presidi fitosanitari particolarmente pericolosi e proibiti al Nord. Poco importa che poi questi prodotti arrivino comunque sulle tavole dei consumatori dei Paesi industrializzati, contro ogni rispetto delle norme di salute pubblica vigenti. Per non parlare delle eccedenze agricole e animali prodotte al Nord utilizzando fertilizzanti e mangimi illegali e poi smaltite al Sud, come nel caso delle carni bovine nel periodo della «mucca pazza». Le manipolazioni biotecnologiche, inoltre, minacciano la biodiversità, alterano l'aspetto e il sapore dei cibi, rendendoli disponibili in tutte le stagioni e stranamente resistenti allo scorrere del tempo. L'impatto di tali processi sulla salute umana e animale è fortemente negativo.

Come difendersi dal dumping
I Paesi che subiscono il dumping possono difendersi applicando la già citata normativa anti-dumping e anti-sovvenzioni prevista dal GATT. Essa stabilisce che il Paese che subisce il dumping può aumentare il normale dazio doganale sul prodotto che ne è oggetto di un valore pari alla differenza fra il prezzo del prodotto sul mercato interno e quello sul mercato estero (artificialmente abbassato per effetto del dumping). In particolare, le norme individuano tre categorie di sussidi statali: quelli vietati, quelli consentiti e quelli dei quali occorre dimostrare di volta in volta l'effetto dumping provocato. L'organo preposto a giudicare sulla materia è il Consiglio Generale del WTO, incaricato della risoluzione delle controversie commerciali. Questa forma di tutela incontra numerose difficoltà di applicazione, anche per il tentativo di molti Paesi di utilizzarla per la protezione delle proprie imprese nazionali, che non possono reggere la concorrenza straniera, in questo caso accusata falsamente di dumping.
La soluzione più efficace, dunque, rimane quella di abolire i sussidi alle esportazioni ed è in questa direzione che muovono le campagne di pressione lanciate dalla società civile organizzata, che, a partire dal successo del 1999 a Seattle, dove la protesta riuscì a bloccare la Conferenza interministeriale del WTO, ha preso sempre più consapevolezza di poter incidere sulle decisioni e sulle politiche globali. Da qui sono nate numerose campagne di pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali, che mirano a cambiare le regole della globalizzazione nella prospettiva di una maggiore giustizia sociale e chiedono ai Governi un maggiore impegno in questa direzione.
Contro il dumping e per un commercio internazionale dalle regole più eque e trasparenti, specialmente in agricoltura, si sono costituite alcune piattaforme e campagne, alle quali è possibile aderire anche personalmente. Fra quelle di maggiore rilievo ci sono, in Italia, la Campagna «No dumping» (promossa da Volontari nel mondo - FOCSIV e dal settimanale Vita, assieme a un ampio cartello di associazioni e sindacati) e la Campagna Italiana per la Sovranità Alimentare, promossa da numerose organizzazioni impegnate da anni sul tema. A livello internazionale ricordiamo la Campagna «Make trade fair», promossa da OXFAM, e la Campagna «Trade Justice», promossa da CAFOD.

Per saperne di più

AA.VV., «No dumping: è concorrenza sleale», in Vita, 46 (2002)
FANTINI E., «Esportazioni fatali», in Volontari per lo Sviluppo, agosto-settembre 2003
GODFREY C., Stop the dumping, OXFAM International, Washington 2002
GREEN D. - GRIFFITH M., dumping on the poor, CAFOD, Londra 2002
PARENTI A., Il WTO, il Mulino, Bologna 2002
<web.vita.it/ap/no_dumping.htm> (Campagna «No dumping»)
<www.sovranitalimentare.it> (Campagna Italiana Sovranità Alimentare - sito in costruzione)
<www.maketradefair.com> (Campagna «Make trade fair»)
<www.cafod.org.uk/get_involved/cam paigning/trade_justice_campaign> (Campagna «Trade Justice»)