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Dal 12 al 14 marzo 2004 si è tenuto al Palacongressi di Rimini
il primo Congresso Nazionale di «Democrazia è Libertà
- La Margherita», il partito nato due anni fa dalla confluenza
del Partito Popolare Italiano (PPI), dei Democratici e di Rinnovamento
Italiano. Dai lavori è apparso chiaro che non è vero -
come si suole ripetere - che se il centro-destra è in crisi,
nel centro-sinistra le cose non vanno meglio. Sono due crisi diverse.
Quella del centro-destra è una crisi di cedimento strutturale:
i partner che hanno dato vita alla coalizione maggioritaria
nel Paese non riescono più a marciare uniti. È una crisi
non di natura congiunturale, ma dovuta al fatto che i principi neoliberisti,
su cui poggia il programma di centro-destra, tendono per loro stessa
natura a rafforzare tendenze individualistiche e competitive nei rapporti
sociali e, di riflesso, anche tra i partiti della coalizione. Come potrebbe
la cultura politica neoliberista, che spinge a una dura concorrenza
e alla conflittualità, mettere d'accordo il nazionalismo
di AN (Alleanza Nazionale) con il secessionismo della Lega Nord? Come
potrebbe l'umanismo cristiano dell'UDC (Unione Democratici
Cristiani) convergere con l'utilitarismo di Forza Italia?
Il disagio nel centro-sinistra, invece, nasce soprattutto dai processi
di aggregazione in atto al suo interno. Infatti, i partner
dell'Ulivo - tra inevitabili resistenze e contraddizioni
- sono impegnati a superare le residue divisioni ideologiche,
ispirandosi a una comune cultura riformista e solidale che, di natura
sua, tende a unire anziché dividere. Ecco perché è
stato possibile nel centro-sinistra (e non è riuscito nel centro-destra)
varare una «lista unitaria». Perciò, nonostante tutto,
i riformisti possono guardare con fiducia al domani dell'Ulivo,
della Margherita e degli stessi cattolici democratici.
1. L'Ulivo di domani
La prima idea dell'Ulivo, quando si cominciò a parlarne
nel 1994, fu quella di dar vita a un nuovo soggetto politico, costruito
intorno a un progetto di società («L'Italia che vogliamo»),
sotto la guida di un leader riconosciuto (Romano Prodi). L'Ulivo
doveva restare aperto alla adesione di partiti di tradizione politico-culturale
diversa, movimenti, associazioni, centri culturali e sociali e semplici
cittadini, ciascuno con la propria identità, uniti però
dalla condivisione di valori comuni e del medesimo progetto riformista.
Il nuovo soggetto politico doveva nascere non in virtù di una
decisione presa dai vertici di partito, ma a partire dalla base e dal
territorio, trasformando la vecchia forma-partito centralizzata e rigida
in una nuova forma-partito più leggera e flessibile, aperta alla
società civile. «Il futuro italiano» - scrisse
dieci anni fa Prodi nel suo primo "manifesto" -, «in
questo momento, può trovare una prospettiva razionale solo se
alcune forze politiche, e contemporaneamente alcune componenti sociali,
trovano l'intelligenza per incontrarsi e per accordarsi su un'ipotesi
politica, un orizzonte civile di confronto, un equilibrato programma
di sviluppo» (PRODI R., Governare l'Italia. Manifesto
per il cambiamento, Donzelli, Roma 1995, 14).
Questa era l'idea. Sennonché, pressati dai tempi brevi
della campagna elettorale, mancò la possibilità di impegnarsi
nel necessario processo di maturazione alla base, che richiede ovviamente
tempi medio-lunghi. Perciò l'Ulivo nacque - di fatto
- piuttosto come una coalizione per vincere le elezioni, rafforzata
dal «patto di desistenza» stretto con Rifondazione Comunista.
La coalizione vinse le elezioni del 1996 e ottenne anche alcuni risultati
lusinghieri (primo fra tutti l'ingresso dell'Italia nell'euro),
ma, priva di una cultura politica comune, venuto meno l'appoggio
di Rifondazione Comunista, non poté condurre in porto il suo
programma.
Oggi - dieci anni dopo - ci troviamo con lo stesso problema:
come conciliare i tempi brevi, imposti dalla imminenza delle scadenze
elettorali, con l'esigenza di tempi lunghi, necessari alla maturazione
della società civile e al suo coinvolgimento nella elaborazione
di un nuovo progetto politico? Non si può fallire una seconda
volta. Proprio per questo, scendendo in campo, questa volta Prodi si
è presentato con una proposta precisa: la «lista unitaria»
dei partiti dell'Ulivo. Essa non solo potrà aiutare (nei
tempi brevi) a vincere le imminenti elezioni europee e amministrative
del 13 giugno 2004, ma potrebbe essere l'avvio di una fase costituente
(che esige tempi lunghi) ai fini della creazione in Italia di un'area
comune riformista, alternativa all'area neoliberista del centro-destra.
La reazione discorde con cui questa proposta di Prodi è stata
accolta dagli stessi partner dell'Ulivo conferma che la base non
è ancora matura. E come potrebbe esserlo, quando i partiti del
centro-sinistra sono divisi tra di loro su punti programmatici non secondari
e a livello europeo aderiscono tuttora a gruppi politici diversi? Non
ci dobbiamo nascondere che ampi segmenti del centro-sinistra si riferiscono
a concezioni radicaleggianti, individualiste e libertarie, che emergono
alla luce su punti specifici, ma rimangono attive nel sottofondo di
ogni altra questione. C'è quindi un lungo cammino da fare
per maturare insieme. Nello stesso tempo, però, il fatto che
i tre partiti più forti (DS, Margherita, SDI: il cosiddetto «triciclo»,
più i Repubblicani Europei) abbiano deciso di presentarsi con
una lista comune alle prossime elezioni europee, va salutato positivamente:
ogni passo verso l'unità è sempre importante, anche
quando è parziale. Il limite del «triciclo» però
è che esso è nato per decisione dei vertici, senza un
vero coinvolgimento della base sociale, al di là del «sì»,
formale e scontato, venuto dalle assemblee di partito convocate apposta
per approvarlo. Perciò è importante che la «lista
unitaria» non sia solo un episodio, ma l'inizio di una fase
costituente nelle regioni e nelle città, offrendo a tutti i riformisti
la possibilità di partecipare alla costruzione di un nuovo soggetto
politico (cfr SORGE. B.«Un "manifesto" per l'Europa»,
in Aggiornamenti Sociali 1 [2004] 10). Il domani dell'Ulivo,
quindi, è legato al domani della Margherita.
2. Il domani della Margherita
Sono ben noti le incertezze e i timori di tanti «popolari»
alla vigilia del VI Congresso nazionale (10 marzo 2002), nel quale -
dopo otto anni di vita - il PPI decise di sospendere l'attività
del partito e di confluire nella Margherita insieme con i Democratici
e con Rinnovamento Italiano. Di fronte a questa scelta, la preoccupazione
maggiore (che in molti ancora non è stata fugata) era che la
tradizione del popolarismo sturziano finisse col perdere ogni significato
politico e la sua stessa visibilità. Fu soprattutto questo medesimo
timore a indurre autorevoli esponenti del cattolicesimo democratico
a prendere altre strade. Più recentemente, Mino Martinazzoli
ha dato vita insieme a Clemente Mastella ad Alleanza Popolare: «Non
si può» - ha spiegato l'ex segretario nazionale
del PPI - «lasciar morire il popolarismo, cioè l'intuizione
di don Sturzo, in un momento come questo di grave crisi della società.
Né ci si può accontentare di agire sul piano strettamente
culturale o del volontariato: occorre cercare di incidere sul piano
specificamente politico. La nostra "Alleanza Popolare",
che mi vede a fianco di Mastella, io la considero, personalmente, come
un "filo di fumo", un segnale cioè a quanti come
me avvertono il bisogno di reincontrarsi nella casa comune, quella che
è stata anche la casa di De Gasperi, di Fanfani, di Moro. Non
siamo pochi, ma siamo dispersi» («I cattolici e la Margherita»,
in Famiglia Cristiana, 6 [2004], 42).
Analogamente, il senatore Alberto Monticone, già presidente nazionale
dell'Azione Cattolica, ha dato vita a Italia Popolare, insieme
con Nicola Mancino, Gerardo Bianco, Lino Duilio e altri: «Sono
un credente impegnato in politica» - ha detto - «che
non vuole morire social-democratico né genericamente liberal
o vagamente riformista. Intendo fare qualcosa affinché l'area
cattolico-democratica, che tanto ha dato all'Italia in termini
di idee e di persone, non si dissolva» (ivi, 43). Tuttavia, non
è ancora chiaro come Italia Popolare intenda collocarsi: all'interno
o a fianco della Margherita? In forma prevalentemente prepartitica o
come un soggetto politico vero e proprio?
In realtà, è proprio la fedeltà ai valori e agli
ideali del popolarismo che oggi impone ai cattolici democratici il coraggio
e la saggezza di un salto di qualità che porti a viverli in forma
nuova, insieme con i riformisti provenienti da differenti tradizioni
politiche. Don Sturzo, infatti, rivolse il suo appello non ai cattolici
in quanto tali, ma indiscriminatamente a tutti i «liberi e forti»
(i «riformisti» di oggi), a quanti cioè - credenti
e non credenti - condividessero un coraggioso progetto di riforma
sociale ispirato ai valori cristiani, presi nella loro valenza civile
e laica (non confessionale). Si trattava - secondo Sturzo -
di realizzare insieme un modello di società che fosse strutturato
organicamente, a partire dal territorio, attraverso la partecipazione
responsabile e sussidiaria dei cittadini e delle autonomie locali. Non
si voleva fondare un nuovo partito ideologico in più, quanto
piuttosto costituire un'area politica democratica e popolare,
aperta ai contributi della società civile, in cui confluissero
le diverse tradizioni del riformismo democratico, ciascuna con la propria
identità. Tuttavia, all'interno dell'area comune,
i cattolici democratici avrebbero dovuto svolgere un ruolo di stimolo
con la proposta di contenuti ideali precisi. Se poi le cose non andarono
così, ma il popolarismo finì col prendere la forma rigidamente
centralizzata degli altri partiti ideologici, divenendo in pratica il
«partito dei cattolici», ciò fu dovuto alle concrete
condizioni storiche; ma né l'esperienza del primo PPI,
né quella della DC poi - come più volte ripeté
don Sturzo - realizzarono pienamente la sua intuizione. Paradossalmente
solo oggi, con l'avvio in Italia del bipolarismo e del federalismo,
si sono create le condizioni per una piena attuazione dell'intuizione
sturziana originaria, debitamente ripensata e aggiornata. In questo
senso, possiamo dire quindi che la cultura politica del popolarismo
appartiene più al futuro che al passato.
Ecco perché la confluenza dei cattolici democratici nella Margherita,
prima, e ora nella «lista unitaria» dell'Ulivo va
vista non come uno scostamento dall'ideale sturziano, ma anzi
come un ulteriore passo in avanti verso la sua piena attuazione. Ecco
anche perché oggi è divenuto più chiaro che il
popolarismo è patrimonio comune di tutti i riformisti (dei «liberi
e forti», appunto) e non appannaggio esclusivo dei cattolici democratici.
Tuttavia, il fatto che i cattolici democratici siano gli eredi legittimi
del pensiero sturziano attribuisce loro una responsabilità particolare
nella Margherita e di riflesso nell'Ulivo: non si tratta tanto
di assicurarsi più posti e più potere, quanto di rendere
vive e condivise nella coalizione le aspirazioni ideali di cui sono
portatori. È questa la vera ragione per cui si deve guardare
con fiducia anche al domani dei cattolici democratici.
3. Il domani dei cattolici democratici
Tutti i cristiani impegnati nella vita sociale e politica sono chiamati
ad agire in coerenza con la Dottrina sociale della Chiesa. Non si esclude,
però, che essi lo facciano in forme diverse. La storia del movimento
cattolico attesta che i cristiani spesso hanno agito in politica divisi
tra di loro. Rimane emblematica la divisione - all'inizio
del XX secolo - tra clerico-moderati e social-popolari. Tanto
che Sturzo non si prefisse mai l'unità dei cattolici in
un solo partito.
Questa fu necessaria alla fine della seconda guerra mondiale, per fronteggiare
il pericolo comunista allora reale e per rifondare la democrazia in
Italia, dopo il ventennio fascista. Ma, come era prevedibile, venute
meno quelle ragioni storiche, le diverse anime del movimento cattolico
tornarono a dividersi. Finita la DC, una parte degli ex-democristiani
passò nei cosiddetti «cespugli» (PPI, CCD, CDU, UDEUR),
che ne riproducevano in pratica le vecchie correnti; altri invece preferirono
migrare verso lidi diversi. È nata così la «diaspora
politica» dei cattolici, che li vede dispersi ormai in tutti i
partiti.
La scelta del sistema elettorale maggioritario, ratificata con il referendum
del 1993, e il conseguente formarsi del bipolarismo hanno accelerato
il ritorno della divisione tradizionale tra «cattolici conservatori»,
che - come i vecchi «clerico-moderati» - sostengono
il programma liberista del centro-destra, e «cattolici democratici»,
che - eredi dei vecchi «popolari» - condividono
il programma sociale del centro-sinistra. Entrambi i poli sono formalmente
democratici, tuttavia le culture politiche a cui essi si ispirano sono
alternative: il prevalere dell'una o dell'altra avvia il
Paese verso un modello di società diverso.
Nessuno nega che la presenza dei cattolici moderati nel centro-destra
possa contribuire a rendere più conformi al pensiero sociale
cristiano scelte e principi del programma neoliberista, che obiettivamente
dista molto dalla dottrina sociale della Chiesa. Occorre però
ribadire con chiarezza che non tutti i programmi politici si equivalgono
per il solo fatto di essere «formalmente» democratici. Non
si può «ritenere - disse Giovanni Paolo II al Convegno
della Chiesa italiana a Palermo - ogni idea o visione del mondo
compatibile con la fede», né il cristiano può dare
«una facile adesione a forze politiche o sociali che si oppongano,
o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della Dottrina sociale
della Chiesa» («Allocuzione ai Convegnisti», in L'Osservatore
Romano, 24 novembre 1995, n. 10). La coerenza dell'agire cristiano
non riguarda soltanto il comportamento soggettivo di fronte alle singole
scelte; occorre altresì interrogarsi sulla coerenza del progetto
politico nel suo insieme. Infatti, l'ispirazione cristiana di
per sé è esigente, spinge a forme di riformismo coraggioso,
non conciliabili con il «moderatismo». Ciononostante, è
facile prevedere che vi saranno sempre forme diverse di presenza politica
dei cattolici, senza che ciò impedisca il formarsi di convergenze
trasversali qualora fossero in gioco valori fondamentali, sui quali
la coscienza cristiana non può transigere.
In ogni caso, però, occorrerà sempre distinguere tra un
generico richiamo alla «ispirazione cristiana» della politica
- di cui sono soliti fregiarsi non solo i «cespugli»
ex-democristiani, ma anche partiti pragmatici e idealmente agnostici
(non esclusa Forza Italia) - e il «popolarismo». Quest'ultimo
è diverso dal generico richiamo ai principi cristiani: è
un vero e proprio progetto di società, che i cattolici democratici
hanno ricevuto in eredità da Sturzo, attraverso De Gasperi, Dossetti,
Moro e tanti altri, a cui si sforzano di rimanere fedeli, senza per
questo pretendere di essere gli unici a rappresentare in politica i
valori cristiani.
In questa situazione, si può ancora guardare con fiducia al domani
dei cattolici democratici? Certamente sì. Infatti, è proprio
la «diaspora politica» dei cattolici ad accollare agli eredi
del popolarismo alcune specifiche responsabilità.
Una è quella di stimolare la nascita di una fase costituente,
volta a costruire l'area comune riformista, popolare e democratica,
alternativa all'area che si ispira alla cultura neoliberista.
Perché non rinnovare l'appello di Sturzo a tutti i «liberi
e forti», oggi dispersi nella società civile e nei diversi
schieramenti politici, dove non si trovano a loro agio? Non sono pochi
i riformisti, nei due poli, che soffrono l'incertezza o l'ambiguità
di alcune scelte su temi di grande rilevanza. Anche nella Casa delle
Libertà. Si pensi a quanti hanno subito, per esempio, la legge
sull'immigrazione (così scarsamente rispettosa della dignità
e dei diritti della persona), l'atteggiamento verso la guerra
in Iraq (così differente da quello profetico del Papa e della
coscienza cristiana), le posizioni xenofobe e razziste della Lega Nord
e i suoi attacchi contro la Chiesa.
Ma soprattutto la responsabilità fondamentale in tempo di «diaspora»
è quella della formazione spirituale e professionale dei cristiani
impegnati in politica, affinché nel Paese - e in particolare
all'interno della Margherita e dell'Ulivo - non vengano
meno il contributo ideale specifico dei cattolici democratici e la loro
stessa visibilità. Da un lato, pertanto, è necessario
predisporre appropriati luoghi d'incontro e di riflessione, dove
sia possibile imparare a pensare e ad agire politicamente; d'altro
lato, bisogna che a quanti scelgono di impegnarsi da cristiani in politica
non manchino la necessaria formazione e l'assistenza spirituale,
nella consapevolezza che il segreto della presenza e della efficacia
politica dei cattolici democratici - come insegnano Sturzo, il
Magistero della Chiesa e la storia - sta nella sintesi tra spiritualità
e professionalità.
Perciò, accanto a una accurata formazione politica, «il
cristiano deve anche assicurare che il "sale" del suo impegno
cristiano non perda il suo "sapore" e che la "luce"
dei suoi ideali evangelici non venga oscurata dal pragmatismo o, peggio,
dall'utilitarismo. Per questo, egli ha bisogno di approfondire
la sua conoscenza della Dottrina sociale cristiana, cercando di assimilarne
i principi e di applicarla con saggezza laddove è necessario.
Questo presuppone una formazione spirituale seria, alimentata dalla
preghiera. Una persona che sia superficiale, spiritualmente tiepida
oppure indifferente, o che si preoccupi in modo eccessivo del successo
e della popolarità, non potrà mai esercitare in modo adeguato
la sua responsabilità politica» (GIOVANNI PAOLO II, «Discorso
alla Fondazione Schuman», in L'Osservatore Romano,
8 novembre 2003, n. 4).
In conclusione, la tensione ideale di politici spiritualmente e professionalmente
formati è la premessa fondamentale per guardare al domani con
fiducia.
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