Editoriale - aprile 2004

Guardare al domani con fiducia

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Dal 12 al 14 marzo 2004 si è tenuto al Palacongressi di Rimini il primo Congresso Nazionale di «Democrazia è Libertà - La Margherita», il partito nato due anni fa dalla confluenza del Partito Popolare Italiano (PPI), dei Democratici e di Rinnovamento Italiano. Dai lavori è apparso chiaro che non è vero - come si suole ripetere - che se il centro-destra è in crisi, nel centro-sinistra le cose non vanno meglio. Sono due crisi diverse.
Quella del centro-destra è una crisi di cedimento strutturale: i partner che hanno dato vita alla coalizione maggioritaria nel Paese non riescono più a marciare uniti. È una crisi non di natura congiunturale, ma dovuta al fatto che i principi neoliberisti, su cui poggia il programma di centro-destra, tendono per loro stessa natura a rafforzare tendenze individualistiche e competitive nei rapporti sociali e, di riflesso, anche tra i partiti della coalizione. Come potrebbe la cultura politica neoliberista, che spinge a una dura concorrenza e alla conflittualità, mettere d'accordo il nazionalismo di AN (Alleanza Nazionale) con il secessionismo della Lega Nord? Come potrebbe l'umanismo cristiano dell'UDC (Unione Democratici Cristiani) convergere con l'utilitarismo di Forza Italia?
Il disagio nel centro-sinistra, invece, nasce soprattutto dai processi di aggregazione in atto al suo interno. Infatti, i partner dell'Ulivo - tra inevitabili resistenze e contraddizioni - sono impegnati a superare le residue divisioni ideologiche, ispirandosi a una comune cultura riformista e solidale che, di natura sua, tende a unire anziché dividere. Ecco perché è stato possibile nel centro-sinistra (e non è riuscito nel centro-destra) varare una «lista unitaria». Perciò, nonostante tutto, i riformisti possono guardare con fiducia al domani dell'Ulivo, della Margherita e degli stessi cattolici democratici.

1. L'Ulivo di domani
La prima idea dell'Ulivo, quando si cominciò a parlarne nel 1994, fu quella di dar vita a un nuovo soggetto politico, costruito intorno a un progetto di società («L'Italia che vogliamo»), sotto la guida di un leader riconosciuto (Romano Prodi). L'Ulivo doveva restare aperto alla adesione di partiti di tradizione politico-culturale diversa, movimenti, associazioni, centri culturali e sociali e semplici cittadini, ciascuno con la propria identità, uniti però dalla condivisione di valori comuni e del medesimo progetto riformista. Il nuovo soggetto politico doveva nascere non in virtù di una decisione presa dai vertici di partito, ma a partire dalla base e dal territorio, trasformando la vecchia forma-partito centralizzata e rigida in una nuova forma-partito più leggera e flessibile, aperta alla società civile. «Il futuro italiano» - scrisse dieci anni fa Prodi nel suo primo "manifesto" -, «in questo momento, può trovare una prospettiva razionale solo se alcune forze politiche, e contemporaneamente alcune componenti sociali, trovano l'intelligenza per incontrarsi e per accordarsi su un'ipotesi politica, un orizzonte civile di confronto, un equilibrato programma di sviluppo» (PRODI R., Governare l'Italia. Manifesto per il cambiamento, Donzelli, Roma 1995, 14).
Questa era l'idea. Sennonché, pressati dai tempi brevi della campagna elettorale, mancò la possibilità di impegnarsi nel necessario processo di maturazione alla base, che richiede ovviamente tempi medio-lunghi. Perciò l'Ulivo nacque - di fatto - piuttosto come una coalizione per vincere le elezioni, rafforzata dal «patto di desistenza» stretto con Rifondazione Comunista. La coalizione vinse le elezioni del 1996 e ottenne anche alcuni risultati lusinghieri (primo fra tutti l'ingresso dell'Italia nell'euro), ma, priva di una cultura politica comune, venuto meno l'appoggio di Rifondazione Comunista, non poté condurre in porto il suo programma.
Oggi - dieci anni dopo - ci troviamo con lo stesso problema: come conciliare i tempi brevi, imposti dalla imminenza delle scadenze elettorali, con l'esigenza di tempi lunghi, necessari alla maturazione della società civile e al suo coinvolgimento nella elaborazione di un nuovo progetto politico? Non si può fallire una seconda volta. Proprio per questo, scendendo in campo, questa volta Prodi si è presentato con una proposta precisa: la «lista unitaria» dei partiti dell'Ulivo. Essa non solo potrà aiutare (nei tempi brevi) a vincere le imminenti elezioni europee e amministrative del 13 giugno 2004, ma potrebbe essere l'avvio di una fase costituente (che esige tempi lunghi) ai fini della creazione in Italia di un'area comune riformista, alternativa all'area neoliberista del centro-destra.
La reazione discorde con cui questa proposta di Prodi è stata accolta dagli stessi partner dell'Ulivo conferma che la base non è ancora matura. E come potrebbe esserlo, quando i partiti del centro-sinistra sono divisi tra di loro su punti programmatici non secondari e a livello europeo aderiscono tuttora a gruppi politici diversi? Non ci dobbiamo nascondere che ampi segmenti del centro-sinistra si riferiscono a concezioni radicaleggianti, individualiste e libertarie, che emergono alla luce su punti specifici, ma rimangono attive nel sottofondo di ogni altra questione. C'è quindi un lungo cammino da fare per maturare insieme. Nello stesso tempo, però, il fatto che i tre partiti più forti (DS, Margherita, SDI: il cosiddetto «triciclo», più i Repubblicani Europei) abbiano deciso di presentarsi con una lista comune alle prossime elezioni europee, va salutato positivamente: ogni passo verso l'unità è sempre importante, anche quando è parziale. Il limite del «triciclo» però è che esso è nato per decisione dei vertici, senza un vero coinvolgimento della base sociale, al di là del «sì», formale e scontato, venuto dalle assemblee di partito convocate apposta per approvarlo. Perciò è importante che la «lista unitaria» non sia solo un episodio, ma l'inizio di una fase costituente nelle regioni e nelle città, offrendo a tutti i riformisti la possibilità di partecipare alla costruzione di un nuovo soggetto politico (cfr SORGE. B.«Un "manifesto" per l'Europa», in Aggiornamenti Sociali 1 [2004] 10). Il domani dell'Ulivo, quindi, è legato al domani della Margherita.

2. Il domani della Margherita
Sono ben noti le incertezze e i timori di tanti «popolari» alla vigilia del VI Congresso nazionale (10 marzo 2002), nel quale - dopo otto anni di vita - il PPI decise di sospendere l'attività del partito e di confluire nella Margherita insieme con i Democratici e con Rinnovamento Italiano. Di fronte a questa scelta, la preoccupazione maggiore (che in molti ancora non è stata fugata) era che la tradizione del popolarismo sturziano finisse col perdere ogni significato politico e la sua stessa visibilità. Fu soprattutto questo medesimo timore a indurre autorevoli esponenti del cattolicesimo democratico a prendere altre strade. Più recentemente, Mino Martinazzoli ha dato vita insieme a Clemente Mastella ad Alleanza Popolare: «Non si può» - ha spiegato l'ex segretario nazionale del PPI - «lasciar morire il popolarismo, cioè l'intuizione di don Sturzo, in un momento come questo di grave crisi della società. Né ci si può accontentare di agire sul piano strettamente culturale o del volontariato: occorre cercare di incidere sul piano specificamente politico. La nostra "Alleanza Popolare", che mi vede a fianco di Mastella, io la considero, personalmente, come un "filo di fumo", un segnale cioè a quanti come me avvertono il bisogno di reincontrarsi nella casa comune, quella che è stata anche la casa di De Gasperi, di Fanfani, di Moro. Non siamo pochi, ma siamo dispersi» («I cattolici e la Margherita», in Famiglia Cristiana, 6 [2004], 42).
Analogamente, il senatore Alberto Monticone, già presidente nazionale dell'Azione Cattolica, ha dato vita a Italia Popolare, insieme con Nicola Mancino, Gerardo Bianco, Lino Duilio e altri: «Sono un credente impegnato in politica» - ha detto - «che non vuole morire social-democratico né genericamente liberal o vagamente riformista. Intendo fare qualcosa affinché l'area cattolico-democratica, che tanto ha dato all'Italia in termini di idee e di persone, non si dissolva» (ivi, 43). Tuttavia, non è ancora chiaro come Italia Popolare intenda collocarsi: all'interno o a fianco della Margherita? In forma prevalentemente prepartitica o come un soggetto politico vero e proprio?
In realtà, è proprio la fedeltà ai valori e agli ideali del popolarismo che oggi impone ai cattolici democratici il coraggio e la saggezza di un salto di qualità che porti a viverli in forma nuova, insieme con i riformisti provenienti da differenti tradizioni politiche. Don Sturzo, infatti, rivolse il suo appello non ai cattolici in quanto tali, ma indiscriminatamente a tutti i «liberi e forti» (i «riformisti» di oggi), a quanti cioè - credenti e non credenti - condividessero un coraggioso progetto di riforma sociale ispirato ai valori cristiani, presi nella loro valenza civile e laica (non confessionale). Si trattava - secondo Sturzo - di realizzare insieme un modello di società che fosse strutturato organicamente, a partire dal territorio, attraverso la partecipazione responsabile e sussidiaria dei cittadini e delle autonomie locali. Non si voleva fondare un nuovo partito ideologico in più, quanto piuttosto costituire un'area politica democratica e popolare, aperta ai contributi della società civile, in cui confluissero le diverse tradizioni del riformismo democratico, ciascuna con la propria identità. Tuttavia, all'interno dell'area comune, i cattolici democratici avrebbero dovuto svolgere un ruolo di stimolo con la proposta di contenuti ideali precisi. Se poi le cose non andarono così, ma il popolarismo finì col prendere la forma rigidamente centralizzata degli altri partiti ideologici, divenendo in pratica il «partito dei cattolici», ciò fu dovuto alle concrete condizioni storiche; ma né l'esperienza del primo PPI, né quella della DC poi - come più volte ripeté don Sturzo - realizzarono pienamente la sua intuizione. Paradossalmente solo oggi, con l'avvio in Italia del bipolarismo e del federalismo, si sono create le condizioni per una piena attuazione dell'intuizione sturziana originaria, debitamente ripensata e aggiornata. In questo senso, possiamo dire quindi che la cultura politica del popolarismo appartiene più al futuro che al passato.
Ecco perché la confluenza dei cattolici democratici nella Margherita, prima, e ora nella «lista unitaria» dell'Ulivo va vista non come uno scostamento dall'ideale sturziano, ma anzi come un ulteriore passo in avanti verso la sua piena attuazione. Ecco anche perché oggi è divenuto più chiaro che il popolarismo è patrimonio comune di tutti i riformisti (dei «liberi e forti», appunto) e non appannaggio esclusivo dei cattolici democratici. Tuttavia, il fatto che i cattolici democratici siano gli eredi legittimi del pensiero sturziano attribuisce loro una responsabilità particolare nella Margherita e di riflesso nell'Ulivo: non si tratta tanto di assicurarsi più posti e più potere, quanto di rendere vive e condivise nella coalizione le aspirazioni ideali di cui sono portatori. È questa la vera ragione per cui si deve guardare con fiducia anche al domani dei cattolici democratici.

3. Il domani dei cattolici democratici
Tutti i cristiani impegnati nella vita sociale e politica sono chiamati ad agire in coerenza con la Dottrina sociale della Chiesa. Non si esclude, però, che essi lo facciano in forme diverse. La storia del movimento cattolico attesta che i cristiani spesso hanno agito in politica divisi tra di loro. Rimane emblematica la divisione - all'inizio del XX secolo - tra clerico-moderati e social-popolari. Tanto che Sturzo non si prefisse mai l'unità dei cattolici in un solo partito.
Questa fu necessaria alla fine della seconda guerra mondiale, per fronteggiare il pericolo comunista allora reale e per rifondare la democrazia in Italia, dopo il ventennio fascista. Ma, come era prevedibile, venute meno quelle ragioni storiche, le diverse anime del movimento cattolico tornarono a dividersi. Finita la DC, una parte degli ex-democristiani passò nei cosiddetti «cespugli» (PPI, CCD, CDU, UDEUR), che ne riproducevano in pratica le vecchie correnti; altri invece preferirono migrare verso lidi diversi. È nata così la «diaspora politica» dei cattolici, che li vede dispersi ormai in tutti i partiti.
La scelta del sistema elettorale maggioritario, ratificata con il referendum del 1993, e il conseguente formarsi del bipolarismo hanno accelerato il ritorno della divisione tradizionale tra «cattolici conservatori», che - come i vecchi «clerico-moderati» - sostengono il programma liberista del centro-destra, e «cattolici democratici», che - eredi dei vecchi «popolari» - condividono il programma sociale del centro-sinistra. Entrambi i poli sono formalmente democratici, tuttavia le culture politiche a cui essi si ispirano sono alternative: il prevalere dell'una o dell'altra avvia il Paese verso un modello di società diverso.
Nessuno nega che la presenza dei cattolici moderati nel centro-destra possa contribuire a rendere più conformi al pensiero sociale cristiano scelte e principi del programma neoliberista, che obiettivamente dista molto dalla dottrina sociale della Chiesa. Occorre però ribadire con chiarezza che non tutti i programmi politici si equivalgono per il solo fatto di essere «formalmente» democratici. Non si può «ritenere - disse Giovanni Paolo II al Convegno della Chiesa italiana a Palermo - ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede», né il cristiano può dare «una facile adesione a forze politiche o sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della Dottrina sociale della Chiesa» («Allocuzione ai Convegnisti», in L'Osservatore Romano, 24 novembre 1995, n. 10). La coerenza dell'agire cristiano non riguarda soltanto il comportamento soggettivo di fronte alle singole scelte; occorre altresì interrogarsi sulla coerenza del progetto politico nel suo insieme. Infatti, l'ispirazione cristiana di per sé è esigente, spinge a forme di riformismo coraggioso, non conciliabili con il «moderatismo». Ciononostante, è facile prevedere che vi saranno sempre forme diverse di presenza politica dei cattolici, senza che ciò impedisca il formarsi di convergenze trasversali qualora fossero in gioco valori fondamentali, sui quali la coscienza cristiana non può transigere.
In ogni caso, però, occorrerà sempre distinguere tra un generico richiamo alla «ispirazione cristiana» della politica - di cui sono soliti fregiarsi non solo i «cespugli» ex-democristiani, ma anche partiti pragmatici e idealmente agnostici (non esclusa Forza Italia) - e il «popolarismo». Quest'ultimo è diverso dal generico richiamo ai principi cristiani: è un vero e proprio progetto di società, che i cattolici democratici hanno ricevuto in eredità da Sturzo, attraverso De Gasperi, Dossetti, Moro e tanti altri, a cui si sforzano di rimanere fedeli, senza per questo pretendere di essere gli unici a rappresentare in politica i valori cristiani.
In questa situazione, si può ancora guardare con fiducia al domani dei cattolici democratici? Certamente sì. Infatti, è proprio la «diaspora politica» dei cattolici ad accollare agli eredi del popolarismo alcune specifiche responsabilità.
Una è quella di stimolare la nascita di una fase costituente, volta a costruire l'area comune riformista, popolare e democratica, alternativa all'area che si ispira alla cultura neoliberista. Perché non rinnovare l'appello di Sturzo a tutti i «liberi e forti», oggi dispersi nella società civile e nei diversi schieramenti politici, dove non si trovano a loro agio? Non sono pochi i riformisti, nei due poli, che soffrono l'incertezza o l'ambiguità di alcune scelte su temi di grande rilevanza. Anche nella Casa delle Libertà. Si pensi a quanti hanno subito, per esempio, la legge sull'immigrazione (così scarsamente rispettosa della dignità e dei diritti della persona), l'atteggiamento verso la guerra in Iraq (così differente da quello profetico del Papa e della coscienza cristiana), le posizioni xenofobe e razziste della Lega Nord e i suoi attacchi contro la Chiesa.
Ma soprattutto la responsabilità fondamentale in tempo di «diaspora» è quella della formazione spirituale e professionale dei cristiani impegnati in politica, affinché nel Paese - e in particolare all'interno della Margherita e dell'Ulivo - non vengano meno il contributo ideale specifico dei cattolici democratici e la loro stessa visibilità. Da un lato, pertanto, è necessario predisporre appropriati luoghi d'incontro e di riflessione, dove sia possibile imparare a pensare e ad agire politicamente; d'altro lato, bisogna che a quanti scelgono di impegnarsi da cristiani in politica non manchino la necessaria formazione e l'assistenza spirituale, nella consapevolezza che il segreto della presenza e della efficacia politica dei cattolici democratici - come insegnano Sturzo, il Magistero della Chiesa e la storia - sta nella sintesi tra spiritualità e professionalità.
Perciò, accanto a una accurata formazione politica, «il cristiano deve anche assicurare che il "sale" del suo impegno cristiano non perda il suo "sapore" e che la "luce" dei suoi ideali evangelici non venga oscurata dal pragmatismo o, peggio, dall'utilitarismo. Per questo, egli ha bisogno di approfondire la sua conoscenza della Dottrina sociale cristiana, cercando di assimilarne i principi e di applicarla con saggezza laddove è necessario. Questo presuppone una formazione spirituale seria, alimentata dalla preghiera. Una persona che sia superficiale, spiritualmente tiepida oppure indifferente, o che si preoccupi in modo eccessivo del successo e della popolarità, non potrà mai esercitare in modo adeguato la sua responsabilità politica» (GIOVANNI PAOLO II, «Discorso alla Fondazione Schuman», in L'Osservatore Romano, 8 novembre 2003, n. 4).
In conclusione, la tensione ideale di politici spiritualmente e professionalmente formati è la premessa fondamentale per guardare al domani con fiducia.