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Il 2003, proclamato «Anno europeo delle persone con disabilità»,
ci offre lo spunto per approfondire il significato di quest'ultimo
termine. Prima di darne una definizione, tuttavia, pare utile andare
un po' a ritroso nel tempo, per considerare i termini che l'hanno
preceduto nel percorso di evoluzione storico-culturale di cui è
stato protagonista. Ci riferiamo alle espressioni che la nostra società
usa per definire e inquadrare gruppi di persone che si caratterizzano
per delle «mancanze» sia fisiche sia mentali. È
importante considerare i termini a cui è affidato il compito
di definire: il loro uso si situa a sfondo di modi di pensare e interpretare
le persone e le cose che, inevitabilmente, influiscono sulle relazioni
che istituiamo con loro.
L'evoluzione del linguaggio corrente
Un tempo, anche non troppo lontano, i termini più in voga erano
«idiota», «cretino», «deficiente»,
«imbecille»; tutti venivano usati indistintamente per
riferirsi a persone che non rispondevano ai parametri di normalità
socialmente diffusi e accettati. Nel giro di breve tempo, però,
quelle parole hanno perso la loro funzione originaria, seppur molto
discutibile, per diventare veri e propri insulti. Rendendosi poi conto
di come fossero divenute espressioni che potevano dar luogo a malintesi
o ferire la sensibilità, si è scelto di sostituirli
con definizioni in grado di esprimere la «mancanza oggettiva»
della persona, per esempio «non vedente», «motu-leso»,
«cerebroleso», «spastico», «mongoloide»,
«invalido» e così via. In questo modo, indicando
una persona, si metteva in primo piano il suo deficit, ciò
che nel suo corpo non andava. Non c'è da stupirsi che
anche queste parole siano diventate insulti. Era necessaria una ulteriore
rivoluzione terminologica per arrivare a una parola sola, capace di
inglobare tutte quelle espressioni particolari usate correntemente.
La scelta è caduta sul termine «handicappato»,
ma nemmeno questa parola ha potuto evitare di trasformarsi, con l'andar
del tempo e nel linguaggio corrente, in un'offesa. Chi scrive
lavora come educatore all'interno del «Progetto Calamaio»,
una équipe di disabili -
o meglio, come vedremo più avanti, «diversabili»
- e non, che propone percorsi di formazione alla cultura delle
diversità nelle scuole, a ragazzi, insegnanti e genitori. Ci
capita spesso di entrare in classe e di assistere anche a momenti
di svago dei ragazzi, prima o dopo i nostri incontri; li osserviamo
interessati e ogni tanto sentiamo frasi come «Bravo, hai vinto
un mongolino d'oro!» oppure «Che handicappato che
sei!». Quando se ne rendono conto e si ricordano della nostra
presenza, ci guardano con visi imbarazzati e impacciati, con i loro
occhi chiedono pietosamente scusa. Con un sorriso li assolviamo, nella
speranza che, finito il ciclo di incontri, sappiano valutare meglio
il peso delle parole che utilizzano.
Handicap
e deficit
Andrea Canevaro, professore di Pedagogia speciale nella Facoltà
di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna,
propone una fondamentale distinzione fra questi due termini. Il deficit
è un dato oggettivo, una mancanza certificata, ad esempio la
sordità, mentre l'handicap
è la difficoltà, lo svantaggio che il deficit
procura alla persona, interagendo con gli ostacoli che questa incontra
nell'ambiente esterno. A partire da questa distinzione, è
possibile identificare due classi fondamentali di parole che designano
la persona con deficit: la prima (handicappato,
portatore di handicap, persona in situazione
di handicap) evidenzia l'handicap;
la seconda (disabile, non vedente, motu-leso, ecc.) sottolinea il
deficit.
Per quanto riguarda la prima classe, il termine «handicap»
ha due accezioni. Una negativa, tradotta con le parole svantaggio
e ostacolo: all'handicap così
inteso dobbiamo dichiarare guerra, dobbiamo lavorare per ridurlo,
perché questo è possibile, perché realmente possiamo
agire su ciò che è handicappante, che determina svantaggio.
Oltre a questa accezione negativa, la parola «handicap»
ne ha una positiva, anche se apparentemente non sembra tale: difficoltà.
La vita è piena di difficoltà, di sfide che la rendono
avvincente. Anche il fascino dello sport è basato proprio sul
superamento di tante difficoltà per giungere a un risultato,
a una vittoria. In questo senso, allora, il termine handicap
assume una valenza positiva: essendo una sfida, contribuisce a rendere
la vita una gara più avvincente e affascinante.
Quindi handicappato è un termine che genera confusione perché:
1) sposta l'attenzione sul risultato piuttosto che sulla causa
(sull'handicappato piuttosto che su chi, o che cosa, è
handicappante);
2) viene usato per definire chi ha un deficit
quando sarebbe più corretto riferirlo a tutte le persone, anche
normodotate, che entrano in rapporto col deficit.
Il risultato evidente è che si crede che l'handicap
sia un problema di una categoria di persone (gli handicappati e le
loro famiglie) o di chi si occupa di handicap
per lavoro (i terapisti, i medici, ecc.), mentre, se pensiamo all'handicap
come difficoltà e sfida, allora lo possiamo estendere a tutte
le persone. Chi non incontra difficoltà nella vita?
3) non considera il significato positivo dell'handicap,
cioè la difficoltà.
Una dizione che ha il pregio di distinguere tra handicap
e persona è «portatore di handicap».
Anche qui però non si tiene conto del fatto che ogni persona
è portatrice di handicap, per
cui non si centra l'obiettivo di distinguere chi ha un deficit
da chi non ce l'ha. Tra l'altro «portatore di handicap»
può essere un termine fuorviante, perché sembra che
il disabile porti necessariamente gli handicap
con sé, quando invece può benissimo averne superati
alcuni, oppure, come già si diceva, incontrarli nell'ambiente.
È il caso, ad esempio, di un «portatore di handicap»
che non riesce a raggiungere il secondo piano di un edificio perché
non c'è l'ascensore: non è lui a portare
l'handicap con sé, ma è
l'ambiente che glielo presenta.
La seconda classe di termini ha a che fare con il deficit:
si tratta di quelle espressioni che ne sottolineano appunto la presenza,
come «in-abile» o «dis-abile». Questi termini
hanno il pregio di non confondere tra handicap e deficit
e, anche se sembrano più crudi perché impietosamente
vanno a individuare la presenza di un deficit,
in realtà dicono le cose come stanno o come sembra che stiano.
Questo credo sia il punto chiave. Sicuramente la presenza di un deficit
può ledere alcune abilità della persona, ma, in molti
casi, attraverso l'intervento di un adeguato programma educativo
e la disponibilità di ausili, una persona con deficit
può essere abile in modo diverso, raggiungendo in parte o totalmente
gli stessi obiettivi di una persona normodotata. Quello che però
è problematico del termine «disabile» è
l'accento posto sulle non abilità, con la conseguenza
di alimentare una cultura del dis-valore. «Disabile» è
un biglietto da visita che parte già male, come se uno bussasse
alla porta e si presentasse dicendo: «Buongiorno: sono una persona
non-abile».
La «diversabilità»
Di conseguenza, crediamo che si debba fare ancora un passo avanti
nella evoluzione terminologica e creare - perché no?
- un neologismo: quello che proponiamo è una rivisitazione
della parola disabile e una sua trasformazione in «diversabile».
A livello formale cambia solo un prefisso, ma significa spostare l'accento
dalle «non abilità» alle «abilità
diverse», contribuendo a cambiare la cultura del dis-valore
e a passare a una logica del valore diverso. Diversabile è
una parola positiva e propositiva allo stesso tempo. Crediamo che
adottare questo termine possa aiutare a considerare la persona con
deficit in una prospettiva nuova, più
attenta alla storia personale di acquisizione delle abilità
e di superamento delle difficoltà.
L'obiezione può essere: «Ma allora tutti siamo
diversabili!». Certo che sì, ognuno con le sue caratteristiche
e capacità di azione e pensiero che gli sono proprie e, per
questo, distinte da quelle di qualunque altra persona. Una seconda
possibile obiezione riguarda l'assistenza: se la persona è
pensata come diversabile, allora sembrerebbe non avere più
bisogno di assistenza. Ma attenzione a non fare confusione: diversabile
non significa necessariamente autosufficiente. Quello che cambia,
però, è il modo di pensare e attuare questa assistenza:
continua a esistere e rimane necessaria, ma tiene conto delle potenzialità
della persona, che possono essere sfruttate in pieno. Possiamo fare
ancora un passo avanti: considerare anche le abilità della
persona che viene assistita può voler dire, ed è auspicabile
che così avvenga, che quell'opera di assistenza si tramuti
in vera e propria relazione, al cui interno si situa anche la modalità
dell'aiuto, ma che resta sempre e soprattutto relazione. È
una prospettiva un po' diversa: l'assistito diventa persona
con la quale instaurare un rapporto. La relazione alla pari si crea
con il contributo di tutte le parti; in certe situazioni questo contributo
è messo a disposizione incondizionatamente. Attenzione però:
se la persona diversabile non è disposta a giocarsi in una
relazione autentica, uscendo dalla logica del mero farsi aiutare,
non otterremo una vera reciprocità. Occorre un salto di qualità
che è insieme politico e culturale: quasi mai si pensa che
l'integrazione non è solo l'accoglienza del «diverso»
da parte del «normale», ma anche l'accoglienza del
«normale» da parte del «diverso». Il diversabile
deve prendere consapevolezza e accettare i propri deficit,
ed evitare che l'handicap influenzi
negativamente il rapporto con un'altra persona, che a sua volta
si sforza di fare altrettanto: entrambi devono accettare i propri
limiti.
Per ritornare poi al termine proposto, «diversabile» presenta
certamente imperfezioni, almeno quanto «disabile», ma
con il pregio di infondere un po' di ottimismo in più
senza per questo cadere nell'errore di dimenticarsi del deficit
e dell'handicap. La persona diversabile
non è normodotata, almeno quanto non lo è il disabile.
Diversabile poi non è la parolina magica che automaticamente
cambia le cose; può però forse cambiare il nostro modo
di percepirle, e questo è il punto di partenza per qualunque
percorso di ulteriore cambiamento. È un po' la vecchia
storia della bottiglia mezza piena e mezza vuota: il contenuto della
bottiglia è lo stesso nei due casi, ma in uno si sottolinea
la mancanza, il deficit (la disabilità), nell'altro la
presenza di potenzialità, di possibili abilità. Certo
una bottiglia mezza piena non è uguale a una bottiglia piena,
però suggerisce che lo può diventare aggiungendovi degli
elementi, non tanto in uno spirito di imitazione della pienezza, quanto
in uno spirito creativo. La sangría,
per esempio, si ottiene con l'aggiunta sapiente di ingredienti
prelibati a... un mezzo bicchiere di vino! Il deficit
del mezzo vuoto è invece la constatazione di un segno meno
nel confronto con la «pienezza» normodotata.
È certamente positivo che il 2003 sia stato proclamato «Anno
europeo delle persone con disabilità»; se pensiamo che
nel 1981 si era celebrato l'«Anno internazionale degli
handicappati», possiamo dire che un bel passo avanti è
stato fatto. Però, ancora una volta, stiamo guardando una bottiglia
mezza vuota, ancora pensiamo alle mancanze e ai non valori dei destinatari
di quest'anno europeo. Perché invece non possiamo sfruttarlo
per compiere quel salto culturale che ci porta a guardare alle abilità
piuttosto che alle non abilità, alla relazione piuttosto che
all'assistenza? Ci vuole spirito di iniziativa, serve quella
creatività necessaria perché quest'anno diventi
una proposta di evoluzione culturale, capace di vedere e pensare una
bottiglia mezza piena.
* Persona con deficit fisico grave: non parla
e per comunicare usa una lavagna di plexiglas trasparente sulla quale
sono incollate le lettere che, indicate con lo sguardo all'interlocutore,
gli permettono di esprimersi.
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