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Dal 10 al 14 settembre 2003 ha avuto luogo a Cancún (Messico)
la V Conferenza ministeriale della Organizzazione Mondiale del Commercio
(OMC o, secondo la dizione inglese, WTO - World Trade Organization).
La stampa ha dato il giusto risalto all'avvenimento ed è
stata unanime nel definirlo un «fallimento». A nostro avviso,
invece, l'insuccesso ha il significato di una «svolta»
storica, se lo si giudica tenendo presenti, da un lato, la natura e
le finalità dell'OMC e, dall'altro, i problemi che
erano all'ordine del giorno della Conferenza.
1. La Organizzazione Mondiale del Commercio
Dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni '70, la
regolazione dell'economia mondiale è stata influenzata
e diretta da due istituzioni, nate nel 1944 con finalità precise:
il Fondo Monetario Internazionale (FMI), per tutelare la stabilità
dei cambi e quindi promuovere il commercio, e la Banca Mondiale (BM),
per finanziare la ricostruzione dell'Europa e successivamente
il processo di sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo. La fondazione di
questi due organismi rispondeva alla convinzione che le turbolenze economiche
del periodo fra le due guerre mondiali fossero da annoverarsi tra le
cause dell'avvento del nazismo in Germania e della seconda guerra
mondiale: si trattava quindi di garantire un ordinato andamento dell'economia
che non mettesse a repentaglio la pace mondiale. Negli anni '80
si è prodotta, però, una svolta radicale nel quadro politico-economico
generale: da un lato, in seguito al crollo del socialismo reale, il
neoliberismo si è imposto a livello mondiale, trasformandosi
in una sorta di «pensiero unico»; d'altro lato, caduto
il Muro di Berlino, le economie dell'Est e dell'Ovest sono
entrate in rapporto tra loro, costituendo un unico mercato globale.
Questo processo di globalizzazione ha cambiato anche il ruolo del FMI
e della BM. Queste istituzioni, in ossequio al nuovo paradigma economico
neoliberale di riferimento, portato in auge, tra l'altro, anche
dai successi elettorali della signora Thatcher in Gran Bretagna e del
Presidente Reagan negli Stati Uniti, si sono impegnate in un'opera
di progressiva riduzione dell'intervento pubblico nell'economia
e di eliminazione di ogni barriera al libero funzionamento del mercato.
A questa medesima concezione si ispira l'OMC, nata nel 1995 per
regolare gli scambi commerciali internazionali.
Il limite genetico di queste istituzioni (FMI, BM, OMC) sta soprattutto
nel fatto che le pratiche e i meccanismi decisionali che esse adottano
finiscono con lasciarne la gestione in mano ai Governi dei Paesi ricchi,
spesso pesantemente influenzati dalle multinazionali. Ne conseguono
decisioni e «ricette» di politica economica che mortificano
i Paesi poveri e non riescono a colmare il divario tra Nord e Sud del
mondo. Anzi, il processo di globalizzazione, lasciato alla pura logica
del mercato, non fa che allargare la forbice tra i Paesi ricchi e quelli
in via di sviluppo. «Lo squilibrio planetario - rileva il
Rapporto 2003 della BM - è in aumento: il reddito medio
nei 20 Paesi più ricchi è 37 volte maggiore di quello
dei 20 più poveri, rapporto raddoppiato rispetto al 1970»
(cit. in GRUPPO ABELE - CGIL, Rapporto sui diritti globali 2003,
Ediesse, Roma 2003, 661. Da questo Rapporto prendiamo anche gli altri
dati tecnici, su cui fondiamo le nostre riflessioni).
L'OMC ha esteso ormai la sua «competenza» ai più
importanti settori dell'attività umana: non solo alle tariffe
doganali e al commercio in senso stretto (General Agreement on Tariffs
and Trade - GATT), ma anche alla proprietà intellettuale
(Trade Related Aspects of Intellectuality Property Rights -
TRIPS), cioè alla spinosissima questione dei brevetti, ai servizi
(General Agreement on Trade in Services - GATS), alle misure
sanitarie e fitosanitarie (Sanitary and Phyto-Sanitary Measures
- SPS). Il fatto poi che l'OMC (come il FMI e la BM) non sia un
organismo dell'ONU, ma indipendente, fa sì che esso produca
una propria specifica giurisprudenza nei settori in cui interviene,
regolandoli secondo la fredda logica del mercato, che prescinde da considerazioni
etiche e subordina il discorso sui valori e i diritti umani alla logica
del profitto e del puro interesse economico.
La situazione è resa più pesante dal fatto che la direzione
dell'OMC è in mano al cosiddetto «Quadrilatero»
(Stati Uniti, Unione Europea, Giappone e Canada), che esercita un potere
indiscusso sui 146 Paesi membri della Organizzazione, senza altra legittimazione
che la supremazia economica. Era inevitabile che, aumentando il numero
dei Paesi membri in via di sviluppo, il dominio dei Paesi ricchi divenisse
insostenibile. In questo senso, l'ingresso della Cina nel 2000
è risultato determinante.
2. Le Conferenze di Seattle (1999) e di Doha
(2001)
Per comprendere che cosa è veramente accaduto al vertice di Cancún,
occorre collegarlo alle due precedenti Conferenze ministeriali: il Millennium
round di Seattle (USA) nel 1999 e il round «dello
sviluppo» a Doha (Qatar) nel 2001.
A Seattle si capì che la globalizzazione ormai non era più
soltanto economica, ma anche di natura sociale e culturale, in seguito
all'avvicinamento tra società e culture diverse, prima
non comunicanti a causa delle divisioni ideologiche. Per la prima volta,
gli esclusi del Terzo Mondo si sono trovati coalizzati, insieme con
gruppi venuti dai Paesi ricchi, in un unico movimento di dimensioni
globali, capace di far sentire la propria voce su temi quali i diritti
umani, la sanità, la fame, la tutela dell'ambiente. Migliaia
di organizzazioni e di associazioni di diversa natura (dai sindacati
al volontariato, alle ONG, ai centri sociali, a organismi religiosi)
hanno dato vita al «popolo di Seattle», portatore non solo
di proteste, ma anche di proposte. Centinaia di migliaia di uomini e
donne di ogni parte della Terra hanno chiesto che i Paesi poveri siano
ascoltati prima che le Organizzazioni mondiali prendano decisioni di
carattere universale.
Purtroppo il vandalismo di alcuni gruppi violenti, infiltrati tra le
file del «popolo di Seattle», ha potuto nascondere agli
occhi dell'opinione pubblica il vero senso di quelle manifestazioni
popolari, espressione di una nuova consapevolezza dei Paesi poveri.
L'interruzione della Conferenza di Seattle fu il primo segnale
che qualcosa di veramente nuovo sta maturando nella coscienza del nostro
tempo.
La Conferenza di Doha (Qatar), nel 2001, riuscì a evitare la
violenta contestazione dei no-global. L'OMC poté
avviare negoziati molto importanti sull'agricoltura, sulla proprietà
intellettuale (compresi i brevetti sui farmaci) e sui servizi (tra cui
la sanità, l'istruzione e la protezione dell'ambiente),
che si sarebbero dovuti concludere entro il 2005. Si giunse ad approvare
una dichiarazione d'intenti, con cui si riconosceva il diritto
dei Paesi poveri di produrre farmaci a basso costo per combattere le
emergenze sanitarie, dovute al diffondersi dell'AIDS, della tubercolosi,
della malaria, della polmonite e della diarrea: vere e proprie epidemie,
che provocano circa 11 milioni di morti ogni anno, di cui la metà
sono bambini con meno di 5 anni. Purtroppo questa dichiarazione d'intenti,
salutata come la riaffermazione del primato della salute sui brevetti
e sui profitti, fu vanificata nel dicembre 2002 dal veto degli Stati
Uniti, ricattati dalle grandi multinazionali farmaceutiche. Di conseguenza,
la vita di oltre 30 milioni di persone in 120 Paesi dei 133 in via di
sviluppo oggi è a rischio, perché mancano di una industria
farmaceutica in grado di produrre farmaci a basso costo, né hanno
la possibilità economica di importarli. Altrettanto esplosivi
sono gli squilibri mondiali nel settore del commercio dei prodotti agricoli,
pesantemente distorto dal protezionismo dei Paesi ricchi. In questo
clima pesante si apriva a Cancún la V Conferenza dell'OMC.
3. La Conferenza ministeriale di Cancún
(2003)
Tra i molti problemi all'ordine del giorno del vertice di Cancún,
i più complessi apparvero subito quelli riguardanti l'acqua,
gli organismi geneticamente modificati (OGM), i servizi e i sussidi
all'agricoltura.
L'acqua. - Nel mondo sono circa un miliardo e 300 milioni
le persone che tuttora non hanno accesso diretto all'acqua potabile.
Per richiamare l'attenzione su questo gravissimo problema, l'ONU
ha dichiarato il 2003 «Anno mondiale dell'acqua dolce».
La maggior parte della disponibilità totale di acqua (il 70%)
viene impiegata in agricoltura, il 20% è consumato dalle industrie
(soprattutto per produrre energia idroelettrica o nucleare) e solo il
10% è destinato a usi civili. Il consumo di acqua per uso domestico
nei Paesi sviluppati è di circa 10 volte superiore a quello dei
Paesi in via di sviluppo. Tuttavia lo squilibrio appare ancor più
inaccettabile, se si calcola la diversa disponibilità di acqua
tra un Paese e l'altro: il consumo annuo pro capite è
di 2.150 metri cubi in USA, di 1.200 metri cubi in Italia, di 45 in
Nigeria. E l'Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia
che, per patologie dovute alla mancanza d'acqua potabile, ogni
anno muoiono 5 milioni di persone e 250 milioni si ammalano.
Bastano questi pochi dati per comprendere quanto assurda sia l'intenzione
dell'OMC e di alcuni Paesi di privatizzare la gestione delle risorse
idriche, considerandola alla stregua di un qualsiasi servizio industriale
da mettere sul mercato. In realtà, l'acqua è un
bene essenziale alla vita, non meno del sole e dell'aria. Pertanto,
l'acqua non è una merce, ma un diritto umano vero e proprio.
L'acqua è patrimonio comune dell'umanità e
la sua corretta gestione non può essere affidata unicamente al
mercato e alla logica del profitto.
Gli organismi geneticamente modificati (OGM). - Attualmente nel
mondo 5 grandi società multinazionali controllano i tre quarti
dei brevetti rilasciati nell'ultimo decennio per colture agricole
geneticamente modificate. La multinazionale Monsanto, da sola, produce
o concede in licenza circa il 90% delle sementi modificate, utilizzate
in tutto il mondo. Negli anni '90 alcune grandi multinazionali
hanno investito miliardi di dollari nella ricerca e nella produzione
di OGM e oggi premono sui Governi perché non pongano limiti e
divieti al loro commercio, vantando le potenzialità che gli OGM
avrebbero per vincere la fame e la carestia nel mondo.
Ma le cose non stanno esattamente così. Ancora non disponiamo
di conoscenze sufficientemente certe per valutare gli effetti, negativi
e positivi, che gli OGM possono avere sulle persone. E ciò spiega
perché perfino Paesi poveri, come la Zambia e lo Zimbabwe, attenendosi
rigorosamente al «principio di precauzione», abbiano rifiutato
prodotti agricoli modificati geneticamente per il timore di effetti
negativi sulle proprie popolazioni, già colpite dal dilagare
dell'AIDS e di altre gravi epidemie. Senza dire che sono ancora
in gran parte sconosciuti gli effetti collaterali che l'immissione
di organismi modificati comporta nell'ecosistema. L'impollinazione
è un fenomeno incontrollabile e potrebbero ritrovarsi geneticamente
modificate anche coltivazioni per le quali non si è fatto uso
di quei semi, con grave danno anche per la biodiversità.
Il problema degli OGM, però, non è solo quello di prevedere
e prevenire le gravi minacce incombenti sulla salute dell'uomo
e sull'equilibrio ecologico, ma anche quello di impedire che si
attivino meccanismi speculativi, soprattutto da parte delle multinazionali.
Non si può consentire che, attraverso un brevetto, si giunga
a riconoscere a pochi privilegiati il diritto di disporre delle biotecnologie,
quasi che le scoperte riguardanti la vita siano soggette a proprietà
privata. La complesssa materia dei brevetti va regolamentata in modo
da scongiurare il pericolo che si realizzino forme nuove di monopolio
e di colonialismo, più disumane di quelle del passato.
I servizi. - Qualche mese dopo la interruzione violenta della
Conferenza di Seattle, poté riprendere il negoziato relativo
al GATS. In pratica, con questo Accordo, l'OMC estende la sua
influenza molto al di là delle transazioni commerciali relative
alle merci, per giungere ad abbracciare l'istruzione, la sanità,
il tempo libero, la cultura, lo sport, il turismo, ecc. È stato
proposto che ogni Stato membro presenti l'elenco dei servizi che
vuole liberalizzati negli altri Paesi, e di quelli che esso stesso intende,
a sua volta, liberalizzare.
È evidente che un simile dispositivo, qualora venisse attuato,
aprirebbe la via a molti abusi, mettendo a repentaglio le regole stabilite
da ciascun Paese in materia di welfare e di diritti sociali,
e fornirebbe ai Governi il pretesto per introdurre privatizzazioni selvagge
a danno dei settori più deboli della società. Il GATS
- nota Susan George, economista e vicepresidente di Attac
France - «minaccia i servizi del settore pubblico,
la sanità e i servizi sociali, l'istruzione, l'ambiente
e la cultura. Sotto il regime del GATS corriamo il rischio di vivere
in Paesi a due o tre velocità; per il WTO e gli interessi che
rappresenta, il mondo non è nient'altro che una merce»
(cfr Rapporto, cit., p. 669). In altre parole, il GATS ripropone
il problema di fondo: la globalizzazione, lasciata in balìa delle
sole leggi del mercato, favorisce gli interessi dei Paesi economicamente
più forti a spese dei più deboli. Ecco perché non
lo si può accettare.
I sussidi all'agricultura. - Tuttavia, l'insuccesso
del vertice di Cancún è da attribuire soprattutto alla
netta presa di posizione dei Paesi poveri contro le sovvenzioni dei
Paesi ricchi alle proprie agricolture. È risaputo che gli USA,
l'Europa e il Giappone insieme spendono 350 miliardi di dollari
all'anno (cioè praticamente 1 miliardo al giorno!) per
proteggere le loro produzioni agricole, rendendole artificialmente competitive
con quelle dei Paesi in via di sviluppo. Questa cifra è 7 volte
superiore all'aiuto pubblico stanziato dai Paesi ricchi per lo
sviluppo del Sud. Come si può ancora tollerare che i Paesi poveri,
molti dei quali fondano la loro sussistenza sull'agricoltura,
siano strangolati da una simile forma di protezionismo a vantaggio di
poche nazioni ricche? Che altro è se non pura ipocrisia elargire
una percentuale, per di più irrisoria, del proprio PIL in aiuto
ai Paesi in via di sviluppo e poi ostacolare l'esportazione dei
loro prodotti, attraverso le sovvenzioni agricole e altre misure discriminatorie?
Si calcola che il protezionismo dei Paesi ricchi costi a quelli poveri
oltre 100 miliardi di dollari ogni anno in esportazioni perdute, cioè
circa il doppio di tutti gli aiuti allo sviluppo che essi annualmente
ricevono.
Era inevitabile, dunque, che a Cancún lo scontro più duro
fosse proprio sull'Accordo relativo alle politiche agricole: 22
Paesi (tra cui Cina, Brasile, Filippine e Sudafrica), rifiutando il
documento ufficiale dell'OMC e presentandone uno alternativo,
hanno di fatto provocato lo stallo anche di tutti gli altri negoziati.
4. La «svolta» di Cancún
La lezione è chiara: i grandi Paesi in via di sviluppo oggi sono
in grado di opporsi alla pretesa dei Paesi ricchi di continuare a fare
i propri interessi, solo perché sono economicamente più
forti. A Cancún il «fronte dei poveri» si è
fatto sentire non solo in piazza, come già era accaduto a Seattle,
ma il «G21», guidato da India, Cina e Brasile, si è
affermato all'interno stesso della Conferenza: 100 Paesi hanno
avuto il coraggio di contrapporsi alle manovre dei Paesi più
ricchi, fino a bloccarle. Proprio il fatto che la contestazione sia
avvenuta all'interno della Conferenza consente di parlare non
di «fallimento», ma di «svolta» nella vita dell'OMC.
Certamente i Paesi poveri hanno vinto una battaglia, ma non hanno vinto
la guerra. Hanno inferto un duro colpo al predominio delle grandi potenze
economiche, ma ora c'è il pericolo di ritorsioni: i Paesi
ricchi potrebbero abbandonare l'OMC e fare ricorso ad accordi
commerciali bilaterali, anziché multilaterali. E i Paesi poveri
ne farebbero ancora le spese. Infatti, sarebbe un grave errore smantellare
l'OMC. Non si può lasciare il commercio internazionale
in balìa delle sole leggi di mercato, senza regola alcuna. L'anarchia
è un male ancora peggiore. Le regole ci vogliono: è l'intuizione
che sta all'origine della fondazione delle stesse istituzioni
economiche internazionali (FMI, BM, OMC).
Occorre, dunque, riformare i meccanismi decisionali dell'OMC,
rendendoli veramente democratici e non solo sulla carta, come è
stato finora. Al limite, perché non far rientrare l'OMC
nell'ambito delle Nazioni Unite, essendo la sua attività
decisiva ai fini della necessaria regolazione dei processi di globalizzazione?
In ogni caso, dopo Seattle e dopo Cancún, una cosa è chiara:
occorre poter contare su organismi internazionali dotati di autorità
e di strumenti efficaci, capaci di elaborare democraticamente e con
l'apporto di tutti adeguate politiche economiche che abbiano presenti
altresì gli aspetti sociali e culturali della globalizzazione.
È l'unica prospettiva per garantire la giustizia e la pace
tra i popoli, su cui tanto insiste Giovanni Paolo II: «A livello
mondiale - ha detto lo scorso anno alla Pontificia Accademia delle
Scienze Sociali -, si devono prospettare e applicare scelte collettive,
attraverso un processo che favorisca la partecipazione responsabile
di tutti gli uomini, chiamati a costruire insieme il loro futuro»;
occorre, cioè, «regolamentare i mercati, sottoporre le
leggi del mercato a quelle della solidarietà, affinché
le persone e le società non siano in balìa di cambiamenti
economici di ogni tipo e siano protette dalle scosse legate alla deregolamentazione
dei mercati» (L'Osservatore Romano, 12 aprile 2002,
n. 5).
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