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Dal 1° luglio al 31 dicembre 2003, l'Italia ha tenuto la
presidenza di turno dell'Unione Europea. Un «semestre»
né facile, né esaltante. Per quanto riguarda gli obiettivi
prefissati, è onesto riconoscere che esso ha coinciso con una
situazione internazionale particolarmente difficile, che non poteva
non ripercuotersi nella vita interna dell'Unione Europea e nei
rapporti tra gli Stati membri. Il problema più grave che ha pesato
sul «semestre italiano» è stata certamente la frattura,
non ancora sanata, prodottasi a seguito della guerra anglo-americana
contro l'Iraq: alcuni Paesi si sono schierati con gli Stati Uniti
e la Gran Bretagna (Italia, Spagna e numerosi altri dell'Est in
procinto di entrare nell'Unione), altri sono rimasti fermamente
contrari alla «guerra preventiva» (Francia, Germania e Belgio).
1. Europeismo in crisi
Di questa spaccatura ha risentito soprattutto la Conferenza intergovernativa
(CIG), inaugurata a Roma il 4 ottobre con grande solennità, che
avrebbe dovuto portare entro il 31 dicembre alla approvazione della
bozza del Trattato costituzionale, elaborata in due anni di lavoro dalla
Convenzione presieduta da Valéry Giscard d'Estaing. Uno
degli ostacoli al sereno raggiungimento di questo fondamentale obiettivo
è stato lo scontro tra il Consiglio dei ministri economici e
finanziari (ECOFIN) e la Commissione europea sull'applicazione
del «patto di stabilità e crescita», episodio che
ha manifestato ancora una volta le profonde tensioni latenti tra Commissione
e Governi nazionali (cfr PISTELLI L., «Una Costituzione per l'Europa»,
in Aggiornamenti Sociali, 9-10 [2003] 602-615). Com'è
noto, il «patto di stabilità e crescita», adottato
a Maastricht nel 1997, obbliga gli Stati dell'Unione economica
e monetaria a una precisa disciplina fiscale e di bilancio, per evitare
che il disavanzo di ciascuno Stato superi il 3% del suo PIL. Ora, dovendosi
comminare alla Germania e alla Francia le sanzioni previste per chi
non osserva le regole, i Paesi europei si sono divisi ancora una volta
tra Francia e Germania (appoggiate dall'Italia, dal Belgio e dal
Lussemburgo), propense a una interpretazione «più flessibile»
del patto e al trasferimento del potere di controllo dalla Commissione
europea ai Governi nazionali interessati, e gli altri Paesi che invece
chiedono che si mantenga l'osservanza rigorosa delle regole e
che il potere di controllo resti in mano alla Commissione. Questo contrasto
di fondo spiega lo scarso successo del «conclave» dei Ministri
degli Affari Esteri (Napoli, 28-29 novembre). Infatti, se è vero
che a Napoli si è raggiunto un importante accordo di massima
sulla politica europea di difesa e di sicurezza, tuttavia i nodi più
difficili (il sistema di voto, e il numero dei commissari nel Consiglio
europeo) sono stati semplicemente rinviati al vertice dei Capi di Stato
e di Governo (Bruxelles, 12-13 dicembre).
Oltre a queste difficoltà obiettive incontrate dal «semestre
italiano», a renderlo meno esaltante sono venute le gaffe
del Presidente: a cominciare dallo scontro del primo giorno a Strasburgo
(il 2 luglio) con l'on. Martin Schultz, Vicepresidente del gruppo
parlamentare socialista al Parlamento europeo (i cui strascichi polemici
indussero il cancelliere Schröder a disdire le vacanze in Italia),
alla inopportuna e assurda difesa della politica di Vladimir Putin in
Cecenia, osteggiata dall'Unione Europea, in occasione del vertice
UE-Russia (Roma, 6 novembre), che ha indotto l'Europarlamento
a votare una severa censura nei confronti del Presidente di turno.
Con queste premesse poco incoraggianti si apre ora il 2004, un anno
che si annuncia d'importanza cruciale per il futuro dell'Unione.
Infatti, la attendono tre scadenze importanti: anzitutto, una volta
approvato il Trattato costituzionale, l'Unione dovrà dare
attuazione alla nuova struttura istituzionale ivi prevista; poi, il
1° maggio diverrà effettivo l'allargamento dell'Unione
ad altri dieci Stati (otto dell'Europa centro-orientale, più
Malta e Cipro), i cui trattati di adesione già sono stati firmati
ad Atene il 17 aprile 2003; infine, a giugno, si terranno le elezioni
europee, e la nuova Commissione, che in seguito sarà nominata,
avrà il compito delicato di inaugurare la nuova fase istituzionale
del cammino comunitario.
Come appare da questi cenni sommari, il vero problema dell'Europa
oggi è essenzialmente «politico». Alcuni si chiedono
se non sia in crisi l'europeismo. Infatti, è opinione comune
dei commentatori che nel vecchio continente oggi siamo in presenza di
un ritorno di nazionalismo, che si manifesta nella tendenza dei Governi
a riprendersi quella quota di autonomia, alla quale avevano rinunciato
al momento di intraprendere la via della integrazione comunitaria. Ebbene,
proprio la natura politica delle difficoltà fa risaltare la necessità
che l'Unione si dia un Governo forte, capace di far osservare
da tutti le regole sottoscritte, al di là di interessi particolari
e prescindendo dalla forza dei singoli Stati. Altrimenti sarà
la fine non soltanto della stabilità economica, ma anche della
stessa idea di Europa unita.
Tuttavia, accanto a questi rischi obiettivi, non mancano segnali che
invece fanno ben sperare per il futuro. Noi qui vorremmo attirare l'attenzione
su uno di essi che può rivelarsi di importanza decisiva. Ci riferiamo
al «manifesto europeo» (Europa: il sogno, le scelte)
del Presidente della Commissione, Romano Prodi, diffuso il 10 novembre
2003, che noi citiamo dal sito ufficiale (<http//eu
ropa.eu.int/comm/commissioners/prodi/index_it.htm>). Dopo una
breve sintesi del suo contenuto, vedremo in che modo l'intervento
di Prodi possa riuscire effettivamente a ravvivare l'europeismo
che oggi sembra attraversare una fase di stanca.
2. Un «manifesto europeo»
Di fronte ai rischi reali cui va incontro oggi la costruzione della
casa comune europea, il «manifesto» di Prodi assume un valore
non solo simbolico e morale, ma anche operativo. Infatti, il Presidente
della Commissione, alla vigilia dell'approvazione della nuova
Costituzione e dell'allargamento dell'UE e all'avvicinarsi
delle prossime elezioni del 2004, invita tutti i riformisti europei
a unirsi in una lista comune, per rilanciare un progetto più
coraggioso di Unione. Nell'intento di ridare vigore agli ideali
dell'europeismo, Prodi espone con un linguaggio a tutti comprensibile
il «sogno» (come egli lo chiama) di un'Europa più
libera, più solidale e più unita. Non espone un programma
vero e proprio, ma appunto un «sogno» e un progetto, che
bisognerà poi tradurre in programma. Parla perciò di sfide,
di valori e di scelte.
a) Le sfide. - Le principali si collegano ai processi di globalizzazione
oggi in atto nel mondo. Infatti, nessuna nazione può più
affrontare da sola i nuovi problemi. Questi infatti sono tutti planetari:
o li affrontiamo uniti o ne saremo tutti sopraffatti. Cambia l'equilibrio
tra le diverse regioni del mondo: riuscirà l'Europa a tener
testa all'America, dove l'innovazione tecnologica è
molto più avanzata, o all'India e alla Cina, i cui prodotti,
grazie al rapido processo di sviluppo tecnologico e al basso costo del
lavoro, sono diventati fortemente concorrenziali con quelli europei?
E che dire della «bomba demografica»? L'invecchiamento
della popolazione e la crescita zero dei Paesi europei impongono di
ripensare le politiche della famiglia, del lavoro, della previdenza,
dell'educazione e della immigrazione. Con quale coscienza, mentre
giustamente ci preoccupiamo del futuro, continuiamo poi a distruggere
e a inquinare l'ambiente, a usare in modo scriteriato acqua, aria,
terra ed energia, da cui la stessa vita umana dipende?
Ciononostante - insiste Prodi - le sfide non vanno viste
solo come rischi, bensì anche come «opportunità»
di crescita. «Per cogliere queste opportunità - riconosce
il «manifesto»-, noi europei abbiamo straordinari
punti di forza sui quali contare. Con un interscambio quasi pari a quello
di Stati Uniti e Sud Est asiatico messi insieme siamo già ora
una potenza commerciale che non conosce confronti [...]. Abbiamo
una moneta comune, l'euro, che si sta imponendo accanto al dollaro
sui mercati finanziari internazionali [...]. Abbiamo sviluppato,
in cinquant'anni di costruzione europea, un'esperienza politica
e istituzionale [...] che costituisce il più riuscito e straordinario
esempio di democrazia soprannazionale. Abbiamo nelle nostre nazioni,
nelle nostre regioni, nelle nostre città una ricchezza e una
diversità di storie, di culture, di tradizioni senza pari».
La sfida, dunque, si tramuta in preziosa occasione di trafficare i talenti
di cui disponiamo. A questo punto viene la domanda cruciale: quale Europa
vogliamo? Su quali valori intendiamo fondare la casa comune?
b) I valori. - Fin dall'inizio, in conformità con
la concezione dei Padri fondatori, i Paesi membri hanno cercato di attuare
politiche comuni, a partire da quella economica, di importanza certamente
cruciale, ispirate a forti valori condivisi, che hanno costituito la
vera forza di coesione del processo di integrazione europea.
In particolare, il pilastro portante dell'Unione è la concezione
della giustizia intesa in senso integrale, come libertà di esprimere
la propria umanità: «libertà per ogni uomo e ogni
donna di dare il meglio di se stesso, di godere, con il massimo dell'equità
possibile, della reale opportunità di costruire una vita in piena
dignità per se stesso e per la propria famiglia, di potersi sentire
parte attiva di una comunità e di una democrazia vitali, di avere
un lavoro, di vivere in un ambiente gradevole, di essere protetto contro
i rischi più gravi che l'esistenza può portare».
È, dunque, una concezione di giustizia che non si può
ridurre alla fredda osservanza formale delle regole, ma ha una intrinseca
dimensione sociale e solidale. È una concezione di democrazia,
alternativa a quella di altre democrazie che, essendo «disposte
a guardare all'ineguaglianza come al naturale risultato delle
capacità e dell'impegno individuali e come al necessario
motore della crescita, possono considerare fisiologico il fenomeno della
marginalità sociale». «Noi - conclude con forza
il «manifesto» - respingiamo l'idea stessa di
un'Europa divisa tra coloro che hanno e sanno e coloro che non
hanno e non sanno».
c) Le scelte. - Si impone dunque in Europa una vigorosa ripresa
della vita democratica. La crisi dei canali tradizionali di partecipazione
(a cominciare dai partiti) è ampiamente testimoniata da fenomeni
contrastanti: da un lato, l'assenteismo dalla politica e l'affermarsi
di movimenti populisti e xenofobi; dall'altro, il crescere del
bisogno di partecipazione e il moltiplicarsi di manifestazioni di massa,
come quelle a favore della pace, in difesa dei diritti dei Paesi poveri,
della salvaguardia dell'ambiente. Ma forse l'aspetto più
preoccupante della crisi delle nostre democrazie sta nel condizionamento
dei mass media, i quali «da strumento principe per il controllo
sull'esercizio del potere [...], stanno diventando essi stessi
il principale e diretto strumento di conquista, di esercizio e di condizionamento
del potere politico». Da qui la scelta dell'UE di impegnarsi,
con determinazione, per la libertà e il pluralismo della informazione:
«La difesa a ogni costo del pluralismo dell'informazione
è la via maestra da seguire - ribadisce Prodi -.
Non è un caso che questa sia stata la via indicata e richiesta,
con impegnative deliberazioni assunte a larghissima maggioranza, dal
Parlamento Europeo».
Accanto alla democrazia, l'economia. È urgente attuare
una efficace strategia di sviluppo, per adeguare il sistema economico
europeo alle nuove esigenze, dettate dalla globalizzazione, dall'innovazione
tecnologica e da una concorrenza sempre più aperta. Da qui la
scelta di favorire «la concorrenza e l'ingresso sui mercati
di nuovi operatori, una maggiore mobilità dei lavoratori all'interno
e tra le imprese, mercati finanziari più efficienti e disponibili
al rischio sul nuovo, una partecipazione piena delle donne al mondo
del lavoro, una politica dell'immigrazione che non dimentichi
l'apporto di innovazione e di competenza scientifica che può
arrivare dai Paesi lontani».
Tuttavia la crescita economica da sola non può bastare a garantire
una maggiore giustizia sociale e la difesa dei deboli. Da qui la scelta
di adattare lo Stato sociale alle nuove esigenze, senza smantellarlo
ma creando una rete di solidarietà per quanti sono senza lavoro
o soffrono per le condizioni precarie di povertà o sono colpiti
da emergenze impreviste. In particolare, non si può più
tergiversare nel governare su scala europea il fenomeno della immigrazione,
fino a prevedere la piena integrazione e la concessione della cittadinanza
europea agli immigrati, ovviamente senza compromettere la certezza del
diritto e la sicurezza.
Grazie a queste scelte, l'Europa comunitaria potrà impegnarsi
più efficacemente a servizio della pace, che sente come sua missione:
«Nata per dire basta alla guerra tra popoli e in terre che avevano
conosciuto tutti gli orrori delle armi, delle distruzioni, delle violenze,
l'Europa unita si conferma con l'allargamento un fattore
di pace, di stabilizzazione, di sicurezza su scala continentale».
Sarà mai possibile realizzare un'Europa così?
3. Ravvivare l'europeismo
Il «manifesto europeo» è un «sogno»,
non è un programma; ma lo potrà divenire. Intanto esso
ha il merito di farci guardare avanti, sebbene l'Europa non sia
ancora pronta per recepire e realizzare un progetto come quello di cui
parla Prodi. Le famiglie politiche dell'UE, infatti, sono ancora
in larga parte espressione di realtà e divisioni ereditate dalla
vecchia stagione ideologica, finita con la caduta del muro di Berlino.
L'importanza del «manifesto» di Prodi sta quindi nello
spingere affinché, in prospettiva, su scala europea si affermino
«aree» politiche diverse, nelle quali possano confluire
forze, movimenti e tradizioni che si ispirano a valori comuni.
È uno sforzo meritevole di appoggio. In concreto bisognerà
impegnarsi affinché nella prospettiva di un'Europa più
matura da costruire, un ruolo di primo piano spetti all'area riformista,
in cui confluiscano quanti condividono un europeismo convinto, fondato
sui valori di libertà e di giustizia sociale, richiamati dal
«manifesto». L'idea di presentare una lista unica
dei riformisti italiani alle elezioni europee del 2004 non è
dunque l'obiettivo primario di Prodi; è solo la conseguenza
dell'ottica europea in cui si colloca il «manifesto»:
perché non potrebbe essere l'Italia a prendere l'iniziativa
di costituire l'area riformista europea, dato che il nostro Paese
ha già fatto una esperienza analoga con l'Ulivo? L'eventuale
successo in Italia di una lista unica riformista alle elezioni europee
del 2004 - ritiene giustamente Prodi - potrà anticipare
e aiutare l'evoluzione e la ristrutturazione in senso bipolare
del sistema politico europeo: «Di fronte a coloro che strumentalizzano
i timori legati alle trasformazioni economiche e sociali per spingere
gli europei a ripiegarsi egoisticamente su se stessi e a chiudersi al
nuovo e al resto del mondo, una lista comune dei riformatori italiani
offrirebbe una visione di apertura, di innovazione, di solidarietà».
Dunque, il «manifesto» è stato scritto per l'Europa
e, solo di riflesso, coinvolge l'Italia. La proposta di Prodi,
infatti, mira soprattutto a rilanciare l'europeismo: sia ad
extra, preparando l'Europa a farsi presente da protagonista
sulla scena mondiale, mentre stanno mutando gli equilibri delle forze;
sia ad intra, puntando a una integrazione continentale che,
rinnovando l'attuale assetto politico e parlamentare dell'Unione,
consenta la crescita comune degli Stati membri ed eviti che si formino
assi preferenziali tra i Paesi più forti.
A questo punto conviene dire una parola sulla lista unica dei riformisti
per le elezioni europee del 2004, che già si è formata
in Italia, proprio a seguito del «manifesto» di Prodi. Sono
tre i partiti del centro-sinistra che hanno aderito: DS, Margherita,
SDI, subito battezzati come «il triciclo». Che cosa pensarne?
Condividendo da lungo tempo la necessità di realizzare l'unità
dei riformisti in un'unica area, non possiamo non apprezzare ogni
passo, anche solo parziale, che vada in questa direzione. Ciononostante
permangono dubbi che vanno chiariti (cfr SORGE B. S.I., «È
possibile in Italia la "democrazia compiuta"?», in
Aggiornamenti Sociali, 9-10 [2003] 600-601).
Il limite del «triciclo» è di essere un accordo elettorale,
più che un vero soggetto politico. Non è questo il «sogno»
di Prodi. L'area riformista non è l'unione di alcuni
partiti, che lascino aperta la porta a quanti altri (partiti, movimenti,
centri sociali) vogliano aggiungersi. Questo è il modo vecchio
di fare politica: giustapporre diverse forze politiche, senza una reale
condivisione di valori. L'«area» dei riformisti nascerà
non da un accordo di vertice tra le segreterie dei partiti, confortate
dal «sì» di assemblee convocate ad hoc,
ma dall'incontro tra vertici e base sul territorio intorno a un
programma e a valori condivisi dalle diverse tradizioni del riformismo.
Perciò, mentre nel breve periodo (in vista delle elezioni europee
del 2004) sarà necessario sostenere il tentativo della lista
unica nonostante i suoi limiti, occorre però operare perché
prenda corpo un'autentica «area riformista» in Italia
e in Europa, puntando sul medio e lungo periodo. Ciò significa
che tutti i riformisti che lo vogliono, senza discriminare nessuno,
dovranno cominciare insieme un cammino, a partire dalla gente e dal
territorio, che coinvolga partiti, movimenti e gruppi nella definizione
del programma, della forma e delle regole del nuovo soggetto politico.
La strada è lunga: si tratta di attivare una Costituente dell'area
riformista nelle singole regioni e nelle cento città. Le scelte
da fare in Italia nel breve periodo vanno collocate all'interno
del più ampio cammino del riformismo in Europa. È l'unico
modo perché il «sogno» diventi realtà.
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