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Venticinque anni fa, il 16 ottobre 1978, Karol Wojtyla
veniva eletto Papa con il nome di Giovanni Paolo II. È il quarto
Papa più longevo nella vita della Chiesa. Degli altri 263 pontefici,
finora solo tre hanno avuto un pontificato più lungo: san Pietro
(circa 35 anni, secondo la tradizione), Pio IX (31 anni), Leone XIII
(25 anni e cinque mesi).
La «cronaca» dei 25 anni di Papa Wojtyla registra numerosi
altri primati: 102 viaggi apostolici internazionali in 617 località
di 131 nazioni, con oltre 2.400 discorsi. A questi occorre aggiungere
i viaggi fatti in Italia: sono stati finora 140 in 258 città,
con 894 discorsi. Bisogna inoltre calcolare 464 canonizzazioni, oltre
1.300 beatificazioni, più di un migliaio di udienze generali
e innumerevoli altri incontri e celebrazioni: basti pensare a quelli
tenuti, giorno per giorno, durante il Grande Giubileo del 2000. Tuttavia
il Papa non ha solo viaggiato, predicato e celebrato; ha anche scritto
molto. Per limitarci ai testi dottrinali e pastorali più importanti,
in 25 anni egli ha firmato 14 encicliche, 14 esortazioni apostoliche,
38 lettere apostoliche. Ha emanato inoltre una quantità impressionante
di altri documenti di diverso genere.
Basterebbe dunque la «cronaca», da sola, a rendere del tutto
straordinaria la fausta ricorrenza del 25° di pontificato di Papa
Wojtyla. Ma c'è di più.
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Questi 25 anni di pontificato fanno già parte della «storia».
Infatti, se si considerano i dati di cronaca slegati tra loro, non si
va molto al di là della meraviglia che essi suscitano per una
attività che ha del prodigioso. Se però gli eventi si
considerano insieme come tasselli di un unico mosaico, ci si accorge
che essi formano un disegno che trascende la cronaca e la trasforma
in storia.
Non deve stupire che i giudizi sul pontificato di Giovanni Paolo II
siano divergenti: chi lo esalta e chi lo critica. Ogni cristiano, che
cammina sulle orme del Vangelo, è potenzialmente un «segno
di contraddizione»; quanto più il vicario di Cristo. Oltre
a questa ragione di fondo, bisogna considerare le enormi difficoltà
che Giovanni Paolo II ha dovuto affrontare nel traghettare la Chiesa
dal secondo al terzo millennio. Tanto che, nonostante la disparità
dei giudizi sul suo pontificato, tutti concordano nel dire che, senza
di lui, non si può comprendere la storia del XX secolo. Chi potrebbe
spiegare la fine del comunismo, in Europa, senza il ruolo determinante
di Giovanni Paolo II? Si potrà mai scrivere la storia delle guerre
che hanno insanguinato gli ultimi decenni del '900 e gli inizi
del 2000, senza ricordare quanto il Papa ha fatto per la pace? Alcuni
parlano di «battaglie perdute» del Papa; resta pur vero
che egli le ha combattute e continua a combatterle, cosicché
Governi e istituzioni internazionali non possono non misurarsi con le
sue prese di posizione in difesa della vita e della famiglia, contro
il relativismo etico e contro una visione economicistica ed egoista
dello sviluppo, a tutela dei diritti inalienabili dei poveri. Del resto,
non si può parlare di «battaglie perdute» senza fare
i conti con la dimensione profetica di Papa Wojtyla.
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Per il Papa, essere sovrano della Città del Vaticano è
un dato del tutto secondario. La sua missione è essenzialmente
religiosa, non politica o temporale: «Tu sei Pietro, e su questa
pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze dell'inferno
non prevarranno su di essa» (Mt 16, 18). Nasce da questa promessa
divina la forza profetica del ministero petrino. Che questa non sia
mai venuta meno, lo dimostra la storia bimillenaria della Chiesa. Tuttavia
vi sono periodi storici, particolarmente difficili, nei quali l'azione
dello Spirito Santo che guida la Chiesa si avverte più forte.
Così è avvenuto nei trascorsi 25 anni di pontificato.
Il Papa stesso ci ha aiutati a comprendere che i «segni dei tempi»
oggi annunziano una nuova primavera cristiana, proprio mentre la secolarizzazione,
la crisi di fede e l'abbandono della pratica cristiana tendono
a ridurre la Chiesa in minoranza, anche nei Paesi di più antica
evangelizzazione.
Come non cogliere la profezia delle Giornate Mondiali della Gioventù,
con milioni di giovani che accorrono da tutte le parti della Terra a
pregare con il Papa? Come non vedere negli incontri interreligiosi di
Assisi l'annunzio che è possibile superare secoli di dolorose
incomprensioni? Non ha forse valore profetico, per il cammino ecumenico,
Giovanni Paolo II in ginocchio alla Porta Santa di S. Paolo, tra il
metropolita ortodosso Athanasios e il primate anglicano Carey? E che
dire della visibile protezione della Vergine?
Profezia, però, è anche esperienza della croce e dei propri
limiti. Il Papa la conosce bene: dall'attentato di Alì
Agca alla malferma salute, alle avversità che frenano la sua
ansia missionaria. Aveva sognato di mettere piede in Russia, fosse solo
per una sosta tecnica nel viaggio previsto in Mongolia. Ma vi ha dovuto
rinunciare, «non essendo ciò nei disegni del Signore»,
ha detto. L'impotenza è il sigillo con cui Dio autentica
la profezia. Come avvenne a Mosè, non spetta ai profeti portare
a termine il disegno loro affidato. Il compimento è opera solo
di Dio.
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