| |
Non c'è dubbio che alla base della Chiesa italiana vi
sia un certo malessere per il silenzio dei vescovi sulla grave situazione
del Paese. Di quando in quando questo disagio è affiorato sulle
pagine dei giornali, finché ultimamente è esploso anche
sulla stampa cattolica. Nel numero di ottobre 2003 di Jesus,
il mensile di cultura e attualità edito dai Periodici San Paolo,
è apparsa una lettera aperta dell'on. Franco Monaco, già
presidente dell'Azione Cattolica ambrosiana dal 1986 al 1992 e
attualmente vice-capogruppo della Margherita alla Camera dei Deputati:
«Cari vescovi, perché tanto silenzio sull'Italia?»(Jesus,
10 [2003] 6 s.).
Dando voce a uno stato d'animo diffuso, Franco Monaco evidenzia
«cinque punti di sofferenza» che rendono critica la situazione
attuale del Paese, ne rendono incerto il futuro e, proprio per questo,
esigerebbero una chiara parola dei vescovi. Questi «punti»
sono: il disprezzo aperto della legalità; il rischio di un conflitto
senza sbocco tra istituzioni e parti sociali; il venir meno del ruolo
europeista e di promozione della pace che l'Italia finora ha sempre
svolto; l'egemonia del «pensiero unico» neoliberista,
cioè di una visione puramente mercantile della politica; la concentrazione
patologica dei mass media e dell'informazione in poche
mani. Perché su questi punti i vescovi tacciono? Nessuno chiede
loro di darne un giudizio politico, che spetta al laicato, ma una chiara
valutazione etica. Ai vescovi si chiede cioè che illuminino le
coscienze sia dei politici, sia dei fedeli affinché le riforme
necessarie si compiano in modo responsabile, nel rispetto dei valori
etici e del bene comune. Ciò è tanto più importante
oggi, quando chi governa non cessa di ripetere che vuole «cambiare
il Paese». Nulla da dire sul come?
Per comprendere il senso del dibattito, occorre chiarirne gli elementi
principali: 1) il silenzio dei vescovi oggi; 2) i loro insegnamenti
di ieri; 3) il ruolo del laicato.
1. Il silenzio dei vescovi oggi
Tutti sappiamo come, alla vigilia delle consultazioni elettorali, giungesse
immancabile e puntuale il comunicato dei vescovi per ricordare ai cattolici
il grave dovere di andare a votare, di votare «bene» e di
votare «uniti». Gli interventi della CEI cominciarono a
rarefarsi sotto i pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI. In seguito
si fecero sempre più radi e sfumati, a misura che cresceva di
intensità e di visibilità il servizio apostolico di Giovanni
Paolo II. Finché si finì col lasciare praticamente al
Papa il compito di intervenire. Ciò apparve in modo evidente
al Convegno ecclesiale di Loreto (1985), quando fu Giovanni Paolo II
(e non i vescovi) a richiamare i cattolici italiani alla storia del
Paese e a esortarli a rimanere fedeli all'«impegno unitario»
in politica (cfr L'Osservatore Romano, 12 aprile 1985, n. 8).
Dopo di allora, il Papa intervenne più volte sull'impegno
sociale dei cattolici italiani, affrontando il tema perfino in una lettera
scritta ad hoc ai vescovi («Le responsabilità dei cattolici
di fronte alle sfide dell'attuale momento storico», in L'Osservatore Romano, 13 gennaio 1994).
Solamente nel 1995, in occasione del Convegno ecclesiale di Palermo,
furono dette - ancora una volta dal Papa - le parole che
molti avrebbero desiderato ascoltare dai vescovi qualche anno prima,
quando l'unità dei cattolici nella DC già era divenuta
anacronistica sia sul piano storico (a causa delle trasformazioni avvenute
nel Paese), sia sul piano teologico (dopo le acquisizioni teologiche
e pastorali del Concilio Vaticano II). «La Chiesa - disse
Giovanni Paolo II a Palermo - non deve e non intende coinvolgersi
con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto
non esprime preferenze per l'una o per l'altra soluzione
istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell'autentica
democrazia» («Allocuzione ai Convegnisti», in L'Osservatore Romano, 24 novembre 1995, n. 10). Con queste parole il Papa di per sé
richiamò un principio generale, universalmente valido; tuttavia
quel monito autorevole, rivolto direttamente alla Chiesa italiana dopo
50 anni di «collateralismo» con la DC, assumeva evidentemente
un significato particolare. Si trattava, dunque, di applicare alla mutata
situazione del Paese il principio generale enunciato dal Papa. A Palermo
però nessuno ci provò. Ci si limitò a ripetere
le sue parole, senza fare commenti.
Fu il card. Martini - qualche giorno dopo - a intervenire
sul silenzio dei vescovi, richiamandosi appunto al monito del Papa.
Il 6 dicembre 1995, nel discorso di sant'Ambrogio (C'è
un tempo per tacere e un tempo per parlare), disse testualmente:
«la Chiesa non deve tacere perché [in Italia] è
in gioco la sopravvivenza dell'ethos politico. Non è la
Chiesa come tale a essere in pericolo; è la natura stessa della
politica e quindi della democrazia». E il Cardinale indicò
esplicitamente i principali pericoli che la democrazia oggi corre nel
nostro Paese, di fronte ai quali - ribadì - i vescovi
non possono tacere. La Chiesa - esemplificò il Cardinale
- non può rimanere neutrale o muta nei confronti di una
cultura politica che contesta la funzione dello Stato nella tutela dei
più deboli; nei confronti di una logica decisionistica che cerca
di estorcere il consenso per via plebiscitaria; dinanzi al diffondersi
di un liberismo utilitaristico che fa del profitto, della efficienza
e della competitività un fine, a cui subordina le ragioni della
solidarietà; in presenza di una politica che si rifà a
una logica conflittuale inaccettabile, secondo cui chi vince piglia
tutto e chi perde è solo un nemico da eliminare (cfr MARTINI
C. M., «Chiesa e comunità politica», in Aggiornamenti
Sociali, 2 [1996] 170).
Quel discorso dell'Arcivescovo di Milano è un chiaro esempio
di come, senza compromettersi in scelte di parte, estranee alla loro
missione religiosa, i vescovi devono e possono intervenire a formare
la coscienza dei fedeli, esprimendo un giudizio morale sui «punti
di sofferenza» della democrazia nel nostro Paese. «Non è
dunque questo un tempo di indifferenza, di silenzio - concludeva
il Cardinale - e neppure di distaccata neutralità o di
tranquilla equidistanza. Non basta dire che non si è né
l'uno né l'altro, per essere a posto; non è
lecito pensare di poter scegliere indifferentemente, al momento opportuno,
l'uno o l'altro a seconda dei vantaggi che vengono offerti.
È questo un tempo in cui occorre aiutare a discernere la qualità
morale insita non solo nelle singole scelte politiche, bensì
anche nel modo generale di farle e nella concezione dell'agire
politico che esse implicano. Non è in gioco la libertà
della Chiesa, è in gioco la libertà dell'uomo; non
è in gioco il futuro della Chiesa, è in gioco il futuro
della democrazia» (ivi, 171).
Certo, giustamente i vescovi si preoccupano di mantenersi equidistanti
da ogni schieramento politico, non solo perché ciò è
richiesto dalla natura religiosa della loro missione, ma anche per evitare
che il pluralismo dei cattolici, legittimo in politica, produca lacerazioni
e divisioni nella vita della comunità ecclesiale. Tuttavia, la
necessaria equidistanza dagli schieramenti partitici non significa neutralità
di fronte alle implicazioni etiche e sociali dei diversi programmi politici.
Infatti, il silenzio in tal caso potrebbe indurre i fedeli a credere
che tutti i modelli di società, per il solo fatto di essere formalmente
«democratici», si equivalgano e che i cristiani possano
indifferentemente aderire all'uno o all'altro, purché
si comportino con coerenza di fronte alle singole scelte. Ora, le cose
non stanno così. La coerenza dell'agire cristiano non riguarda
soltanto il comportamento personale di fronte alle singole scelte; il
cristiano dovrà anche interrogarsi sulla coerenza oggettiva di
un progetto politico, preso nel suo insieme. Infatti, - disse
Giovanni Paolo II a Palermo - non si può «ritenere
ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede», né
si può dare «una facile adesione a forze politiche o sociali
che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi
della Dottrina sociale della Chiesa» («Allocuzione ai Convegnisti»,
cit., 10).
Dunque, oggi, il rimanere in silenzio di fronte alla gravità
della situazione italiana non appare motivato. I vescovi non possono
esimersi dall'illuminare le coscienze dei fedeli sulla coerenza
o meno con la Dottrina sociale della Chiesa dei programmi politici che
nel Paese si confrontano. È sempre valido l'ammonimento
di san Gregorio Magno: come «un discorso imprudente trascina nell'errore,
così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro
che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere
il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch'è
giusto» (in Regola pastorale, Lib. 2, 4; PL 77, 30).
2. Gli insegnamenti di ieri
Mentre si avverte il peso del silenzio di oggi, è opportuno però
richiamare i numerosi interventi passati della CEI sulla situazione
italiana. Alcuni di essi, nonostante risalgano a vari anni fa, mantengono
una straordinaria attualità. Perciò, bisogna riconoscere
che il silenzio dei vescovi, in ogni caso, è relativo. Come non
ricordare - per esempio - il documento del Consiglio Permanente
della CEI: La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (23
ottobre 1981), quello firmato dall'intero episcopato italiano
su Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno
(18 ottobre 1989) o il messaggio della Presidenza della CEI sulla Presenza
unita dei cristiani nella vita sociale e politica (30 giugno 1993)?
Soprattutto appare di straordinaria attualità la Nota pastorale
della Commissione ecclesiale «Giustizia e Pace»: Educare
alla legalità, del 4 ottobre 1991. Si direbbe scritta oggi.
Dopo aver richiamato sommariamente le ragioni della crisi della politica
italiana (n. 7), la Nota denuncia i pericoli che la democrazia corre
nel nostro Paese, a motivo della perdita di tensione etica. Il primo
rischio - essa afferma - è che «le leggi, che
dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa
e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi
degli interessi comuni», a causa del prevalere di poteri e interessi
forti, finiscano col trasformarsi in «leggi "particolaristiche"
(cioè in favore di qualcuno)» (n. 8). Come non pensare
all'abuso al quale oggi assistiamo, da parte di chi ha il potere,
di emanare leggi destinate chiaramente a tutelare interessi particolari
(o addirittura personali) del leader e dei suoi sostenitori?
In secondo luogo, la Nota denuncia il pericolo che la democrazia
in Italia degeneri in «populismo», per cui «il parlamento
corre il rischio di essere ridotto a strumento di semplice ratifica
di intese realizzate al suo esterno, con il conseguente impoverimento
della funzione delle assemblee legislative» (ivi). È
esattamente quanto sta accadendo oggi. Come non pensare alla presente
delegittimazione dell'attività parlamentare (spesso bloccata
da disegni di legge blindati e sottratti al necessario dibattito), e
anche di altre fondamentali istituzioni dello Stato, in seguito ai continui
attacchi alla Magistratura, alla Corte costituzioale, alla stessa Presidenza
della Repubblica? E che dire della delegittimazione di altre essenziali
forme di rappresentanza democratica, come nel caso dei sindacati?
Infine, la Nota punta il dito contro una classe politica che,
«con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, [...]
annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l'opinione
che si possa disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece
comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto
per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita
o persino premiata la loro trasgressione della legge» (n. 9).
Come non pensare a quanto accade oggi, quando l'attuale classe
dirigente si serve del potere legislativo per sottrarsi alla giustizia,
emanando leggi ad hoc per garantirsi l'immunità
(come la legge che depenalizza il falso in bilancio e il «lodo
Schifani» per sospendere i processi alle più alte cariche
dello Stato)? Quale senso della legalità e dello Stato si potrà
mai diffondere nel Paese, di fronte a simili comportamenti della classe
politica?
Perché non richiamare quegli insegnamenti, oggi che le storture
allora denunciate si sono ulteriormente accentuate, come già
fece la Commissione ecclesiale «Giustizia e Pace» in occasione
di Tangentopoli, con la Nota: Legalità, giustizia e moralità,
del 20 dicembre 1993? Il silenzio sui «punti di sofferenza»
appare dunque inspiegabile ed è difficile controbattere a quanti
avanzano il sospetto che la profezia sia frenata dalla diplomazia, cioè
dalla speranza di vantaggiose contropartite per il bene della comunità
ecclesiale e in difesa di alcuni valori etici (si tratti dei sussidi
alle scuole cattoliche o dei finanziamenti agli oratori o dei buoni-famiglia).
3. Il ruolo del laicato
In ogni caso, anche nell'ipotesi che i vescovi escano dalla loro
afasia, ben poco servirebbero le loro parole senza la presenza in Italia
di un laicato consapevole delle proprie responsabilità. Gli stessi
laici, mentre giustamente chiedono ai Pastori di non tacere di fronte
ai gravi interrogativi suscitati dell'attuale situazione del Paese,
si interroghino però seriamente per vedere che cosa essi stessi
possono e devono fare. Infatti - spiega il Concilio Vaticano II
- dai loro Pastori «i laici si aspettino luce e forza spirituale.
Non si aspettino, però, che i loro Pastori siano sempre esperti
a tal punto che, a ogni nuovo problema, anche a quelli più gravi,
possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li
chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria
responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e prestando
fedele attenzione alla dottrina del Magistero» (Gaudium et
spes, n. 43).
In altre parole, l'orientamento dei Pastori è sì
necessario, ma non potrà mai supplire alla mancanza di maturità
spirituale e di competenza professionale dei laici impegnati in politica.
Dopo oltre cent'anni di Dottrina sociale della Chiesa e dopo oltre
cinquant'anni di vita democratica in Italia, non dovrebbe essere
difficile distinguere un programma politico dall'altro, coglierne
la differente ispirazione ideale e le implicazioni etiche, giudicarne
la consonanza o meno con gli ideali cristiani.
D'altra parte, i criteri fondamentali dell'agire cristiano
in politica dovrebbero essere noti a tutti. Non è certamente
necessario che i vescovi ribadiscano la legittimità del pluralismo
politico dei cattolici, dopo che Paolo VI - rifacendosi al Concilio
Vaticano II - ha insegnato a chiare lettere che «nelle situazioni
concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno,
bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili.
Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi»
(Lettera apostolica Octogesima adveniens, n. 50). Parimenti,
i fedeli laici dovrebbero sapere bene che pluralismo non è sinonimo
di indifferentismo; che i diversi programmi politici non si equivalgono;
che l'ispirazione cristiana non funge solo da coscienza critica,
respingendo quanto vi può essere di negativo in una cultura politica
o in un programma di partito, ma funge soprattutto da stimolo propositivo
e creativo, spingendo cioè alla realizzazione di una società
ispirata alla visione cristiana della vita e della storia.
Applicando questi criteri alla situazione italiana di oggi, i fedeli
laici responsabili possono già da soli trarne le conclusioni
operative.
Non c'è dubbio, invece, che sia necessario un chiarimento
da parte dei vescovi sulle implicazioni etiche e sociali delle filosofie
politiche dei due poli. Di fronte al dilagare della cultura neoliberista
(che è all'origine dei «punti di sofferenza»
ricordati all'inizio), come esimersi dallo spiegare le ragioni
per cui essa è lontana dall'insegnamento sociale della
Chiesa? Perché tacere sulla responsabilità morale e storica
di quei cattolici che, pur soffrendo e sforzandosi di «migliorare»
leggi che sono in contrasto con la cultura cristiana, finiscono poi
col votare il programma neoliberista, contribuendo così a costruire
un modello di società, non solo difforme dalla Dottrina sociale
della Chiesa, ma incapace di risolvere i problemi di una Italia «a
due velocità», perché fa ricadere sui più
deboli il peso maggiore di riforme destinate a premiare i più
forti? I dati più recenti dimostrano che non si tratta affatto
di un pregiudizio dei «comunisti», come si vuole far credere.
Secondo l'ultimo Rapporto Italia dell'Eurispes,
le famiglie italiane che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese,
un anno fa erano il 38,7%, oggi sono il 51,2%.
Perché, infine, i vescovi non intervengono a sostenere tanti
fedeli laici impegnati (anche attraverso significative esperienze di
formazione sociale e politica) a trovare una forma nuova di presenza
adeguata alle sfide attuali, senza rimpianti per il passato, per edificare
insieme con tutti i «liberi e forti» una democrazia compiuta?
In conclusione, il dibattito sul silenzio dei vescovi, affrontato nei
suoi veri termini, non solo non è irrispettoso, ma anzi può
risultare proficuo e può suscitare quel soprassalto di coraggio
evangelico di cui oggi ha bisogno tutta la Chiesa italiana, Pastori
e laici insieme.
|