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Alla vigilia di elezioni
amministrative tutti sono soliti mettere le mani avanti. Si ripete che
non si tratta di elezioni «politiche». Non c'è
dubbio che sia così. Le elezioni amministrative ordinariamente
non influiscono sulla sorte del Governo. Ciononostante - specialmente
quando è chiamato alle urne un numero rilevante di elettori e
si rinnovano le amministrazioni di Regioni, di numerose Province e di
città capoluogo - esse costituiscono anche una sorta di
esame di coscienza e contengono una ineliminabile valenza politica.
È stato questo il caso anche delle consultazioni amministrative
del 25-26 maggio 2003 e del relativo ballottaggio dell'8-9 giugno,
quando sono stati chiamati alle urne oltre 11 milioni e mezzo di cittadini
(circa un quarto dell'elettorato) e sono state rinnovate le amministrazioni
di 2 Regioni, di 12 Province, di 502 Comuni (di cui 10 capoluoghi di
Provincia e 94 con più di 15.000 abitanti), distribuiti su tutto
il territorio nazionale. Un campione, dunque, piuttosto significativo.
Inoltre, a rimarcare il significato politico dell'ultima tornata
elettorale ha contribuito il taglio che lo stesso Primo Ministro, on.
Silvio Berlusconi, ha voluto dare alla campagna elettorale. Egli non
solo è sceso in campo in prima persona nelle principali città
ad appoggiare i candidati della Casa delle Libertà, ma ha alzato
il tono dello scontro, spostando il dibattito dal piano amministrativo
a quello ideologico e politico. Per quanto incredibile possa apparire,
Berlusconi ha impostato la campagna elettorale sulla lotta al comunismo.
Senza accorgersi di cadere nel ridicolo, ha ribadito di essere lui il
salvatore dell'Italia: «Credo - ha detto in un'intervista
al New York Times il 9 maggio 2003 -
che se lasciassi la vita politica ora, l'Italia cadrebbe nelle
mani dei comunisti». Di qui lo slogan per la campagna elettorale
in Friuli-Venezia Giulia: «Voti Illy e vincono i comunisti».
Gli elettori, dal canto loro, hanno mostrato quanto poco credano al
«pericolo comunista», eleggendo al primo turno Riccardo
Illy del centro-sinistra, con uno scarto di 10 punti sulla rivale sostenuta
dal Primo Ministro.
Di fronte a questa politicizzazione della tornata di elezioni amministrative,
molti commentatori hanno equiparato la consultazione alle «elezioni
di medio termine», che si sogliono tenere in USA a metà
legislatura. In realtà, se confrontiamo i risultati delle ultime
elezioni con quelli delle precedenti amministrative (1998), con quelli
delle politiche (2001) e delle amministrative dell'anno scorso
(2002), è facile rilevare che, dopo appena due anni di Governo
del centro-destra, l'orientamento politico dell'elettorato
sta cambiando.
In particolare, è interessante il raffronto con le amministrative
del 2002, perché anche l'anno scorso furono chiamati alle
urne oltre 11 milioni di cittadini, per rinnovare le amministrazioni
di 10 Province, di circa 700 Comuni, di cui 28 capoluoghi di Provincia
e 65 Comuni con più di 15.000 abitanti (cfr SORGE B., «Dopo
le elezioni amministrative», in Aggiornamenti
Sociali, 7-8 [2002] 541-545). Trattandosi, dunque, di due test
molto simili, a distanza di un anno l'uno dall'altro, il
loro risultato aiuta a capire meglio che cosa si muove nella base del
Paese. Se l'anno scorso si poteva parlare di «primi segnali»
di movimento, oggi - un anno dopo - si può senz'altro
dire che il vento è cambiato. Cerchiamo di vedere in quale misura
e in quale direzione.
Bisogna però dire che il confronto può dare risultati
solo approssimativi. Infatti esso si basa soprattutto sui dati delle
elezioni provinciali e regionali, nelle quali vige il sistema uninominale
proporzionale, e si votano quindi i simboli e i partiti. Non è
possibile, invece, calcolare i risultati delle elezioni in centinaia
di Comuni, dove concorrono numerose «liste civiche», non
riconducibili all'uno o all'altro partito.
1. Lettura dei risultati
Nonostante i limiti obiettivi ricordati, da una lettura comparata dei
risultati è facile vedere che qualche cosa si sta movendo nel
mondo politico italiano.
a) Risultati del centro-destra
Forza Italia. - Nel 2003 ottiene il 15,9% dei voti; nel 2002 era
a quota 21,6%; alle politiche 2001 aveva il 30,0%. C'è
stata, quindi, una lieve ripresa nei confronti delle amministrative
di cinque anni fa (1998), quando aveva ottenuto il 13,7%, ma una forte
e continua flessione nei confronti del 2001 e del 2002. L'esempio
più emblematico di questo andamento negativo è il caso
delle provinciali di Roma 2003. FI guadagna due punti rispetto alle
amministrative del 1998 (14,7% rispetto al 12,6%), ma perde 9 punti
rispetto al 2001. La stessa flessione si è avuta a Palermo, dove
FI cresce di due punti dal 19,9% del 1998 al 21,3% di oggi; ma dimezza
il consenso ottenuto nel 2001, quando a Palermo toccò il 40,7%.
Analogamente, in tutta la Sicilia: FI guadagna due punti rispetto alle
precedenti amministrative, passando dal 15,4% al 17,5% di oggi, ma crolla
rispetto alle politiche 2001, quando toccò il 36,7%.
Alleanza Nazionale. - Nel 2003 ha ottenuto il 13,3% contro il
15,9% nel 2001 e il 17,6% nel 1998. La diminuzione dei consensi è
evidente e continuata. La tendenza negativa è confermata soprattutto
dalla sconfitta alla Provincia di Roma, dove il candidato di AN ottiene
il 18% (a cui però va aggiunto il 2,2% della lista Moffa) contro
il 26,7% delle precedenti provinciali, e il 21,4% delle politiche del
2001. AN va male pure a Foggia, ma soprattutto a Brescia dove la sua
candidata, Viviana Beccalossi, viene battuta nettamente da Paolo Corsini
del centro-sinistra (53,7% a 46,3%). Non va molto meglio in Sicilia,
dove peraltro AN mantiene il suo zoccolo duro: a Palermo ottiene il
10,6%, contro l'11,5% del 1998, mentre guadagna qualcosa sulle
politiche del 2001. In genere, in Sicilia, AN si attesta poco sopra
il 10%, senza variazioni importanti di voti in termini assoluti. Proprio
per questo, le sconfitte di Ragusa e di Siracusa bruciano non meno di
quella di Brescia.
Unione Democratica di Centro. - L'UDC, che nelle amministrative
del 2002 aveva ottenuto il 5,7%, nel 2003 compie un forte balzo in avanti
e guadagna tre punti rispetto alle politiche del 2001, passando dal
14,6% al 17,6%. Si può dire che esso sia stato il partito della
Casa delle Libertà maggiormente premiato dagli elettori, sebbene
esso si consolidi soprattutto in Sicilia, dove a livello regionale supera
FI per 300 voti. Infatti, l'UDC si afferma come il partito più
forte in quattro province siciliane: a Siracusa (17,5% contro il 4,8%
delle politiche 2001); a Trapani ottiene il 17,2% contro l'8,1%
del 2001; ad Agrigento, il 21,9% contro il 12,6% del 2001; a Messina,
il 18,5% contro il 5,6% del 2001. Fuori della Sicilia, l'UDC ottiene
un buon risultato a Roma (6,3%), tiene a Foggia e a Pescara, mentre
nei quattro Comuni capoluogo del Nord e nei due del Centro in cui si
è votato non raggiunge in media il 4%. Alcuni commentatori, perciò,
vedono nell'UDC una specie di «Lega del Sud»: radicata
nel Mezzogiorno, ma con una crescente forza contrattuale a livello nazionale.
Lega Nord. - Le amministrative 2003 confermano che la Lega è
una forza politica a dimensione locale, ma capace di condizionare il
Governo nazionale. Dal punto di vista del consenso elettorale, la Lega
mantiene più o meno le precedenti posizioni. Già al primo
turno delle recenti amministrative, ottiene a Treviso il 37,8%, con
una forte rimonta nei confronti del 12,4% ottenuto nelle politiche del
2001, ma con un ridimensionamento nei confronti del 41,6% delle amministrative
del 1998. A Vicenza, con il 10,3% mantiene i consensi del 1998 e guadagna
tre punti sul risultato delle politiche 2001. Arretra invece a Brescia,
dove non supera l'8%, dopo aver toccato il 18,2% alle amministrative
del 1998 e il 10,4% alle politiche 2001. Stentata la vittoria a Sondrio,
dove al ballottaggio la Lega è determinante, ma il centro-destra
si afferma con una maggioranza di appena 84 voti. Un vero rovescio,
invece, subisce al Comune di Udine, dove il centro-sinistra vince con
il 54,3%, lasciando la Casa delle Libertà al 32,5% e la Lega
al 4,8%.
Tuttavia la sconfitta più clamorosa della Lega (proprio dal punto
di vista politico) è quella subita nelle elezioni regionali in
Friuli-Venezia Giulia. La candidata leghista, Alessandra Guerra, imposta
dal ricatto dell'asse Bossi-Tremonti, esce duramente battuta da
Riccardo Illy con un distacco di 10 punti (53,2% contro il 43,3%). Insomma,
la decisione della Lega di presentarsi da sola, secondo lo slogan: «colpire
divisi per vincere uniti», non solo non ha funzionato, ma ha favorito
di fatto la sconfitta della Casa delle Libertà.
b) Risultati del centro-sinistra
Democratici di Sinistra. - Nelle amministrative 2003 ottengono
il 16,6%, mentre nel 2001 erano al 14,0% e nelle amministrative 1998
avevano raggiunto il 17,8%. I DS sono il partito della coalizione di
centro-sinistra che ha avuto il miglior risultato. Così a Roma
i DS sono tornati a essere il primo partito, ottenendo il 23,1%, contro
il 17,9% delle elezioni del 2001 (sebbene nelle amministrative 1998
i DS avessero raggiunto il 24,1%). Il ricupero dei DS è confermato
pure dalla notevole risalita in Sicilia, dove ottengono il 12,8% rispetto
al 10,5% delle politiche del 2001.
La Margherita. - Scende al 9,7%, dopo aver toccato il 16,2% nelle
politiche del 2001 (non è possibile il raffronto con le amministrative
di cinque anni fa, perché non esisteva ancora). In sintesi si
può dire che la Margherita ottiene un buon risultato di immagine,
perché sono suoi gli uomini che vincono alla Provincia di Roma,
alle regionali del Friuli-Venezia Giulia e in alcuni importanti capoluoghi.
Invece molto basso è il voto di lista ottenuto: a Roma raggiunge
appena l'8,5%, contro il 18,5% delle politiche 2001. A eccezione
di Massa Carrara, dove ottiene il 26,7%, la Margherita accusa un calo
diffuso. Anche al Sud dove tiene a Palermo, Caltanissetta, Enna e Trapani,
ma dimezza i consensi nelle altre Province. Né è andata
meglio nei Comuni capoluogo del Nord.
Altri partiti minori. - I Socialisti Democratici Italiani (SDI)
si dichiarano soddisfatti del 2,7% ottenuto su scala nazionale e dei
risultati in alcuni Comuni lombardi. L'Unione Democratica Europea
(UDEUR) ottiene il 3,3%, e una forte affermazione a Benevento (17,1%,
a cui va aggiunto l'8,1% della lista «Unione Democratica
per Mastella»). La Lista Di Pietro, i Verdi e il Partito dei Comunisti
Italiani (PDCI) mantengono più o meno le loro posizioni. Anche
il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) rimane praticamente stabile,
ma con un progressivo calo dal 5,4% del 1998 al 4,4% del 2001, al 4,2%
di oggi. È importante notare che là dove il PRC si è
presentato in alternativa all'Ulivo ha ridotto i consensi, come
a Massa Carrara (dove passa dall'11,7% del 1998 all'8,9%
di oggi) o a Pisa (dal 7,6% al 6,7%).
c) Amministrazioni conquistate o perdute
Dopo aver visto (sebbene in modo approssimativo) i segnali di movimento
nella base politica, è importante vedere (questa volta in modo
certo) quali amministrazioni sono state di fatto conquistate o perdute
dalle coalizioni in lizza.
Le due amministrazioni regionali sono andate entrambe al centro-sinistra,
il quale aveva già la Valle d'Aosta e toglie ora il Friuli-Venezia
Giulia al centro-destra. Delle 12 Province: il centro-sinistra, che
ne aveva 6, ora ne ottiene 7: Roma (tolta al centro-destra), Benevento,
Caltanissetta, Enna, Foggia, Massa Carrara, Siracusa. Il centro-destra,
che ne aveva 6, ora ne ottiene 5: Agrigento, Catania, Messina, Palermo,
Trapani.
Dei 10 capoluoghi di Provincia: il centro-sinistra ne aveva 4 e ne ottiene
6. Mantiene Brescia, Massa Carrara, Pisa; perde Sondrio, ma ne toglie
tre al centro-destra: Pescara, Ragusa e Udine. Il centro-destra ne aveva
6 e ne ottiene 4: Messina, Sondrio (tolta al centro-sinistra), Treviso,
Vicenza; perde Pescara, Ragusa, Udine. Dei 94 Comuni superiori ai 15.000
abitanti: il centro-sinistra ne ottiene 58 (ne aveva 45); il centro-destra
ne ottiene 36 (ne aveva 49).
Dunque, è legittimo concludere che il centro-sinistra ha vinto
le elezioni amministrative del 2003. Non è stato uno sfondamento,
ma sì una chiara vittoria. Quale lezione è possibile trarne?
In altre parole: perché il centro-destra ha perso e perché
il centro-sinistra ha vinto?
2. Perché il centro-destra ha perso?
La sconfitta del centro-destra a soli due anni dal successo delle elezioni
politiche mostra anzitutto che l'elettorato è democraticamente
più maturo di quanto possa sembrare. Un biennio è bastato
per comprendere che l'attuale maggioranza non ha una cultura politica
adeguata, né è in grado di offrire amministratori credibili
per affrontare i problemi complessi del Paese. Il suo predominio sull'informazione
paradossalmente ha reso più evidente il vuoto di valori di una
«politica del fare», cioè di un pragmatismo con scarso
senso etico e del bene comune. La depenalizzazione del reato di falso
in bilancio, le difficoltà frapposte alle rogatorie internazionali,
il rientro dei capitali esportati illegalmente, il conflitto di interessi,
la reintroduzione dell'immunità parlamentare, la riforma
del processo penale, i condoni..., sono tutte scelte che contrastano
con il comune senso di legalità e del bene comune. Ecco perché
cambia il vento.
Inoltre, ciò che la gente teme davvero non è lo spettro
di una irrealistica «vittoria dei comunisti», ma la «dittatura
della maggioranza». Di una maggioranza politica, cioè,
che si ritiene l'unica legittima rappresentante del Paese, fino
a ostentare sufficienza, noncuranza o addirittura avversione sia verso
le istituzioni (per esempio, riducendo il Parlamento alla funzione di
approvare le decisioni dell'esecutivo), sia verso rappresentanze
democratiche minoritarie (come sono i sindacati e altre forze sociali),
sia verso l'autonomia di un potere fondamentale dello Stato qual
è la magistratura. Ecco perché cambia il vento.
Un'altra ragione della sconfitta del centro-destra sono state,
poi, le risse all'interno della Casa delle Libertà. Erano
prevedibili. «La prima grande incognita del dopo-voto -
scrivevamo all'indomani della vittoria di Berlusconi - è
il grado di coesione interna del centro-destra», privo di una
cultura politica omogenea. «È legittimo chiedersi -
concludevamo - fino a quando durerà la "luna di miele"
della vittoria. [...] la Lega Nord potrebbe esercitare una forte
pressione ricattatoria. È prevedibile che anche gli altri alleati
- Fini, Casini e Buttiglione - non tarderanno molto a far
valere le proprie esigenze» (SORGE B., «Le incognite del
dopo-voto», in Aggiornamenti Sociali,
6 [2001] 470). È bastata la prima sconfitta elettorale a mettere
in luce lo stato di logoramento in cui versano i rapporti tra i partner
della Casa delle Libertà.
3. Perché il centro-sinistra ha vinto?
Se ora ci chiediamo perché il centro-sinistra ha vinto, è
evidente che alla sua affermazione sono serviti pure gli errori del
centro-destra: la delusione per la leadership
di Berlusconi, le risse interne alla Casa delle Libertà, le intollerabili
pressioni contro l'informazione libera e la magistratura.
Tuttavia, il centro-sinistra ha vinto soprattutto perché ha trovato
un modo nuovo di fare politica. L'episodio più emblematico
rimane quello del Friuli-Venezia Giulia, dove in certo senso si è
ripetuta l'esperienza positiva già fatta l'anno scorso
a Verona. In entrambi i casi, infatti, il centro-sinistra è andato
al di là della vecchia formula dell'Ulivo, realizzandosi
come «area» aperta a tutti i riformisti. Il leader
è stato scelto sul territorio (non imposto dall'alto):
non un funzionario di partito, ma una persona credibile con una sua
autonomia nei confronti dei partiti; il programma è stato elaborato
insieme, ispirato a valori comuni condivisi; intorno al leader e al
programma si è realizzata quindi un'ampia intesa, allargata
non solo ai partiti, ma anche a liste civiche, movimenti, associazioni,
gruppi e singoli cittadini, senza escludere coloro che del programma
accettavano solo alcuni punti specifici.
In altre parole, la rimonta del centro-sinistra non è venuta
dall'alto, ma dalla base. Questa, dunque, è la lezione:
non si tratta tanto di metter d'accordo i vertici nazionali, quanto
piuttosto di ripartire dalla partecipazione attiva della società
civile sul territorio, nelle Regioni, nelle Province, nelle cento città.
Il problema non è più quello di trasferire a livello locale
il modello nazionale, attraverso la mediazione della vecchia forma-partito
accentrata, ma di trasferire a livello centrale il modello di una nuova
forma-partito, più leggera e intesa come «area»,
partendo dalle amministrazioni locali.
Questa ci pare l'indicazione più importante da trarre dalla
vittoria del centro-sinistra: ripensare la forma-partito come «area»,
per poi costruire insieme un'«Area delle aree riformiste»
(o Area delle Solidarietà) che prenda il posto del vecchio Ulivo.
Il vento che cambia sembra spingere verso questa direzione.
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