Editoriale - settembre-ottobre 2003

Il venticinquesimo di Papa Wojtyla

Bartolomeo Sorge S.I.

 

Venticinque anni fa, il 16 ottobre 1978, Karol Wojtyla veniva eletto Papa con il nome di Giovanni Paolo II. È il quarto Papa più longevo nella vita della Chiesa. Degli altri 263 pontefici, finora solo tre hanno avuto un pontificato più lungo: san Pietro (circa 35 anni, secondo la tradizione), Pio IX (31 anni), Leone XIII (25 anni e cinque mesi).
La «cronaca» dei 25 anni di Papa Wojtyla registra numerosi altri primati: 102 viaggi apostolici internazionali in 617 località di 131 nazioni, con oltre 2.400 discorsi. A questi occorre aggiungere i viaggi fatti in Italia: sono stati finora 140 in 258 città, con 894 discorsi. Bisogna inoltre calcolare 464 canonizzazioni, oltre 1.300 beatificazioni, più di un migliaio di udienze generali e innumerevoli altri incontri e celebrazioni: basti pensare a quelli tenuti, giorno per giorno, durante il Grande Giubileo del 2000. Tuttavia il Papa non ha solo viaggiato, predicato e celebrato; ha anche scritto molto. Per limitarci ai testi dottrinali e pastorali più importanti, in 25 anni egli ha firmato 14 encicliche, 14 esortazioni apostoliche, 38 lettere apostoliche. Ha emanato inoltre una quantità impressionante di altri documenti di diverso genere.
Basterebbe dunque la «cronaca», da sola, a rendere del tutto straordinaria la fausta ricorrenza del 25° di pontificato di Papa Wojtyla. Ma c'è di più.


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Questi 25 anni di pontificato fanno già parte della «storia». Infatti, se si considerano i dati di cronaca slegati tra loro, non si va molto al di là della meraviglia che essi suscitano per una attività che ha del prodigioso. Se però gli eventi si considerano insieme come tasselli di un unico mosaico, ci si accorge che essi formano un disegno che trascende la cronaca e la trasforma in storia.
Non deve stupire che i giudizi sul pontificato di Giovanni Paolo II siano divergenti: chi lo esalta e chi lo critica. Ogni cristiano, che cammina sulle orme del Vangelo, è potenzialmente un «segno di contraddizione»; quanto più il vicario di Cristo. Oltre a questa ragione di fondo, bisogna considerare le enormi difficoltà che Giovanni Paolo II ha dovuto affrontare nel traghettare la Chiesa dal secondo al terzo millennio. Tanto che, nonostante la disparità dei giudizi sul suo pontificato, tutti concordano nel dire che, senza di lui, non si può comprendere la storia del XX secolo. Chi potrebbe spiegare la fine del comunismo, in Europa, senza il ruolo determinante di Giovanni Paolo II? Si potrà mai scrivere la storia delle guerre che hanno insanguinato gli ultimi decenni del '900 e gli inizi del 2000, senza ricordare quanto il Papa ha fatto per la pace? Alcuni parlano di «battaglie perdute» del Papa; resta pur vero che egli le ha combattute e continua a combatterle, cosicché Governi e istituzioni internazionali non possono non misurarsi con le sue prese di posizione in difesa della vita e della famiglia, contro il relativismo etico e contro una visione economicistica ed egoista dello sviluppo, a tutela dei diritti inalienabili dei poveri. Del resto, non si può parlare di «battaglie perdute» senza fare i conti con la dimensione profetica di Papa Wojtyla.


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Per il Papa, essere sovrano della Città del Vaticano è un dato del tutto secondario. La sua missione è essenzialmente religiosa, non politica o temporale: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell'inferno non prevarranno su di essa» (Mt 16, 18). Nasce da questa promessa divina la forza profetica del ministero petrino. Che questa non sia mai venuta meno, lo dimostra la storia bimillenaria della Chiesa. Tuttavia vi sono periodi storici, particolarmente difficili, nei quali l'azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa si avverte più forte. Così è avvenuto nei trascorsi 25 anni di pontificato. Il Papa stesso ci ha aiutati a comprendere che i «segni dei tempi» oggi annunziano una nuova primavera cristiana, proprio mentre la secolarizzazione, la crisi di fede e l'abbandono della pratica cristiana tendono a ridurre la Chiesa in minoranza, anche nei Paesi di più antica evangelizzazione.
Come non cogliere la profezia delle Giornate Mondiali della Gioventù, con milioni di giovani che accorrono da tutte le parti della Terra a pregare con il Papa? Come non vedere negli incontri interreligiosi di Assisi l'annunzio che è possibile superare secoli di dolorose incomprensioni? Non ha forse valore profetico, per il cammino ecumenico, Giovanni Paolo II in ginocchio alla Porta Santa di S. Paolo, tra il metropolita ortodosso Athanasios e il primate anglicano Carey? E che dire della visibile protezione della Vergine?
Profezia, però, è anche esperienza della croce e dei propri limiti. Il Papa la conosce bene: dall'attentato di Alì Agca alla malferma salute, alle avversità che frenano la sua ansia missionaria. Aveva sognato di mettere piede in Russia, fosse solo per una sosta tecnica nel viaggio previsto in Mongolia. Ma vi ha dovuto rinunciare, «non essendo ciò nei disegni del Signore», ha detto. L'impotenza è il sigillo con cui Dio autentica la profezia. Come avvenne a Mosè, non spetta ai profeti portare a termine il disegno loro affidato. Il compimento è opera solo di Dio.