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Con il termine «Commercio equo e solidale» (CEES) si
definisce una modalità di relazione commerciale tra i produttori
del Sud del mondo e i consumatori del Nord alternativa a quella tradizionale.
Più specificamente, vengono ricondotti in questa categoria
quei prodotti alimentari e di artigianato provenienti dai Paesi del
Sud del mondo con caratteristiche particolari rispetto a prodotti
analoghi venduti sul mercato. Le differenze riguardano il processo
produttivo e distributivo più che la natura del prodotto.
È possibile identificare le caratteristiche principali dei
prodotti del CEES sulla base dei criteri che la European Fair
Trade Association (EFTA) adotta per decidere quali beni importare.
Concretamente i produttori del Sud e gli intermediari commerciali
coinvolti nell'operazione devono soddisfare i seguenti requisiti:
1) pagare un salario equo nel contesto locale;
2) offrire ai lavoratori opportunità di miglioramento;
3) promuovere le pari opportunità di lavoro per tutte le persone,
in particolare per i più svantaggiati;
4) realizzare procedure sostenibili dal punto di vista ambientale;
5) essere trasparenti e garantire informazione adeguata sulle caratteristiche
del prodotto e sulla distribuzione del valore ai vari componenti della
filiera (produttori locali, importatori, botteghe, ecc.);
6) costruire relazioni commerciali di lungo periodo tra produttori
e importatori;
7) fornire condizioni lavorative sane e sicure nel contesto locale;
8) provvedere assistenza finanziaria e tecnica ai produttori, se possibile.
Il CEES nel sistema economico
Il CEES rappresenta uno degli strumenti più interessanti attraverso
cui i consumatori possono dare un contributo alla soluzione dei problemi
della sostenibilità sociale e ambientale dello sviluppo. Infatti,
al di là del suo effetto diretto di sostegno e promozione dei
produttori con cui è in relazione, esso è in grado di
generare importanti effetti indiretti, contribuendo a orientare i
comportamenti di imprese e istituzioni verso una maggiore responsabilità
sociale. Numerosi studi recenti dimostrano infatti che la nascita
del CEES ha «rivelato» ai produttori convenzionali la
presenza di una quota non marginale di consumatori le cui scelte di
consumo sono basate non solo sui tradizionali elementi di prezzo e
qualità, ma anche sul valore sociale del prodotto. Questa scoperta
rende ottimale per le imprese tradizionali, in termini di perseguimento
dell'obiettivo di massimizzazione del profitto, aumentare il
proprio grado di responsabilità sociale per catturare questa
parte dei consumatori.
In questo senso il CEES diventa un importante strumento attraverso
il quale è possibile risolvere «dal basso» il problema
del rapporto tra competizione e solidarietà nel mercato, facendo
diventare la solidarietà una delle variabili su cui si gioca
la concorrenza. Per la natura del meccanismo concorrenziale, infatti,
il sistema di mercato porta a esaltare gli individui in qualità
di consumatori (se la concorrenza funziona essi dispongono di una
gamma sempre più vasta di beni a prezzi convenienti) e a «sfruttarli»
come lavoratori (la lotta competitiva tra le aziende può avvenire
anche riducendo il costo del lavoro o rendendolo più precario,
ad es. trasferendo la produzione in Paesi dove il lavoro è
meno garantito e meno costoso). Il CEES rappresenta in questa prospettiva
uno strumento per ricomporre la «schizofrenia» di agenti
economici beneficiati in qualità di consumatori e minacciati
in qualità di lavoratori. Se il consumatore ricorda di essere
anche l'altro termine del problema, cioè di essere al
tempo stesso lavoratore, scegliendo prodotti più socialmente
responsabili può far diminuire la convenienza per le imprese
di competere riducendo i costi della manodopera.
Inoltre, il CEES gioca un ruolo limitato ma importante nella soluzione
di un problema generato dalla globalizzazione e dalla delocalizzazione
produttiva: la concorrenza tra lavoratori poco specializzati del Nord,
che godono di tutele elevate, e lavoratori del Sud disposti a lavorare
a salari notevolmente più bassi. È illusorio pensare
di risolvere problemi di questo genere con iniziative sindacali in
un solo Paese; serve invece un approccio globale che riequilibri i
costi del lavoro migliorando rapidamente le condizioni sociali dei
lavoratori del Sud. Con gli acquisti di prodotti socialmente responsabili
i consumatori del Nord agiscono da «sindacalisti» per
i lavoratori del Sud, creando incentivi per un miglioramento delle
loro condizioni di lavoro.
Una tipica obiezione è che il CEES rappresenterebbe una distorsione
del mercato e un fattore di inefficienza. Inoltre, secondo i fautori
del liberismo, la delocalizzazione produttiva delle imprese, aumentando
la domanda di lavoro nei Paesi in via di sviluppo, creerebbe automaticamente
le condizioni per una convergenza di queste aree verso il nostro benessere.
In realtà questo tipo di analisi trascura il fatto che per
lavoratori poco specializzati e altamente sostituibili i benefici
derivanti dall'apertura commerciale sono assolutamente limitati.
Per usufruire dei benefici della globalizzazione è necessaria
infatti una spinta iniziale che consenta di aumentare i redditi familiari,
di uscire dalla «trappola della povertà» e di investire
in istruzione delle generazioni più giovani per sottrarre questi
lavoratori alla marginalità e all'esclusione dal circuito
economico. I principi del CEES rappresentano efficaci strategie in
questa direzione e la loro applicazione fondata sulla libera scelta
dei consumatori non costituisce affatto una distorsione del mercato,
ma piuttosto un'opportunità di incorporare nelle scelte
di consumo un ampliamento in senso sociale e/o ambientale del concetto
di qualità del prodotto.
Una analisi dettagliata dei principi
È possibile verificare questa affermazione analizzando in maggiore
dettaglio alcuni dei principi di base del CEES:
1) prezzo equo, tale da consentire ai lavoratori e alle loro famiglie
il soddisfacimento dei bisogni essenziali e un livello di vita dignitoso.
Il prezzo viene preferibilmente concordato tra produttore e importatore,
e non imposto sulla base del potere di mercato degli importatori,
come avviene tradizionalmente. L'organizzazione del CEES tende
a ridurre il margine degli intermediari sul prezzo finale mediante
importatori «leggeri» e la distribuzione attraverso dettaglianti
non-profit (le c. d. «Botteghe del Mondo» o BDM)
e assicura ai produttori ricavi più alti rispetto ai canali
commerciali tradizionali;
2) piena dignità del lavoro o «sostenibilità sociale»
del processo produttivo, sottolineando in particolare l'importanza
di caratteristiche quali un ambiente di lavoro salubre e la non discriminazione
sul lavoro delle fasce deboli della popolazione (ad es. donne o disabili).
Il CEES assicura ai prodotti che garantiscono condizioni migliori
ai lavoratori un canale di accesso privilegiato ai consumatori;
3) prefinanziamento dei partner commerciali del Sud del mondo.
Si intende in questo modo intervenire su uno dei più pesanti
vincoli allo sviluppo nelle aree rurali del Sud del mondo: la difficoltà
di ottenere credito bancario da parte di piccoli produttori privi
di garanzie patrimoniali, che spesso sono vittime degli usurai locali;
4) sostenibilità ambientale. Per rispettare questo requisito
il CEES privilegia i processi produttivi a basso impatto ambientale,
evita l'utilizzo di beni intermedi scarsi e difficilmente riproducibili
(ad es. concimi chimici o pesticidi), ricorre sempre più spesso
all'agricoltura biologica;
5) investimento in beni pubblici locali. L'applicazione di questo
principio di solidarietà dà priorità a progetti
nei quali il surplus ricavato dai produttori locali è
destinato a investimenti che incrementano la disponibilità
di beni pubblici locali di rilevante impatto sociale (ad es. scuole,
ospedali, investimento nella formazione, ecc.);
6) trasparenza: il consumatore deve essere consapevole e pienamente
informato circa la ripartizione del prezzo pagato. A tal fine la maggior
parte dei prodotti è accompagnata da schede che dettagliano
le voci che compongono il costo finale (prezzo pagato al produttore,
costi di trasporto, dazi, ecc.).
Riflettendo su tali principi e valutandone l'impatto sulle relazioni
economiche è possibile dimostrare come il CEES possa fornire
soluzioni a una serie di fallimenti del mercato, che stanno dietro
i grandi squilibri dello scenario economico globale contemporaneo.
La diffusione del CEES
I dati sulla diffusione del CEES indicano nei Paesi del Nord Europa
una crescita sostenuta negli anni '90, seguita da una stagnazione,
e una crescita molto sostenuta che parte da livelli più bassi
nei Paesi mediterranei negli ultimi anni. Per alcuni prodotti il CEES
ha raggiunto quote di mercato ragguardevoli, grazie anche alla penetrazione
nei canali distributivi tradizionali (supermercati e negozi): 15%
per le banane in Svizzera, 4% circa per il tè in Svizzera,
2,5% circa per il caffè in Germania. Secondo dati diffusi dall'EFTA,
nel 2001 vi erano in Italia 374 BDM, mentre alcuni prodotti del CEES
erano reperibili in oltre 2.600 supermercati. Nel settore erano impegnati
un centinaio di lavoratori e circa 1.500 volontari, con un giro di
affari di oltre 16 milioni di euro. Introdotto nel nostro Paese alla
fine degli anni '80, il CEES vive una fase di notevole crescita,
tanto che nel 2003 il fatturato del principale importatore è
quasi raddoppiato. Il 6 maggio 2003 è stata costituita una
associazione di categoria, l'AGICES (Associazione Assemblea
Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale), che raggruppa oggi
le 10 centrali di importazione e oltre 180 BDM; è l'ente
depositario della Carta Italiana dei Criteri del CEES e si propone
di costituire un registro degli operatori del settore.
Direttrici di sviluppo futuro
È possibile rilevare alcune linee guida che il CEES deve tener
presente se vuole rendere sempre più efficace il suo ruolo
di «lievito» del sistema delle relazioni economiche in
direzione di una loro maggiore sostenibilità:
1) sviluppo di meccanismi di certificazione in grado di eliminare
sospetti o asimmetrie informative tra consumatori e venditori;
2) penetrazione in altri canali di distribuzione al fine di ovviare
alle strozzature oggi esistenti (eccessiva distanza dal punto vendita
dei consumatori disposti ad acquistare), tutelando nel contempo l'importanza
e il ruolo delle BDM nella loro duplice funzione di dettaglianti e
produttori di cultura e formazione;
3) professionalizzazione degli operatori interni al movimento;
4) sviluppo di una più incisiva attività culturale e
di lobbying a livello istituzionale per ottenere il riconoscimento
del ruolo attivo del CEES nella promozione dello sviluppo sostenibile;
5) approfondimento e sviluppo delle nuove prospettive di azione nel
solco della responsabilità sociale che si aprono nel tempo
(ad es. allargamento ai temi della tutela della biodiversità),
al fine di mantenere la leadership nel settore della responsabilità
sociale e di competere efficacemente con potenziali nuovi entranti
nel mercato (le stesse imprese tradizionali);
6) finalizzazione sempre maggiore del trasferimento di risorse all'investimento
in capitale umano e in beni pubblici locali
Quest'ultimo è un punto chiave: il surplus generato
dal CEES e concesso ai produttori locali deve stimolare l'autosostenibilità
futura, altrimenti si finirebbe per creare un meccanismo di dipendenza
permanente dei lavoratori scarsamente specializzati del Sud dalla
domanda etica dei consumatori del Nord, con il rischio di esporre
i primi alla volatilità dei gusti etici del Nord. La finalizzazione
del trasferimento alla formazione del capitale umano può e
deve ridurre progressivamente tale dipendenza. Data la gravità
dei problemi di sostenibilità ambientale e sociale dello sviluppo,
l'attenzione a evitare fenomeni di dipendenza non svuoterà
il senso del CEES, soprattutto se il movimento saprà mantenere
il proprio ruolo di fermento e cogliere le nuove frontiere di impegno
che via via si prospetteranno.
Per saperne di più
BECCHETTI L. - PAGANETTI L., Finanza etica, commercio equo
e solidale. La rivoluzione silenziosa della responsabilità
sociale, Donzelli, Roma 2003.
REINA A., Un mercato diverso. Guida al commercio equo e solidale,
EMI, Bologna 1999.
<www.agices.it>.
<www.altreconomia.it>.
<www.eftafairtrade.org>.
<www.ifat.org>.
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