Lessico oggi - dicembre 2003

Capitale sociale

Fabio Lo Verde
Ricercatore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi
nell'Università di Palermo

 

Il concetto di capitale sociale risulta di non facile spiegazione, come testimonia l'ampio numero di definizioni che ne vengono date. Su Internet, ad esempio, è consultabile una vera e propria lista di definizioni (cfr <www.analytictech.com/ networks/definitions_of_social_capital.htm>). Di fatto, ci si trova davanti a un concetto che, pur se assai «promettente», non è ancora stato utilizzato in maniera univoca dalla comunità scientifica, forse proprio a causa della sua polisemia e complessità. Lungi da una pretesa di esaustività, in questa sede cercheremo di fornire una mappa orientativa finalizzata a una più immediata comprensione da parte dei non «addetti ai lavori».

Origine e significato del termine
Entrato a far parte del lessico sociologico negli ultimi quindici anni, il concetto di capitale sociale (d'ora in avanti CS) troverebbe però origine in alcuni lavori - pubblicati a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta - di Loury, Bourdieu, Flap e Graaf, autori che il sociologo americano James Coleman, considerato il primo «sistematizzatore» del concetto nel suo uso attuale, interpreta riformulandone alcune intuizioni importanti poi raccolte nella sua Foundation of Social Theory, del 1990. Ma, secondo Arnaldo Bagnasco, tracce del concetto si ritroverebbero anche in un lavoro di Jane Jacobs sulla città americana risalente al 1961.
A che cosa ci si richiama quando si parla di CS? Non ci si riferisce qui, evidentemente, all'accezione giuridico-commerciale, secondo la quale per CS è da intendersi il valore dei conferimenti dei soci di una società di capitale (SpA o SrL), ma al suo senso specificamente sociologico. Con esso si intende - secondo la sistematizzazione proposta da Coleman - un modo di guardare all'organizzazione sociale a partire dall'analisi del rapporto tra il funzionamento di un sistema sociale e gli attori che lo compongono.
Il paradigma all'interno del quale si colloca questa visione è quello della scelta razionale di orientamento sociologico, nel quale l'individuo è considerato come un attore razionale, non solo in senso economico ma anche sociologico. Si assume cioè che, nel perseguimento di obiettivi individuali come la massimizzazione dei propri benefici, questo tipo di attore sociale tenga conto degli altri, delle norme e delle relazioni esistenti all'interno della struttura sociale in cui si muove; e che lo faccia in una prospettiva di medio-lungo periodo che comprende eventuali benefici futuri. Si considerano cioè alcune azioni da lui compiute come «investimenti relazionali» fatti in una determinata situazione e dei quali raccoglierà in seguito i profitti, materiali o simbolici.
Semplificando e operando qualche forzatura, il CS può essere inteso, da un lato, come quell'insieme di «risorse», relazionali, simboliche e in definitiva sociali, a disposizione di un individuo (CS individuale), risorse che egli eredita o costruisce all'interno delle diverse cerchie sociali. L'«utilità» individuale si presenta sotto forma di obbligazioni (credit slip, cioè crediti di prestazione che si attendono), di informazioni che si possono ottenere e di sanzioni cui va incontro chi agisce in maniera opportunistica, infrangendo cioè gli obblighi di reciprocità. Dall'altro lato, il CS si può intendere come una componente della struttura sociale che si concretizza in caratteristiche istituzionali e normative (CS collettivo), e perciò «appropriabili» da parte dell'individuo e della collettività al fine di raggiungere benefici non altrimenti raggiungibili.
Come esempio possiamo pensare ai diversi sistemi di scambio di prestazioni tra appartenenti a una comunità di immigrati stranieri o a una comunità cittadina.
Seguendo Bagnasco, possiamo dire che Coleman ipotizza un attore sociale che non opera solo secondo il calcolo dell'utilità economica, in una sorta di vuoto istituzionale, bensì è calato in un sistema di relazioni che lo condizionano nelle scelte, pur sempre a partire dal presupposto che si tratta di scelte razionali. Tale razionalità però non è solo di tipo strumentale: può trattarsi di una ricerca di «utilità» che tiene conto dei vincoli sociali, dei legami affettivi, delle appartenenze sociali e così via.
Nel più ampio disegno della fondazione di una teoria della società, Coleman intende analizzare la densità (cioè la quantità di relazioni complessive nell'unità di tempo) e la qualità delle relazioni sociali in un determinato contesto. Un contesto è ricco di CS se i soggetti e le collettività appartengono a reti di relazioni dense e diffuse. Egli sviluppa il suo ragionamento a partire dal presupposto che in ogni sistema sociale vi sono individui che dispongono di risorse delle quali detengono il controllo, ma che sono anche interessati ad altre risorse delle quali non detengono il controllo. Ciò determina l'attivazione di scambi fra attori che conducono alla formazione di relazioni sociali durevoli, le quali rappresentano risorse per l'individuo e componenti della struttura sociale.
Si creano così relazioni di autorità e di fiducia, e soprattutto norme di reciprocità che tutelano gli interessi individuali e collettivi, cioè «strutture di interazione», che dunque possono essere viste o come risorse a cui può attingere l'individuo singolarmente (ad esempio, il diritto a ottenere un beneficio in quanto appartenente a una particolare categoria sociale o in quanto prestatore di un servizio), oppure come componenti della struttura sociale che condizionano l'agire individuale (nell'esempio precedente, il mio diritto di beneficio in quanto appartenente a una categoria sociale specifica non mi esime dal dovere di rispettare anche i diritti di altri appartenenti alla stessa o ad altra categoria sociale; e ciò non deve considerarsi solo come un vincolo individuale, bensì come un beneficio per la collettività).

Una possibile classificazione
Secondo alcuni Autori si possono individuare cinque categorie in cui fare rientrare gli elementi costitutivi del CS: 1) la categoria relazionale, che riguarda l'insieme di rapporti di relazione e di scambio; 2) quella normativa, che comprende l'insieme delle norme di comportamento interiorizzate dagli attori del contesto che si sta analizzando; 3) la categoria cognitiva, che fa riferimento all'insieme di conoscenze condivise e di informazioni possedute, che possono costituire elementi utilizzabili rispetto a problemi che l'individuo o la collettività deve risolvere; 4) la categoria di affidabilità ambientale, relativa alla fiducia nei confronti del comportamento degli individui che di un gruppo o di un contesto fanno parte; 5) infine la categoria istituzionale, comprendente le istituzioni formali e informali che hanno la funzione di incentivare la cooperazione e il coordinamento finalizzato all'accrescimento o alla riproduzione del CS stesso.
Le prime tre categorie - relazionale, normativa, cognitiva - rappresenterebbero elementi più prossimi all'individuo (CS di primo livello), e dunque varierebbero in base alle diverse biografie, capacità e competenze individuali degli attori, mentre le ultime due hanno un effetto esplicito su una collettività di individui (CS di secondo livello), variano cioè non da soggetto a soggetto, ma in relazione ai diversi gruppi o contesti sociali.
La circolazione del CS è cioè legata, da un lato, alla capacità dei diversi attori individuali di agire in modo da attivare CS e di arricchirlo nel corso della propria vita sociale, e, dall'altro lato, all'affidabilità ambientale e alle istituzioni che orientano le scelte individuali di azione che fanno sì che il CS possa «rigenerarsi».

La dotazione di capitale sociale
Dal punto di vista metodologico, per analizzare la dotazione di CS di un determinato sistema sociale bisogna dapprima scegliere la prospettiva di osservazione: se si osserva il sistema di relazioni di un attore (approccio egocentrico) si può studiare il potenziale di CS di cui dispongono gli attori individuali in un determinato contesto; oppure può essere esaminata la totalità delle relazioni sociali di un determinato sistema (approccio sociocentrico). In ogni caso bisogna partire dal presupposto che si tratta di un «bene pubblico» che talvolta porta beneficio solamente alle persone che hanno contribuito a crearlo, talaltra a tutti i membri di una collettività. Così, per portare un esempio, i risultati positivi di una azione rivendicativa messa in atto da individui che partecipano a una associazione per la tutela dei diritti umani nel mondo, non giovano solo ai componenti di quella associazione, ma anche a tutti coloro che, in quanto esseri umani, potranno godere di quei diritti, cioè, in questo caso, a tutti gli appartenenti al genere umano. Trattandosi del risultato di un processo di interazione dinamica, il CS può essere allora creato, mantenuto o distrutto. Se non si investe in CS, questo diventerà più esiguo e andrà via via erodendosi, come starebbe avvenendo, secondo alcuni Autori, a causa degli effetti determinati dalle derive individualistiche del capitalismo maturo o «globale».
Non mancano, oggi anche in Italia, le ricerche empiriche riguardanti la «dotazione di capitale sociale» nelle diverse nazioni o nelle diverse aree geografiche interne alle nazioni. A livello internazionale possono essere individuati due grandi filoni di ricerca: uno riferibile alla tradizione repubblicana delle virtù civiche (Putnam, Bellah, Fukuyama e altri ancora); l'altro riconducibile alla network analisys e alla teoria delle risorse sociali. Facendo riferimento esclusivamente al caso italiano, le ricerche si muovono su più ambiti, ma quella privilegiata tende a studiare le relazioni tra CS e dinamiche dello sviluppo e del sottosviluppo locale.
Con specifico riferimento al Mezzogiorno, ad esempio, vari Autori, sulla scia del lavoro che Robert Putnam ha dedicato alle Regioni italiane, hanno evidenziato - pur movendo non poche critiche all'Autore americano - come lo scarso rendimento istituzionale (cioè la bassa capacità da parte di amministrazioni pubbliche e istituzioni locali di svolgere le funzioni per la collettività per le quali hanno ragion d'essere) abbia una forte correlazione con la scarsa dotazione di CS circolante e come tale «scarsità» abbia degli effetti distorsivi dello sviluppo socioeconomico dell'intera area meridionale. Nel lavoro di Putnam si evidenzia come il CS - riduttivamente considerato equiparabile al senso civico - consista in aspetti dell'organizzazione sociale quali la fiducia, le norme di reciprocità e le reti di associazionismo civico che aumentano l'efficienza della società attraverso la promozione della cooperazione e dell'azione collettiva. Per Putnam dunque il CS è «variabile indipendente» che determina il rendimento istituzionale, nel caso del Mezzogiorno scarso perché ancorato a sistemi di particolarismo familistico che orientano le relazioni sociali finalizzandole al raggiungimento di benefici individuali o al più familiari.
Non mancano poi ricerche riguardanti l'analisi del capitale sociale nelle sue dinamiche di attivazione e riproduzione all'interno di varie categorie sociali (lavoratori precari, agricoltori di alcune aree settentrionali, ecc.), nonché nei diversi ambiti sociali (comunità rurali, comunità urbane di immigrati, ecc.).

Un rilievo critico
Tra le varie critiche mosse al concetto, la più frequente sottolinea come i vantaggi determinati dall'appartenenza a un gruppo con elevato CS possono da un lato sfociare in forme di lobbismo, di corporativismo e, al limite, di comportamento illegale istituzionalizzato (il riferimento è ai reticoli mafiosi), oppure, d'altro lato, rappresentare svantaggi per un altro gruppo sociale. In merito a questo argomento Antonio La Spina distingue tra CS da intendersi come bene pubblico «puro» - che possiamo assimilare alla dimensione istituzionale e alla affidabilità ambientale di cui si diceva sopra, in un senso però «esteso» a un sistema sociale - e CS «particolaristico», che invece giova ad alcuni nocendo ad altri. Si tratta di quella forma «perversa» di CS di cui si gioverebbe l'agire mafioso e, in ogni caso, la sua presenza ha effetti di ostacolo allo sviluppo.

Per saperne di più
BAGNASCO A. - PISELLI F. - PIZZORNO A. - TRIGILIA C., Il capitale sociale. Istruzioni per l'uso, il Mulino, Bologna 2001.
CERSOSIMO D. (ed.), Istituzioni, capitale sociale e sviluppo locale, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2001.
COLEMAN J. S., «Social Capital in the creation of human capital», in American Journal of Sociology, 94 (1988) 95-120.
MUTTI A., Capitale sociale e sviluppo. La fiducia come risorsa, il Mulino, Bologna 1998.
PORTES A. - LANDOLT P., «The Downside of Social Capital», in The American Prospect, maggio-giugno (1996) 18-21.
PUTNAM R., La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993.