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Il concetto di capitale sociale risulta di non facile spiegazione,
come testimonia l'ampio numero di definizioni che ne vengono
date. Su Internet, ad esempio, è consultabile una vera e propria
lista di definizioni (cfr <www.analytictech.com/
networks/definitions_of_social_capital.htm>). Di fatto, ci
si trova davanti a un concetto che, pur se assai «promettente»,
non è ancora stato utilizzato in maniera univoca dalla comunità
scientifica, forse proprio a causa della sua polisemia e complessità.
Lungi da una pretesa di esaustività, in questa sede cercheremo
di fornire una mappa orientativa finalizzata a una più immediata
comprensione da parte dei non «addetti ai lavori».
Origine e significato del termine
Entrato a far parte del lessico sociologico negli ultimi quindici
anni, il concetto di capitale sociale (d'ora in avanti CS) troverebbe
però origine in alcuni lavori - pubblicati a cavallo
tra gli anni Settanta e gli Ottanta - di Loury, Bourdieu, Flap
e Graaf, autori che il sociologo americano James Coleman, considerato
il primo «sistematizzatore» del concetto nel suo uso attuale,
interpreta riformulandone alcune intuizioni importanti poi raccolte
nella sua Foundation of Social Theory, del 1990. Ma, secondo
Arnaldo Bagnasco, tracce del concetto si ritroverebbero anche in un
lavoro di Jane Jacobs sulla città americana risalente al 1961.
A che cosa ci si richiama quando si parla di CS? Non ci si riferisce
qui, evidentemente, all'accezione giuridico-commerciale, secondo
la quale per CS è da intendersi il valore dei conferimenti
dei soci di una società di capitale (SpA o SrL), ma al suo
senso specificamente sociologico. Con esso si intende - secondo
la sistematizzazione proposta da Coleman - un modo di guardare
all'organizzazione sociale a partire dall'analisi del
rapporto tra il funzionamento di un sistema sociale e gli attori che
lo compongono.
Il paradigma all'interno del quale si colloca questa visione
è quello della scelta razionale di orientamento sociologico,
nel quale l'individuo è considerato come un attore razionale,
non solo in senso economico ma anche sociologico. Si assume cioè
che, nel perseguimento di obiettivi individuali come la massimizzazione
dei propri benefici, questo tipo di attore sociale tenga conto degli
altri, delle norme e delle relazioni esistenti all'interno della
struttura sociale in cui si muove; e che lo faccia in una prospettiva
di medio-lungo periodo che comprende eventuali benefici futuri. Si
considerano cioè alcune azioni da lui compiute come «investimenti
relazionali» fatti in una determinata situazione e dei quali
raccoglierà in seguito i profitti, materiali o simbolici.
Semplificando e operando qualche forzatura, il CS può essere
inteso, da un lato, come quell'insieme di «risorse»,
relazionali, simboliche e in definitiva sociali, a disposizione di
un individuo (CS individuale), risorse che egli eredita o costruisce
all'interno delle diverse cerchie sociali. L'«utilità»
individuale si presenta sotto forma di obbligazioni (credit slip,
cioè crediti di prestazione che si attendono), di informazioni
che si possono ottenere e di sanzioni cui va incontro chi agisce in
maniera opportunistica, infrangendo cioè gli obblighi di reciprocità.
Dall'altro lato, il CS si può intendere come una componente
della struttura sociale che si concretizza in caratteristiche istituzionali
e normative (CS collettivo), e perciò «appropriabili»
da parte dell'individuo e della collettività al fine
di raggiungere benefici non altrimenti raggiungibili.
Come esempio possiamo pensare ai diversi sistemi di scambio di prestazioni
tra appartenenti a una comunità di immigrati stranieri o a
una comunità cittadina.
Seguendo Bagnasco, possiamo dire che Coleman ipotizza un attore sociale
che non opera solo secondo il calcolo dell'utilità economica,
in una sorta di vuoto istituzionale, bensì è calato
in un sistema di relazioni che lo condizionano nelle scelte, pur sempre
a partire dal presupposto che si tratta di scelte razionali. Tale
razionalità però non è solo di tipo strumentale:
può trattarsi di una ricerca di «utilità»
che tiene conto dei vincoli sociali, dei legami affettivi, delle appartenenze
sociali e così via.
Nel più ampio disegno della fondazione di una teoria della
società, Coleman intende analizzare la densità (cioè
la quantità di relazioni complessive nell'unità
di tempo) e la qualità delle relazioni sociali in un determinato
contesto. Un contesto è ricco di CS se i soggetti e le collettività
appartengono a reti di relazioni dense e diffuse. Egli sviluppa il
suo ragionamento a partire dal presupposto che in ogni sistema sociale
vi sono individui che dispongono di risorse delle quali detengono
il controllo, ma che sono anche interessati ad altre risorse delle
quali non detengono il controllo. Ciò determina l'attivazione
di scambi fra attori che conducono alla formazione di relazioni sociali
durevoli, le quali rappresentano risorse per l'individuo e componenti
della struttura sociale.
Si creano così relazioni di autorità e di fiducia, e
soprattutto norme di reciprocità che tutelano gli interessi
individuali e collettivi, cioè «strutture di interazione»,
che dunque possono essere viste o come risorse a cui può attingere
l'individuo singolarmente (ad esempio, il diritto a ottenere
un beneficio in quanto appartenente a una particolare categoria sociale
o in quanto prestatore di un servizio), oppure come componenti della
struttura sociale che condizionano l'agire individuale (nell'esempio
precedente, il mio diritto di beneficio in quanto appartenente a una
categoria sociale specifica non mi esime dal dovere di rispettare
anche i diritti di altri appartenenti alla stessa o ad altra categoria
sociale; e ciò non deve considerarsi solo come un vincolo individuale,
bensì come un beneficio per la collettività).
Una possibile classificazione
Secondo alcuni Autori si possono individuare cinque categorie in cui
fare rientrare gli elementi costitutivi del CS: 1) la categoria relazionale,
che riguarda l'insieme di rapporti di relazione e di scambio;
2) quella normativa, che comprende l'insieme delle norme di
comportamento interiorizzate dagli attori del contesto che si sta
analizzando; 3) la categoria cognitiva, che fa riferimento all'insieme
di conoscenze condivise e di informazioni possedute, che possono costituire
elementi utilizzabili rispetto a problemi che l'individuo o
la collettività deve risolvere; 4) la categoria di affidabilità
ambientale, relativa alla fiducia nei confronti del comportamento
degli individui che di un gruppo o di un contesto fanno parte; 5)
infine la categoria istituzionale, comprendente le istituzioni formali
e informali che hanno la funzione di incentivare la cooperazione e
il coordinamento finalizzato all'accrescimento o alla riproduzione
del CS stesso.
Le prime tre categorie - relazionale, normativa, cognitiva -
rappresenterebbero elementi più prossimi all'individuo
(CS di primo livello), e dunque varierebbero in base alle diverse
biografie, capacità e competenze individuali degli attori,
mentre le ultime due hanno un effetto esplicito su una collettività
di individui (CS di secondo livello), variano cioè non da soggetto
a soggetto, ma in relazione ai diversi gruppi o contesti sociali.
La circolazione del CS è cioè legata, da un lato, alla
capacità dei diversi attori individuali di agire in modo da
attivare CS e di arricchirlo nel corso della propria vita sociale,
e, dall'altro lato, all'affidabilità ambientale
e alle istituzioni che orientano le scelte individuali di azione che
fanno sì che il CS possa «rigenerarsi».
La dotazione di capitale sociale
Dal punto di vista metodologico, per analizzare la dotazione di CS
di un determinato sistema sociale bisogna dapprima scegliere la prospettiva
di osservazione: se si osserva il sistema di relazioni di un attore
(approccio egocentrico) si può studiare il potenziale di CS
di cui dispongono gli attori individuali in un determinato contesto;
oppure può essere esaminata la totalità delle relazioni
sociali di un determinato sistema (approccio sociocentrico). In ogni
caso bisogna partire dal presupposto che si tratta di un «bene
pubblico» che talvolta porta beneficio solamente alle persone
che hanno contribuito a crearlo, talaltra a tutti i membri di una
collettività. Così, per portare un esempio, i risultati
positivi di una azione rivendicativa messa in atto da individui che
partecipano a una associazione per la tutela dei diritti umani nel
mondo, non giovano solo ai componenti di quella associazione, ma anche
a tutti coloro che, in quanto esseri umani, potranno godere di quei
diritti, cioè, in questo caso, a tutti gli appartenenti al
genere umano. Trattandosi del risultato di un processo di interazione
dinamica, il CS può essere allora creato, mantenuto o distrutto.
Se non si investe in CS, questo diventerà più esiguo
e andrà via via erodendosi, come starebbe avvenendo, secondo
alcuni Autori, a causa degli effetti determinati dalle derive individualistiche
del capitalismo maturo o «globale».
Non mancano, oggi anche in Italia, le ricerche empiriche riguardanti
la «dotazione di capitale sociale» nelle diverse nazioni
o nelle diverse aree geografiche interne alle nazioni. A livello internazionale
possono essere individuati due grandi filoni di ricerca: uno riferibile
alla tradizione repubblicana delle virtù civiche (Putnam, Bellah,
Fukuyama e altri ancora); l'altro riconducibile alla network
analisys e alla teoria delle risorse sociali. Facendo riferimento
esclusivamente al caso italiano, le ricerche si muovono su più
ambiti, ma quella privilegiata tende a studiare le relazioni tra CS
e dinamiche dello sviluppo e del sottosviluppo locale.
Con specifico riferimento al Mezzogiorno, ad esempio, vari Autori,
sulla scia del lavoro che Robert Putnam ha dedicato alle Regioni italiane,
hanno evidenziato - pur movendo non poche critiche all'Autore
americano - come lo scarso rendimento istituzionale (cioè
la bassa capacità da parte di amministrazioni pubbliche e istituzioni
locali di svolgere le funzioni per la collettività per le quali
hanno ragion d'essere) abbia una forte correlazione con la scarsa
dotazione di CS circolante e come tale «scarsità»
abbia degli effetti distorsivi dello sviluppo socioeconomico dell'intera
area meridionale. Nel lavoro di Putnam si evidenzia come il CS -
riduttivamente considerato equiparabile al senso civico - consista
in aspetti dell'organizzazione sociale quali la fiducia, le
norme di reciprocità e le reti di associazionismo civico che
aumentano l'efficienza della società attraverso la promozione
della cooperazione e dell'azione collettiva. Per Putnam dunque
il CS è «variabile indipendente» che determina
il rendimento istituzionale, nel caso del Mezzogiorno scarso perché
ancorato a sistemi di particolarismo familistico che orientano le
relazioni sociali finalizzandole al raggiungimento di benefici individuali
o al più familiari.
Non mancano poi ricerche riguardanti l'analisi del capitale
sociale nelle sue dinamiche di attivazione e riproduzione all'interno
di varie categorie sociali (lavoratori precari, agricoltori di alcune
aree settentrionali, ecc.), nonché nei diversi ambiti sociali
(comunità rurali, comunità urbane di immigrati, ecc.).
Un rilievo critico
Tra le varie critiche mosse al concetto, la più frequente sottolinea
come i vantaggi determinati dall'appartenenza a un gruppo con
elevato CS possono da un lato sfociare in forme di lobbismo, di corporativismo
e, al limite, di comportamento illegale istituzionalizzato (il riferimento
è ai reticoli mafiosi), oppure, d'altro lato, rappresentare
svantaggi per un altro gruppo sociale. In merito a questo argomento
Antonio La Spina distingue tra CS da intendersi come bene pubblico
«puro» - che possiamo assimilare alla dimensione
istituzionale e alla affidabilità ambientale di cui si diceva
sopra, in un senso però «esteso» a un sistema sociale
- e CS «particolaristico», che invece giova ad alcuni
nocendo ad altri. Si tratta di quella forma «perversa»
di CS di cui si gioverebbe l'agire mafioso e, in ogni caso,
la sua presenza ha effetti di ostacolo allo sviluppo.
Per saperne di più
BAGNASCO A. - PISELLI F. - PIZZORNO A. - TRIGILIA
C., Il capitale sociale. Istruzioni per l'uso, il Mulino,
Bologna 2001.
CERSOSIMO D. (ed.), Istituzioni, capitale sociale e sviluppo locale,
Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2001.
COLEMAN J. S., «Social Capital in the creation of human
capital», in American Journal of Sociology, 94 (1988) 95-120.
MUTTI A., Capitale sociale e sviluppo. La fiducia come risorsa,
il Mulino, Bologna 1998.
PORTES A. - LANDOLT P., «The Downside of Social Capital»,
in The American Prospect, maggio-giugno (1996) 18-21.
PUTNAM R., La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori,
Milano 1993.
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